di Fabrizio Salvatori
Le cifre che dà la Cgil sono strabilianti.
Le assemblee svolte fin qui sono
state 13mila. In programma ce ne sono
altre 32 mila. Totale, 45mila. Ben al di
là, quindi, dei numeri del 1995.
Questo vuol dire che da qui all’8 ottobre,
primo giorno della votazione, dovranno
tenersi ancora qualcosa come
settemila assemblee al giorno. Un vero
e proprio tour de force. La cifra non
convince, non tanto per il numero di
funzionari che in teoria dovrebbero essere
impiegati, circa 2.000, ma per il
numero effettivo delle assemblee. Le
segnalazioni che arrivano in redazione
dicono tutt’altro. A Firenze, per esempio,
che non è proprio un piccolissimo
comune del Sud, per tutto il pubblico
impiego si farà una sola assemblea. Le
assemblee che si stenterà a tenere nei
posti di lavoro verranno “coperte” con i
seggi volanti? E’ una delle novità della
scadenza referendaria in quanto, secondo
gli organizzatori, l’obiettivo è il
coinvolgimento dei «soggetti deboli».
La Cgil in un comunicato ufficiale parla
di «oggettiva polverizzazione», e quindi
prevede una «larghissima estensione
delle postazioni atte a raccoglierne
il voto».
Un’altra anomalia del referendum, che
comunque servirà ad approcciare milioni
di lavoratori a dodici anni dall’ultimo
“bagno di folla” che Cgil, Cisl e Uil
fecero durante il confronto sulle pensioni,
è l’apertura effettiva delle urne
per le votazioni. I tre segretari generali
di Cgil, Cisl e Uil hanno più volte dichiarato
che le votazioni sono previste
nei giorni 8, 9 e 10 ottobre. Ma in realtà
ciò non corrisponde interamente al vero,
perché ci sono tantissime segnalazioni
che parlano di votazioni già effettuate.
Il particolare non è secondario
perché la pratica dell’urna perennemente
aperta non è un limpidissimo
esempio di democrazia. Chi controlla?
O meglio, visto che lo schieramento
per il “No” è stato politicamente così
ampio, perché non ha nessuna rappresentanza
nelle varie commissioni regionali
e provinciali che dovrebbero vigilare
sulla correttezza delle operazioni?
Il fronte del “No”, insomma, contrariamente
al ’95, non sembra avere diritto
di cittadinanza. Il “Sì” controlla
tutto, dalla composizione dei seggi al
numero e alla dislocazione degli stessi;
dalla composizione delle commissioni
elettorali di seggio alle operazioni di
spoglio, alla trasmissione dei dati. Secondo
il regolamento, l’unica propaganda
ufficiale consentita ai funzionari
sindacali nel corso delle assemblee
nei luoghi di lavoro è quella a favore del
“Sì”. Certo, se qualche lavoratore interviene
a sostegno del “No” non si può
eccepire nulla. Il diritto di replica è ammesso
solo per chi sostiene il “Sì”. A
scanso di equivoci, l’Ufficio organizzazione
della Cgil nazionale ha inviato
una “interpretazione autentica” dello
Statuto per chiarire che ai dirigenti della
Cgil «a tutti i livelli» è persino inibito
il diritto a sostenere il “No”, anche fuori
dalle assemblee nella quali sono chiamati
a rappresentare l’organizzazione.
Firmato, Carla Cantone, che nel borsino
della futura segreteria generale della
Cgil occupa un posto di tutto rilievo.
Giorgio Cremaschi
Una consultazione sindacale dovrebbe permettere ai consultati di decidere sulla base dei contenuti reali dell'intesa sottoposta alla loro valutazione. Purtroppo il volantino-manifesto di Cgil, Cisl, Uil per il sì all'accordo del 23 luglio 2007, contiene incredibili e paradossali omissioni e travisamenti della realtà. Se uno legge quel testo non ha davvero ragioni per votare no. Esso descrive una clamorosa vittoria sindacale, con la sconfitta di tutti gli ultimi attacchi ai diritti. Nemmeno la piattaforma presentata era così ottimista. Con quel manifesto Cgil, Cisl, Uil ci fanno capire tutto quello che avrebbero voluto ottenere, ma che non sono riuscite a portare a casa.
Il volantino dice che è stato superato lo scalone Maroni e che l'età pensionabile delle donne resta a 60 anni. Ma quando mai. Con un micidiale meccanismo di scalini e quote, persino peggiorativo per alcune classi di età della legge Maroni, l'età pensionabile nel 2013 sale a 62 anni, un anno prima di quanto prevedeva la vecchia legge. E anche la pensione di vecchiaia viene peggiorata, perché d'ora in poi subirà le famigerate finestre. Per cui le donne non andranno più in pensione a 60 anni, ma dopo quell'età, quando si aprirà la finestra.
Si dice che è stata evitata l'applicazione automatica, da subito, dei nuovi coefficienti di trasformazione di calcolo delle pensioni. Sottile ed iniqua furberia. L'accordo infatti peggiora la stessa riforma Dini, che prevedeva la revisione decennale delle pensioni dei giovani, previa verifica sindacale. Dal 2010, ogni tre anni e proprio con meccanismi automatici, le pensioni verranno tagliate. Già oggi i giovani possono ipotizzare nel 2016 un taglio del 10%-12% della loro pensione.
Il testo esalta la conquista di una nuova disciplina per i lavori usuranti, omettendo però che essa riguarda non più di 5.000 persone all'anno per dieci anni. E dimenticando di dire che i 5.000 fortunati non andranno in pensione tre anni prima di quanto previsto dagli attuali requisiti, cioè a 54 anni. Ma tre anni prima di quanto stabilito dallo scalone Maroni rivisto da Damiano, cioè non prima dei 59 anni a partire dal 2013.
Il testo esalta poi la conquista della centralità del lavoro a tempo indeterminato. Insomma, abbiamo vinto contro la Legge 30 e contro tutta la legislazione che in questi anni ha precarizzato il lavoro. Qui siamo alle favole. Oramai molti sanno che il testo dell'accordo dice l'esatto contrario, consolidando i contratti a termine, il lavoro interinale, il lavoro a progetto, lo staff-leasing, le terziarizzazioni, gli appalti, i subappalti e quant'altro in questi anni il legislatore abbia inventato. La legge viene addirittura peggiorata, visto che dopo 36 mesi di contratto a termine basterà una firma sindacale per andare avanti all'infinito con contratti precari. Sono porcherie, come ha detto il segretario generale della Cgil. Si può evitare il giudizio, ma non omettere il fatto.
Il testo sostiene che ci sono nuove misure a sostegno della competitività, ma non chiarisce che queste sono prima di tutto la scandalosa decontribuzione dello straordinario.
Queste sono le omissioni
e le distorsioni più clamorose,
ma tutto il volantino
parla di un altro accordo,
rispetto a quello effettivamente
realizzato. Si esaltano
consistenti risorse destinate
al miglioramento della
qualità e dell’efficienza
dello stato sociale.
Ma dove,
ma quando? Si
parla di solidarietà
tra le
generazioni.
Certo, nel senso
che con
l’aumento dei
contributi dei
lavoratori dipendenti
e dei
precari a progetto,
si pagano gli altri interventi
sulle pensioni. Sì,
perché l’accordo del 23 luglio
è la prima intesa sociale
formalmente autofinanziata
dai lavoratori. Siamo noi,
con i nostri soldi, a pagarla.
Se qualcuno ci guadagna
qualcosa, qualcun altro paga
e ci perde. Non un centesimo
viene dai ricchi, dai
privilegi, dall’evasione fiscale
e contributiva.
Quest’ultima è ovviamente
una considerazione di parte.
Come lo è il giudizio negativo
sulla detassazione
del salario variabile e flessibile,
quando i lavoratori
avrebbero invece bisogno di
vedere detassato e rafforzato
il salario del contratto nazionale.
Su questo e su altri
temi ci sono opinioni diverse,
ma perché per sostenere
il sì all’accordo si deve scrivere
nei volantini l’esatto
contrario di quello che è
realmente contenuto nel-
l’accordo? E’ una scelta
miope quella di recuperare
voti facendo sperare nell’esistenza
di conquiste che in
realtà non ci sono. Ricordo
nel 1995 chi andò nelle fabbriche
a spiegare che per gli
operai non c’erano problemi
con la nuova legge Dini,
perché immediatamente
sarebbe entrato in vigore il
miglior trattamento per i lavori
usuranti. O chi teorizzava
che il sistema di calcolo
contributivo delle pensioni,
che ha distrutto per le nuove
generazioni la dignità della
pensione pubblica e che
questo accordo peggiora,
sarebbe stato più conveniente
del sistema di calcolo
retributivo. E, più indietro
ancora, ricordo chi sosteneva
che eliminando la scala
mobile la contrattazione
avrebbe dato più soldi. Facendo
lo stesso ragionamento
che tanti sindacalisti
oggi ci ripropongono sul
contratto nazionale, che, se
più leggero, lascerebbe più
spazio all’aumento del salario
azienda per azienda.
Perché, lo si sa da tempo, i
soldi che servono ai lavoratori
sono sempre da un’altra
parte.
Sarebbe ora di smetterla di
raccontare illusioni. Se Cgil,
Cisl, Uil sono convinte che
questo sia un buon accordo,
hanno il dovere politico e
morale di spiegarlo così come
esso è e non come si vorrebbe
che fosse. Se si racconta
altro si può strappare
lì per lì qualche consenso in
più, ma poi i guasti saranno
più gravi. Perché chi ha votato
sì, chiederà giustamente
conto delle promesse
mancate e lo farà magari ingrossando
le fila dei tanti
che oggi pensano di non potersi
più fidare di nessuno e
che l’unica parola da usare
in pubblico sia il “vaffa”.
No, cari segretari generali di
Cgil, Cisl, Uil, non è serio
scrivere la piattaforma al
posto dell’accordo e presentare
quella alla consultazione.
Anche perché qualcuno
potrebbe chiedere per quali
ragioni quella piattaforma
sia stata così velocemente
abbandonata.
Cgil, Cisl, Uil hanno scritto
un documento, non l’hanno
presentato alla consultazione
dei lavoratori, non l’hanno
sostenuto con la lotta, si
sono fatte in luglio travolgere
dalle pressioni e dalle
contraddizioni del governo.
Ora vorrebbero presentare
ai lavoratori quello che magari
intendevano davvero
chiedere, ma che non hanno
né sostenuto né ottenuto.
Si possono fare brutti accordi,
ma prima bisogna averci
provato e, in ogni caso, si deve
avere il coraggio di spiegare
la realtà, senza nascondere
nulla. Non c’è niente di
peggio di un sindacato che
mostra di avere vinto quando
tante lavoratrici e lavoratori
pensano di stare perdendo
tutto.
Per questo, cari segretari generali
di Cgil, Cisl, Uil vi
chiedo di fare un piccolo atto
che aiuti la correttezza e la
trasparenza del rapporto tra
sindacato e lavoratori: ritirate
quel volantino e distribuite
un’informazione precisa
e corretta su quello che
avete firmato.
Per una volta pubblichero' un post strappalacrime/populista ma riuscire a sensibilizzare l'opinione di chi legge verso uno dei tanti ignobili e criminosi disegni di questa ed altre amministrazioni u.s.a. puo' essere accettato di buon grado.
La storia di Graeme, il bambino che è stato scelto per essere il protagonista di un film che si potrebbe intitolare "Presidente, ho perso l'assicurazione" è insieme una storia vera e una sceneggiatura politica.
Questo ragazzo di seconda media, insieme con un rabbino, una suora cattolica, un infermiera e un pediatra già portati in parata, sono i volti pubblici della battaglia lanciata dai Democratici contro il Presidente Repubblicano sul terreno del problema che angoscia la vita quotidiana degli americani di ogni età e condizione: l'assicurazione sulla salute.
Graeme aveva 8 anni quando viaggiava con la sorella sull'auto del padre che scappò via sul ghiaccio di dicembre. Si ferì gravemente. In quattro anni di interventi chirurgici, assistenza, riabilitazione lenta, è tornato in piedi, un ragazzo come gli altri ora in settima classe nella Park High School di Batimore. Ma il miracolo della sua piccola resurrezione non sarebbe avvenuto se il padre avesse dovuto pagare con il suo reddito di 36 mila dollari all'anno il conto medico, fisioterapico e ospedaliero (finora) di 400 mila dollari. Fu pagato da Schip, che non è un benefattore, ma l'acronimo del programma di assicurazione pubblica statale per minorenni delle famiglie di reddito basso, che gli stati americani finanziano con i fondi ricevuti dal governo federale. Ora il caritatevole "Mister Schip" ha finito i soldi e Washington lo deve rifinanziare.
"Irresponsabile" ha risposto Bush a Graeme. Il ragazzino biondo, il rabbino, la suora, il pediatra, l'infermiera, sono pedine per il sociodramma che dal 1947, dai tempi di Harry Truman, l'America recita senza mai portarlo a termine: il dramma della nazione più ricca del mondo che può permettersi di spendere 500 miliardi l'anno per le forze armate, 620 miliardi aggiuntivi per la guerra senza fine, avere tremila miliardi di debito pubblico, ma grida allo stalinismo di fronte a 35 miliardi stanziati per assicurare almeno i figli di chi non può pagare le cifre da riscatto chieste dalle assicurazioni private. Bush non ci sente.
L'ideologia privatista, e la potenza di fuoco delle grandi compagnie di assicurazione che già polverizzarono il tentativo di Hillary e Bill Clinton di introdurre un'assicurazione nazionale, gli faranno mettere i veto all'aumento del finanziamento di questo "Schip", che costerebbe 60 miliardi per i prossimi 5 anni, l'equivalente di appena sei mesi di guerra in Iraq.
Persino il nerboruto governatore della Caiifornia, nominalmente repubblicano, lo implora di non mettere il veto e di allargare l'assicurazione sanitaria per i figli delle famiglie medio basse. Ma il principio conta semore più della realtà, in quel film in bianco e nero che è il mondo di Bush, e i candidati democratici per la Casa Bianca, che sventolano tutti le promesse di una nuova era per la sanità, sentono di averlo, questa volta, incastrato.
Il bambino smarrito e timido che chiede con la voce spezzata dai primi sintomi dell'adolescenza di non lasciarlo a casa da solo senza l'assicurazione, è un nemico politicamente più micidiale dei sinistri barboni che delirano dalle lontane caverne dell'Asia.

I RACCONTI: «Se penso al seminario o alla mia diocesi credo che gli omosessuali siano una buona parte». Le confessioni a cuore aperto: «Sono stato insieme con un ragazzo siciliano per un anno. Se due uomini si vogliono bene, non conta se porti la tonaca oppure no». Anche le avance, certo: «Portando il colletto si attira tanto. Tu faresti l'amore con me?». E le critiche alla Chiesa: «Con noi fa come l'esercito americano: io non ti chiedo niente, ma tu non devi dire niente. Copre, insabbia, ma così non cresce». Sono preti quelli che parlano. Preti gay, ripresi con una telecamera nascosta durante i loro incontri clandestini con un ragazzo conosciuto sulle chat line per omosessuali.
I FILMATI — Mezz'ora di filmati che andranno in onda lunedì prossimo durante Exit, il programma condotto da Ilaria D'Amico che riparte in prima serata su La7. Un'inchiesta su un mondo sommerso: nessun giudizio, solo la voglia di togliere il velo che copre un pezzo di realtà. Un lavoro partito con una mail arrivata in redazione. A scrivere era un ragazzo gay. Diceva di frequentare abitualmente le chat per omosessuali, di aver conosciuto così tanti preti, e poi anche di averli incontrati di persona. Quelli di Exit hanno documentato le fasi dell'aggancio sulla chat, registrato le telefonate fatte per mettersi d'accordo, e ripreso (con una telecamerina nascosta) gli appuntamenti clandestini.
IN UFFICIO — Volti non riconoscibili, voci camuffate, le immagini si fermano ad un certo punto perché l'obiettivo è raccontare non choccare. Non si nascondono i preti, anzi. Protetti dal nickname (il nome in codice che si utilizza per chattare) dicono subito di essere sacerdoti e non hanno problemi ad organizzare un appuntamento. Gli incontri filmati sono tre. Il primo prete è il più dolce: «Se ritornassi indietro, il sacerdote lo rifarei. Hai tante soddisfazioni, aiuti gli altri. (...) La prima esperienza con un uomo l'ho avuta dopo, 10 anni fa. Ma io sto bene con questa mia, tra virgolette, omosessualità». Il secondo è il più spavaldo: racconta di aver avuto un «centinaio» di incontri: «In seminario mi trattenevo per la paura di essere beccato, ma poi non mi sono più controllato». Dice anche che sui gay la «Chiesa è ipocrita perché pure in Vaticano ce ne sono tanti». Il terzo incontro è quello più duro. Appuntamento in Piazza San Pietro, si capisce che dall'altra parte non c'è un semplice parroco. Nell'aggancio sulla chat ha detto di avere tendenze sadomaso. I due si spostano in un ufficio lussuoso. Il ragazzo è un po' preoccupato e lui lo tranquillizza: «Se vuoi andare via non c'è problema». Poi il discorso finisce sull'atteggiamento della Chiesa: «Non ce l'ha con i gay ma — dice il prete — è contro il sesso prima del matrimonio. I gay non si possono sposare e quindi non devono avere rapporti». Nervosismo, nessuna traccia di quella serena voglia di intimità degli altri incontri. I due si avvicinano. «Stai per commettere un peccato davanti agli occhi di Dio», dice il ragazzo. «Io non lo sento come un peccato», risponde l'altro. E ancora. «Non ha senso che tu sia prete », «Qui finisce la nostra storia — risponde il sacerdote — hai troppe preclusioni. Ti metto sull'ascensore e se qualcuno ti ferma non dire nulla ».
LA CONFESSIONE — Dopo i tre filmati «rubati» c'è un prete gay che (anche lui volto oscurato e voce camuffata) accetta di raccontare la sua storia: il compagno trovato in seminario, un ragazzo che poi dirigerà il coro durante la sua ordinazione, «il giorno più bello della mia vita, mettevo insieme i miei due amori». Il rapporto durato tanti anni con un altro uomo «anche se poi la lontananza ci ha divisi ». Don Felice — nome di fantasia — accusa la Chiesa: «Ha paura che l'omosessuale sia anche pedofilo. Un errore. Se c'è pedofilia, che non dipende dall'omosessualità, si tratta di un reato. Ma la Chiesa, invece di dire, copre». E infine racconta le difficoltà di una vita come la sua: «Ci muoviamo come gli indiani in un mondo di cow boy, attenti a non essere impallinati. Ma io sono sereno con la mia coscienza. Dio è più grande del nostro cuore».
Che il fenomeno della prostituzione sia qualcosa che va al di là del semplice aspetto di decoro urbano, il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, lo sostiene già da parecchio tempo, sottolineando la necessità di interventi legislativi che possano quantomeno servire a porvi un argine. E quale possa essere una possibile soluzione lo ha spiegato al Senato, nel corso di un'audizione alla commissione Affari costituzionali: multe «non conciliabili» per i clienti delle ragazze, con il verbale fatto arrivare a casa.
COSA DOVREMMO COMMENTARE? FIN DOVE ARRIVERA' LA BASSEZZA RIDICOLA DI UN MINISTRO DI GOVERNO CHE RIVERSA IN TALI REATI TUTTA LA SUA PROVERBIALE ARGUZIA DI PENSIERO? COMPLIMENTONI.


Adesso sarebbe bello sapere chi sono. Solo per il gusto di vederli esposti alla pubblica gogna, condannati ad essere rincorsi dai giornalisti o anche, più semplicemente, costretti a dar spiegazione al vicino di casa o al portiere che li hanno sempre considerati persone perbene. Perbene, invece, non lo erano affatto. Perchè evadevano le tasse. Anzi, il fisco non li conosceva neppure, perchè non avevano mai pagato una lira in vita loro. Evasori totali. Davanti a un popolo sempre più vessato e che non vede luce sulla diminuzione della pressione fiscale, questi 345 pezzi grossi dell'evasione, finalmente beccati qualche giorno fa con le mani nella marmellata, non possono che destare nel cittadino alle prese con la terza settimana un pesante senso di ribrezzo. Per una volta corre l'obbligo di congratularsi con le Fiamme Gialle che hanno fatto luce su questi ricconi dal consistente pelo sullo stomaco. Pesci davvero grossi, inchiodati uno ad uno da gennaio ad agosto, società e vip tanto “solvibili” da essere stati in grado di saldare immediatamente le cartelle esattoriali strappando assegni superiori ai 500mila euro.
Niente a che vedere, insomma, con l'evasione da sopravvivenza oppure con le piccole sviste da commercialisti distratti, di qualche scontrino non emesso o qualche fattura segnata a penna su un foglietto. Stiamo parlando di ricchi che evadono milioni. Uuna dozzina in tutto quelli più pesanti, assoluti privilegiati ai quali il fisco - attraverso Equitalia che cura la riscossione dell'evasione scoperta anche per l'Inps - ha contestato cifre da capogiro. In totale hanno dovuto restituire importi superiori a 5 milioni di euro. Una montagna di soldi pagati con la facilità di chi liquida un domestico che vuole più soldi all'ora e decide di allontanarlo con una buona liquidazione per non avere grane: la classe, si sa, non è acqua.
I nomi degli evasori eccellenti, si diceva, sono top secret. Ed è un vero peccato che questa volta si debba maledire una legge sulla privacy che impedisce di conoscere questi indubbi parassiti della società, anche se in Italia, lo sappiamo, non si riesce a tener segreto nulla per troppo tempo; prima o poi, ne siamo certi, qualche giornalista curioso alzerà il velo su queste facce di bronzo. Sappiamo che alcuni di questi sono assai famosi, anche se nell'elenco non figura Valentino Rossi, che ha ricevuto la cartella ad agosto ed ha quindi ancora tempo per pagare, ma ha giurato che lo farà. Perchè c'è da dire anche questo, che il fisco fa una certa distinzione tra famoso e famoso. Ma forse sarebbe meglio dire che la vera distinzione è tra famoso e potente. E nel secondo caso la questione della privacy viene applicata in modo draconiano.
Come mai, infatti, si è saputo subito che Rossi, Fisichella o il compianto Pavarotti avevano tentato di fare i furbi e di questi 345 eccellenti non si devono conoscere le generalità? Forse perchè tra loro figura qualche nome talmente pesante la cui rivelazione potrebbe far tremare qualche potente lobby delle tante di questo Paese? Il dubbio è lecito. Ed un ulteriore indizio in questo senso è contenuto nel fatto che il corpaccione di questi “bon vivant” a spese nostre è per lo più asserragliato in Lombardia (103 supermultati). Nel Lazio, per esempio, ne sono stati beccati meno della metà (50). Le grida bossiane, evidentemente, hanno fatto più proseliti del previsto se a “Roma ladrona” di ladri ce ne stanno meno che a Milano.
La buona notizia, poi, è anche un'altra. Gli ispettori tributari hanno cambiato registro e invece di inseguire solo i pesci piccoli, attraverso i controlli automatici che i computer effettuano su tutte le dichiarazioni, ora si sono veramente dati alla caccia grossa, ovvero a tentare di snidare quelle che dell'evasione totale hanno fatto uno stile di vita. E i risultati cominciano a vedersi. Dal primo gennaio al 31 agosto sono stati incassati 479,6 milioni di Euro, anche se i pagamenti di questi 345 contribuenti ad alto reddito valgono da soli il 10% della riscossione di tutte le altre cartelle esattoriali spedite dal fisco e dall'Inps. Ad incassare di più è l'Agenzia delle Entrate (314 milioni), seguita dall'Inps (99,2 milioni), dall'Inail (5 milioni) e dalle dogane (4,2 milioni). Solo nella metà dei casi, però, la cartella esattoriale viene immediatamente estinta, cioè il contribuente paga entro i primi 60 giorni, magari dopo aver avviato un confronto con l'Agenzia che ha staccato la cartella. Ma in questo caso gli evasori beccati avevano ampia liquidità sotto il materasso e hanno preferito chiudere subito il conto con il fisco.
In questo modo sono stati incassati 241,1 milioni rispetto ai 479,6 milioni totali. Il 39,4% degli incassi (in pratica 189.2 milioni) arriverà invece solo dopo l'avvio di procedure per la riscossione coatta, quella che solitamente colpisce i pesci piccoli e che, certamente, non spaventa i pesci grossi: stiamo parlando delle ''ganasce fiscali'' (per il fermo amministrativo del veicolo) fino al pignoramento dei beni la cui consistenza, nel caso degli evasori totali, è difficile da ricostruire nel dettaglio. Ma anche qui si sta lavorando. E speriamo di salutare presto un altro blitz come questo perchè – come ha detto il Vice ministro Visco – c'è ancora molto lavoro di scavo da fare, ma l'importante è che si sia cominciato. Resta l'amarezza di non conoscere ancora l'identità di questi brillanti esempi di cittadinanza e senso civico, ma speriamo tuttavia che, prima o poi, qualche giornalista senza timor di querele abbia il coraggio di sbattere lo squalo sociale in prima pagina. Anche solo per scoprire se il ladro in copertina tira più di una velina...
Sara Nicoli-Canisciolti

Una domanda sorge spontanea di fronte alla dichiarazione del presidente del Consiglio Prodi che da New York, dopo un incontro con il senatore Lamberto Dini, annuncia che la Finanziaria non conterrà la aliquota unica del 20% come tassazione delle rendite finanziarie. La domanda è: perché no?
L'aliquota unica è prevista dal programma dell'Unione che recita testualmente "... prevedere la uniformità del sistema di tassazione delle rendite finanziarie a un livello intermedio tra l'attuale tassazione degli interessi sui depositi bancari (27%) e quella sulle altre attività finanziarie (12,5%), con l'esclusione dei redditi provenienti dai piccoli patrimoni".
La previsione non era casuale né isolata, ma si inseriva in una rivisitazione più generale del sistema di imposizione fiscale in modo da renderlo più efficace e soprattutto più equo.
Quella parte del programma è stata poi tradotta nel disegno di legge A.C. 1762 presentato alla Camera il 4 ottobre 2006. Qui, nell'articolo 1 alla lettera (a) si prevede "la revisione delle aliquote delle ritenute sui redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria..., al fine della loro unificazione con la previsione di un'unica aliquota non superiore al 20%."
L'unificazione delle aliquote così definite produrrebbe dunque un vantaggio per il rendimento dei conti correnti, strumenti di transito e deposito per le risorse della maggioranza dei cittadini senza peraltro penalizzare il piccolo risparmio in BOT per il quale si possono ipotizzare forme di salvaguardia.
Si tratterebbe di applicare peraltro ciò che le regole in vigore in Europa già realizzano, superando l'anomalia italiana che premia la speculazione italiana anche a scapito degli investimenti produttivi.
Ma esiste una quarta considerazione che porta alla formulazione della domanda iniziale.
L'introito previsto dalla relazione tecnica di accompagnamento della legge citata, nel caso di applicazione di aliquota unica, è di circa 2 miliardi di euro annui, introito utilissimo di fronte alla scarsità di risorse nota.
Per fare un esempio, restituire il drenaggio fiscale ai lavoratori dipendenti e pensionati costa un miliardo.
Alla domanda iniziale allora è probabile che si possa rispondere in diversi modi e peraltro la non attivazione del percorso parlamentare del disegno di legge citato poneva già interrogativi analoghi.
L'unica risposta che non può essere data è quella che bolla come pretestuosa o radicale la richiesta di applicazione di quanto prima convenuto nel programma dell'Unione e poi tradotto nel disegno di legge.
Forse si può sostenere che la richiesta di un neonato movimento senatoriale ostile al provvedimento è una richiesta pesante che il presidente del Consiglio non può non ascoltare; confidando al contrario, esattamente all'opposto di ciò che mediaticamente viene veicolato, sulla lealtà al governo della Sinistra. D'altra parte l'ostilità nei confronti dell' aliquota unica per le rendite finanziare è palesemente ideologica perché non solo iniqua ma anche funzionale ad una politica economica sbagliata per il paese, che ha bisogno di crescere attraverso stimoli agli investimenti produttivi e non alla rendita. Complessivamente siamo di fronte ad una pesante zeppa sulla stessa ispirazione del programma cioè sulla visione del paese che l'Unione li aveva proposto.
E questo è un problema grande.
Il vertice di maggioranza sulla Finanziaria ha il dovere di dare le risposte a noi e agli italiani che hanno votato per il governo Prodi.





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