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PORCPUTTN::::CHE CASINO....

di RANX (17/05/2008 - 00:36) |




«Se questa è la realtà, quella di un pesante arretramento, peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, non possiamo non interrogarci su cosa sta succedendo, quali sono i processi sociali, politici, istituzionali che tutto mettono in discussione con questa profondità, processi che hanno una dimensione planetaria. Non credo proprio che si possa dire che la salute del sindacato è buona se la salute di chi vogliamo rappresentare non è affatto buona». E' la frantumazione della solidarietà al centro dell'analisi, la contrapposizione tra lavoratore e lavoratore che scatena l'istinto famelico degli imprenditori. Altrimenti non si spiegherebbe la pervicacia con la quale Confindustria vuole arrivare a tutti i costi a un rapporto "individuale" con i dipendenti. Un modello che salta a piè pari la funzione del sindacato. L'interrogativo è se l'intesa unitaria argina questo processo oppure lo favorisce in tutto e per tutto indicando nella dimensione aziendale l'unico terreno dove il lavoratore può ricostruire l'unità del lavoro a cominciare dal salario.

AUTONOMO,LAICO,DEMOCRATICO E SOCIALISTA

di RANX (11/05/2008 - 23:49) |




 La questione socialista non è un problema dei socialisti, intesi nel senso di ex iscritti od elettori del PSI, ma della sinistra italiana nel suo complesso, se si condivide il punto di partenza: in Italia manca, mentre è necessario, un forte partito di sinistra a vocazione maggioritaria e pertanto autonomo, laico, democratico e socialista, come nel resto d'Europa



La sconfitta delle liste socialiste e di tutta la sinistra nelle elezioni dell'aprile 2008 ha sue radici remote, oltre che essere il prodotto di scelte politiche sbagliate in tempi recenti.
In Italia, a differenza degli altri paesi europei, compresi quelli usciti dal dissolvimento del sistema imperiale sovietico, non c'è mai stato un partito di sinistra a vocazione maggioritaria. Per vocazione maggioritaria si intende un partito che aspiri al governo del paese sulla base di un proprio programma e con un leader, che ne sia espressione. L'espressione sinistra di governo è ambigua, in quanto può designare una sinistra tendenzialmente collaboratrice con altre forze, anche in posizione subordinata: una sinistra al governo.
L'ultima ed unica volta che la sinistra si pose come alternativa di governo fu nel 1948, quando socialisti e comunisti costituirono il Fronte Popolare e furono sconfitti da una Democrazia Cristiana, che raggiunse da sola, senza leggi truffa come quella attualmente vigente, la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento.

La scelta degli italiani è stata condizionata dallo scenario internazionale: la cortina di ferro era ormai calata in Europa, determinando per oltre quarant'anni una divisione, anche geografica, del continente sconosciuta alla sua storia ed estranea alla sua cultura.
Nel febbraio del 1948 il colpo di stato di Praga emozionò l'opinione pubblica, anche perché faceva seguito alle elezioni manipolate del 1947 in Polonia e Ungheria vinte grazie alla presenza dell'Armata Rossa, con una unificazione forzata tra socialisti e comunisti che portò alla costituzione del Partito Operaio Unificato Polacco e del Partito Operaio socialista Ungherese.
L'inizio di ripresa economica grazie all'European Recovery Program, più noto come Piano Marshall, ed i dubbi sulla compatibilità tra comunismo e libertà sconfissero il Fronte Popolare, che, peraltro, aveva provocato la scissione socialista di Palazzo Barberini: un indebolimento della sinistra, comunque, e della sua componente socialista, l'unica che nella situazione internazionale data avrebbe potuto garantire, se prevalente, la costruzione di una sinistra con vocazione maggioritaria.

Nella situazione attuale si vuole semplicemente constatare un fatto, cioè l'inesistenza di un forte partito di sinistra in Italia in grado di porsi come guida di un'alternativa di governo, senza entrare nel merito di chi avesse i torti e le ragioni.
La sinistra si è lasciata sfuggire altre occasioni per ripensare se stessa dai Fatti di Ungheria del 1956, alla Primavera di Praga, dall'invasione della Cecoslovacchia del 1968 alla creazione di Solidarnosc nel 1980 per giungere, infine, al crollo del Muro di Berlino del 1989.
Proprio commentando la caduta del muro di Berlino sulla rivista della Curia bolognese Il Regno il futuro capo dell'Ulivo e primo ministro di una coalizione di centro-sinistra, Romano Prodi si era professato tra i sostenitori della tesi, che, con il crollo del muro e la disgregazione del blocco sovietico, fosse finito non solo il comunismo, ma anche il socialismo, compresa la versione socialdemocratica.
Se questa opinione di Prodi fosse stata una semplice profezia od anche un suo obiettivo politico, non possiamo saperlo con certezza, ma si sono compiuti quasi 20 anni dopo, per sfortuna nostra (e di Prodi) soltanto in Italia.
Prodi ha dato origine alla creazione del Partito Democratico, facendo liquidare i DS, i suoi accoliti sono stati tra i più attivi promotori del referendum sulla legge elettorale: un chiaro messaggio in chiave bipartitica. Il secondo governo Prodi non è stato all'altezza delle aspettative e delle speranze suscitate dalla risicatissima vittoria del 2006 e il suo peso nel PD, dopo l'investitura plebiscitaria di Veltroni alle finte primarie del 2007, non è stata tale da evitare la frattura politica con la sinistra e, persino, il rifiuto di un apparentamento ai socialisti, i suoi sostenitori più fedeli.
Prodi è uscito personalmente sconfitto e senza prestigio da una vicenda, che lui ed i suoi hanno contribuito a creare: l'unica soddisfazione è quella di aver provato sul campo che la scomparsa della sinistra, comunista o socialista che sia, è possibile.

La sinistra deve ora reagire senza sconti e giustificazioni oggettive: Veltroni ha condotto una campagna elettorale all'insegna del voto utile, anzi, contraddicendosi, del voto anti-berlusconiano, ma lo aveva chiaramente annunciato, già da Orvieto, con la parola d'ordine di correre da solo.
La legge elettorale è fatta per bi-polarizzare il sistema, ma la sua applicazione, con la creazione del PD e del PdL, è stata sostanzialmente bi-partitica e quindi i partiti maggiori hanno attratto voti nelle rispettive zone di influenza, quindi si spiega la perdita di voti per queste ragioni tecniche. Tuttavia, pur con questa legge elettorale Casini ha superato brillantemente la soglia di sbarramento alla Camera e la coppia Storace-Santanché, pur partita dopo la Costituente Socialista e la Sinistra Arcobaleno, ha preso poco di meno di SA e 500.000 voti in più dei socialisti.

La sinistra, arcobaleno e socialista, ma anche alternativa come Sinistra Critica e PCL, semplicemente non è stata politicamente credibile, più ancora di non essere stata programmaticamente attrattiva. In democrazia, l'unico sistema politico nel quale giustizia sociale e libertà individuali e collettive si possono coniugare e fecondare reciprocamente, gli elettori hanno sempre ragione: se non capiscono è perché chi doveva spiegare non lo ha fatto o non si è fatto capire.
La sconfitta di SA e del PS sono evidenti ma anche SC e PCL non possono rallegrarsi, perché non hanno raccolto che una piccola parte del dissenso di sinistra, per di più, singolarmente considerati, sono più deboli (elettoralmente) degli aborriti socialisti, come anche PdCI, Verdi, Sinistra Democratica e Rifondazione, se si dovesse dividere al Congresso prossimo venturo.

Poiché il socialismo non è un cane morto nel XX° secolo, ed anzi il fallimento delle ricette neoliberiste su scala planetaria è evidente, come anche i limiti di uno sviluppo, che deteriora l'ambiente, per non parlare della compressione dei diritti umani, civili, sindacali e politici in troppe nazioni di questo mondo, non possiamo scegliere di stare a casa.
Le ragioni non possono essere puramente ideologico-sentimentali, ma radicarsi in una analisi della società italiana.
In Italia si è accentuato il fenomeno, anche rispetto ad altri paesi europei, dell'allargamento della forbice tra i salari più bassi e le remunerazioni più alte dei manager. Sempre in Italia la ripartizione del prodotto interno lordo tra salari, stipendi e prestazioni professionali da un lato e rendite dall'altro è sempre più ineguale a danno dei proventi da lavoro, che per di più, insieme con le pensioni, hanno visto erodersi il proprio potere d'acquisto. La stessa pressione fiscale è più forte sui redditi lavorativi e professionali, che sulle rendite finanziarie o le speculazioni di borsa.
L'istruzione superiore ed universitaria è formalmente aperta a tutti, ma sempre più dequalificata: si perpetuano così le differenze, addirittura vere e proprie discriminazioni, tra giovani con le stesse capacità, ma di diversa origine sociale. Disoccupazione o precarietà colpiscono l'impiego delle donne e dei giovani. La criminalità organizzata controlla il territorio, le attività economiche ed il mercato del lavoro in troppe zone del paese; la stessa mancanza di un'autorità vicina alla popolazione fa crescere il senso di insicurezza e paura nei cittadini, che trova il suo bersaglio, in numerosi casi a ragione, nel clandestino e nello straniero, che altrettanto frequentemente è a sua volta vittima di suoi connazionali.
Nelle istituzioni e nelle scelte economiche contano lobbies, consorterie, clientele, gruppi di interesse e di potere più dei cittadini e degli utenti, nei processi di liberalizzazione/privatizzazione lo si è potuto constatare con mano. I diritti civili e le libertà sono meno tutelati, che in altri paesi europei. Il condizionamento clericale è pesante nella legislazione sociale e familiare e condiziona la stessa libertà dell'insegnamento e della ricerca, oltre che compromettere il funzionamento di servizi pubblici con un uso strumentale dell'obiezione di coscienza.
Occorre una forza di sinistra che si faccia carico di questi problemi e delle persone che ne sono colpite, una forza di sinistra consapevole che miglior antidoto all'anormalità italiana, che politicamente è uno scandalo, è riportare la discussione ad un contesto europeo ed internazionale, del quale l'Italia è parte integrante e nel quale potrebbe giocare un ruolo rilevante e non subordinato.

Riproporre, quindi, la questione socialista, che non è un problema dei socialisti, intesi nel senso di ex iscritti od elettori del PSI, ma della sinistra italiana nel suo complesso, se si condivide il punto di partenza, che in Italia manca, ma è anche necessario, un forte partito di sinistra a vocazione maggioritaria e pertanto autonomo, laico, democratico e socialista, come nel resto d'Europa.

La sconfitta della sinistra è, talmente ampia, che non c'è spazio per autoassoluzioni o per trovare capri espiatori. Non si possono chiamare fuori neppure quelli, che per tempo avevano denunciato i limiti dei processi aggregativi in corso, se sono rimasti minoranza hanno una loro parte di responsabilità. Non è tempo di regolamenti di conti all'interno di gruppi dirigenti, che da troppo tempo hanno accettato la loro degenerazione oligarchica ed autoreferenziale.
Si facciano spontaneamente da parte, veramente e sul serio, tutti quelli che hanno avuto responsabilità di vertice negli ultimi anni e non cerchino di condizionare il processo di rinnovamento collocando loro pedine negli organismi di partito. Una ripresa della sinistra può avvenire soltanto con una forte discontinuità con le pratiche organizzative del passato e con i retaggi di divisioni ideologiche, che hanno perso senso politico attuale: non è più il tempo di battaglie tra falci e martelli e garofani o rose. In tutte queste vicende si erano comunque persi, nei simboli, il libro ed il sole dell'avvenire: cioè la conoscenza e la speranza. Senza di esse non si ricostruisce nulla. Allo stato si può delineare solo un processo ed indicare alcune scelte di massima:
1) prendere atto del fallimento dei processi aggregativi intrapresi, dalla Costituente Socialista alla Sinistra Arcobaleno, come in precedenza della Rosa nel Pugno e della Sinistra Europea;
2) riaffermarsi come sinistra con soluzioni ai problemi del paese e che si candida al governo con senso di responsabilità, con competenza e con onestà;
3) riconfermare le ragioni di un'alleanza riformatrice con il PD, ritornando all'originario spirito dell'Ulivo, alleanza competitiva da risolvere democraticamente per la guida della coalizione con vere e proprie primarie all'interno del centro-sinistra per la scelta del candidato e non come legittimazione ex post di un primato, conquistato per investitura del gruppo di potere di turno;
4) regole di coalizione stringenti, la più importante delle quali è la lealtà nei confronti delle decisioni di un governo di cui si faccia parte;
5) ricentrare i rapporti con il movimento sindacale nel suo complesso, favorendone l'autonomia, l'unità e la rappresentatività dei lavoratori, in vista di obiettivi comuni quali la difesa e l'allargamento del potere d'acquisto di salari, stipendi, pensioni e compensi professionali: mai più una fase conflittuale come quella del 2007 sul pacchetto sociale e previdenziale;
6) anticipare nei propri statuti e nella loro osservanza i principi di una inevitabile riforma dello status ed ordinamento giuridico ed economico dei partiti: democrazia interna e trasparenza di gestione, oltre che piena corrispondenza delle strutture decentrate e territoriali dei partiti con il corrispondente livello istituzionale, nel quale operano. In una prospettiva federativa e federale dei partiti rafforzare le organizzazioni regionali e sopranazionali, così come la partecipazione di cittadini in forma individuale o collettiva;
7) cominciare l'elaborazione di punti prioritari per un Partito del Lavoro e del Socialismo, cominciando dall'ambiente, dalla pace e cooperazione europea ed internazionale, dalla giustizia sociale e dall'eliminazione di discriminazioni per ragioni di sesso, di lingua, di religione (compresa la libertà di non credere), di nazionalità, di condizione sociale e di orientamento sessuale, in altre parole difesa intransigente della laicità e dei diritti umani, civili, sindacali e politici;
8) riaffermare la necessità di un controllo democratico e, se necessario, di un intervento pubblico sulle scelte di politica economica e finanziaria di rilevante impatto sociale, così come dell'universalità dell'accesso ai servizi pubblici per l'istruzione e la salute ed a beni indispensabili, come l'acqua potabile.

Nelle varie organizzazioni della sinistra, chi ha punti di vista in comune o parzialmente coincidenti deve collegarsi e farsi portatore degli stessi prioritariamente nelle realtà, in cui opera. Ogni iniziativa, compresi i congressi, deve essere per principio aperta a tutti e gli organi eletti devono sentirsi come provvisori e con il compito primario di presentare una sinistra nuova, larga, unita e plurale con una comune piattaforma programmatica europea alle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell'Unione Europea nel 2009 e per l'elaborazione di una piattaforma di riforme istituzionali e legislative sulle quali misurare le reali intenzioni del PD o, quantomeno, dei suoi settori che si reclamano progressisti e riformatori.

PRIMA LA PRODUTTIVITA' POI I SALARI

di RANX (11/05/2008 - 11:45) |




La segretaria generale della Fiom, Maria Sciancati, è stata sospesa perché non ha cacciato via da una assemblea pubblica un lavoratore, peraltro delegato, espulso dalla Cgil. Il fatto non sussiste. Non c'è una norma che imponga di cacciare dalle assemblee i lavoratori che non piacciono ai sindacalisti. E' il segno di una torsione autoritaria, di intolleranza nella vita dell'organizzazione e una sorta di richiamo al serrare le file. Onestamente non scomoderei i Gulag, che rappresentano ben altre tragedie. Negli anni '60 la Cgil si aprì agli apporti di tutti i lavoratori. Se avesse invece adottato questo stile di gestione il sindacato dei consigli non sarebbe nato e al suo posto ci sarebbe stata una valanga di espulsioni.

Entriamo nel merito, alla fine il contratto nazionale anche se non viene cancellato viene parecchio ridimensionato.
Il documento parte dall'idea, profondamente sbagliata, che i guai ai salari dei lavoratori in questi anni siano venuti perché c'era troppo contratto nazionale. La verità è che ce ne è stato troppo poco,
perché il contratto nazionale doveva subire la gabbia della concertazione. Invece che liberare il contratto nazionale dalla concertazione si vuole liberare la concertazione dal contratto nazionale. Nell'Italia delle piccole aziende, del lavoro frantumato e precario, ridurrne il peso significa rompere la solidarietà tra i lavoratori a favore di un'aziendalismo che premierà solo una minoranza.

Aziendalista?
A parole tutti sostengono ora che l'intesa difende il contratto nazionale. Però scopriremo, un minuto dopo che si aprirà il tavolo, che non è così. La Logica di questo documento è la stessa che ha portato all'abolizione della scala mobile; che allora diceva "bisogna ridurre il peso dela scala mobile per avere più contrattazione". Oggi si dice, l'accrescimento del salario avviene solo sul cosiddetto salario per obiettivi. Per capirci, il contratto nazionale non può far crescere i salari. Di più, la premessa ideologica del documento dice che il miglioramento delle condizioni di reddito dei lavoratori si fa attraverso la crescita della qualità e della competitività delle imprese. Quindi, per essere chiari si accetta la politica dei due tempi, prima la produttività e poi i salari. Si accetta lo slogan bipartisan, sostenuto in campagna elettorale sia da Berlusconi sia dal Pd, per cui per distribuire la ricchezza bisogna produrla. In nessun punto del documento si dice o si parla di redistribuzione della ricchezza. Si dice che la contrattazione nazionale dà un minimo e il resto uno se lo deve guadagnare in azienda. Anche la contrattazione territoriale che viene esaltata come stumento per estendere il secondo ilviello di contrattazione a chi non ce l'ha viene stravolta in questa logica e diventa il cavallo ruffiano delle gabbie salaiali. Infatti, in questa logica essa può essere conquistata solo se assorbe da un lato spazio al contratto nazionale e dall'altro diritti e poteri alla contrattazione aziendale.

La Cgil obietta che almeno ha ottenuto regole democratiche certe.
Penso invece che si vada verso un modello centralizzato e burocratico delle relazioni sindacali e privo di reale democrazia. Perché i contratti nazionali verranno in realtà decisi dalle confederazioni che stabiliranno con le controparti, in quello che negli anni '60 la Cisl chiamava accordo quadro, quale è l'inflazione a cui riferirsi. Il contratto nazionale viene così svuotato, in alto dagli accordi centralizzati a livello confederale e in basso non dalla contrattazione aziendale ma dal salario legato alla produttività e al merito. Chiamo questo il ritorno a una forma di cottimo. Cioè ad un salario che discrimina un lavoratore dall'altro. Infine, voglio sottolineare che il tanto esaltato accordo sulla democrazia è regressivo, rispetto almeno alla cultura della Cgil. Perché si cancella anche l'ipotesi che i lavoratori votino sulle piattaforme; perché la consultazione certificata, che non è il referendum, si fa solo sugli accordi, senza forma di partecipazione al negoziato. E poi perché vengono mantenuti tutti gli inaccettabili privilegi del sindacalismo confederale a partire dalle quote riservate per le Rsu. Il modello è quello che ha portato alla ratifica del luglio 2007.

C'è un filo rosso che lega il clima bipartisan sul lavoro e l'azione che il Pd sta esercitando sulla Cgil?
Il documento è negativo, ma la trattiva che si preapara lo è ancora di più perché nasce su una campagna bipartisan a favore della flessibilità del salario e dei diritti e prefigura un accordo che è solo a perdere. Per dirla in sintesi invece che correggere i danni del '93 si preapara un accordo che li aumenta, con più concertazione e più flessibilità del salario. La Cgil subisce tutta questa impostazione perché è guidata dalla paura dell'isolamento. In questo la situazione è davvero opposta al 2002. Oggi la Cgil firmerebbe il Patto per l'italia e temo che firmi anche un accordo peggiore di quello. Il risultato elettorale è invece il motivo per cui oggi la Cgil dice sono costretta a sedermi con Sacconi e la Marceglia e devo prepararmi ad accettare quello che passa il convento. E' questa paura ciò che produce intolleranza verso la diversità dei comportamenti e il bisogno di normalizzazione. Ma anche per questo dico, questa paura va contrastata. Occorre impedire l'omologazione del sindacato e in particolare della Cgil al quadro politico. Bisogna respingere i tentativi egemonici sulla Cgil da parte del Partito democratico senza riproporre alcun collateralismo politico, neanche con la crisi della sinstra radicale. Tra l'altro, importanti dirigenti della Cgil che alle elezioni avevano scelto l'Arcobaleno ora si schierano con Epifani. Il nodo è sindacale, ovvero l'indipendenza del sindacato. Oggi la Cgil paga la mancata autonomia da Prodi. E rischia di farlo nella maniera peggiore di fonte all'attacco della Confidunstria e di Berlusconi. Per questo io vedo la battaglia che si apre prima di tutto come una grande battaglia di autonomia e indipendenza. Come diceva Di Vittorio, dai padroni, dai governi e dai partiti.

ASSALTO AL CIELO

di RANX (09/05/2008 - 23:56) |








La vita e la morte di Peppino, hanno avuto poco di ufficiale. Non era un uomo delle istituzioni, non era un "politico", non era uno da commemorazioni e inni nazionali.
Anzi, la sua antimafia era voglia di rivoluzione, assalto al cielo, conflitto sociale e anche generazionale, nuove forme di comunicazione e, soprattutto, irrisione del potere.
Radio Aut fu una delle prime radio libere in Italia e Peppino capì il valore dell'uso della parola, della comunicazione, della controinformazione in una realtà costruita sul silenzio sociale e sull'omertà. Qualche anno prima, quando ancora le radio libere non erano comparse sulla scena dell'informazione, Peppino ne aveva visto nascere una, rudimentale, si poteva ascoltare solo nel raggio di poche centinaia di metri e la sua esistenza, brevissima, rappresentava già un fatto rivoluzionario: era la "radio dei poveri Cristi", creata a Partitico, a pochi chilometri dalla sua Cinisi, da Danilo Dolci. E proprio con lui, sociologo triestino che aveva scelto la Sicilia per trasferirvi il suo impegno, Peppino incontra il valore e la pratica della nonviolenza attraverso quel lavoro che, anche grazie a Danilo Dolci, prima e dopo il terremoto del Belice, farà di donne e uomini senza storia i protagonisti di straordinarie lotte contro la mafia, per l'acqua, per il lavoro. E' una straordinaria stagione di lotte che rigenerano anche il ruolo e il radicamento delle organizzazioni storiche della sinistra e del movimento operaio.
Da Radio Aut, anni dopo, nella fase del compromesso storico e della palude siciliana del potere politico -mafioso, il sistema veniva combattuto, i mafiosi beffeggiati col loro nome e cognome, i politici collusi smascherati. Il Consiglio e l'amministrazione comunale Dc-Pci di Cinisi, descritti come il "Gran consiglio della tribù", il cui capo non era il sindaco, ma "don Tano Seduto", quel Tano Badalamenti che, allora capo della cupola mafiosa di Cosa Nostra, prima dell'avvento dei corleonesi di Riina e Provenzano, tutto poteva tollerare tranne che essere irriso pubblicamente.
Peppino viola tutte le "regole", rompe tutti i codici, comincia dalla sua famiglia, famiglia di mafia: come si dice in Sicilia, "è sangue pazzo". Credo sia proprio questa la lezione più grande che ci lascia: il coraggio e la forza di rompere con culture e valori radicati, la ribellione ad ogni forma di familismo amorale e mafioso, collante ancora diffuso di una egemonia culturale che in tanta parte del Sud consente alle mafie di rigenerare potere e consenso. Nel suo ribellarsi e nella continua ricerca di una autonomia culturale e politica di linguaggi, in un contesto in cui anche la sinistra ufficiale era spesso silente e subalterna al blocco di potere dominante, c'è tutto il suo essere figlio del sessantotto e di quella straordinaria stagione sociale, politica, culturale che tanto ha influito anche nella Sicilia di quegli anni. Rifiuta ogni compatibilià di quel suo mondo, e di quella realtà. E forse sa anche di dover morire, quando, negli ultimi giorni della sua vita, candidato nelle liste di Democrazia Proletaria, addita pubblicamente Badalamenti come trafficante di armi e di droga. Quasi un'auto-condanna nella Sicilia muta di quegli anni.
Ma era la sua libertà a muoverne le scelte e l'impegno, non la sua incoscienza.
Per tutto questo, dopo trent'anni, Peppino Impastato continua ad indicarci una strada, diverse da altre, di impegno sociale e di lotta contro la mafia.
Nell'anno e mezzo vissuto da presidente della Commissione parlamentare antimafia, ho incontrato decine e decine di scuole, università, gruppi di volontariato, in una straordinaria esperienza di conoscenza e di ascolto. La cosa che più mi ha colpito è come e quanto Peppino sia diventato un esempio e, perché no?, un simbolo per migliaia e migliaia di giovani e di ragazzi e per una nuova generazione militante. E così scopri che nelle scuole medie di Reggio Emilia o nel liceo di Napoli, nell'istituto gestito dalle suore in Toscana come all'università di Torino o a quella di Bari, e persino in alcune scuole elementari, centinaia e centinaia di giovani e giovanissimi o hanno visto il film o fatto la tesi e poi il seminario o il dibattito su Peppino Impastato e la sua antimafia e scopri anche quanto questi ragazzi conoscano e si sentano amici di Giovanni e Felicetta che da anni girano l'Italia parlando di antimafia sociale.
E' il lavoro che tocca anche a noi che vogliamo continuare a batterci, nonostante i tempi inclementi e tempestosi, per un'alternatica radicale e di società.
Sappiamo che la mafia, negli anni del liberismo e della globalizzazione, è diventata uno dei soggetti e dei fattori più dinamici del processo di modernizzazione capitalistica che ha trasformato il paesaggio sociale e produttivo della Sicilia e del Mezzogiorno, costruendo attorno a se un vero e proprio blocco sociale, organico e funzionale al sistema di potere dominante. Per questo l'antimafia non può vivere di ecumenismi, deve rappresentare una chiave di lettura critica della realtà e recuperare una grande dimensione sociale. Occorre un cuore nella nuova stagione della lotta alla mafia, se se ne vuole aggredire la natura e l'essenza di grande holding economico-finanziaria criminale: colpire i patrimoni, i capitali, le ricchezze e la sua capacità di accumulazione e di gestione dei grandi flussi finanziari.
In fondo la lezione di Peppino Impastato è tutta qui, nel comprendere che la lotta contro la mafia non può vivere dentro l'esclusiva dimensione repressiva e giudiziaria, ma deve mettere in discussione interessi materiali, strutture politiche, assetti del potere, codici culturali e sociali. Deve essere protagonismo diretto, diffuso e di massa, indignazione e ribellione e, sopratutto, ricerca continua di "un altro mondo possibile". Perché se, lui come urlava dai microfoni di Radio Aut, "la mafia è una montagna di merda", una società, una politica, un sistema di imprese, istituzioni e partiti, che la tollerano e se ne fanno imbrattare non possono in alcun modo appartenerci.

FUORI BIS

di RANX (08/05/2008 - 00:17) |



C'è da augurarsi che altri non seguano la strada senza uscita imboccata alla Pirelli (fuoriuscita di delegati confluiti nell'UGL) e scelgano l'ingaggio in una battaglia dentro e per la Cgil. Ma nessuno può cavarsela con un sermoncino. Il fatto è che la rivendicazione di una soggettività del lavoro, diretta emanazione dei lavoratori, lungi dall'essere vissuta come una benedizione, è da troppi considerata un fastidioso impaccio a una gestione sindacale sempre più burocratizzata e autoreferenziale.
Non tutti sanno che il 30 gennaio scorso, su proposta del segretario generale della Filcem-Cgil, il Comitato direttivo di quella categoria licenziò una bozza di regolamento unitario per l'elezione delle Rsu, riformulandone prerogative e doveri. Il documento - approvato con 12 voti contrari e un astenuto - imprimeva una svolta radicale che, onde evitare il sospetto di interpretazioni di parte, merita una citazione letterale: «La Rsu, in quanto struttura unitaria del sindacato, lo rappresenta in tutti i posti di lavoro (...), attua le linee rivendicative e di gestione di Filcem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, promuovendo azioni conformi agli indirizzi deliberati dagli organismi di categoria (...), sostiene e promuove le iniziative del sindacato confederale». Secondo la nuova dottrina, dunque, la Rsu, eletta da tutti i lavoratori e legata a un mandato che da essi emana viene trasformata in una cinghia di trasmissione del sindacato confederale. La rappresentanza diretta dei lavoratori è cancellata e le si sostituisce il primato del sindacato esterno, depositario del potere decisionale, anche su materie contrattuali inerenti al luogo di lavoro. La Rsu dovrà solo adeguarsi. Sino al punto che «comportamenti difformi da questi principi possono costituire motivo per la decadenza della struttura». Quest'ultima, stupefacente ma quanto mai rivelatrice clausola sanzionatoria verrà poi cassata dal testo unitario, approvato il 12 febbraio scorso: persino ai «riformatori» dev'essere apparso di essersi spinti troppo oltre! Resta, immacolata, la prima parte, più sopra citata.
Quasi 40 anni di storia sindacale - quelli che dalla fine degli anni '60 hanno, sia pure fra contrasti e alterne vicende, salvaguardato un ruolo autonomo delle rappresentanze dei lavoratori - vengono triturati dentro un dispositivo che liquida ogni forma di democrazia di base, fondata sul riconoscimento che ai lavoratori appartiene una qualche forma di sovranità. Il sindacato torna a essere, con formale deliberazione, un'entità sovraordinata, giustapposta ai luoghi di lavoro. I delegati sono suoi commissari, perché solo in quanto tali è loro concesso di esercitare quella funzione. Siamo fuori da una concezione del sindacalismo che malgrado tutto continuava a considerare vitale la dialettica fra organismi esterni, fondati sull'adesione libera e volontaria e organi della rappresentanza universale dentro i luoghi di lavoro. Eppure, per quanto paradossale, questo radicale capovolgimento di linea (come altri agiti sul campo: si pensi alla possibilità di deroghe al contratto nazionale contemplata, guarda caso, proprio nel recente contratto dei chimici) non è mai divenuto oggetto di una qualsivoglia discussione nell'organismo dirigente confederale, occupato con tenacia a mettere all'indice il dissenso interno.
Non sono bei giorni, questi. Buon senso vorrebbe che li si affrontasse con grande apertura mentale e con la voglia di riaprire il circuito ostruito della comunicazione con i lavoratori. Chi si ostina a credere che la crisi della rappresentanza politica del lavoro non parli anche al sindacato commette un grave errore di presunzione. Non so se lo pagheranno i sindacalisti. Di certo lo pagheranno i lavoratori.

FUORI!

di RANX (08/05/2008 - 00:12) |



“Il collegio giudicante del Comitato di garanzia della Cgil Lombardia ha preso la decisione di sospendere per 6 mesi dalla Cgil la segretaria generale della Fiom di Milano, Maria Elvira Sciancati e per 4 e tre mesi altri tre dirigenti provinciali dell’organizzazione.”
“La decisione viene resa nota oggi, singolarmente proprio poche ore prima dell’avvio di un direttivo che si preannuncia drammatico per il futuro della Cgil e relativamente a fatti avvenuti il 10 maggio del 2007. Sostanzialmente la segretaria della Fiom di Milano è accusata di non aver cacciato da un’assemblea di delegati un lavoratore già espulso dalla Cgil.”
“E’ una sentenza priva di qualsiasi senso formale e chiaramente funzionale a un atto di intimidazione politica. E’ gravissimo che nella Cgil le diversità e il dissenso politico si possano affrontare con metodi e forme che sono estranee alla cultura dell’organizzazione, neppure riscontrabili negli anni Cinquanta.”
“Questo atto autoritario e ai limiti della violenza va respinto. Alla segretaria della Fiom di Milano e agli altri dirigenti sospesi va la nostra totale solidarietà e sostegno. Se in Cgil c’è chi pensa di risolvere per via amministrativa i problemi di dibattito e confronto politico, se ne assumerà tutta la responsabilità di fronte agli iscritti e alla storia dell’organizzazione.

FUNZIONA!!!

di RANX (07/05/2008 - 00:33) |

Gli straordinari? In Francia è stato un flop
La detassazione voluta da Sarkozy è costata allo stato più di quanto non sia andato in tasca ai lavoratori. E il monte ore totale non è cresciuto
a.m.m.
Parigi

 
Avrebbe dovuto essere il punto centrale della realizzazione dello slogan elettorale che ha portato Nicolas Sarkozy all'Eliseo: «lavorare di più per guadagnare di più». Così, nella legge «Tepa» (norme sul lavoro, l'occupazione e il potere d'acquisto), prima grande legge fatta votare dal presidente Sarkozy il 21 agosto scorso, oltre a sgravi fiscali per 14 miliardi di euro (a favore delle famiglie più abbienti), c'era la defiscalizzazione degli straordinari. Sgravi fiscali e defiscalizzazione degli straordinari avrebbero dovuto essere i due pilastri per rilanciare la crescita. Non è stato così, la crescita francese è in calo. Un rapporto parlamentare, uscito in questi giorni, fa il primo bilancio sulla defiscalizzazione degli straordinari: è negativo. «Complessivamente - dice il rapporto parlamentare - sono 4,1 miliardi di euro che lo stato spenderà perché una parte dei lavoratori dipendenti benefici di 3,78 miliardi di euro di potere d'acquisto supplementare». In una lettera aperta alla ministra delle finanze, Christine Lagarde, la commissione si chiede se «mantenendo lo stesso obiettivo non si poteva spendere altrimenti queste somme che vanno a vantaggio solo di una parte dei francesi».
L'obiettivo della defiscalizzazione era, difatti, quello di far aumentare le ore di straordinario. Ma non è stato così (perché non dipendono dalla volontà del dipendente di lavorare di più, ma dal lavoro che ha l'azienda, dal volume degli ordinativi). Il volume degli straordinari è rimasto così più o meno stabile: quest'anno, sarà, secondo l'Insee (l'istituto nazionale di statistica francese, analogo all'italiano Istat), di 600-670 milioni di ore, un montante molto inferiore agli obiettivi della legge Tepa, che erano di 900 ore. Per i lavoratori che hanno avuto accesso agli straordinari l'aumento del poter d'acquisto è molto relativo: 4 ore al mese significano 177 euro in più l'anno, 4-5 ore per settimana, un caso molto raro, sarebbero 1.275 euro l'anno.
Ma il ricorso agli straordinari è sbandierato adesso anche per la riforma della scuola. Ieri, liceali e insegnanti hanno manifestato per la settima volta in poco più di tre settimane, contro i tagli annunciati: 11.200 posti in meno nelle medie e nei licei per il prossimo anno scolastico. Secondo la riforma governativa, 3500 posti sarebbero compensati dal ricorso agli straordinari per gli insegnanti (che non possono fare più di un'ora alla settimana e, in genere, sono poco entusiasti all'idea).