
Oltre mille impianti in tutta Italia a rischio di incidente rilevante. Oltre mille bombe ad orologeria disseminate in tutto il territorio, fatta eccezione per qualche raro caso. Questa la fotografia scattata dall'Apat, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente. Con un'annotazione: il nostro Paese aspetta dal 1999 un provvedimento sulla gestione di questo rischio.
Si tratta delle cosiddette 'aziende Seveso', quelle cioè che detengono o utilizzano grandi quantità di sostanze pericolose, quindi tossiche, infiammabili, esplosive e per le quali si può verificare un incidente con grave pericolo per l'uomo e per l'ambiente. I tecnici dell'Agenzia, coordinati in questo campo da Alberto Ricchiuti, stanno elaborando una mappa delle aree a rischio che rivela alcune, importanti, criticità. Un quarto degli stabilimenti Seveso (il 25%) si trova in Lombardia, in particolare nelle province di Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
Ma regioni con elevata presenza di industrie a rischio sono anche Piemonte ed Emilia Romagna (circa il 9%) e Veneto (8%).
Nella particolare classifica che i tecnici hanno compilato, posti importanti vengono riservati al Lazio sempre con l'8% (soprattutto per le aziende concentrate nelle zone di Roma, Aprilia e Pomezia), alla Campania (in particolare, per la situazione che esiste nell'area ad ovest di Napoli) e alla Sicilia (dove c'è il 6% degli impianti nazionali che sono concentrati nel triangolo della petrolchimica tra Augusta, Priolo e Melilli, in provincia di Siracusa, e nelle zone di Gela e Milazzo).
Piazzata anche la Puglia (4% degli impianti del paese, soprattutto nelle zone industriali di Taranto e Brindisi). Le regioni che invece hanno un rischio molto basso sono il Molise (che pure ha qualche impianto nella zona di Termoli, sulla costa), la Calabria e la Basilicata (che hanno circa l'1% degli impianti). Al contrario, sul territorio nazionale esistono anche zone off limits agli incidenti rilevanti: sono le aree del Trentino Alto Adige e della Valle d'Aosta (il cui dato supera di qualche millesimo lo zero).
Se la classifica delle bombe ecologiche si dovesse fare invece sulla situazione dei comuni, a primeggiare in questa speciale graduatoria sarebbero Venezia (per gli impianti di Porto Marghera), Ravenna (per il polo petrolchimico- dalle alterne fortune economiche- che si trova nell'area del porto) e Roma (che ha circa 20 aziende a rischio di incidente rilevante sparse per l'intero, e vastissimo, territorio comunale. Seguono, nella mappa redatta dall'Apat, Genova e Napoli che hanno circa 10 aziende a rischio soprattutto nella zona del porto.
Altre aree ad alta concentrazione sono quella del porto di Livorno, quella di Trecate (nel Novarese) e poi le zone di Porto Torres e Sarroch in Sardegna. Una curiosità riguarda il comune di Milano dove le aziende Seveso sono appena sei. Il vero problema, per il capoluogo lombardo, è infatti rappresentato dai comuni dell'hinterland che raccoglie tantissime imprese a rischio.
In tutta Italia, spiegano ancora i tecnici Apat, sono appena tre i territori provinciali immuni dal rischio di incidente rilevante: la provincia di Macerata, quella di Enna e quella di Crotone. Fatto particolare, quello che riguarda la città calabrese visto che appena qualche anno fa era la vera zona industriale della regione. Oggi, dismesse tutte le attività, il vero- grave- problema riguarda le bonifiche degli impianti.
Il fatto che ci siano oltre 1.000 impianti a rischio non rappresenta un'anomalia italiana. Le aziende, fanno sapere dall'Apat, mediamente rispettano i parametri, peraltro stringenti, stabiliti dalle normative europee. "Dai controlli ovviamente- spiegano all'Apat- emergono elementi di rischio e certamente si potrebbero fare più controlli". Ma qui si entra nel campo della disponibilità di risorse. Umane ed economiche. E della volontà politica.


Sindacalisti licenziati e sospesi, controllo a distanza del lavoro e cambio del contratto. I
sindacati: «ristrutturazione mascherata: arriva il wimax»
Matteo Marini Roma
La domanda in bocca ai sindacalisti è una sola. «Ma dove vogliono arrivare?». Il riferimento
è al management della Eunics, società che opera nel settore dell'informatica e telecomunicazione.
Dura da parecchi mesi ormai il braccio di ferro tra amministratori e
sindacati, a colpi di licenziamenti, mobbing e denunce, mentre le sorti dell'azienda sembrano
sempre più incerte.
I proprietari, la famiglia Landi, hanno acquistato le Getronics Italia (ex gruppo Olivetti) nel
2006 per 1 euro, incamerando circa 50 milioni dai Tfr: così nasceva la Eunics.
Samuele Landi, l'amministratore delegato, si è presentato con una e-mail ai dipendenti
come «il capitan Uncino», con tanto di foto con coltellaccio tra le fauci. «Cominciamo
bene» avranno pensato i sindacalisti. Infatti «all'inizio si erano presentati bene - dice
Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom del settore Ict - assorbendo nell'azienda i
lavoratori esternalizzati. Ma la situazione è subito precipitata. Dopo l'acquisto di Getronics,
Landi ha disdetto gli accordi di contrattazione integrativa già siglati e in seguito ha tenuto
un atteggiamento schizofrenico, aprendo spiragli di intesa, e poi rimangiandosi la parola».
L'ultimo espediente è l'allontanamento dei sindacalisti dai luoghi di lavoro: «Un
rappresentante licenziato è stato reintegrato dal tribunale di Milano pochi giorni fa ed ora è
in ferie 'forzate'. Un altro ancora è stato licenziato, due sono sospesi e 6 sono a una
specie di corso di formazione. Praticamente in esilio». Ed è di oggi la notizia che
l'amministrazione ha deciso di cambiare tipo di contratto ai dipendenti, da metalmeccanico
a contratto per telecomunicazioni, con l'effetto di cambiare anche l'interlocutore di
categoria dei sindacati.
A ciò si aggiungono le provocazioni durante lo sciopero a Milano lunedì scorso, i boicottaggi
via internet, e la diffusione di false notizie per gettare discredito sulle rappresentanze
sindacali. «Noi vorremmo parlare solo di piano aziendale - lamenta Antonio
Zorzi, segretario nazionale Fim Cisl - perché vediamo diminuire il lavoro e le commesse.
Vogliamo capire come raddrizzare e indirizzare meglio le nostre risorse». Fiom, Fim e
Uilm accusano l'azienda di mobbing, attraverso il controllo a distanza di telefoni e posta
elettronica, o con il trasferimento di personale in sedi lontane, per provocare dimissioni
evitando costi, e proteste, di una ristrutturazione: tutto denunciato pubblicamente sul sito
www.csn-eunics.it «Così vengono a mancare le professionalità migliori -continua Zorzi -
mentre al management c'è .gente senza esperienza, con la quale abbiamo difficoltà a
comunicare». Proprio in queste settimane si attende la commessa per la licenza Wimax
(connessione senza fili a banda larga) per la pubblica amministrazione, e il governo forse
non appalterebbe ad un'azienda che ristruttura, quindi licenzia. Il dubbio diventa legittimo:
è questa la strada, o meglio la rotta, che capitan Samuele Uncino Landi vuole percorrere?

Nicola Cacace
Tra i provvedimenti più contestati del Protocollo governativo sul lavoro c’è la detassazione degli straordinari e la procrastinabilità del contratto a termine. Col doppio risultato negativo da un lato di allungare nel tempo una precarietà giovanile che l’annunciato provvedimento del vincolo dei 3 anni al contratto a termine aveva fatto sperare di voler giustamente limitare nel tempo, dall’altro di contraddire il criterio, più volte enunciato dal governo, che lavoro e prestazioni flessibili siano pagate di più di lavoro e prestazioni ordinarie.Leggendo dal Protocollo governativo di «abolizione delle maggiorazioni contributive degli straordinari sancite dalla legge 549/1995», la gente potrebbe pensare che le ore di straordinario oggi siano fiscalmente penalizzate da una tassazione sfavorevole rispetto alle ore ordinarie. Niente di vero. Oggi un’ora di lavoro straordinario costa il 25%-30% in meno di un’ora ordinaria. Infatti le «maggiorazioni» che si applicano all’ora di straordinario sono di molto inferiori al complesso degli elementi differiti della retribuzione (tredicesima, ferie, Tfr, mensa, etc.) che si applicano sull’ora ordinaria. Anche per questo il ricorso allo straordinario è in Italia molto più diffuso che in altri paesi: dalle statistiche Istat sulle ore effettivamente lavorate nelle grandi imprese (comunicato luglio 2007) si ricavano incidenze di lavoratori con orari superiori alle 40 ore del 5,3% nel 2004, del 5,6% nel 2005 e del 5,8% nel 2006. Valori crescenti anche in anni di scarsa crescita che fanno presumere, nelle piccole e medie imprese valori almeno doppi intorno al 10%. Trattandosi di valori medi è evidente che ci sono gruppi di lavoratori già oggi chiamati a fare orari di fatto sempre superiori e di molto a quelli contrattuali. Cosa succederà dal 2008, con le nuove facilitazioni concesse dal protocollo? Dal 2008 le ore di lavoro straordinario che già costavano mediamente il 25% in meno dell’ora ordinaria costeranno il 40% in meno dell’ora ordinaria. E questo difetto, se non corretto come è interesse e dovere del governo fare comporterà un ulteriore aumento di fatto degli orari di lavoro.
Di gravità minore appare l’altro provvedimento governativo contestato, la possibilità di prorogare il vincolo triennale dei contratti a termine presso gli ispettorati del lavoro. Il provvedimento sarà meno grave, a condizione che gli ispettorati sappiano essere rigorosi nell’accertamento delle condizioni di «eccezionalità della proroga». Io avrei preferito dei vincoli al lavoro a termine basati sull’età dei lavoratori; del tipo che i contratti a termine sono consentiti sino ai 30 anni e dopo i 60. Anche per richiamare la Confindustria a qualche assunzione di responsabilità sul tema sempre più grave dei licenziamenti dei cinquantenni. Montezemolo continua a storcere il naso contro la «lentezza» dell’innalzamento delle età pensionabili e non fa niente per combattere il male. Aumentano i casi di licenziamenti di cinquantenni come i Media denunciano ogni giorno. Si veda tra gli altri il caso di Giuliano Ciampolini, un operaio tessile messo in mobilità dall’azienda (l’Unità del 26/7), che denuncia il dramma di tanti cinquantenni che rischiano di restare anni senza salario e senza pensione. Non si chiede un impegno giuridico ma almeno un codice etico tra imprenditori che possa ridurre quello che sta diventando un brutto costume nazionale, licenziare un cinquantenne per assumere due flessibili-precari dal costo più basso.
L’impresa ne avrebbe un beneficio d’immagine, il lavoratore un disagio in meno e il paese un recupero di potenzialità lavorative preziose.

Il rinvio a settembre è un fatto gravissimo. Allo stato attuale la consultazione non c'è. Quando dico consultazione intendo un referendum fatto con regole trasparenti e non con modelli bulgari di una volta, preceduto da una campagna di informazione corretta nella quale i lavotori possano anche essere informati sulle ragioni del no; che sarebbe una bella cosa se si organizzassero in veri e propri comitati per il no.
Questo accordo è nato con una campagna ideologica falsa che contrapponeva i giovani agli anziani e alla fine ha particolarmente fregato proprio loro. Primo, perché si consolida proprio la legge 30. Ci sono persino dei peggiormenti, come quello sui contratti a termine. E poi perché si mette la scala mobile a rovescio sui coefficienti e il calcolo delle pensioni. Qui davvero è una catastrofe. Si peggiora la Dini.
E' vero che il protocollo parla indicativamente della pensione del 60% per i precari, che poi vuol dire in cifre di oggi una pensione di 400-500 euro al mese. Ma questa è una ipotesi, mentre è certo il taglio dei coefficienti a partire dal 2010 già definito da un allegato dell'accordo pari al 6-8%. E poi ci sarà la revisione ogni tre anni con decreto del governo senza che il sindacato possa mettere becco; una scala mobile a rovescio sulle pensioni dei giovani. Ma per loro non è finita perché aumentano i contributi di tutti lavoratori, a partire dal 2011, mentre per i parasubordinati l'aumento è più alto. Nella sostanza, il mondo del lavoro si paga i cambiamenti sulle pensioni con le proprie tasche e non c'è un centesimo di redistribuzione del reddito. Senza dire, infine, che nell'elenco delle porcherie c'è la vergogna del regalo dei contributi ai padroni sugli straordinari: meno Inps e più ore di lavoro. Proprio un bel manifesto programmatico liberista.
Per quanto riguarda le pensioni alla fine si arriva ai 62 anni di età pensionabile con 35 di contributi un anno prima della riforma Maroni. E sui lavori usuranti c'è la beffa dei 5.000 all'anno con l'aggiunta che sarà una commissione ad avere l'ultima parola. D'altra parte anche per i lavori usuranti l'età pensionabile minima sale a 59 anni con 35 di contributi. E, infine, questa scandalosa guerra tra poveri che viene fatta facendo pagare la modifica delle finestre per chi ha quarantanni di contributi a quelli che vanno in pensione di vecchiaia, che dovrebbero lavorare, le donne, oltre i 60, e gli uomini oltre i 65. D'altra parte è una ipocrisia dire che si è difesa la pensione di vecchiaia delle donne perché con l'aumento dell'età minima pensionabile a 61-62 anni la pensione di vecchiaia delle donne a 60 non resterà.
La bocciatura di questo accordo pieno - uso le parole di Epifani sul mercato del lavoro - di porcherie, farebbe bene ai lavoratori perché eviterebbe un peggioramento strategico delle condizioni del lavoro contraddetto da qualche miglioramento sulle pensioni basse o sulla indennità di disoccupazione che comunque non cambia il segno generale a perdere. Ripeto, se questo accordo viene bocciato si può andare a condizioni migliori. Non bisogna farsi ricattare dalla minaccia del governo di tenere lo scalone perché questo accordo è peggio. Una bocciatura cambierebbe la direzione di marcia della politica sociale in Italia e farebbe sicuramente bene a un sindacato che ha concluso malissimo una vertenza iniziata male e gestita peggio. Questo accordo riscrive e in un certo senso consolida le principali leggi di Berlusconi sullo Stato sociale, sul mercato del lavoro e sui contratti. Un accordo pasticciato sì, ma altamente ideologico che annuncia la flexicurity e che spiega che d'ora in poi ogni operazione sulo Stato sociale se la devono pagare i lavoratori garantendo con i loro soldi l'equilibrio dei conti. E' la vittoria totale sul sindacato e in particolare sulla Cgil della linea liberista di Padoa Schioppa. Quindi i lavoratori hanno tutto l'interesse a rovesciare questo disastro.
Per quanto riguarda la Cgil la sconfitta è ben più amara e grave. In fondo, Cisl e Uil avevano sottoscritto il Patto per l'Itala e qui si ritrovano molti contenuti di quell'accordo. Ma la Cgil aveva lottato contro questa impostazione e adesso la deve ingoiare. E la lettera di Epifani non cambia la sostanza di un accordo fatto il 23 luglio. Questo somiglia molto all'accordo del 31 luglio del 92, quello che portò alle dimissioni di Trentin, un accordo catastrofico e dove anche allora un presidente del consiglio, Amato, minacciò la Cgil di dimettersi se non avesse firmato.
La dichiarazione di Epifani sulla fine della concertazione è il segno del fallimento della linea del congresso. Buon senso vorrebbe che la Cgil al congresso ci andasse mettendo al centro l'indipendenza del sindacato dal quadro politico.

Nel sindacato (inteso nel suo insieme) è prevalsa l'ipotesi di partecipare al governo. Del resto Prodi appena eletto ha fatto il giro dei congressi sindacali, si è presentato a Cgil, Cisl e Uil. A un certo punto si è pure sostenuto che il programma di Prodi e quello della Cgil coincidessero. Diciamo che "l'effetto ottico" ha molto pesato. Un pezzo di sindacato ha creduto di essere al governo, pur nell'autonomia delle sue funzioni. Un equivoco, inizialmente voluto.
Poi la situazione è peggiorata. Il "partecipare al governo" è stato condizionato dagli equilibri parlamentari della maggioranza, dall'evoluzione politica. Adesso al governo c'è un nuovo partito, il Partito democratico. Un pezzo dell'Unione si è configurata in un nuovo partito che peraltro non è stato sottoposto ad alcuna verifica elettorale. Tutto legittimo, per carità, ma il quadro è cambiato.
Una premessa: penso che da parte del sindacato ci sia stata tanta buona fede. Mi spiego: un "governo amico" può servire a strappare di più per i lavoratori. Così si sono generate mille aspettative.
Molte aspettative e poche mobilitazioni.
Mobilitazioni condizionate da una forte interlocuzione con il governo, dalla paura di indebolire un esecutivo che ha numeri così risicati in Senato. I sindacati sono stati timidi e a pagare il prezzo più alto della scarsa mobilitazione è stata la componente che mette al centro la partecipazione. Chi pensa come la Cisl di fare un sindacato dei soci, di chi si iscrive, ha sofferto meno della Cgil questo passaggio.
I lavoratori non sono stati messi in campo per paura che il governo cadesse, ma forse una grande mobilitazione avrebbe rafforzato il governo, aiutato la trattativa. Anche perché Confindustria è scesa in campo pesantemente. Se come orizzonte prendiamo la concertazione, Montezemolo può ben dire di aver portato a casa un grande risultato.
Nelle fabbriche c'è molto malcontento. Ben lo sanno i delegati, la spina dorsale del sindacato. Ricordo una vecchia inchiesta fatta in Cgil quando Cofferati era segretario. A Torino e Reggio Emilia furono consultati iscritti e simpatizzanti. Alla domanda cosa è per te il sindacato, il 93% rispose il mio delegato, il 5% Sergio Cofferati, il 2 il referente dell'azienda. Eppure erano gli anni in cui Cofferati godeva di un consenso enorme. Dunque quelli più in difficoltà sono i delegati. E' a loro che i lavoratori chiedono spiegazioni, si rivolgono a loro per cercare di capire quando verranno chiamati ad esprimersi.
Il malcontento cresce.
E rischia di dare una mano all'antipolitica, al disimpegno, alla delusione che fa dire "siete tutti uguali". E' questo il sentimento imperante in questi giorni. E allora dico che dobbiamo correggere una vecchia visione sindacale secondo cui si devono valorizzare i piccoli passi e la riduzione del danno. Le pensioni minime sono state aumentate e qualche altro piccolo risultato è stato strappato. Non basta. I lavoratori hanno vissuto la trattativa in modo drammatico e non si accontentano della riduzione del danno. Che pure è un'idea importantissima.
Si può mettere come si vuole, ma nei fatti non è stato cancellato lo scalone, è stato solo diluito nel tempo.
E infatti chi cerca di valorizzare le piccole conquiste, non si rende conto che la percezione dei lavoratori è un'altra. Banalmente non ti capiscono. Perchè con questo pacchetto si è giocato il giudizio del rapporto del governo con il capitale e il lavoro. Purtroppo la bilancia pende verso il capitale. Non a caso la proposta più grave è sul mercato del lavoro.

In uno dei suoi ultimi libri dedicati alla storia d'Italia, Indro Montanelli descriveva la stagione di Tangentopoli come "l'epoca degli anni di fango", come una fase storica dominata dal rovinoso tracollo di una sistema di potere che trovava nelle connessioni perverse tra politica, mondo economico e settori della criminalità più o meno organizzata il suo stesso asse portante.
Sotto i colpi del maglio purificatore delle indagini della procura di Milano caddero uno dopo l'altro tutti i partiti che avevano governato il dopoguerra, mentre i principali protagonisti dell'epopea del CAF sfilavano sul banco degli imputati nella disperata ricerca di risposte sensate da opporre alle incalzanti domande dell'allora PM Di Pietro.
Nella stagione degli anni di fango, le forze della sinistra venivano chiamate a guidare quel processo di moralizzazione della res publica di cui i cittadini auspicavano l'attuazione: agli occhi degli elettori, il neonato PDS assumeva infatti ancora i contorni propri del partito di Berlinguer.
Berlinguer credeva nella dimensione "etica" della politica, intesa come strumento di partecipazione e non come veicolo per assecondare bramosie di potere o velleità di prestigio e ricchezza; Berlinguer vedeva lontano, ed aveva per primo compreso il pericolo che l'avvento del craxismo rappresentava per il Paese; Berlinguer aveva sfidato il sistema del CAF, e la sua "questione morale" era stata frettolosamente bollata come l'ultima invettiva di un estremista fuori dal tempo.
Tangentopoli sconfessava in toto queste valutazioni: la questione morale non poteva più essere considerata priva di fondamento, i partiti risultavano davvero ridotti al ruolo di grigi apparati di un disegno corruttivo troppo radicato nella società per essere spazzato via senza un radicale mutamento a livello di classe dirigente. Dieci anni dopo la sua morte, Berlinguer aveva definitivamente vinto la sua personale partita con la Storia.
Ma la grande speranza di rinnovamento a cui in precedenza abbiamo fatto cenno è stata rapidamente frustrata dall'avvento di Berlusconi, e dall'incomprensibile pulsione delle forze del centro-sinistra ad adottare lo stesso modus operandi del Caimano nella speranza di conquistare il consenso degli elettori moderati. Questa irresistibile attrazione di alcuni esponenti dell'attuale maggioranza di governo per i principi - cardine del berlusconismo non emerge solo dal progetto volto alla creazione del PD (più volte descritto come la riproduzione in chiave "riformista" di quel modello di partito commerciale di cui Forza Italia rappresenta la massima attuazione), ma anche dal contenuto delle intercettazioni oggetto dell'ordinanza formulata dal GIP di Milano Clementina Forleo.
Premesso infatti che, dal punto di vista giuridico, risulta del tutto immotivata l'indignazione "per l'ingiustificata fuga di notizie" manifestata dai politici indirettamente coinvolti nelle indagini sulle scalate bancarie (è infatti noto che il segreto istruttorio viene praticamente meno con riguardo ai provvedimenti che, una volta depositati in cancelleria, sono messi a disposizione degli altri soggetti del procedimento penale), dinanzi al "facci sognare!" con cui D'Alema dimostrava di approvare le operazioni programmate da Consorte o all'entusiasmo manifestato da Fassino per "essere diventato padrone di una banca", lo spettro degli anni di fango, della triste stagione delle connivenze tra politici ed imprenditori inizia ad aggirarsi incessantemente tra le stanze del Botteghino.
Indipendentemente dalle conclusioni a cui i PM titolari delle suddette indagini potranno pervenire - nella speranza che la Casta delle aule parlamentari non si schieri a difesa dei suoi autorevoli esponenti impedendo ancora una volta alla Magistratura di esercitare appieno le sue funzioni- , i militanti dei DS hanno ora il dovere di interrogarsi sulla "legittimità politica" di quegli "atti di sana tifoseria" posti in essere dai massimi dirigenti del partito a sostegno della strategia finalizzata ad attribuire ad UNIPOL il controllo della Banca Nazionale del Lavoro, nella piena consapevolezza del fatto che ogni forma di connessione tra partiti ed imprenditori collide apertamente con i presupposti su cui si fondava la "questione morale" prospettata da Berlinguer nel lontano 1981. Se si afferma che proprio la questione morale mantiene ancora oggi determinati profili di attualità, è allora anche possibile sostenere che la stagione degli anni di fango non può, al momento, considerarsi davvero esaurita.

La Cgil boccia la parte del protocollo presentato dal governo
il 23 luglio scorso sul pacchetto lavoro e accusa il governo di
aver cambiato, a sorpresa, il testo definitivo pochi minuti
dell'incontro con il sindacato. Ieri, la bocciatura è stata e
splicitata,
nero su bianco, in una lettera che il leader del Sindacato dei
lavoratori
ha inviato al premier Romano Prodi. Una lettera nella quale
Guglielmo Epifani chiede se il protocollo è sottoscrivibile
solo per parti o per intero.Una lettera che esige un chiarimento
da parte dell'esecutivo rispetto all'improvvisa e inaspettata
modifica
al testo del protocollo, un mix di interessi corporativi.Non c'è
un impegno del sistema delle imprese, della Confindustria,
ma anche delle altre, per la formazione, per la ricerca,
per l'innovazione.
Cosa dà l'impresa al nostro Paese? Cosa ha dato il lavoro
nel passato è chiaro a tutti, non possiamo dire la stessa cosa
per le imprese. Ecco perché questo protocollo
non è un accordo
di concertazione quanto piuttosto un chiaro esempio
(da parte dell'impresa e del governo che l'ha accettato)
di cedimento ad una logica corporativa.C'è una scelta
chiarissima a favore della Confindustria, ma anche una
scelta chiarissima contro la Cgil.
colpire direttamente la Cgil; si è voluto estendere un attacco
che la Cgil peraltro ha subito in tutti questi mesi
da una parte del governo.
politica. È ovvio che è una scelta che avrà delle conseguenze.
Perché è evidente che il governo che non mantiene la parola
data apre tutto un problema di affidabilità per la gestione
della Finanziaria.
sul
mercato del lavoro, sul tempo determinato: ieri e' stata scritta
una lettera nella quale si chiedeva a Prodi come si firma
l'accordo e
- siccome pare probabile che si firmi per punti - come l'impresa
non vuole firmare il capitolo riguardante le pensioni, la Cgil
non firmera'
i punti su cui il disaccordo è chiarissimo.
che ne ha avuti già abbastanza. La Confindustria e le imprese
hanno preso senza dare niente: preso nella Finanziaria, preso
in questo pacchetto e non hanno dato niente - per il paese,
non parlo dei lavoratori - e questo è una cosa che non si era
mai vista fino ad ora, mai successa. Non solo, ma poi si inserisce
un intervento sull'organizzazione del lavoro, sugli orari e un
messaggio pessimo ai giovani rispetto allo straordinario:
che vuol dire meno posti di lavoro. Sono certo
(lo dico in maniera ironica,
perché è chiaro che penso esattamente il contrario),
che tutti coloro che hanno organizzato le manifestazioni
davanti alla Cgil (peraltro composte da ben
17 persone di cui 12 sopra i 40 anni);
che coloro che hanno fatto un appello al patto generazionale;
coloro che si sono tanto preoccupati in questi mesi
per i giovani...
beh, si impegneranno dentro il governo affinché
la nota sul tempo
determinato passi e vi sia, sulla precarietà, un
intervento chiaro
a favore dei giovani... Altrimenti li si prende in giro due volte:
ci vogliono convincere che il problema dei giovani non è il
rapporto giovani - impresa, giovani - società, ma piuttosto
giovani - operai, e così non va bene. Perché la questione
centrale è cosa fa l'impresa e il governo per i giovani?
Aveva un'occasione per fare una cosa e non l'ha fatta.
Li ha addirittura anche umiliati dal punti di vista valoriale
per quello che significa il tempo determinato, la lotta contro
la precarietà .. è una cosa molto grave che avrà
delle conseguenze.
Non si può pensare di rompere una relazione
senza pagarne poi il fio.
È anche un brutto segno dal punto di vista politico,
una cosa da "ladri di caramelle"....
dell'accordo
di San Valentino(1), "sulle questioni di principio
non si vende
l'anima per un piatto di lenticchie". Ecco, oggi per la Cgil,
questa del mercato del lavoro è una questione di principio.
Il governo dovrà trovare le forme per correggere una cosa
che era stata concordata con i sindacati. Per quanto riguarda
l'intransigenza di Bersani, beh... ha dovuto correggersi tante
volte per i tassisti che sono sicuro si correggerà almeno
altrettante volte per i precari e per i lavoratori.
Ora una considerazione personale: non sia mai che la Cgil
non compia questi passi sopradescritti, percui tradisca il
residuo cordone che ancora la lega a centinaia di migliaia
di lavoratori... oltre a tradire un chiaro mandato di rappresentanza
ci sarebbe anche del tutto immodestamente un delegato in meno
fra le sue fila..... il sottoscritto.
(1)-http://www.brianzapopolare.it/sezioni/economia/scala_mobile_2001feb14.htm






Ultimi commenti
@*dtcomment*@@*titolopost*@
@*nome*@