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CHI ERA COSTUI?

di RANX (27/08/2007 - 00:30) |





Sabina Morandi
Mai sentito parlare di un certo Ajmal Naqshbandi? Qualcuno ricorda chi era costui? Difficile. Per quanto la vicenda sia abbastanza recente, e riguardi da vicino il nostro paese, il suo nome non ha trovato molto spazio nei giornali italiani. All'inizio dell'aprile scorso però la sua foto ha avuto il privilegio di comparire per qualche secondo nei tg nazionali accanto a quella di Daniele Mastrogiacomo, reporter di Repubblica rapito in Afghanistan e Rahmatullah Hanefi il rappresentante di Emergency a Kabul. Ajmal Naqshbandi era il classico "stringer", giornalista locale utilizzato come interprete e procacciatore di "storie" dai media occidentali che non possono permettersi di spedire i propri reporter in prima linea. Senza il lavoro di questi oscuri sherpa avremmo ben poche notizie dal mondo di fuori, quello che si arrabatta, combatte e muore lontano dalle telecamere patinate dei giornalisti embedded - come gli chiamiamo noi - detti anche "giornalisti da hotel" - come li chiamano loro. E loro sono gli stringer come Naqshbandi, giustiziato l'8 aprile del 2007 dai talebani solo per avere svolto il suo lavoro.
Difficilmente il tragico destino di Naqshbandi può essere considerato un'eccezione. Nella lista stilata ogni anno da Reporter sans Frontieres non si distingue fra inviati e freelance ma, da una decina d'anni a questa parte, i caduti sul campo dell'informazione sono in costante aumento (81 giornalisti e 32 assistenti uccisi nel 2006 contro 63 giornalisti e 5 assistenti nel 2005) così come gli arresti arbitrari (871 nel mondo) e i rapimenti. Restano in cima alla lista dei posti più pericolosi per la stampa Messico, Colombia e Filippine, ma nessuno batte il record assoluto dell'Iraq dove, da quando è cominciata la guerra, sono morti 139 giornalisti, il doppio di quelli caduti in 20 anni di Vietnam. Quello che le statistiche non dicono è che in Iraq - come in Bielorussia, in Uzbekistan, in Turkmenistan e nella maggior parte dei paesi africani - le vittime sono per la maggior parte freelance locali che offrono i propri servizi ai media occidentali sempre più spaventati dagli alti costi della sicurezza. Di fatto la maggior parte dei giornalisti occidentali restano asserragliati negli hotel non per pigrizia quanto perché è materialmente impossibile, per uno straniero, svolgere il proprio lavoro senza una scorta armata fino ai denti e costosi veicoli corazzati che dovrebbero accompagnarne ogni spostamento. Di qui la scelta di dimezzare il personale e utilizzare le competenze locali - cioè gli stringer - per raccogliere storie, rintracciare contatti e concordare interviste. Alla fine sono gli stringer - senza scorte né auto blindate - a lavorare in prima linea, cercando di sopravvivere al tiro incrociato di chi li accusa di collaborare con il nemico.

Tag: GIORNALISMO,INFORMAZIONE

CERTE SEDUTE (SPIRITICHE)

di RANX (26/08/2007 - 23:16) |

 



 


E' davvero curioso e tipicamente italiano che il premier Romano Prodi, cattolicissimo, commenti così l'arresto di Marina Petrella  ex Br rifugiatasi in Francia con l'assicurazione che garantiva, fino al caso Battisti, la cosiddetta "dottrina Mitterrand": "Grande soddisfazione per la brillante operazione. L'arresto - ha aggiunto il premier - dimostra l'importanza della cooperazione internazionale in tema di lotta alla criminalità e al terrorismo. Confidiamo che la richiesta di estradizione già avanzata negli anni scorsi possa essere presto soddisfatta. Con questo arresto - ha concluso Prodi - siamo certi si potrà cercare di fare luce su uno dei periodi più bui, tragici e assurdi della nostra storia repubblicana". Cominciasse lui a fare luce su quel periodo, visto che ci sta immerso da quasi trent'anni: il cattolicissimo premier stava infatti seduto a un tavolino a fare una seduta spiritica, quando emerse il nome "Gradoli" - e si andò a cercare Moro a Gradoli, non in via Gradoli a Roma, covo delle Br. Un bell'atto di occultismo: della notizia che poteva salvare la vita al presidente Dc. In realtà, visto che non possiamo non dirci cattolici e ai medium non crediamo, una bufala: da dove Prodi seppe di "Gradoli"?
E' soltanto un rilievo superficiale, a fronte della gravità di quanto sta accadendo in queste ore. Iniziamo da questo: Marina Petrella non è una terrorista.

Marina Petrella è stata una terrorista, piuttosto. La "brillante operazione" che soddisfa tanto Romano Prodi nasce da un casuale controllo effettuato da una pattuglia della polizia stradale. C'è una lista, inviata ai tempi del governo Berlusconi a quello francese, in cui sono indicati i nomi dei rifugiati che l'Italia desidera siano estradati. Poco è cambiato da Berlusconi a Prodi: quella lista è la pietra tombale su una promessa fatta da un Presidente di Francia, rispettata da nove primi ministri e, di colpo, inapplicata. Con quali effetti andiamo a vedere.
Prima di tutto, inquadriamo il caso di Marina Petrella. Ecco come l'approccia Repubblica.it: "La brigatista ha subito una condanna all'ergastolo al termine del cosiddetto processo Moro Ter. Il dibattimento, che riguardava le azioni delle Brigate Rosse a Roma compiute tra il 1977 e il 1982, si era concluso con 153 condanne. Di queste 26 erano ergastoli e 1.800 anni erano gli complessivi di detenzione. Solo 20 assoluzioni. All'epoca della condanna inflittale dalla Corte d'Appello di Roma, la Petrella era contumace in quanto scarcerata per decorrenza dei termini e aveva trovato da anni rifugio a Parigi, dove viveva un'esistenza irreprensibile. La sentenza venne poi confermata dalla Cassazione che annullò, con rinvio a un'altra sezione penale della Corte d'Appello di Roma, solo la sentenza nei riguardi di Eugenio Ghignoni, condannato in secondo grado a 15 anni di prigione. La 'primula rossa', già sposata al brigatista Luigi Novelli, si era successivamente legata a un algerino dal quale ha avuto una figlia". Il gioco è già fatto: "brigatista", "primula rossa", "contumace" mentre erano scaduti i termini di custodia. L'atteggiamento del lettore medio è già plasmato.
Stare a Parigi viene evidentemente interpretato come un paradiso. Mutare l'esistenza, rifarsi da capo una famiglia, apprendere a vivere normalmente in un contesto sano. Esiti che il carcere dovrebbe iscrivere in cima alla lista dei suoi effetti primari e che invece svaniscono a fronte della realtà. Poco importa che, a trent'anni dall'affaire Moro, Petrella fosse una donna qualunque, rispettosa delle leggi e della disciplina che una nazione aveva adottato come promessa indelebile per accoglierla e cercare di porre uno stop all'impossibilità di metabolismo storico che l'Italia, a una simile distanza di tempo, sembra tuttora incapace di agire sulle proprie tragedie. Però queste sono considerazioni ancora superficiali, rispetto a una questione un poco più profonda e a un successivo problema che va eviscerato fino ad abissali artesianesimi.
Anzitutto il paravento del terrorismo. Questa dottrina di contenzione psichica collettiva, la lotta al terrorismo, che è il residuo tossico di ciò che è rimasto dopo gli entusiastici annunci di un Nuovo Ordine Mondiali lanciati dal Presidente USA che faceva guerra all'Iraq ed era ed è il papà del Presidente USA che fa guerra all'Iraq ora - questa indegnità globale usata come paravento per operazioni di ogni natura, che coprono l'intero spettro del criminogeno planetario, è proprio l'ombrello sotto cui si pone il premier italiano accomunando Petrella ai terroristi di oggi. Lo fa del tutto spontaneamente. La lotta al terrorismo è andare a perseguitare una persona che, dopo trent'anni, è distante miliardi di miglia dal terrorismo. A spingere a questa allegra equazione il nostro bonario premier è un fatto decisivo: Petrella non ha pagato, non si è pentita, non si è contrita dietro le sbarre, non ha subìto le violenze che i nostri carceri sovraffollati garantiscono come corollari impliciti alla permanenza in quei civili soggiorni. Ecco l'anima giacobina, ecco il fascismo italiano di destra e sinistra, il fascismo antropologico, uscire in tutto il suo splendore, assai simile al lucore sul dorso delle blatte soprese dall'accensione repentina della luce: l'ex terrorista deve marcire in carcere, deve piegarsi e martirizzarsi, deve chiedere perdono e stare zitto perché tanto il perdono non glielo si concederà, poiché soltanto un atto eccezionale, umanissimo e cristiano, potrebbe condurre il parente di una vittima di terrorismo a perdonare l'uccisore. Ma, nonostante non possiamo non dirci cristiani, di fatto possiamo: questo non era nei Settanta e tantomeno è adesso un Paese umano o cristiano. Sembra un Paese cattolico, ma di fatto non lo è. E' un'accolita di spiriti legalitari secondo la legge del taglione, è una nazione in cui, all'indomani della strage impensabile di Duisburg, il quotidiano Libero titola "Finché si ammazzano fra loro", è un termitaio dove chiunque è mosso da una sete di violenza giunta al culmine per l'incredibile assenza di sicurezza minimale a cui il cittadino è sottoposto o per le bizzarrie di un sistema legale che appare impazzito (l'altroieri un calabrese disoccupato e disperato è stato arrestato, per avere mangiato un pranzo con i prodotti di un ipermercato lombardo prima di presentarsi alle casse: rischia vent'anni - ripeto: vent'anni). Le dichiarazioni di Prodi, la sua felicità contenuta e bonacciona a carico di due tragedie (quella di Marina Petrella e quella dei familiari di Moro), sono la migliore esperienza dimostrativa che il Paese può fottersene ormai delle distinzioni tra destra e sinistra, poiché è rattrappito sui suoi minimi storici, cioè ai suoi elementi basali: guelfi contro ghibellini, riunificati dalla sete di una giustizia tutta particolare, implacabile e postuma fino al fuori tempo massimo, nella cecità più assoluta e nel disinteresse rispetto a ciò che questa supposta "giustizia" comporta per la società - cioè nulla.
Poiché Petrella in carcere non dà alcun vantaggio a nessuno in Italia. Nemmeno ai familiari di Aldo Moro, che immagino siano ben più assetati di giustizia giusta: vogliano, cioè, conoscere i responsabili e le meccaniche effettive che condannarono l'ex presidente del Consiglio a una morte devastante per il nostro Paese, per il suo sviluppo civile. E' un caso ampio, che ha prodotto, in sede processuale e di commissione governativa migliaia di pagine, coinvolgendo tutto il momento storico vigente ai tempi del rapimento e dell'assassinio: attuale premier incluso, come abbiamo visto - oltre ad Andreotti, il Papa, la Cia, la loggia P2, la banda della Magliana e, come ultime ruote del carro, gli esecutori materiali, cioè i brigatisti.
Dopo i casi Battisti e Petrella non c'è nemmeno più da preoccuparsi: la deriva antiterroristica che Francia e Italia hanno intrapreso è ben chiara. La Francia, che ha vergognosamente mancato alla sua parola, è squalificata nel suo onore nazionale: castri chimicamente i pedofili e si bei del suo presidente peronista; l'Italia, che cerca vendetta per non smettere mai di chiudere una stagione che soltanto qui poteva rimanere aperta (ma c'è chi apre revisionisticamente, senza la minima ombra di un'indagine innovativa, la fase della Resistenza...), è lasciata ai suoi contorcimenti storici, presa in un'impossibilità di sfogo energetico, poiché le due lotte fondamentali, con questa politica della beatitudine codina, non riusciranno ad avere libero sfogo: e intendo la lotta di casta che ha sostituito quella di classe, e la lotta tra generazioni.

CarmillaonLine

LO SQUALLORE E' NUDO

di RANX (26/08/2007 - 22:19) |

PUBBLICO QUESTI  POST DAL BLOG DI B. GRILLO... PERCHE' ONESTAMENTE......
NE ABBIAMO PIENI I COGLIONI.....

Il teatro è vuoto
. Sul palco si agitano psiconani, ballerine e papponi. La solitudine del potere è palpabile nelle notizie che arrivano dal Nulla. E’ metafisica, non più marketing, è aria, aria fritta. Non ci sono spettatori in sala. Solo giornalisti in camerino per pezzi di onanismo. E’ la politica delle seghe. Recito, detto e mi leggo. I finanziamenti pubblici ai giornali aiutano l’eiaculazione.
Il potere lo hanno nel sangue e anche nel sangue del loro sangue. E’ una malattia ereditaria. I politici sono portatori sani che trasmettono virus. Senatori e deputati sono quasi sempre figli, nipoti, cugini di chi li ha preceduti. La vera casta è nel sangue, marrone e non blu. Il parlamentare porta il figlio a palazzo Madama per mostrargli il posto che gli lascerà in eredità. Il cittadino porta il figlio in banca per mostrargli i mutui che gli lascerà in eredità.
Il partito democratico sembra l’album delle figurine Panini. Il partito delle libertà il catalogo di Postalmarket. Il Nulla sta divorando la realtà. I media sono il primo potere, non più il quarto. Gli altri sono una sua creazione. I nostri dipendenti sono una sua creazione. Non esistono, sono solo il megafono di sé stessi, un disco che si è incantato.
Il costo della politica è un peccato veniale. Un bersaglio inventato per non discutere del problema reale: la classe politica. Un corpo estraneo al Paese. Poco o tanto che costi va mandata a casa. V-day. V-day. V-day.

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98 miliardi di euro di evasione da parte delle concessionarie dei Monopoli di Stato non sono una notizia. Infatti non ne parla nessuno. Il potere del silenzio è il vero potere. In Italia ci sono 5 giornali e 7 canali televisivi che amministrano l’informazione, la costruiscono, la negano. Il cittadino è una foca ammaestrata, dice si, dice no, non capisce mai nulla di quello che gli succede.
98 miliardi di evasione meritano una risposta. Visco e Prodi devono rispondere. Se non lo fanno giustificano l’evasione. Chi paga le tasse non può essere preso per il c..o, paga anche il loro non miserabile stipendio.
Il blog ha pubblicato una prima lettera a Giorgio Tino, direttore dei Monopoli, nessuna risposta. Oggi ne pubblica una seconda. Se nessuno risponde, il blog continuerà. Tino non fare il tacchino. V-day, V-day, V-day.


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L’Unione Sarda riporta che le scorte dei politici sono più importanti delle ambulanze. Hanno il diritto di precedenza. Il ferito deve capire, rassegnarsi alle priorità della politica. Se va in coma sarà per la Patria.
Non è importante che il fatto descritto sia vero, è preoccupante che sia verosimile. Può succedere, succede. Le auto blu con la sirena che riportano i nostri dipendenti a casa dalle vacanze in corsia di emergenza esistono davvero. Fermatele, voi lì in coda siete di più. Chiedete al parlamentare patente e libretto. Le ragioni per la violazione del codice della strada. Vi risponderà: “Lei non sa chi sono io”. Mantenete la calma. Rispondetegli: “Un nostro dipendente”. Se insiste, prendete il numero di targa e denunciatelo per abuso di potere. Leggetegli prima i suoi diritti: “Il popolo non dovrebbe avere paura di chi governa, ma è chi governa che dovrebbe avere paura del popolo.”
I nostri dipendenti non hanno più bisogno di istruire i loro servi, è ormai un fatto naturale. L’Italia dei servizi negati e dei servi privati. Sempre con i nostri soldi.
I politici dovrebbero prendere i mezzi pubblici, come avviene negli altri Paesi, se hanno fretta il taxi. Se non lo fanno è per paura dei cittadini. Per contenere la scorta dello psiconano o della Moratti non sarebbe sufficiente un vagone della metropolitana.

MUSEO DEGLI ORRORI

di RANX (25/08/2007 - 13:48) |







Sari Hanafi*
La battaglia tra l'esercito libanese e Fatah al Islam nel campo profughi di Nahr al-Bared, a Nord di Tripoli, è ormai iniziata da oltre tre mesi. Ha avuto come risultato un gran numero di vittime, la distruzione su vasta scala delle già poche infrastrutture disponibili per i rifugiati e ha costretto 30mila persone a scappare da un campo profughi a un altro. A Ein al-Hilweh la tensione tra giovani miliziani armati cresce e ha già provocato numerosi scontri. Altri campi in cui vivono i profughi palestinesi in Libano sono sotto assedio, nel tentativo dell'esercito di controllare il flusso di uomini e armi dentro e intorno agli abitati.
Fatah-al-Islam, Usbat al-Ansar (la Lega dei Partigiani, un gruppuscolo che riunisce non più di 200, 300 persone) e Jund al-Sham (Armata della Grande Siria, 100 elementi stimati), sono i nomi di organizzazioni islamiste estremiste affiliate o comunque vicine all'orbita di Al Qaeda, che in questi anni ha investito numerose risorse nello spazio dei campi. Varie ipotesi hanno finora puntato il dito contro la Siria, l'Arabia Saudita, alcune fazioni libanesi, oppure hanno indicato direttamente Al Qaeda come sponsor finanziario, politico e logistico di questo gruppi, ma è ben chiaro come i soggetti che ne hanno favorito lo sviluppo o che interagiscono con questa storia sappiano bene che i campi profughi libanesi hanno una peculiarità. Sono spazi di eccezione, spazi senza luogo.
Come si è arrivati a questo punto? Trasformando una storia umana in un simbolo politico, perché la legge e la comunitò umana li ha lasciati soli. Senza diritti, senza sviluppo, senza connessioni economiche se non il bisogno di mangiare e bere. Sono diventati parte astratta, una narrazione nazionale anziché individui umani, museo e memoria della nostra identità e memoria.

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PRENDI I SOLDI E SCAPPA

di RANX (25/08/2007 - 02:14) |




Stando a uno studio elaborato proprio per la nostra Camera dei deputati i soldi che i partiti italiani incassano sono già molti di più di quanti vengono distribuiti negli altri principali paesi occidentali. In Francia, dove chi non raggiunge almeno il 5% dei suffragi al primo turno non ha diritto a vedersi rimborsare neppure la metà di quanto ha speso (tanto che il glorioso maammaccatissimo Pcf potrebbe vendere parte delle opere d'arte avute in dono negli anni buoni da artisti amici) e dove i finanziamenti vengono tagliati a chi non rispetta le «quote rose » fissate, ogni cittadino versa negli anni elettorali circa 2,54 euro. In Spagna, dove i parlamentari sono 575 (metà dei nostri), la spesa pro-capite è di 2,13 euro. In Germania, dove esiste un tetto massimo (133 milioni l'anno) agli stanziamenti statali, la quota personale è di 1,61.

Da noi, nel 2006, di 3 euro e 38 centesimi. Il doppio. Per non dire dei confronti imbarazzanti con paesi come il Regno Unito dove, spiega il dossier, «Il finanziamento pubblico - se si escludono alcuni servizi messi a disposizione dallo Stato nel corso delle campagne elettorali - è limitato ai contributi concessi ai partiti di opposizione in Parlamento». O degli Stati Uniti, dove «il finanziamento pubblico della politica è limitato al finanziamento della campagna presidenziale» e nel 2004 è costato 206 milioni di dollari, circa 50 centesimi di euro per abitante.

Eppure, a spulciare nella nostra storia recente, non solo ogni ciclo elettorale di cinque anni (politiche, europee, regionali, amministrative) ci costa un miliardo di euro ma una inchiesta del "Sole 24 ore" ha appena dimostrato che le finanze dei partiti non sembrano proprio aver bisogno di nuovi afflussi. Stando ai bilanci, vanno tutti bene. Sono in largo attivo, non fosse per i buchi del passato, i diessini (11 milioni e mezzo, pari al 27,6% dei proventi totali del partito) e i forzisti (più quasi 47 milioni grazie a introiti pubblici nello scorso anno per la cifra record di 134 milioni) e i nazional-alleati (più 3 milioni 850 mila euro) e i casiniani dell'Udc (25 milioni 182 mila euro!) e perfino chi sta maluccio, come la Lega, non è andata in rosso. E allora?

Non bastasse, vale la pena di sottolineare un punto: non sempre, quando sono in ballo i soldi, i nostri parlamentari decidono «a partire dalla legislatura successiva» come nel caso delle sforbiciate alle pensioni o ai privilegi. Certe volte fanno anche scelte «retroattive». Come quella, passata sotto silenzio, dell'ottobre 2002. Quando, dopo aver portato tutti insieme soltanto due mesi prima (unica eccezione: i radicali) i rimborsi elettorali da 2 a 5 euro per ogni elettore iscritto alle liste, ridistribuirono i soldi per le elezioni del 2001: 125.089.621,44 euro in più rispetto a quelli già stanziati proprio per il 2002. Un bel gruzzolo supplementare che, per fare solo due esempi, fu di oltre 9 milioni per gli azzurri e di 8 per i diessini. E quel giorno, accantonando le reciproche accuse di essere goebbelsiani o stalinisti, sorrisero finalmente tutti.

Tag: politica,costi

SOCIETA' DI MUTUO RICORSO

di RANX (22/08/2007 - 01:11) |

 



 


Negli ultimi giorni l'attenzione dei media è stata catalizzata dalla crisi dei mutui cosiddetti "subprime" che, scoppiata negli Stati Uniti, ha avuto ripercussioni importanti sulle principali borse internazionali, europee ed asiatiche, causando vistose ed allarmanti oscillazioni.
Su questo violento scossone dell'economia americana si è scritto e detto molto, e giustamente, perché va preso molto sul serio. Qui vorrei offrire solo alcune considerazioni circa le cause e i possibili effetti.

Per quanto riguarda le cause, è stato naturale per molti evocare la crisi del 1929. Anche se è bene essere prudenti, il paragone non è privo di significato. Il crollo della borsa di Wall Street fu il risultato di una eccessiva fiducia nel liberismo e nel suo assioma della spontaneità del mercato, al punto che le amministrazioni che guidarono gli Stati Uniti nel decennio degli anni Venti, tutto si aspettavano tranne che quel progresso senza fine potesse avere un limite e così, quando la crisi giunse inattesa, il presidente Hoover e la sua amministrazione si trovarono del tutto impreparati ad affrontarla.

La storia, come è noto, incaricò F.D. Roosevelt di risollevare gli Stati Uniti dalla più grave crisi che avessero conosciuto, e il presidente democratico rispose a quel compito promuovendo una serie di vigorosi interventi dello Stato in materia di economia che appartengono alla tradizione del pensiero socialista molto più che al liberismo. Il socialismo nelle sue diverse forme, accomunate dall'idea portante che lo Stato debba intervenire per bilanciare le inevitabili ingiustizie del mercato, ridistribuendone i benefici tra le classi meno abbienti o svantaggiate, non ha mai goduto di grande simpatia in America. Ma le misure di Roosevelt erano socialiste nella sostanza e questa eccezione era giustificata dalla drammaticità della situazione, che aveva prostrato il Paese e prodotto una disoccupazione senza precedenti.

Ora, bisogna essere prudenti nello spingere troppo in là i paragoni tra quanto accadde allora e quanto sta succedendo oggi negli Stati Uniti, perché evidentemente è diverso il contesto storico e culturale.
Ma se c'è un aspetto generale in relazione al quale la crisi dei mutui può essere utilmente messa a confronto con la crisi del 29, questo è certamente l'idea che la grande antitesti tra il liberismo, nella sua versione aggiornata del neoliberismo, e il socialismo nelle sue diverse varianti sia ancora estremamente attuale.

A questo punto sarà bene rilevare che la crisi dei mutui non è un fulmine a ciel sereno: vista nel complesso, l'economia americana negli ultimi sei o sette anni è in fase di contrazione. Lo era già nel 2001 alla vigilia della guerra in Afghanistan, ed ha fatto registrare una parziale ripresa solo nella prima fase del conflitto, per effetto della conversione dell'industria "di pace" in industria di guerra. Ma l'ostinazione nel proseguire la guerra in Iraq ha largamente annullato questi benefici e le avvisaglie di una nuova stagnazione erano state numerose, fino a trovare una certificazione in tutte le recenti statistiche, secondo le quali, per la prima volta negli Stati Uniti, la generazione attuale è più povera di quella che l'ha preceduta.
La risposta politica degli Stati Uniti a questa situazione è stata ed è dogmatica. Sono eloquenti le dichiarazioni di Bush, che sono strutturalmente identiche quando parla di guerra e quando parla di economia: anche se l'economia presenta qualche problema, in fondo non va poi così male; anche se la guerra non è andata bene quanto mi aspettavo, non possiamo andarcene proprio ora; e via così sullo stesso tenore.
E qui è importante l'aspetto della risposta politica, naturalmente, perché a questo livello la politica si intreccia con le strategie economiche di ampio respiro e la scelta americana è evidente: far finta, tutto sommato, di non vedere e di non capire, in attesa delle prossime elezioni presidenziali, quando la patata bollente passerà a qualcun altro.

Gli analisti si sono prodigati ad assicurare che l'economia europea malgrado tutto è solida. Questo tutto sommato è vero. L'economia europea è più solida proprio perché è meno fittizia, ma le conseguenze di una implosione dell'economia americana sarebbero comunque gravi e le ripercussioni estremamente ampie.
Il problema dunque c'è ed è serio. Per ora sembra essere rientrato, grazie all'intervento della Federal Reserve che ha "pompato" a più riprese liquidità sul mercato, l'ultima volta giovedì scorso, con un'iniezione di 17 miliardi di dollari, a seguito del ribasso di tutte le principali piazze finanziarie internazionali. In questo modo si è potuti arrivare alla ripresa di venerdì 17, che ha visto Wall Street chiudere in forte rialzo, soprattutto grazie al taglio di mezzo punto del tasso di sconto imposto dalla Federal Reserve.
Il campanello d'allarme però intanto è suonato, tanto che le agenzie di rating, che hanno il compito di giudicare l'affidabilità dei titoli, sono state poste sotto la strettissima osservazione della Banca Centrale Europea perchè, secondo quanto riferito dal "Financial Times", sarebbero considerate responsabili di non aver avvertito in tempo i clienti. Insomma, le agenzie avrebbero incentivato senza troppi scrupoli un mercato dei mutui che sapevano essere rischioso. Le agenzie di rating si sono difese affermando di fornire semplicemente opinioni.
Questo confronto si risolverà verosimilmente con la messa allo studio di parametri che permettano un controllo più efficace sull'operato delle agenzie, ma l'essenziale è vedere che quanto è accaduto non è altro che un evento particolare di un fenomeno più generale: la fiducia incondizionata nella spontaneità del mercato è un dogma che la storia si è ripetutamente incaricata di smentire. Nel suo dispiegarsi il mercato crea inevitabilmente delle disparità che devono essere in qualche modo controbilanciate, perché se questo non viene fatto, alla lunga il danno può essere per tutti, anche per chi ne aveva tratto vantaggio.

Probabilmente, il socialismo integrale è tanto irrealizzabile e tanto pericoloso quanto il neoliberismo selvaggio che purtroppo trova sempre nuovi assertori. Ma è forse tempo di vedere che una mediazione praticabile esiste, che il libero mercato può avere effetti positivi, ma affinché questo accada va arginato con degli elementi di giustizia distributiva.

Ve lo volete mettere nella zucca? A Ichino invece su per il....

di RANX (21/08/2007 - 00:25) |





Una organizzazione certo poco contigua al terrorismo quale l’OECD ha più volte ricordato che quando si liberalizza il lavoro a termine, tale riforma va accompagnata da riforme nel campo della protezione dell’impiego, altrimenti si viene a creare un mercato del lavoro caratterizzato da profonde differenze tra lavoratori a tempo determinato e a termine con diversi diritti, tutele e retribuzioni, specie per i giovani e per i meno qualificati. Inoltre si può produrre un ricorso ai contratti a termine che genera un effetto negativo su produttività e crescita professionale: il lavoro a termine è spesso caratterizzato da breve durata del contratto e da assai limitate opportunità di crescita professionale (e quindi di retribuzioni e pensioni), o addirittura di formazione delle competenze. In breve: senza interventi a protezione del lavoratore a termine, la flessibilità si trasforma in precarietà con conseguenze immediate sulla vita dei singoli lavoratori coinvolti e di più lungo periodo sulla società.
Quest’ultimo aspetto non viene spesso enfatizzato. Inviterei tutti ad una breve riflessione. La disciplina del mercato del lavoro, se mira alla sola flessibilità, rischia di innescare effetti indesiderati, se non contrastanti, rispetto a quelli che si dichiara di voler perseguire. I vantaggi di breve periodo che si ottengono da forme d’occupazione temporanea possono tramutarsi in svantaggi nel lungo periodo, in termini di maggiori costi per il sistema pubblico, sanitario e previdenziale, e per la composizione stessa della spesa sociale. Questo perché la precarietà influenza comportamenti e stili di vita che vanno al di là di scelte strettamente economiche: quando, ad esempio, costituire un nuovo nucleo familiare, aver figli o accendere un mutuo?
Il problema è il solito: se il lavoro è flessibile gli imprenditori assumono più facilmente, ma senza le adeguate protezioni sociali, il rischio d’impresa va a ricadere sui lavoratori nel breve periodo e nella società (ovvero su tutti noi) nel lungo. Siamo disposti a condizionare così pesantemente il futuro (di tutti) a vantaggio (di pochi) di oggi?
Vediamo ora cosa hanno prodotto in Italia le riforme del mercato del lavoro. Negli ultimi 10 anni sono stati creati più di 2 milioni di posti di lavoro, soprattutto grazie al forte incremento dei contratti temporanei e dalla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Nella postazione agli “Schiavi Moderni” viene fatto rilevare come il ricorso a contratti temporanei o a impieghi part-time abbia “diluito” l’occupazione. Se è infatti aumentato il numero degli occupati, la produzione totale non ha seguito un andamento analogo: si è prodotto lo stesso livello di PIL con un uguale volume di lavoro. Il numero di occupati è aumentato solo perché due lavoratori a termine con un contratto di 6 mesi equivalgono ad un lavoratore su base annua. E siccome il costo per l’impresa di 2 lavoratori a termine è inferiore al costo di 1 a tempo indeterminato… (state tranquilli: non mancherà qualcuno che vorrà farci credere che la persona a cui viene rinnovato un contratto semestrale sarà in fondo contenta del protrarsi di questa precarietà).
Se i contratti di lavoro atipici rappresentano meno del 15% dell’occupazione totale, il 30% dei giovani hanno un contratto di lavoro dipendente in forme atipiche. Il valore è tre volte superiore rispetto alle altre classi d’età e questo ci avverte che i “nuovi” impieghi sono prevalentemente atipici mentre un’analisi del livello d’istruzione presenta risultati sorprendenti: l’incidenza dell’atipicità è superiore per i laureati.
Infine i dati sulla cosiddetta “trappola della precarietà”, cioè il passaggio mancato da lavori precari a stabili: dati ISTAT ci informano che oltre il 55% dei lavoratori atipici ha mantenuto un contratto “atipico” (lavori svolti prevalentemente da lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996).
La legge 30 ha cercato di regolamentare il lavoro atipico e, tra l’altro, di disciplinare il fenomeno dei co.co.pro. (ex co.co.co.) nell’intento di restringerne l’uso, se utilizzato come strumento per sottrarsi alla legislazione di tutela del lavoro.
Di fatto però, senza interventi pubblici a tutela del lavoratore atipico, ci si è ancora una volta ridotti ad ampliare le alternative dell’imprenditore privato nell’impiegare lavoro, che ora dispone di tipologie contrattuali, diverse dal tempo pieno e per una durata indeterminata: lavoro a tempo parziale, determinato, intermittente e ripartito. Di fatto, viene ampliata la discrezionalità dell’imprenditore nell’assumere lavoro mentre nulla si muove per tutelare i diritti dei lavoratori.
Se non interverranno cambiamenti significativi dei tassi di trasformazione verso lavori non precari, né i necessari aumenti di occupazione “reale”, il nuovo mercato del lavoro non sarà capace di mantenere il sistema nel suo complesso (risparmi, sanità, previdenza e stato sociale). E di tutto ciò faremmo volentieri a meno.
 Mauro Gallegati

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