
Proprio mentre sugli schermi cinematografici è in visione il film IN QUESTO MONDO LIBERO di Ken Loach, su EUROPEA, la newsletter della delegazione italiana nel PSE, Claudio Fava dà conto di una direttiva della Commissione libertà pubbliche riguardante gli immigrati irregolari in Europa, 5 milioni di persone di cui 1 milione in Italia.
La maggior parte di loro lavora in nero: malpagata, sottopagata o non pagata affatto. Una delle forme dello sfruttamento capitalistico del lavoro in atto in tutta Europa, il nuovo schiavismo del terzo millennio. Il film di Ken Loach mostra, oltre allo sfruttamento del lavoro vero e proprio nelle aziende, le vessazioni, le umiliazioni, gli affronti sul piano personale a cui sono sottoposte queste persone sospinte dalla miseria nelle metropoli dei paesi "avanzati". Vengono venduti sotto costo, giorno dopo giorno senza alcuna certezza del domani, esistono non come soggetti portatori di diritti, ma solamente come bruta "forza lavoro" nella piena disponibilità del capitale. Peraltro nel nostro paese proprio questa è la filosofia della legge Bossi-Fini.
Come scrive Paolo Ciofi, (Il lavoro senza rappresentanza. Manifestolibri 2004) "le migrazioni sono la manifestazione sociale più vistosa e violenta della globalizzazione, sebbene questo rapporto di causa-effetto, che produce uno sradicamento umano senza precedenti, venga perlopiù ignorato, essendo l'attenzione delle istituzioni politiche e culturali concentrata sugli effetti senza indagare sulle cause."
E proprio in quest'ottica la Commissione europea libertà pubbliche interviene con una direttiva che prevede un severo sistema sanzionatorio per i datori di lavoro che impiegano i lavoratori extracomunitari in nero: si tratta di sanzioni amministrative, multe, o nei casi più gravi di sanzioni penali, carcere. Per i lavoratori irregolari c'è l'espulsione immediata nel paese di origine. L'obiettivo principale di tale direttiva è dunque colpire i datori di lavoro in nero per arginare l'immigrazione illegale.
La proposta, su cui devono pronunciarsi Parlamento e Consiglio europeo, prevede per i lavoratori extracomunitari il rimpatrio immediato ed il pagamento di tutto il dovuto da parte dei i datori di lavoro, ma la sanzione per questi ultimi e l'obbligo di pagare per intero salario, contributi previdenziali ecc. arriverà ben dopo il rimpatrio degli immigrati. E'quindi necessario prevedere una maggior tutela per gli extracomunitari. Secondo Claudio Fava, non sarà facile trovare fra Parlamento e Consiglio un punto di equilibrio "giuridico ed etico".

Il mondo del lavoro è tornato sulle prime pagine dei giornali. E' una notizia di un certo rilievo, a beneficio - soprattutto- di coloro che avevano decretato la scomparsa degli operai e di chi aveva placidamente accettato la riduzione del lavoratore a variabile dipendente dell'impresa.
Il ritrovato protagonismo di chi ogni giorno varca la soglia di uno stabilimento o di un ufficio è anche merito di una maggioranza che, tra mille problemi e difficoltà, ha riconosciuto dignità a queste figure: se così non fosse stato, non ci troveremmo davanti ad un nuovo Testo Unico per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, non avremmo alimentato un lungo confronto - talvolta aspro- sulle degenerazioni del precariato o sulla necessità di modificare la legge 30 e non vivremmo infine l'assillo di prefigurare un trattamento dignitoso per i pensionati di domani.
In questo scenario si colloca la mobilitazione organizzata per domani dai metalmeccanici italiani. Le tute blu hanno rotto le trattative con Federmeccanica su cinque fronti: salario, mercato del lavoro, inquadramento unico, diritti, orario di lavoro. Fim, Fiom e Uil hanno posto il problema cruciale della condizione di lavoro e del suo mancato rispetto. Non è un mistero per nessuno (tranne per chi fa finta di non vedere) che i salari medi dei lavoratori dipendenti siano spesso e volentieri inadeguati a garantire una sopravvivenza dignitosa; non è un caso che il tema della "quarta settimana" sia diventato un elemento indiscutibile anche per chi manifestava plateale irritazione dinanzi alle mobilitazioni dei lavoratori.
Proprio questa mattina, L'Unità ha proposto un interessante inchiesta sulla fabbrica di Melfi, in Basilicata: ne è uscita la fotografia di uno stabilimento tenuto in piedi da lavoratori che non si possono nemmeno definire "a chiamata", perché convocati a lavoro attraverso un sms, al quale l'operaio risponderà se disponibile a recarsi in fabbrica il giorno dopo. E l'avviso per mezzo di cellulare funziona (si fa per dire) anche per ricordare al dipendente che il contratto a termine sta per scadere...
Insomma, se il dramma della precarietà mostra ogni giorno il suo lato tragico, talvolta riesce persino a tramutarsi in farsa. Perciò ai metalmeccanici che domani incroceranno le braccia occorre dare delle risposte. Ciò significa che la politica deve fare fino infondo la sua parte, ciò significa inoltre che la sinistra deve recuperare un legame anche sentimentale con la sua gente.
Sul terreno istituzionale sono fissate alcune tappe, che rappresentano altrettante occasioni da non perdere. La settimana prossima, in Commissione Lavoro alla Camera, inizierà la discussione sul disegno di legge che recepisce il Protocollo sul welfare. Non si tratta qui di voltarsi indietro e confrontarsi sugli aspetti che hanno diviso i quattro partiti che aspirano alla "cosa rossa"; al contrario abbiamo la necessità di guardare avanti e aspirare al punto di mediazione più alto che aiuti la maggioranza nel suo insieme a rispondere alle aspettative e ai bisogni dei lavoratori.
Pensiamo ai metalmeccanici e a tutti coloro che subiscono i già citati effetti del precariato: è troppo chiedere di sgombrare il campo dalle peggiori tipologie di impiego previste dalle legge 30? E' possibile immaginare finalmente una "svolta" che si concretizzi attraverso una riforma del mercato del lavoro rispettosa dei diritti e della dignità di chi lavora?
Domande non retoriche alle quali dobbiamo prontamente rispondere, nel rispetto dei lavoratori metalmeccanici, che scioperano domani, piuttosto che di quelli pubblici, che sono scesi in piazza pochi giorni fa.

Vede Scalfari che è anche possibile manifestare PER. Non lo sapeva ? Allora glielo spiego. Manifestare vuol dire rendere manifesto. Allora vi sono persone che vogliono rendere manifesto il sostegno al programma di governo. Non l'aveva capito ? Caz ... è grave! E qual è il programma ? E' quello sottoscritto da tutti, Dini, Mastella e Bonino inclusi. Tale programma prevede il riconoscimento delle coppie di fatto, l'abrogazione della legge 30, il conflitto d'interessi per chi possiede concessioni dallo Stato, ripristinare il falso in bilancio, abrogare le leggi ad personam, .... Ci dica lei cosa è stato fatto. Qui siamo ad un altro caso da codice penale che si chiama truffa. Il contrario di chi fa voto di scambio, noi abbiamo avuto tolto qualcosa per averli votati.
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di Gianni Caroli - Megachip Pochi lo sanno e nessuno lo scrive, ma c' è una grande novità in Europa: la Francia Tricolore, quella innamoratissima di Sarkozy secondo i “media”, si è totalitariamente ribellata al suo nuovo caporal-maggiore, seppure non sia còrso come il predecessore di due secoli fa. |
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Di quello, cioè Napoleone Bonaparte, ha certo vocazione alle guerre rivoluzionarie per il “regime change”, così in voga ancor oggi (e infatti si “rivaluta” perfino Gengis Khan). Come pure lo furono sette decenni fa, per opera di un altro concorrente a quell' ambito trono: imperatore del mondo. Sarkozy allora, ha subito aderito all' appello di Bush per prepararsi alla guerra contro l' Iran. Lo ha dichiarato espressamente il Ministro degli Esteri Bernard Kouchner, che fu l' uomo della guerra alla Jugoslavia nel 1999. Instancabile propagandista, durante il mandato Ue di Commissario ai “Diritti Umani”, finalmente la realizzò. Tanto più preoccupante quanto più verosimile. Anche sul piano interno, naturalmente, il bravo Nicholas, così confidenziale ai teleschermi, fa il diligente blairiano-liberista: subito la “riforma” delle pensioni speciali, quelle anticipate di tre anni (37 di contribuzioni continuate, anziché 40: non uno scherzo) che consentono una vecchiaia più dignitosa per le categorie maggiormente usurate da lavori duri: ferrovieri, eléttrici, energétici ecc. Amputarne i diritti necesse est, manco fosse Cartagine, per azzerare il deficit come dogma liberista impone. E sorvoliamo ancora che tutto ‘sto frugare nei portafogli magri, finisca ad ingrassare il deficit degli Usa, che su quello ci campa addirittura (solo i ricchi però: per gli altri il “sogno” è diventato un incubo. La casa pignorata a valore “zero”, ma il mutuo da onorare fino in fondo), e fa pure le guerre a tutto il mondo. Non bisognava ridurlo anche lì? A te sì, a me no. Lo Stato-guida funziona a liberismo alternato, come la corrente nei rasoi elettrici. A tutto questo spròlogo, la Francia ha detto: no. Uno sciopero generale delle categorie coinvolte, proclamato in coesa unità da tutti i sindacati, è riuscito totalitariamente, paralizzando i trasporti di città e regioni, da Parigi a Marsiglia, con incredibile quantità di manifestanti in piazza ed in corteo, dalle bandiere più variopinte. Centinaia di migliaia di francesi, inclusi i cittadini più disagiati dal blocco dei trasporti, hanno solidarizzato con gli scioperanti: la loro battaglia, contro la privazione dei diritti, è anche la nostra! Una bella mazzata per “N” all' Eliseo: che era certo di convincere i citoyens, con le buone o le brutte, a trangugiare questa aranciata amara, che sa proprio di fiele. Ma i francesi si sa, sono teste calde di tradizione . José Bové, l' impavido agricoltore-sovranista, e partigiano anti-ogm di Monsanto e Dupont, non è un caso isolato ma un archétipo. Al contrario degli italiani, sempre costretti a discutere di “modelli” importati: chi lo vuole tedesco, chi spagnolo, come ieri francese: ma vada come vada, oggi il modello unico è sempre “amerikano”. Se tutto questo accade, l' importante è evitare il “contagio”. Così una strettissima profilassi è stata adottata da tutti i tele&giornali, trasportatori di conoscenze ed idee. In questo grave caso inclusi i satellitari di Murdoch&companies. “Nicholas e Cecilia: divorzio !” Sparavano “à la une” solo questa notizia: Sarkozy infatti, con un comunicato dell' Eliseo reso noto il giorno dello sciopero, fa da primo violino, dando il “la” all' orchestra che esegue sempre lo stesso spartito. Con quale sintonia ! Lo sciopero è passato negli esteri (sui giornali francesi negli “interni”), boxino a pag. 37: “Sciopero in Francia contro la riforma pensionistica”, con i comunicati sindacali. Questo è quanto. Ma chi ha potuto, perché sa “navigare” con bussola e astrolabio (viceversa ti perdi), si è informato su Internet. Pochi, rispetto all' enorme massa dei lettori di carta-piombata: un diluvio mellifluo di gossip rosa (come era vestita Cecilia, chi è la nuova amante di Nicholas) che intanto, mentre tu ti commuovi, il direttore ti frega il portafogli. Dunque è inutile dire a cui davvero prodest il disegno insano prodotto dal governo (e poi ritirato), di regolarizzare in via amministrativa i siti, e i blog di rete: spesso soltanto dei “brouillons” condivisi, degli appunti esternati, dei zibaldoni un po' narcisi, ma comunque preziosi. Pensate sottoporre Leopardi, prima di scrivere, agli “obblighi di legge”, registrazioni notarili e affini. Ma a parte la poesia, in tanti casi la rete è il solo mezzo, necessario e indispensabile, per una informazione né “altra” o “alternativa”, ma solo vera e attendibile, che racconta i fatti come si sono svolti, a prescindere dagli interessi (sempre molto corposi: dal cemento in su) dell' editore. E magari le idee, oramai proibite alla Fortezza Bastiani, in questo mondo libero in guerra contro il mondo. |
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Saluto tutte le lavoratrici e i lavoratori presenti, i lavoratori a progetto, i lavoratori a chiamata, i lavoratori a collaborazione co.co.co e co.pro.co, quelli con partita Iva, i lavoratori occasionali accessori, i lavoratori intermittenti, i somministrati, i lavoratori apprendisti e i reinseriti, i flessibili, i lavoratori esternalizzati.
Una volta, da questo palco, era sufficiente urlare “saluto tutti i lavoratori”, e basta!
Sul perche’ di questa assurda e indegna moltiplicazione a ribasso delle forme di lavoro precarie e’ necessario andare dritti al sodo ed individuarne i responsabili:
la Legge 30, ipocritamente chiamata Biagi con l’evidente obiettivo di santificarla col suo ideatore e blindarla cosi’ per i prossimi decenni. Una legge che quindi noi preferiamo chiamare Legge Maroni, e scusate la parola.
Una legge brutta, che non ci piace, perche’ permette, tra i tanti suoi effetti deleteri ad una multinazionale con 4 miliardi di euro di utili all’anno di mettere alla porta, vendendoli al miglior offerente, 914 lavoratori che hanno contribuito in un decennio di fatica a farla grande e ricca. Vodafone, grazie alle maglie larghe della Legge 30, che ha provveduto a deregolamentare la precedente norma sulla cessione di ramo d’azienda, ha posto in essere una speculazione per ridurre il costo del lavoro e eliminare il fardello chiamato “lavoratore”. In pochi giorni ha creato un ramo d’azienda che non esisteva e ha messo di fatto 914 lavoratrici e lavoratori, il 10% del totale della forza lavoro Vodafone Italia, in maggioranza donne, in una condizione di precariato latente.
La storia infatti ci insegna che le cessioni di ramo d’azienda sono spessissimo l’anticamera del licenziamento, quando, a fine commessa, l’azienda acquirente potrebbe, casualmente, non avere piu’ le garanzie economiche per mantenere tutti questi lavoratori sul suo libro paga.
Il lavoro precario, fuori da ogni dubbio, e’ ormai stato legalizzato, come una forma strutturale di lavoro, sulla quale si basa la forma mentis considerata normale per la quale e’ necessario, per accompagnare la crescita e lo sviluppo del paese, partire dagli interessi d’impresa, e non da quelli del lavoratore, del cittadino, della persona. Per noi tutto cio’ non solo non puo’ e non deve essere normale, noi lo consideriamo assurdo ed immorale.
Per quanto tempo ancora nei salotti televisi, nella stampa allineata dal denaro sonante di mister Vodafone e degni compari questa mentalita’ dovra’ essere considerata la retta via?
Ma la lista dei responsabili non si esaurisce con la legge 30. Lo sono i nostri governanti passati, diretti ideatori della legge 30 e ancor prima quelli del pacchetto Treu, e soprattutto il nostro attuale governo. Presidente Prodi, lei aveva promesso, nero su bianco, in un programma condiviso con le forze politiche della sua coalizione e con l’aiuto degli elettori, il superamento della legge 30 e la sua sostituzione, da realizzare entro i primi 100 giorni di governo.
Ne sono passati piu’ di 500, e questa maledetta legge e’ ancora li’. Oltretutto è stata legittimata con il protocollo sul welfare del 23 luglio, sdoganato con 30 euro in piu’ ai pensionati, molta confusione e nessun contraddittorio degno di questo nome. Nonché con la disastrosa dichiarazione di un segretario di sindacato, lo stesso che oggi ha vietato l’uso del suo simbolo. Una scelta imbarazzante per chi come me ha la tessera con quel simbolo, e una dichiarazione volta a considerare il voto sul protocollo come un referendum sul governo, e dunque a scaricare sui lavoratori contrari la responsabilita’ dell’eventuale caduta del governo.
Dove siete adesso,Presidente Prodi e Ministri Bersani e Damiano? Ora che la mancata sostituzione di questa legge con una nuova che riporti in primo piano il rispetto per il lavoratore e la sua dignita, ha provveduto a generare altra precarietà, oltre quella gia’ introdotta e formalizzata come normale dalle precedenti cosiddette riforme, come la Treu?
Vi limitate a dire che con questa operazione Vodafone e le altre imprese purtroppo non infrangono la legge, e ci portate solidarieta’. Noi non abbiamo bisogno di solidarieta’. Non piu’.
Noi siamo in lotta e vogliamo e pretendiamo che la legge venga cambiata in modo tale da considerare questi abusi sui lavoratori, operazioni speculative fuori dalla legge, quindi illeggittime e vietate!
L’articolo 41 della costituzione afferma che “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Dove sono, questi controlli affinche’ le attivita’ economiche di Vodafone e di centinaia di altre ricche e meno ricche aziende non si svolgano in contrasto con l’utilita’ sociale? E dove siete,voi segretari dei sindacati? In passato in tante occasioni vi siete detti contrari alla Legge Maroni, ma, anche in passato, non avete fatto altro che mobilitazioni del tutto insufficienti.
La legge 30 e la sua mancata abrogazione sono un’offesa all’intelligenza e alla dignita’ del lavoratore, e noi, che resistiamo,vogliamo una legge nuova che, nel rispetto della costituzione e della nostra storia, politica e sindacale, parta dal lavoratore e dai suoi diritti conquistati con anni di lotte delle generazioni precedenti. Vogliamo una legge che parta dal cittadino, dalla persona, e la vogliamo ora, perche’ non una volta in piu’ da questa bocca e da quelle di queste centinaia di migliaia di straordinari cittadini dovra’ uscire la parola precariato!

La minaccia di intervento militare turco in Iraq deve essere presa molto sul serio, insieme alla possibilità di un attacco statunitense all’Iran. Le conseguenze per la pace mondiale e per la vita di milioni di persone in Medio Oriente potrebbero essere devastanti.
Con un voto quasi unanime, per la prima volta dopo decenni, il parlamento turco ha votato una risoluzione che autorizza il governo ad inviare soldati all’estero, nel nord dell’Iraq. Pretesto dichiarato è la volontà di contrastare le azioni militari che il Pkk farebbe da oltre confine e la mancata repressione dello stesso da parte del governo regionale kurdo.
Come sempre succede quando si preparano le guerre le motivazioni non sono mai quelle [o solo quelle] dichiarate. Il casus belli nasconde sempre altre, meno confessabili, motivazioni.
Uno scontro come quello del 7 ottobre, nel quale hanno perso la vita tredici soldati turchi, è un episodio che non si verificava da dodici anni. La coincidenza con la richiesta di Erdogan al parlamento di autorizzarlo ad impiegare soldati in Iraq è quanto meno sospetta.
Per valutare la vera entità del pericolo costituito dalla minaccia turca occorre tenere presente l’insieme del quadro regionale, senza dimenticare mai che nel nord dell’Iraq sono presenti ingenti riserve petrolifere.
Nella regione sono aperti almeno due dossier che il governo turco ha esaminato nel prendere questa decisione: la possibilità di un attacco statunitense all’Iran, il futuro istituzionale del nord Iraq.
La guerra all’Iran, sostengono i pacifisti statunitensi, è molto più probabile di quanto i nostri media danno a vedere, i nostri politici sembrano pensare ed il movimento per la pace trema. Questo per due motivi: il primo è che l’Iran è il fianco più debole della nuova alleanza strategica che si sta costituendo tra Russia, Cina e, appunto, Iran. Un’alleanza che, se consolidata, potrebbe, nei prossimi decenni, sfidare l’egemonia Usa e mettere in discussione il sistema unipolare di governo del mondo costituitosi dopo il crollo del blocco sovietico.
Il secondo motivo è che un attacco all’Iran potrebbe essere l’unica soluzione rimasta all’amministrazione Bush di evitare una sconfitta strategica in Iraq. Già da tempo è in corso un cambiamento della politica Usa di alleanze in Iraq. Da un endorsment delle elite politico-religiose sciite si sta passando ad un sempre maggiore sostegno alle componenti sunnite. Sempre più frequentemente ciò viene giustificato con la necessità di contenere l’influenza iraniana. Di fronte all’impasse in cui l’amministrazione Bush si trova la tentazione di «sparigliare le carte», allargando il conflitto, deve essere molto forte in questi mesi a Washington. Da questo punto di vista il pericolo per la pace è veramente grande: non è detto che la Russia e la Cina stiano a guardare.
Se questo avvenisse, con il quasi automatico smembramento dell’Iraq, il governo turco vuole riservarsi la possibilità di «essere della partita».
Il secondo dossier è, infatti, quello legato allo status istituzionale finale dell’Iraq, ove la possibilità di ripartizione del paese è ancora all’ordine del giorno, soprattutto dopo il voto in tal senso del 26 settembre del Congresso Usa.
Sin dal 2003, subito dopo l’invasione dell’Iraq, il governo turco ha avviato una politica tesa a rivendicare la «turchità» della zona di Kirkuk, finanziando le forze politiche turcomanni, enfatizzando la presenza storica di questa comunità nella città petrolifera del nord della Mesopotamia. Ankara, forse, non è nemmeno estranea alla campagna terroristica da mesi in corso a suon di bombe nella città. Lo status della zona di Kirkuk, che le autorità kurde rivendicano, dovrebbe essere deciso con un referendum che si doveva tenere in novembre e che è stato per ora rinviato, anche su pressione turca. L’eventualità che ai propri confini si possa costituire un’entità kurda che controlli un terzo del petrolio iracheno è vista, e non è mai stato nascosto, come fumo negli occhi ad Ankara. E’ un’eventualità che i generali turchi si riservano di impedire ad ogni costo, anche a quello di invadere il paese.
La ripresa di attività militari del Pkk, dopo anni di cessate il fuoco unilaterale a cui il governo di Ankara non ha risposto con una disponibilità ad avviare un processo negoziale, ma nemmeno riconoscendo unilateralmente un minimo di diritti nazionali alla popolazione kurda, può essere stata volutamente provocata proprio per costruire il contesto giustificativo di un coinvolgimento militare turco nel conflitto in corso in medio oriente.
Questa ripresa è stata fortemente enfatizzata: l’attività militare del Pkk è stata, in questi ultimi anni, limitatissima. Si è trattato quasi esclusivamente di risposte difensive ad attacchi che, l’esercito che fu di Ataturk, ha continuato a perpetrare, con una perseveranza che fa pensare alla volontà di impedire il passaggio definitivo delle rappresentanze politiche kurde ad una strategia esclusivamente politica. Ogni esercito per giustificare se stesso ha bisogno di un nemico e se il conflitto turco-kurdo fosse davvero risolto la più potente macchina militare del Mediterraneo, dopo Israele, perderebbe molto del suo potere. Questa politica di chiusura al negoziato e di continue provocazioni militari ha rafforzato nel Pkk la spinta ad una ripresa delle armi che oggi è presa a pretesto.
E’ di fronte a questo scenario che la Turchia dell’inedita alleanza tra religiosi e militari sembra aver deciso di giocare le sue carte. Fin dove potrà arrivare non è dato saperlo: se si limiterà ad impedire un controllo kurdo del petrolio di Kirkuk o se tenterà, nel marasma della possibile guerra all’Iran, di appropriarsene. In tutti e due i casi la minaccia dovrebbe essere presa molto sul serio.

Chi conosce le problematiche monetarie ed il signoraggio, sa benissimo che la libertà di un popolo dipende dalla sua sovranità monetaria, se per emettere moneta deve indebitarsi allora sarà legato anima e corpo al “creditore” senza possibilità di appello.
Per questo motivo noi vediamo le monete complementari un passaggio necessario, che allevia le iniquità di una moneta basata sul debito e nel contempo crea consapevolezza, che porta inevitabilmente a riconquistare la completa sovranità monetaria .
Oggi, tra l’altro, ci troviamo di fronte a delle vere e proprie emergenze:
- ricostruire le economie locali, oggi “desertificate” da anni di campagne di drenaggio di denaro da parte di grande distribuzione e banche che non reinvestono se non in minima parte nel territorio e decimate da tasse inique e importazioni da paesi che sfruttano i lavoratori pagandoli anche 10 volte meno e hanno cambi molto favorevoli.
- aumentare il potere di acquisto delle famiglie in lotta con una pesante perdita del valore della moneta a corso forzoso che spesso non gli consente di arrivare a fine mese.
Il particolare e difficile contesto italiano rende non consigliabile ripercorrere esperimenti come il Wir svizzero o come Ithaca hours e anche lo stesso Simec del prof. Auriti.
L’unica possibilità era quella di riproporre il circuito tedesco del Regio, ma la particolare struttura (tassa sull’uso o tasso negativo) e soprattutto la presenza di una riserva al 100% in euro che vanifica così l’apporto di ricchezza nel territorio, ci hanno fatto propendere per un’altra soluzione.
Osservando le grandi campagne di fidelizzazione della GdO tramite buoni sconto, fidelity card ecc. ci siamo accorti che con qualche piccola variazione avrebbero potuto assolvere al compito di rivitalizzare le economie locali e dare un maggiore potere di acquisto alle famiglie.
Così nel 2005 è nato il laboratorio di sperimentazione in un quartiere di Roma, Acilia, ad opera di due studiosi del signoraggio bancario, Sebastiano Scrofina e Gianfranco Florio che hanno dato vita ad Ecoroma.
Da questo “laboratorio sperimentale”, che ha dato notevoli spunti di riflessione teorici e pratici, a maggio 2007 è partito lo SCEC (acronimo di SConto chE Cammina) .
Il funzionamento è molto semplice. Si utilizzano dei Buoni detti Buoni Locali di Solidarietà e vengono emessi dall’associazione e consegnati gratuitamente ai consumatori e alle aziende che aderiscono al circuito in forma fissa o proporzionale al reddito e al fatturato. Questi buoni danno diritto ad uno sconto medio del 20% sui prezzi di listino, ma ogni esercente e chiunque sia in grado di offrire una prestazione o un servizio sceglie la percentuale da applicare. Invece di essere usati “una tantum”, i buoni locali continuano ad avere vita e saranno spesi nuovamente tra gli aderenti al circuito.
I buoni non sono convertibili in euro e hanno la particolarità di ancorare sul territorio anche la parte di spesa pagata in euro. In questo modo la ricchezza rimane nel territorio che l’ha prodotta, facendolo arricchire e ridando vita anche a mestieri e lavorazioni locali in via di estinzione a causa degli alti costi e delle politiche aggressive della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
La particolarità di questi buoni è che se per acquistare beni si è vincolati ad una percentuale minima, gli scambi fra privati (es. ripetizioni, cura dei bambini, piccole riparazioni occasionali e scambi di roba usata) possono avere percentuali molto maggiori e in certi casi arrivare anche al 100% (ad esempio scambi tra privati di vestiti, mobili usati ecc.).
Insieme alla circolazione di questi buoni sono state elaborate attività collaterali per favorire la piccola distribuzione e progetti per accorciare le filiere produttive in particolare quella agricola e in special modo quella del pane che fa da “spina dorsale” a tutte le altre attività http://www.centrofondi.it/articoli/sapore_cuore_progetto.htm .






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