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io speriamo me la cavo

di RANX (31/05/2007 - 00:53) |



Scegliere oggi pensando al domani". I manifesti due metri per due campeggiano sui muri di tutte le città italiane e invitano i cittadini a riflettere sulla destinazione della propria liquidazione. Maialini salvadanaio, matite colorate, piantine verdi: è la campagna informativa promossa dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale in collaborazione con l'Inps. Eppure qualcosa, nel meccanismo della riforma del Tfr entrata in vigore il primo gennaio scorso, si è incrinato. A livello onomatopeico, la grande crepa che si è aperta nel sistema dei fondi pensione ha il suono di un "crac". Un crac finanziario. 

I fallimenti - La scelta sulla destinazione della propria liquidazione, la selezione del miglior fondo dove far maturare il proprio Tfr è diventata molto ardua, se è vero che negli ultimi mesi emergono dati allarmanti sui primi fallimenti dei fondi pensione privati. E sul fatto che la grande stampa non sembra dare rilevanza alla questione. In principio, come riporta il Sole 24 Ore, fu il Teatro Carlo Felice di Genova. Divenuto nel 1996 Fondazione di diritto privato, nel proprio Fondo di previdenza integrativa vedeva orbitare i risparmi di oltre 300 tra lavoratori attivi e pensionati. Nel maggio del 2004 il Fondo è andato in liquidazione, con un deficit di quasi 9 milioni di euro e tanti saluti. Il commissario liquidatore ha avviato una causa contro il Teatro, ed ha scoperto che l'insolvenza degli amministratori derivava dalla mancata corresponsione degli interessi di mercato su vent'anni di patrimonio del fondo (dal 1971 al 1991), quantificabili in 6 milioni di euro, e di parziali ed omessi versamenti del capitale di dotazione e relativi interessi, per un danno di 2 milioni di euro. Il Teatro non aveva predisposto un conto distinto dove versare i contributi dei lavoratori, né versato i propri, e si è tenuto i soldi che si accumulavano finanziandosi con questo patrimonio. Il passivo, al 2005, era schizzato a oltre 10 milioni di euro: si è salvato solo chi aveva riscattato il proprio capitale prima del 2002.

Una goccia in un mare? - Per una panoramica temporale più ampia, basterebbe citare il caso della Sicilcassa, che affondò alla fine degli anni ‘90 con 1.650 miliardi delle allora lire dei pensionati siciliani, ma naturalmente in questa sede rendiamo conto dei crac recenti, del dopo-tfr. Dal "piccolo" teatro di Genova si passa al più imponente dissesto del Fondo Pensione Cariplo. Un ammanco di bilancio per oltre 40 milioni di euro nella cassa Ibi, il fondo pensione degli ex dipendenti dell'Istituto Bancario Italiano, incorporato in Cariplo nel 1991, ed ora nel gruppo Intesa San Paolo. L'ammanco sarebbe superiore alla metà dell'intero patrimonio del fondo, a cui è iscritto oggi circa un migliaio di dipendenti del gruppo. Lo SLAI-Cobas denuncia un conflitto di interessi più che visibile: il dirigente responsabile dei fondi pensione di Intesa Cariplo, sino a poco tempo fa, era Alberto Brambillla, poi sottosegretario al ministero del lavoro con Maroni. Brambilla sarebbe tuttora nel "nucleo di valutazione della spesa previdenziale", l'organismo ministeriale che ha proposto di "diminuire del 10% l'importo delle pensioni Inps, perché sta aumentando l'aspettativa di vita", e fino a 6 mesi fa ne è stato presidente. Ma il conflitto di interessi non si ferma qui. Sempre i Cobas riportano: il ministro del lavoro Cesare Damiano, prima di assumere la poltrona, ha curato nel 2000 la costruzione del fondo pensione Cometa e ne ha assunto la presidenza. E consulente del ministro Damiano al ministero è Giovanni Pollastrini, esperto di previdenza integrativa e attualmente presidente del fondo FonTe (per i lavoratori del commercio), nonchè consigliere del fondo Priamo (per i trasporti pubblici) e commissario straordinario dell'Enasarco (fondo per gli agenti e rappresentanti del commercio). Il tutto mentre il "vigile" dei fondi pensione, Luigi Scimmia, presidente della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione (COVIP), era presidente del fondo pensione BNL, che è ora in stato pre-fallimentare. Su questo, i Cobas hanno portato un esposto sul tavolo della magistratura di Milano.

Altrove - Usa, Gran Bretagna, Svizzera: la sorte dei fondi pensione del Teatro Felice e di Cariplo comincia ad accomunare l'Italia al resto del mondo. Negli Stati Uniti i fondi aziendali hanno registrato negli anni scorsi deficit pari a oltre 110 miliardi di dollari. Le stime riportano la firma della Pension Benefit Guarantee Corp, il COVIP americano. Numeri che negli anni si suppongono cresciuti, se si considera che i risparmi dei fondi pensione navigano in più di un terzo delle azioni di Wall Street. Nel paese della groviera, invece, il crac swissair ha bruciato 4, 3 milardi di franchi di risparmi. I fondi pensione e i risparmiatori che hanno sottoscritto o acquistato sul mercato le obbligazioni Swissair sono "smarriti, delusi e arrabbiati", come riportava il Corriere del Canton Ticino all'epoca del dissesto finanziario. Nel 2006 in Gran Bretagna i fondi di "private equity" hanno consentito l'acquisto di 1.535 società inglesi per 34 miliardi di sterline, portando il totale dei dipendenti delle società controllate a 2 milioni e 800mila, pari al 19% della forza lavoro delle aziende a capitale privato" di tutta la nazione. I fondi di private equity sono enormi fondi, spesso teatro di speculazione, in cui vengono inseriti, per oltre il 35% del capitale, i fondi pensione.

Manca un mese esatto al 30 giugno 2007, data entro la quale i lavoratori dipendenti dovranno presentare al proprio datore i moduli compilati con la scelta della destinazione del tfr: "scegliere oggi pensando al domani". Ma molti cittadini dovranno valutare se i propri risparmi ci saranno ancora, un domani.

Qualche pulce (doverosa)nell'orecchio...

Sarebbe davvero una buona idea il pretendere una riassicurazione dei fondi pensionistici a copertura  del capitale versato dai lavoratori

Ma questo ovviamente andava previsto qualche mesetto fa'

Mea culpa  anche come  sindacalista....

federico a.

di RANX (31/05/2007 - 00:26) |



Emergono altre ombre sul caso Aldrovandi. Nel fascicolo dell'inchiesta non erano mai arrivati alcuni reperti e il foglio originale dell'intervento delle volanti. «Siamo esterrefatti» è il commento di Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Federico Aldrovandi che punta il dito contro le annotazioni degli interventi nella notte del 25 settembre 2005, quando il 18enne morì durante una colluttazione con quattro agenti di polizia, oggi accusati di omicidio colposo. Dai brogliacci della questura il foglio originale relativo all'intervento in via Ippodromo, con numero di serie 686, riportava come orario le 5.45. Dopo una correzione a penna le 5.45 sono diventate le 5.50. Cinque minuti che assumono grande importanza, se si pensa che la segnalazione al 113 di «un individuo che urla frasi sconnesse e colpisce pali della luce col capo» - come annota l'Upg della questura - risale alle 5.47. Se l'intervento fosse partito alle 5.45 significherebbe che la polizia si stava già dirigendo in via Ippodromo, prima di qualsiasi segnalazione.

A questo si aggiunge il rinvenimento presso la scientifica di sette tamponi di carta, ancora conservati in congelatore, sui quali sono state assorbite piccole quantità di sostanza ematica ricavata da altrettante macchie di sangue, rinvenute sul manto stradale durante il sopralluogo in via Ippodromo. Novità che, da quanto si apprende, avrebbero già portato all'apertura di un fascicolo in procura, anche se il pm Proto preferisce rispondere solo «no comment». «Temiamo che ci sia stato un tentativo di posticipare l'incontro degli agenti con mio figlio - dice la madre di Federico, Patrizia Moretti - e quelle tracce di sangue potrebbero dimostrare che la colluttazione è andata in modo diverso. Cosa sia successo in realtà quella notte ce lo devono ancora raccontare».

nero brillante

di RANX (31/05/2007 - 00:21) |



Il passaggio di Roy Sesana nei corridoi del Senato, tra i parlamentari immersi nelle questioni della politica italiana, ha creato un po’ di sorpresa. Non è del resto cosa di tutti i giorni, anche in una città cosmopolita come Roma, vedere un personaggio come lui. Sguardo tagliente, un sorriso graffiante che ricorda quello di un altro figlio dell’Africa, Nelson Mandela, Roy Sesana è il leader di boscimani del Kalahari (Botswana), il testimone della resistenza di un popolo che rischia di essere sacrificato sull’altare del profitto e della sete delle grandi compagnie diamantifere. Roy parla nella lingua a schiocco del suo popolo e riassume in poche frasi il senso della sua battaglia: «La terra è madre, la terra è vita, nella terra sono sepolti i nostri antenati». «Nessun popolo al mondo - aggiunge l’avvocato Stephen Corry, direttore di Survival, l’associazione che ha adottato la causa dei boscimani - ha mai vissuto così a lungo nella propria terra».

I boscimani abitano le terre dell’Africa meridionale da 20mila anni. Solo uno speciale rapporto con la flora e la fauna ha permesso loro di sopravvivere. Da 200 anni sono vittime della violenza dei coloni bianchi e delle tribù Bantu. Solo alcune migliaia di membri delle tribù Gana e Gwi sono scampati al genocidio. Nel 1961 venne istituito il Central Kalahari Game Reserve, la più estesa riserva dell’Africa (52mila kmq), allo scopo di «tutelare» i 3-5000 boscimani Gana e Gwi che vi vivevano. Il proposito era quello di lasciare intatta la loro cultura, unica soprattutto per lo spiccato senso musicale di molti nativi. Ma i guai, iniziarono con la scoperta dei diamanti. A partire dal 1997 i boscimani hanno subito deportazioni in veri e propri campi di concentramento, violenze e stupri. I pozzi sono stati cementati, le riserve d’acqua disperse nella sabbia, la caccia è stata vietata. I boscimani, come gli indiani d’America, sono stati confinati in ghetti dove alcolismo e Aids hanno creato le condizioni per la «soluzione finale», cioè l’annientamento del popolo più antico del pianeta. Fin dal 1991 Roy Sesana, boscimane Gana (il vero nome nelle lingua locale è Tobee teori), all’incirca sessantacinquenne, ha assunto la guida del Fpk (First People of the Kalahari) che si batte per i diritti dei popoli nativi. Incarcerato e torturato più volte ha iniziato nel 2006 una battaglia legale contro il governo del Botswana. Il 13 dicembre 2006, dopo 134 giorni di udienza, e 19mila pagine di verbali, l’Alta Corte del Botswana, ha pronunciato una storica sentenza. Gli sfratti sono stati dichiarati «illegali» ed è stato riconosciuto il diritto dei boscimani a vivere nella terra dei loro avi. Ma i problemi non sono finiti. Come hanno spiegato ieri Roy e l’avvocato Corry solo i 200 attori della causa sono stati autorizzati a tornare nella riserva con le loro capre. Senza il bestiame i boscimani non possono sopravvivere nelle aspre terre del Ckgr. Neppure il conferimento a Sesana del Right Livelihood Award (il Nobel alternativo) avvenuto nel 2005 ha fermato la repressione e, nel 2005, altri militanti del Fpk sono stati arrestati e torturati.

«Ci hanno deportato caricandoci sui camion - ha detto ieri Roy - ora ci negano ogni aiuto per tornare». La De Beers, che firma una parte consistente dei diamanti del pianeta, ha nel frattempo concluso lo sfruttamento di una miniera nella riserva, ma le ricerche di altri siti proseguono e non è solo la sete della multinazionali a minacciare i boscimani, ma anche il razzismo di un parte dei neri e dei bianchi del Botswana. E, mentre i boscimani rischiano di sparire il presidente del paese africano, Mogae, viene regolarmente ricevuto a Londra e nelle capitali dell’Occidente. L’associazione Survival ha appunto adottato la loro causa attuando anche clamorose iniziative. Quando la De Beers ha aperto il primo negozio a Londra le gigantografie pubblicitarie con la modella Iman sono state coperte con manifesti con la scritta: «I boscimani non sono per sempre». Ora Survival si batte affinché venga ratificata la Convenzione Ilo 169 sui popoli indigeni e tribali. Solo quattro paesi europei l’hanno fatto. Survival ha diffuso ieri una lettera del presidente Zapatero che annuncia la ratifica da parte della Spagna (poi effettuata). In Italia l’associazione ha inviato una lettera a D’Alema. In Senato l’iniziativa è stata presa dal senatore Francesco Martone (Verdi).

coperture

di RANX (31/05/2007 - 00:08) |



La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo. Dopo oltre mezzo secolo, nascosto fra milioni di documenti ingialliti dell’archivio giudiziario di Buenos Aires, è venuto alla luce il passaporto rilasciato dalla delegazione di Genova del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che per quasi dieci anni ha permesso al criminale nazista Adolf Eichmann di sfuggire alla giustizia e di darsi un’identità falsa, imbarcandosi dall’Italia per l’Argentina. Ma con quali appoggi e con quali complicità? La scoperta del passaporto con generalità false usato da Eichmann - del quale già si sapeva ma che si presumeva distrutto – è dovuta alla perspicacia e al coraggio di una studentessa argentina, Maria Galvan dell’università San Martin.

LA SCOPERTA - La ragazza, durante una ricerca su un fascicolo di documenti ancora protetti dal segreto di Stato, si è trovata fra le mani il documento originale di viaggio rilasciato al criminale nazista sotto il falso nome di Ricardo Klement. La ricercatrice, una volta accertato che si trattava veramente di Eichmann, non ha avuto dubbi e ha informato del ritrovamento la magistratura chiedendo di “declassificare” il carteggio segreto. La pratica è finita così sul tavolo di un’altra donna molto determinata, la procuratrice Maria Servini de Cubria, che ha immediatamente concesso l’autorizzazione, ordinando per di più che il passaporto di Eichmann, con tutto il dossier delle procedure relative al rilascio, sia custodito non negli archivi argentini, ma nella sede del “Museo del Holocausto” di Buenos Aires. Una decisione che la dice lunga sul timore che, con il pretesto del segreto di Stato, qualche carta troppo scottante sparisca per sempre. Ma c’è forse di più.

Il passaporto falso di Eichmann (Ap)
Il passaporto falso di Eichmann (Ap)
RETE DI COMPLICITA' - Il fascicolo spostato dagli archivi giudiziari argentini al Museo dell’Olocausto potrebbe anche gettare fasci di luce scomodi anche in Europa (e in particolare in Italia) sulla rete di complicità transatlantiche che, fra il 1949 e il 1951, permisero a Eichmann, a Mengele, a Barbie e ad altri criminali nazisti di imbarcarsi da Genova per l’America Latina. Il documento di apolide, per dichiarata perdita della cittadinanza dovuta all’occupazione nazista dell’Alto Adige, era stato rilasciato dalla delegazione di Genova del Comitato Internazionale della Croce Rossa diGinevra, era stato rilasciato, in mancanza di prove documentali dell’identità, sulla base di una dichiarazione di conferma firmata del padre francescano Edoardo Domoter, anche lui altoatesino, come il titolare del passaporto sosteneva di essere. Secondo il passaporto, che la Croce Rossa aveva rilasciato grazie alla testimonianza del religioso e ai buoni uffici del consolato argentino di Genova,che si era anche adoperato per far ottenere al beneficiario il permesso di transito in Italia, il beneficiario era un inesistente Ricardo Klement, nato a Bolzano e figlio di N.N. (così allora venivano definiti negli atti ufficiali i figli cosiddetti illegittimi) e quindi registrato con il cognome materno negli archivi di stato civile, peraltro saccheggiati o distrutti durante la guerra: il che evidentemente semplificava le cose. Il passaporto con generalità false era stato poi consegnato alla polizia argentina nel 1960 dalla moglie, Veronica Liebl, che subito dopo la cattura di suo marito aveva dovuto ammettere la verità: Klement era Eichmann.

PIANIFICO' «LA SOLUZIONE FINALE» - Il sequestro era avvenuto con un’operazione fulminea del Mossad alle ore 20 dell’11 maggio 1960, mentre il criminale nazista scendeva da un pulmino collettivo davanti alla porta di casa, in calle Garibaldi nel sobborgo di San Fernando, a 45 minuti di macchina da Buenos Aires. Ormai, dopo un decennio di latitanza, l’uomo che aveva pianificato e diretto i campi di sterminio di Hitler pensava di poter abbassare la guardia. Era partito da Genova per l’Argentina con un visto rilasciato in Italia il 17 giugno 1950. Poi una volta sbarcato a Buenos Aires il 14 luglio, era ripartito alla volta della lontanissima Tucuman, vicino alle Ande, dove lo aspettava un oscuro lavoro in un’industria meccanica e alla fine, con il il passare degli anni, il vecchio criminale nazista si era convinto che il mondo si fosse dimenticato di lui. Si era trasferito con la famiglia nei dintorni di Buenos Aires, dove aveva trovato un lavoro di tecnico, nella filiale della Mercedes, e faceva metodicamente la spola fra l’officina e la casa ogni giorno a ore fisse, con il “colectivo”, il pulmino, come un impiegato qualsiasi. E’ stato allora che gli 007 del Mossad hanno fatto scattare la trappola. Nove giorni dopo la cattura, vestito grottescamente con una divisa da steward dell’equipaggio e narcotizzato, Eichmann veniva imbarcato sul volo ufficiale di una delegazione israeliana, verso il processo, che due anni più tardi, nel 1962, si sarebbe concluso con l’inesorabile condanna a morte. Adesso quel passaporto ritrovato per caso negli archivi argentini ripropone l’interrogativo: chi lo ha aiutato a fuggire e perché?

picchiata

di RANX (31/05/2007 - 00:04) |



Il giudice della seconda sezione civile del tribunale di Palermo, Gianfranco Di Leo, ha condannato i ministeri dei Trasporti e della Difesa al risarcimento, per complessivi 980 mila euro, di 15 familiari di quattro delle 81 vittime della strage di Ustica: Gaetano La Rocca, Marco Volanti, Elvira De Lisi e Salvatore D' Alfonso. Gli avvocati di Palermo, Vincenzo e Vanessa Fallica, e di Bologna, Giorgio Masini, che rappresentavano i familiari di La Rocca e Volanti, non avevano seguito l'iter del processo che si era concluso in Cassazione il 10 gennaio scorso e nel 1990 avevano citato in sede civile la presidenza del Consiglio, il ministero dei Trasporti, e il ministero degli Interni, rappresentati dall' avvocatura distrettuale dello Stato, per ottenere il risarcimento per la morte dei due passeggeri del Dc9 Itavia precipitato a largo dell'isola palermitana il 27 giugno '80. A loro, successivamente, si erano aggiunti nella richiesta i familiari di De Lisi e D'Alfonso. La Suprema corte, nel gennaio scorso, aveva chiuso la vicenda del processo penale per la strage di Ustica dichiarando inammissibile il ricorso del procuratore generale della Corte d' Appello di Roma che aveva chiesto una riformulazione della sentenza di assoluzione dei due generali dell'Aeronautica coinvolti. Respingendo il ricorso la Cassazione aveva precluso la possibilità di riaprire il processo per i risarcimenti ai familiari delle vittime.

LA TESI DEGLI AVVOCATI - L'avvocato Vincenzo Fallica aveva chiesto per i soli eredi di La Rocca 1.149.633,05 euro (in base allo stipendio annuo della vittima agli interessi e alla rivalutazione del danno materiale) e 309.874,13 euro per danni morali. Il legale nella comparsa conclusionale aveva sostenuto, così come il legale di Marco Volanti, che «è ormai pacifico e processuale che il Dc 9 è caduto per un' esplosione, e non importa se l'ordigno era dentro l'aereo o se la caduta sia stata provocata da un missile». «Se l' aereo è esploso per una bomba a bordo - scriveva - c'è responsabilità degli organi preposti dallo Stato per il controllo della sicurezza dei voli. Seguendo l'ipotesi che l' ordigno sia esploso dall'esterno non appare dubbio che essa debba considerarsi connessa all'esercizio dell' attività militare svolta dalle Forze armate in ordine ad eventuali esercitazioni o di controllo di attività militari straniere». «Sulla prescrizione - continuava - non vi è nulla da dire perchè il termine è stato interrotto dal giudizio già instaurato dalla dante causa degli odierni attori con atto di citazione del 30 settembre 1984».

all blacks

di RANX (30/05/2007 - 23:39) |



Nell’ottobre 2006 si è celebrato il quarantesimo anniversario della fondazione del Black Panthers, originariamente chiamato il "Black Panther Party for Self-defense" (Partito delle pantere nere per l’autodifesa). Un anniversario celebrato in sordina, testimonianza che la distruzione del Partito da parte del potere negli Stati Uniti non ha soltanto annientato la struttura dell’organizzazione e i suoi militanti, ma ha anche lavorato per cancellare la loro memoria e il loro contributo storico, negando alle generazioni future la possibilità di giudicare da sé stesse cosa in realtà abbiano rappresentato.
Il Partito nacque a Oakland, in California, frutto dell’intuito di due studenti del Merritt College, una piccola università pubblica i cui iscritti erano in maggioranza afroamericani. Huey Newton e Bobby Seale, insieme al loro amico d’infanzia David Hilliard, sono stati i primi tre iscritti del Partito. Erano figli di famiglie provenienti dal profondo Sud degli Stati Uniti, immigrate in California nel tentativo di migliorare la loro situazione economica. Tutti e tre avevano conosciuto in prima persona il regno del terrore che opprimeva gli afroamericani in quella parte del Paese. Le speranze che avevano spinto le loro famiglie a emigrare erano rimaste inappagate; le riforme – l’integrazione delle scuole, il diritto al voto e a frequentare i luoghi pubblici – ottenute dal movimento di protesta per i diritti civili non avevano fondamentalmente cambiato la vita degli afroamericani. Ironicamente questa condizione era sentita maggiormente nel Nord e nell’Ovest degli Stati Uniti, dove i soprusi erano meno visibili che nel Sud. Inoltre la guerra in Vietnam, in via di espansione, chiedeva alla comunità afroamericana di sacrificare i propri figli per combattere in una guerra da loro non voluta. La frustrazione e la rabbia dei giovani era esplosa durante l’estate del 1965 quando, in seguito all’omicidio di un afroamericano da parte della polizia di Los Angeles, la popolazione di Watts, il quartiere nero, si era ribellata per cinque giorni e ne aveva distrutto gran parte. Il malessere era palpabile e secondo Huey, Bobby e David era arrivata l’ora di intervenire.
L’idea fondante del Partito era semplice quanto geniale: la priorità in Oakland era quella di proteggere la comunità dalla brutalità delle forze dell’ordine locali. Per questo le prime azioni pubbliche dei Black Panthers furono di seguire a distanza ravvicinata le auto della polizia, di osservare e, a volte, di intervenire quando un afroamericano veniva fermato. Inizialmente le uniche armi utilizzate erano una copia della Costituzione e una copia del codice penale dello stato della California, in seguito i membri di queste ‘pattuglie’, così come permette il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, iniziarono a portare armi con sé. La convinzione del Partito che gli afroamericani avevano il diritto di difendersi contro il regime di terrore imposto dalla polizia, necessario per sopprimere il loro desiderio di liberazione e per difendere lo status quo, era l’espressione pubblica e politica della rabbia accumulata nei 400 anni della presenza africana negli Stati Uniti. Diritto riassunto nelle parole del settimo punto del loro manifesto: "We want an immediate end to police brutality and murder of black people, other people of color, all oppressed people in the United States" ("Vogliamo che cessino la brutalità della polizia e gli omicidi dei neri, di altra gente di colore e di tutti gli oppressi all’interno degli Stati Uniti.")
Recentemente Angela Davis, ha definito le azioni dei Black Panthers, Costituzione alla mano, apertamente e legalmente armati, di essere state un “atto eroico che ha risvegliato l’immaginazione di tutti e un’espressione di solidarietà” con la loro gente. Solidarietà praticata anche nello sviluppare un programma che cambiasse le condizioni di assoluta povertà in cui vivevano la maggior parte degli afroamericani. Infatti il secondo punto del programma dichiarava: "We want full employment for our people" ("Vogliamo lavoro per tutta la nostra gente). E non solo, perché il quarto punto chiedeva abitazioni decenti, mentre il quinto reclamava un’istruzione adeguata, che insegnasse la vera storia degli afroamericani e il loro ruolo nella società americana, senza trascurare la necessità di una sanità pubblica e gratuita (sesto punto). I Black Panthers non si sono limitati a diffondere i dieci punti del loro manifesto ma li hanno messi in pratica servendo la prima colazione ai bambini delle loro comunità, aprendo scuole e cliniche alternative.
I Black Panthers, dall’anno della loro fondazione a metà anni ’70, hanno rappresentato nell’immaginario degli afroamericani la possibilità di resistere, d’intaccare il potere dell’unica istituzione – le forze dell’ordine - con cui tutti gli afroamericani venivano a contatto, e che spesso terminava con la detenzione e con i pestaggi, per i più fortunati, se non con la morte. Questo potente richiamo alla ribellione ha fatto sì che in pochi anni i Black Panthers si trasformassero in un partito con sedi in quarantotto stati, capace di vendere 400.000 copie alla settimana del loro giornale, e in cui militavano circa 30.000 persone con un’età media di 17 anni.
L’irrompere sullo scenario nazionale dei Black Panthers è stato determinante anche per i bianchi, che militavano nel movimento contro la guerra in Vietnam, la maggior parte dei quali non aveva legami politici con gli afroamericani o con le loro organizzazioni. Fin dall’inizio il Partito aveva espresso la sua opposizione alla guerra in modo netto e incisivo - punto 8 del manifesto: "We want an immediate end to all wars of aggression" ("Vogliamo la fine di tutte le guerre di aggressione") e la sua opposizione aveva contribuito a massificare la resistenza alla leva tra gli afroamericani. E non solo, perché il punto di partenza del loro rifiuto di combattere in Vietnam era la necessità di combattere a casa propria. Questo ha fatto sì che il movimento contro la guerra si aprisse alle rivendicazioni degli afroamericani, e che il concetto di solidarietà, sui cui era stato costruito, includesse azioni concrete di supporto per le loro lotte. Ad esempio, l’occupazione della Columbia University di New York da parte degli "Students for a Democratic Society", la più grande organizzazione contro la guerra, che non solo chiedeva la cessazione immediata delle ostilità, ma voleva, e in parte ha ottenuto, che l’Università non costruisse una palestra che avrebbe cambiato in modo significativo l’urbanistica di Harlem, a scapito dei suoi residenti storici. Questa occupazione avvenne con il coinvolgimento dei "Black Panthers e degli Young Lords", l’organizzazione radicale dei giovani portoricani. Ed è proprio la presenza degli Young Lords in questa occupazione a segnalare un altro contributo del Partito: la possibilità, non immaginabile fino a quel momento, per le altre nazionalità all’interno degli Stati Uniti di costruire movimenti capaci di analizzare e di lottare contro la propria oppressione. Risale a quel periodo la formazione dell’American Indian Movement, del Gay Liberation Front, dei Brown Berets (organizzazione radicale per la liberazione dei chicanos) e, infine, dei Grey Panthers, movimento radicale degli anziani.
In quegli anni (1968-1971) la crescita del movimento contro la guerra non si è limitata al livello della partecipazione. Nella sua ala radicale si è sviluppata un’analisi del potere degli Stati Uniti che includeva una discussione sul ruolo delle forze dell’ordine come esercito di occupazione interna al Paese, sul ruolo dell’Fbi nella repressione dei movimenti (Cointelpro), sulla centralità della questione afroamericana e della lotta contro la supremazia dei bianchi, sulla possibilità di costruire relazioni di solidarietà con le nazionalità presenti all’interno degli Stati Uniti e sulla necessità di trasformare un movimento di protesta in un movimento rivoluzionario. I Black Panthers hanno dato un contributo fondamentale a questa evoluzione, come indispensabile è stata la loro leadership ideologica nelle oltre 100 rivolte che sono avvenute nelle carceri americane nello stesso periodo.
Inoltre l’assassinio del giovane leader dei Black Panthers, Fred Hampton, insieme a Mark Clark, da parte della polizia di Chicago e dell’Fbi mentre dormiva nel suo appartamento, il 4 dicembre 1969, ha confermato a tutta una generazione che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato o permesso alcun cambiamento politico, sociale, economico. Questa nozione è stata rafforzata nei mesi seguenti quando, nell’inverno del 1970, l’ala cattolica del movimento ha rilasciato ai media documenti segreti dell’Fbi che illustravano il piano di J. Edgar Hoover di “neutralizzare” i Black Panthers e ogni organizzazione che potenzialmente rappresentava una minaccia per il potere degli Stati Uniti.

investimenti

di RANX (30/05/2007 - 01:02) |




Un quarto di secolo e la schiavitù potrebbe essere sconfitta.
 A sostenerlo è Kevin Bales, uno dei massimi esperti mondiali della schiavitù contemporanea e presidente di Free the Slaves: liberare gli schiavi dalla tratta, sottolinea, non è un'attività caritatevole ma un investimento. Sono 27 milioni gli schiavi nel mondo e per liberarli sarebbero sufficienti quasi 11 miliardi di euro, una cifra pari all'1% del bilancio annuale della Gran Bretagna e a quanto gli americani spendono ogni anno in jeans.
Questo diventerebbe poi un investimento in grado di produrre a cascata un profitto di 21 miliardi di dollari l'anno, perché le persone restituite alla dignità di cittadini diventano produttive, consumano e contribuiscono allo sviluppo del proprio paese.

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