
Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell'invito rivolto al Papa a presiedere l'apertura dell'anno accademico all'Università La Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può rifare e si rimane attoniti spettatori dell'ennesimo colpo inferto, da ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese. Le critiche all'iniziativa del rettore vengono -da destra e sinistra, da cattolici militanti e da chierichetti atei- stigmatizzate come violazione della libertà di parola. Tutti -compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi delle culture non liberali- diventano profeti di liberalismo.
Ritenere non opportuno un invito a tenere un discorso è cosa diversa dall'impedire a qualcuno di esprimere le proprie opinioni.
Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l'ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità "post-cristiana" come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all'insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista.
Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava. Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire dall'invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l'avrei invitato a presiedere l'apertura dell'anno accademico. Lo inviterei però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad un dies academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una università libera e laica e veramente plurale. Perché -sebbene gli italiani, in primis gli atei devoti, di destra come di sinistra, non lo sappiano- qualunque "capo religioso", persino il Papa, nella democrazia discorsiva è "uno dei relatori". Nulla di meno -e va detto con forza e io lo faccio con assoluta convinzione - ma neanche nulla di più.
Una volta che l'invito -inopportuno a mio avviso- era stato rivolto, il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso poneva problemi di ordine pubblico -in una università il dissenso si esprime con il dibattito delle idee e con un po' di humour- essi dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico. Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si manifesta nelle forme legittime. Tra l'altro, giova ricordare che Gesù si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con l'autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso.
Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di "comunicare" del suo predecessore, ha oggi una bella smentita. Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell'intolleranza laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui.
Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne sapevano qualcosa: quando c'è l'inquisizione non si tratta di qualche sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e persino adorante.
Per giorni non si parlerà d'altro. E anche senza questo incidente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane (l'Europa e il mondo sono un'altra cosa) parlano del Papa e dei suoi moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire "non dovete". Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per far vedere che -per quanto atei- si sa dare alla Chiesa e al Papa il dovuto riconoscimento. Per fortuna le occasioni non mancheranno: c'è una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere neppure in considerazione; la vita da tutelare. Forse si potrebbe anche porre qualche limite alla diffusione dei contraccettivi. E poi siamo italiani, la fantasia non ci manca, sapremo come farci perdonare. D'altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson non è colpa nostra.

Il grido d'allarme lanciato ieri da Bankitalia sui salari fa breccia nel cuore dell'intera classe politica e dirigente italiana. Tanto da scatenare un vero e proprio "pressing", che si consuma nella cornice -poco rassicurante- della crisi di governo.
L'ALLARME DI PALAZZO KOCH - I dati snocciolati ieri da via Nazionale davano un'idea concreta della situazione di crisi in cui vertono i redditi delle famiglie con lavoratori dipendenti. Redditi bloccati da ben sei anni: secondo gli uffici di Draghi, infatti, dal 2000 al 2006 l'incremento dei bilanci delle famiglie con capofamiglia dipendente è stato di appena lo 0,3%, considerando l'aumento del costo della vita. Salari "sostanzialmente stabili", che danno la misura della fatica di arrivare alla fine del mese. Soprattutto se confrontati con l'incremento subìto dal reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo, che nello stesso periodo di tempo è stato del 13%.
Sempre secondo Bankitalia, il reddito familiare medio annuo del 2006 al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali ed assistenziali è stato di 31.792, pari a 2.649 euro al mese, ovvero un aumento del 2,6% in termini reali rispetto alla precedente rilevazione. Per le famiglie "dipendenti" è andata meglio nel biennio 2004-2006 segnati dal lievissimo aumento rispetto ai quattro anni di inizio millennio caratterizzati dalla riduzione dei salari, ma nessuna buona notizia, anzi.
CGIL E CONFINDUSTRIA - Redditi fermi e crisi di governo scatenano, per prime, le reazioni di sindacati e Confindustria, d'accordo sulla necessità di un governo di transizione. La ricetta degli industriali è sempre quella: salari in cambio di produttività, contratti da 2 a 3 anni. Lo affermava ieri Luca Cordero di Montezemolo, che nel ciclone della crisi -in cui il patron dei patrons ha smosso parecchie acque- tornava sulla riforma della contrattazione (la crisi "non può essere un alibi per non fare nulla"). Lo ribadisce in un'intervista sul Messaggero il vice Maurizio Beretta: "il quadro che emerge conferma ciò che andiamo dicendo da tempo, vale a dire che il Paese ha due grandi questioni, quello della bassa crescita nel suo complesso e quello della bassa produttività. La prima dipende dalla seconda". La risposta dei sindacati grida la necessità di un aumento nelle buste paga del Paese, ma segue altre formule. Per Epifani, infatti, "l'obiettivo non si ottiene solo con la produttività, perché se si opera solo su quel versante i salari medi si abbassano, mentre noi li dobbiamo alzare". E sempre dalla segreteria nazionale della Cgil, Marigia Maulucci aggiunge: "la vera emergenza nazionale è quella di ridistribuire verso il lavoro dipendente una parte consistente delle entrate aggiuntive che, secondo i dati diffusi oggi dal ministero dell`Economia si cominciano a registrare da gennaio".
REDDITI, MINISTRI E LOFT - Il tema della redistribuzione degli extragettiti sui salari è diventato il leitmotiv delle richieste che la Sinistra ha portato sul Quirinale nel weekend. Sabato Mussi e lunedì Giordano hanno dichiarato a Napolitano di voler puntare su un governo a breve termine che si ponga come obiettivo la riforma elettorale -da attuarsi sulla base della bozza Bianco- e la redistribuzione dei tesoretti provenienti dall'ottimo lavoro svolto dalla GdF. Sul tema è tornato oggi il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero: "i dati di gennaio confermano la crescita delle entrate che il governo Prodi ha ottenuto in virtù della seria lotta all'evasione fiscale. Questo risultato non deve essere mangiato dal bilancio dello Stato ma deve essere restituito ai lavoratori e ai pensionati, gli unici che in tutti questi anni hanno sempre pagato le tasse fino all'ultimo centesimo". Sostanzialmente d'accordo nel merito anche il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che ha ricordato il suo commento negativo sulla crisi di governo ("è stato doppiamente sbagliato"), ed ha assicurato le sue priorità nel caso in cui fosse l'esecutivo Prodi a traghettare l'Italia alle elezioni: redditi e sicurezza sul lavoro. Ma non i tavoli di concertazione: "rientra in un campo non consentito" dallo svolgimento delle pratiche di normale amministrazione.
La questione dei redditi dipendenti diventa così uno dei temi fondamentali della precaria agenda politica, anche nel caso di elezioni anticipate. I salari salgono sul podio insieme alla riforma elettorale, tanto ha potuto l'allarme di Draghi, su cui è tornato anche il leader del Pd Veltroni: "non c'è solo l'urgenza delle riforme, ma anche quella dei salari", ha commentato l'inquilino del Campidoglio e di piazza Sant'Anastasia, per il quale "grazie al lavoro che ha svolto il governo Prodi ci sono le risorse finanziarie per poter fare una politica di sostegno ai salari e alla produttività".
Farla si, ma quando? La risposta al Colle.

Partiamo dalla cronaca. Carrefour, il colosso francese della grande distribuzione organizzata, secondo nel mondo solo all’ipertrofico Wal-Mart, ha deciso di abbandonare il Sud Italia. Motivazione ufficiale: una perdita di cinque milioni di euro registrata in un solo anno. Difficilmente verificabile, però, dal momento che la stessa Carrefour non fornisce un “consolidato-Italia”. Tradotto: non rende noto quale sia il reale risultato commerciale che realizzano i suoi negozi nel nostro Paese. Cinque milioni di euro di perdita in un anno, però, sono davvero tanti. Anche per giganti dai fatturati miliardari. A ciò, poi, va aggiunto il fatto che la stessa Carrefour ha già previsto da tempo l’introduzione di ammortizzatori sociali per limitare i danni anche al Nord, e che la probabile chiusura di 11 ipermercati nelle regioni meridionali mette a rischio centinaia di posti di lavoro. Nel frattempo, al gigante Wal-Mart viene negata l’autorizzazione ad aprire un nuovo punto vendita a New York. Mentre la stessa azienda non riesce a sfondare nel mercato della Germania, già saturo di hard discount. E allora la domanda è: la scelta di Carrefour è dettata da motivazioni interne” all’azienda, oppure a scricchiolare è la stessa Gdo e, in particolare, il formato di vendita degli ipermercati?
Fotografare la distribuzione organizzata in Italia, e soprattutto capire se e dove i colossi del settore facciano acqua non è impresa facile. A guardare i dati relativi al fatturato (forniti dall’Osservatorio GDO di Unioncamere) la situazione sembrerebbe perfino rosea. Le vendite, infatti, sono cresciute del 3,2% nel 2006 e del 2,6% nel primo semestre di quest’anno. In realtà, però, a spingere i dati verso il segno positivo è stato unicamente l’incremento della rete distributiva. Il ragionamento è semplice: più negozi significano più merce venduta al dettaglio. Detto, fatto: nell’ultimo quinquennio le superfici di vendita degli ipermercati sono cresciute del 53% (42 nuovi punti vendita solo nel 2006), raggiungendo complessivamente il 23% del totale della rete. Nonostante siano proprio gli “iper” a denunciare le maggiori contrazioni delle vendite.
Analizzando quindi la variazione in percentuale delle quantità intermediate si scopre che la “rete omogenea” (ovvero quella che non comprende i nuovi punti vendita) ha registrato un -1,5% nel 2005, -3,9% nel 2006 e – 4,3% nel primo semestre del 2007. E, appunto, solo grazie al contributo derivante dall’espansione della rete (sempre superiore ai 4 punti percentuali, quest’anno addirittura al +5,5%) il risultato complessivo è in attivo.
Ma i grandi operatori del settore non potranno costruire all’infinito. Per ragioni di spazio (soprattutto nei casi degli “iper” e dei grandi supermercati, solitamente posizionati alle periferie delle grandi città) e per motivazioni legate agli investimenti. Probabilmente parte del ragionamento dei dirigenti di Carrefour è stato proprio questo: per una multinazionale presente quasi in tutto il mondo, meglio andare via da un territorio che si “regge” solo sull’espansione della rete e investire in mercati più promettenti (ad esempio in America Latina). Senza contare che, nel Sud Italia, chi vuole aprire un supermercato deve fare anche i conti con la grande quota di mercato in mano all’economia sommersa. Non a caso, un’azienda come Esselunga non ha mai aperto un punto vendita a Sud della Toscana.
Mercati in via di saturazione
La Gdo è entrata prepotentemente nel mercato una ventina di anni fa. Con ritmi di espansione a due cifre, ha conquistato progressivamente grandi quote di mercato (soprattutto a danno della piccola vendita al dettaglio). “Oggi questo processo si va esaurendo – spiega Albino Russo, responsabile dell’ufficio studi di Ancc-Coop -, non solo perché in alcune aree del Paese ha raggiunto i suoi livelli massimi, ma anche perché se le superfici di vendita aumentano e la torta rimane la stessa, le fette da dividersi diventano sempre più piccole”. E la torta, in effetti, non accenna ad ingrandirsi: negli ultimi 10 anni il tasso di crescita del settore alimentare è pressoché nullo. E le vendite della grande distribuzione aumentavano proprio grazie all’erosione degli spazi di mercato del piccolo dettaglio. I consumi delle famiglie, inoltre, nel corso del biennio 2005-2006 si sono rivelati tra i più contenuti dell’intera area-Euro, con un tasso di crescita inferiore al 2%. I guadagni marginali per ogni metro quadro di superficie di vendita, perciò, non possono che diminuire.

L'Italia? È il paese delle disuguaglianze e delle divisioni: quelle tra generazioni, per via della situazione difficile vissuta da tutti coloro che hanno meno di 40 anni e che sopravvivono a fatica tra lavori più o meno precari. Quelle tra Nord e Sud, tra gruppi sociali, tra chi si trincera nelle case bunker perché sente il proprio benessere minacciato dalla mancanza di sicurezza e da una sempre più evanescente legalità e tra chi considera il benessere un miraggio. Aumentano i "working poors", le famiglie che pur lavorando non riescono a garantirsi un reddito sufficiente. Aumenta il sommerso, generato dall'illegalità ma anche dal bisogno, vale a dire dalla necessità di troppi di garantirsi un reddito supplementare. Complessivamente, gli italiani hanno troppi problemi per preoccuparsi di quelli del resto del mondo: da un sondaggio sull'ambiente emerge che la questione più urgente da affrontare nel nostro Paese è quella dei rifiuti, il riscaldamento del pianeta viene dopo.
È questo il tragico ritratto del nostro paese così come emerge dal Rapporto Eurispes 2008.
La politica ostaggio dei poteri forti
Tutte situazioni che tendono a peggiorare, dalle quali non si esce, perché, osserva l'Eurispes, "l'Italia è un Paese in ostaggio". "Un Paese - dichiara Gian Maria Fara - ormai prigioniero della propria classe politica che ha steso sulla società una rete a trame sempre più fitte impedendone ogni movimento, ogni possibilità di azione, ogni desiderio di cambiamento e di modernità, riducendo progressivamente gli spazi di democrazia e mortificando le vocazioni, i talenti, i meriti, le attese, le aspirazioni di milioni di cittadini". Ma la politica per l'Eurispes è a propria volta ostaggio "dei poteri forti, della finanza, delle banche, delle assicurazioni, delle grandi agenzie di rating, del sistema della comunicazione e dell'informazione, delle mille corporazioni che caratterizzano la storia ed i percorsi del nostro Paese". "La politica di oggi - conclude l'Eurispes - sta ai poteri forti e alla finanza come i bravi a Don Rodrigo e i campieri ai baroni siciliani".
Italiani e istituzioni sempre più distanti
In un quadro così desolante non stupisce che la fiducia degli italiani verso le istituzioni sia in forte calo. E tra le istituzioni si annoverano la Chiesa, la scuola, la pubblica amministrazione e anche i sindacati - ma sono i partiti ad essere percepiti come "extraterrestri", lontani anni luce dal rappresentare gli interessi e i bisogni dei cittadini e, dunque, assolutamente inaffidabili per oltre la metà degli italiani. Il Rapporto segnala come nell'ultimo anno ben la metà degli italiani - soprattutto di centrodestra - sia diventato meno fiducioso nei confronti delle istituzioni. Il capo dello Stato è l'unico soggetto istituzionale che nel 2008 ottiene i consensi della maggioranza dei cittadini (58,5 per cento), sebbene in calo rispetto all'anno precedente di quasi cinque punti. Al secondo posto c'è la magistratura (42,5 per cento), in lieve ripresa rispetto allo scorso anno. Neanche a dirlo, "decisamente negativi i risultati relativi al Governo: solo un cittadino su quattro vi ripone fiducia". Si tratta perlopiù di giovani (18-24 anni), abitanti del Sud (85,6 per cento) e delle isole (84,5 per cento). Di pari passo, in netto calo anche la fiducia per il Parlamento: poca per il 75,3 per cento degli italiani, nessuna per il 28,7 per cento. partiti, che riscuotono il consenso solo del 14,1 per cento degli italiani. Insomma, "la quota più alta di cittadini dichiara di non fidarsi di nessuno (41,4 per cento): né dei politici né dei personaggi esterni alla politica". E la fiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni si traduce in un allontanamento dalle urne: il 77,1 per cento dichiara di andare sempre a votare alle elezioni a fronte di un 81,5 per cento del 2006. I più assidui frequentatori delle urne sono soprattutto al Nord-Ovest (84 per cento) e fra gli elettori di sinistra e centrosinistra (84,5 per cento e 86 per cento).
L'economia: mai così tanti pessimisti
La perdita del potere d'acquisto, i salari tra i più bassi d'Europa, l'aumento vertiginoso dei prezzi dei beni, anche quelli di prima necessità, il ricorso al credito al consumo come forma di integrazione al reddito, non possono che portare gli italiani a considerazioni sempre più fosche sulla nostra economia, e infatti aumentano di 15 punti i pessimisti (erano il 51,9 per cento nel 2007, adesso sono il 69,5 per cento). Inoltre il 78,5 per cento degli italiani "nutre pessimismo e sfiducia nella situazione economica che si prospetta nei prossimi 12 mesi". Per il 47,7 per cento il quadro economico è destinato a peggiorare: si tratta del sentimento di pessimismo più alto mai registrato dai sondaggi dell'Eurispes negli ultimi 6 anni.
Solo poco più di un terzo arriva alla fine del mese
Il 32,1 per cento degli italiani, secondo un sondaggio pubblicato nel Rapporto, registra lievi segnali di peggioramento economico per il proprio nucleo familiare, mentre il 13,7 per cento ritiene che si tratti di peggioramenti di più marcata entità. Solo poco più di un terzo delle famiglie italiane (38,2 per cento) riesce ad arrivare tranquillamente alla fine del mese. Nel 2006 tale percentuale era pari al 56,4 per cento, nel 2007 al 51,6 per cento. Solo il 13,6 per cento riesce a risparmiare, contro il 25,8 per cento del 2007 e il 27,9 del 2005. "Il totale delle persone a rischio di povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante - si legge nel Rapporto - si possono stimare circa 5.100.000 nuclei familiari, all'incirca il 23 per cento delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui". Di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni.
Cresce il sommerso
Ma per tante famiglie tirare la cinghia non basta, e allora scatta il secondo lavoro, rigorosamente in nero. Gli italiani, scrive l'Eurispes, sono "stakanovisti per sopravvivere: il sommerso nel nostro Paese va ad integrare i redditi nelle famiglie". Come? Secondo le stime dell'Istituto l'economia sommersa ha generato nel 2007 almeno 549 miliardi di euro, una cifra equivalente alla somma del Pil di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria. L'Eurispes stima 6 milioni di doppiolavoristi tra i dipendenti che producono annualmente circa 91 miliardi di euro di sommerso. Mentre è altra cosa l'economia criminale (anch'essa sommersa...) che secondo l'Eurispes produrrebbe annualmente circa 175 miliardi. Raddoppiano dal 5 al 10% le famiglie che ricorrono a prestiti personali e solo il 13,6% alla fine del mese riesce a risparmiare qualcosa. In un anno la situazione economica delle famiglie "é decisamente peggiorata". Quasi la metà degli italiani registra un peggioramento del proprio budget (per il 32,1% lievi segnali e per il 13,7% calo più marcato).
E si paga tutto a rate, dal frigorifero al dentista
E' boom per il credito al consumo. "Nessun dinamismo economico, solo necessità", commenta l'Eurispes. E infatti si comprano così non solo elettrodomestici o mobili ma anche viaggi e libri scolastici. Accettano pagamenti a rate ormai anche i medici.
Il credito al consumo pro capite in Italia è pari a 1.495 euro, mentre il rapporto tra consistenza del credito e Pil è pari al 5,8 per cento (ancora inferiore a quello di altri Paesi occidentali). L'ammontare del credito al consumo nel primo semestre 2007 è aumentato del 17,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Gli italiani si indebitano soprattutto per acquistare elettrodomestici (22,2 per cento) e automobili (19,6 per cento) ma anche per cure mediche (5,1 per cento), vestiario e calzature (4,1 per cento), viaggi e vacanze (2,3 per cento) e materiali o libri per la scuola (0,9 per cento).
Lavoro, quattro morti bianche al giorno
Sono circa quattro al giorno le vittime bianche in Italia. Lo rileva l'Eurispes nel Rapporto Italia 2008 mettendo in evidenza che "il fenomeno interessa tutti i comparti economici". L'età media degli infortuni mortali si aggira sui 37 anni. Per quanto riguarda invece gli infortuni dal 2003 al 2006 il numero totale è passato da 997.194 a 927.998 con un'incidenza maggiore nel comparto dell'industria e dei servizi.
20 mln i sottopagati, 6 i doppiolavoristi.
"I salari italiani sono tra i più bassi d'Europa", rileva l'istituto spiegando che guadagnano il 10% in meno dei tedeschi, il 20% in meno degli inglesi e il 25% in meno dei francesi. "Diminuire la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e agire sulla struttura temporale della contrattazione": queste le indicazioni che arrivano dall'istituto.
Prendendo in considerazione il periodo 2000-2005, "mentre si è registrata una crescita media del salario a livello europeo del 18 per cento, nel nostro Paese i lavoratori dell'industria e dei servizi (con esclusione della Pubblica Amministrazione) hanno visto la propria busta paga crescere solo del 13,7 per cento". Nel 2004 e nel 2005 le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono state superiori solo a quelle greche ed appena inferiori a quelle dei colleghi spagnoli, mentre dal 2006 l'Italia è superiore solo al Portogallo. E' nata così da tempo una nuova categoria, quella dei "working poors", lavoratori poveri, "persone che pur avendo una occupazione professionale - spiega l'Eurispes - hanno un tenore di vita molto vicino a quello di un disoccupato".
Un milione e mezzo di lavoratori "flessibili"
I lavoratori parasubordinati attivi, cioè con almeno un contratto l'anno, sono in Italia un milione e mezzo. Di questi, oltre il 70 per cento collabora esclusivamente con un'impresa. I collaboratori e assimilati, che sono circa un milione, hanno un reddito medio imponibile di 8.334 euro l'anno, e la loro età non supera i 37 anni. Per i collaboratori a progetto il reddito scende nella maggior parte dei casi sotto i 5.000 euro annui.
Crescono gli "usuranti": 1,5mln meriterebbe tutela
Cresce la lista dei lavori usuranti che interessava, in base al decreto Salvi del '99, sette tipologie di lavoratori. Con il Ddl sul welfare, per il 2008 la lista si arricchisce di nuove categorie, come gli operai addetti alla catena di montaggio o i turnisti a ciclo continuo con mansioni notturne.
Per quanto riguarda i turnisti, una stima che include quelli occupati nell'industria, nei servizi e nel commercio, ma non quanti lavorano nei trasporti, parla di 700mila lavoratori. Di questi, tuttavia, solo una parte lavora a ciclo continuo con turni notturni: il 14,2% degli uomini ed il 7,2% delle donne. Nel complesso, si legge nel rapporto Eurispes, "si stima che i lavoratori meritevoli di tutela potrebbero essere 1-1,5 milioni di persone, considerando, oltre alle categorie incluse nel decreto Salvi, i turnisti e i lavoratori impegnati nel ciclo continuo (anche di notte) o alla catena di montaggio.
I "bamboccioni" sono sette milioni
A questa categoria, coniata da Padoa Schioppa, appartengono circa 7 milioni di italiani, soprattutto maschi. Secondo il rapporto Eurispes, i giovani tra i 18 e i 34 anni che nel 2006 vivevano ancora insieme ad un genitore raggiungevano i 7 milioni e 368 mila. Questo è vero soprattutto per i 25-29enni: il 59,1 per cento dei giovani inclusi in questa fascia d'età vive ancora in famiglia e sono, soprattutto, uomini. I dati sull'occupazione spiegano il presunto "mammismo" dei ragazzi italiani: solo il 40 per cento dei 20-25enni ha un lavoro, contro il 60 per cento del resto d'Europa.
Le carceri, sempre più "discarica sociale"
Le carceri? Una discarica sociale. Gli istituti di pena, rileva il Rapporto, sono "sempre più piene" e snocciola le cifre: "al 31 dicembre 1990 i detenuti, nel nostro Paese, erano 25.000 circa, al 31 luglio 2006 (prima dell'indulto) avevano raggiunto il numero di 63.000", e "in poco più di 15 anni, si è avuto un balzo da 25 a 63mila presenze".
Secondo le rilevazioni del ministero dell'Interno, c'è stato un calo dei reati commessi pari a 145.043. Il numero dei delitti rimane, tuttavia, molto elevato (2.791.279), ma sono in calo i reati cosiddetti "predatori" (scippi e furti), le rapine, le violenze sessuali, gli incendi, le estorsioni, i reati legati agli stupefacenti e gli omicidi. Sul totale delle persone detenute, si legge poi nel Rapporto Eurispes, "circa il 33% sono straniere e circa il 27% sono tossicodipendenti". Quanto ai reati commessi, i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti sono intorno al 15%, quelli per reati contro il patrimonio il 31%, quelli per delitti contro la persona il 15%.
Marginali sono le cifre riguardanti l'associazione di stampo mafioso (3% circa), addirittura infinitesimali quelle per i reati dei cosiddetti "colletti bianchi".
L'Italia armata
Ma, il senso d'insicurezza è alto, tant'è che nelle case circola un vero e proprio arsenale bellico "parallelo". Sono circa 10 milioni le armi legali presenti in Italia, con almeno quattro milioni di famiglie in possesso di almeno una pistola. Nel nostro Paese nel 2007 4,8 milioni di persone, pari all'8,4% della popolazione totale, detengono un'arma da fuoco corta o lunga, da caccia o da tiro a segno o ancora da difesa.
Sono 34mila i privati che posseggono un porto d'armi, ai quali si sommano le oltre 50mila guardie giurate, i circa 800mila cacciatori con licenza per abilitazione all'esercizio venatorio e i 178mila permessi per uso sportivo (tiro a volo o tiro a segno). Altri 3 milioni di italiani hanno denunciato, invece, la presenza di armi in casa, ereditate o inservibili.
Si stima che ogni anno in Italia si producano 629.152 armi, con una proporzione di detenzione di un'arma ogni dieci persone. Un giro d'affari con cifre che sfiorano i 2 miliardi di euro tra produzione e indotto (abbigliamento, oggettistica, accessori). Una fabbricazione che raggiunge percentuali significative: le armi lunghe prodotte coprono il 70% dell'offerta europea, per le armi corte la percentuale scende al 20%; un business, dunque, quello italiano tra tradizione e tecnologia, con un considerevole epicentro a Brescia, dove l'incidenza percentuale di produzione nazionale in quest'area - che raccoglie 143 imprese del settore armieristico - sfiora addirittura il 90%.
Si collocano in cima alla lista delle città più armate nel 2007, Torino e Milano, seguite da Roma e provincia, con circa 2 milioni di armi regolarmente detenute su un totale di 10 milioni di "pezzi" presenti sul territorio nazionale.
Il Bel paese fa acqua
Siamo il primo paese consumatore di acqua nell'Unione europea e tra i primi al mondo (dopo Giappone, Canada, Usa e Australia). Si consuma quasi 8 volte l'acqua usata in Gran Bretagna, 10 volte quella usata dai danesi e 3 volte quella consumata in Irlanda o in Svezia. La disponibilità pro capite ammonta attualmente a 928 metri cubi annui: in media, ogni abitante consuma il doppio delle quantità di acqua rispetto all'inizio del 1900, mentre globalmente il consumo mondiale di acqua è circa decuplicato nell'arco di un secolo.
Questo accade mentre il 65% della popolazione mondiale si trova sotto il livello minimo indispensabile di acqua potabile, e in particolare il 30% circa della popolazione mondiale (almeno 1,4 miliardi di persone) si trova in condizioni di grave insufficienza o di livelli minimi di sussistenza.
Si pone, secondo l'Eurispes, una grande questione che riguarda l'uso e il consumo di acqua nel nostro Paese. Secondo i dati dell'Irsa-Cnr, in Italia, come negli altri Paesi mediterranei dell'Europa, l'uso non civile dell'acqua impiega il 49% di questo bene per il settore agricolo, seguono il settore industriale con il 21% e quello energetico con l'11%. L'uso civile giustifica il prelievo del restante 19% della disponibilità totale.
Ma l'alto consumo è correlato allo spreco: infatti il 42 per cento in media del volume d'acqua erogato in Italia viene disperso. Secondo i calcoli dell'istituto di ricerca, il volume di acqua perso corrisponde a 10.550 metri cubi al chilometro, cioè circa un terzo di litro al secondo per chilometro. I valori rilevati spaziano tra un valore minimo del 22 per cento in Piemonte a un massimo del 73 per cento nell'area abruzzese-marsicana.
La voglia atomica? Meglio nel giardino del vicino
Sostanzialmente divisi su sue fronti, da una parte, il 30,3% degli italiani si dichiarano favorevoli al nucleare come soluzione per risolvere la crisi energetica, dall'altra una percentuale quasi paritaria, il 26,8%, afferma di essere contrario per i rischi che questa scelta comporterebbe. Allo stesso modo, se c'è un 12,5% di intervistati che si dichiara favorevole, a patto che le centrali vengano installate lontano dalla zona in cui vivono. C'è anche una percentuale identica di contrari, che credono che non sia una soluzione rapida per risolvere i problemi (12,4%).

Nel 1975, un appartamento in semiperiferia a Roma costava intorno ai 36 milioni di lire, l'equivalente di 145 stipendi di un operaio. Oggi, per lo stesso tipo di abitazione servono tra i 280 e i 600 mila euro, cioè tra i 250 e i 535 salari di un metalmeccanico. Sempre nel 1975, la spesa mensile media di una famiglia per la pasta era di 2.421 lire: quasi l'1 per cento della paga di un operaio. Oggi, è 2,70 euro, ossia lo 0,24 per cento dello stipendio, sempre di un operaio.
La domanda è dunque: eravamo, o ci sentivamo, più ricchi quando eravamo poveri e il bilancio familiare si basava sulle semplici coordinate pochi bisogni e ancor meno desideri? Sappiamo che da cinquant'anni a oggi il benessere degli italiani è cresciuto, perché abbiamo gli strumenti per misurarlo: l'aumento dell'aspettativa di vita e l'abbassamento della mortalità infantile, i due indicatori più efficaci per tastare il polso di una società. Ma in termini statistici è impossibile stabilire se siamo e ci sentiamo più ricchi o più poveri di allora: mancano i termini di paragone. La ricchezza (o la povertà) è infatti una questione relativa, dipendente dall'ambiente e dall'epoca.
Linda Laura Sabbadini, direttore centrale per le indagini su condizioni e qualità della vita dell'Istat, ci spiega che, fino agli anni Ottanta, le ricerche sulla condizione di vita delle famiglie avevano un taglio prevalentemente economico e non affrontavano altre dimensioni. "Se misuri il disagio economico non bastano i dati della spesa per i consumi e del reddito in senso lato, servono altri indicatori di deprivazione, la difficoltà ad acquistare alcuni beni, di stare al passo con i consumi della comunità di riferimento, ma gli strumenti per rilevare queste dimensioni sono più recenti".
Qualche pietra di paragone c'è: per esempio l'Inchiesta sulla miseria, quella che s'informava sulle scarpe, richiesta con urgenza all'istituto da una commissione parlamentare ad hoc nel 1951. "Oltre ai dati, colpiscono proprio i parametri di riferimento per definire la miseria" ricorda Sabbadini. "Allora era un deficit calorico del 19 per cento rispetto al fabbisogno della sussistenza, oggi il riferimento non può che essere una sana ed equilibrata alimentazione. L'eccesso calorico è semmai un valore negativo".
Dice Sabbadini che nei bilanci famigliari si sono ribaltate molte percentuali: nei primi anni Cinquanta 4 milioni di famiglie non mangiavano mai carne e 3,2 solo una volta a settimana. E se nel 1963 la spesa alimentare rappresentava il 43 per cento della spesa totale, oggi si ferma al 19, con punte più alte nelle famiglie più disagiate. "Prima bisognava far fronte ai bisogni fondamentali del vivere, per cui la domanda e l'offerta di beni e servizi non strettamente necessari era ridotta. E in una società ancora al 42 per cento agricola, come quella dei primi anni Cinquanta, c'era una diffusa autosufficienza alimentare. Le grandi tappe dell'esplosione dei consumi sono la ricostruzione, il boom economico e gli anni Ottanta"...

Il lavoro salariato torna alla ribalta della cronaca nazionale, sull'onda del caro-euro, del protocollo sul welfare, della trattativa per il contratto collettivo dei metalmeccanici, dei morti sul lavoro quotidiani, grazie (si fa per dire) alle sette torce umane della Thyssen-Krupp. Segno dei tempi, l'impoverimento progressivo dei lavoratori subordinati viene imputato a cause monetarie (euro) o fiscali (troppe tasse) o internazionali (crisi dei mutui, aumento del petrolio). Non sfiora i più, sembra, il fatto che il salario venga determinato dai rapporti di forza tra prestatori di lavoro e detentori dei mezzi di produzione; né come la fiscalità sia l'altra faccia del welfare: meno tasse, meno servizi pubblici. La politica di questi ultimi anni dei governi di destra e di sinistra è andata nel senso di finanziare guerra (le tante "missioni di pace"), apparati repressivi (aumento degli organici e degli stipendi delle tante "polizie" italiane), grandi opere (appalti dai costi incalcolabili che rendono anche se non portati a termine, già solo a livello progettuale e che se cantierati determineranno flussi di denaro senza precedenti). Il ceto politico-sindacale che governa si alimenta con il controllo della spesa pubblica e si autoperpetua attraverso le alchimie istituzionali, in primo luogo la legge elettorale, altro tema caldo. Pare evidente che la fatica a tirare avanti e l'esasperazione che di giorno in giorno aumenta deve trovare uno sfogo e la diminuzione della pressione fiscale appare come l'operazione più semplice: una quota di salario viene liberata per i consumi, il costo del lavoro per l'azienda resta invariato (basso, tra i più bassi d'Europa), la quota parte di tasse non introitate viene coperto dalle maggiori entrate (tesoretto), dalle tasse sui consumi (IVA), da tagli alle spese sociali. L'altra soluzione prospettata è "lavorare di più per guadagnare di più": quindi aumentare la produttività con miglioramenti del ciclo, del "processo", ma con un aumento dell'intensità dell'uso dei macchinari, con aumenti quantitativi e non qualitativi. Per mantenere inalterato il tenore di vita, in caso di aumento dei prezzi, per comprare la stessa cosa si deve lavorare di più. Anche qui, i prezzi, il costo della vita, paiono dati di fatto indiscutibili, "naturali", intorno ai quali non si possono porre domande. Il conflitto tra capitale e lavoro è obliato, vero capolavoro della democrazia ai tempi del Pd, partito che nasce, per sua definizione, equidistante tra capitale e lavoro: ma chi si dice equidistante da chi sta sopra e da chi sta sotto, sta sempre dalla parte di chi sta sopra, la neutralità tra due soggetti in rapporto squilibrato non esiste. Ancora una volta ci troviamo a ripetere che solo articolando un punto di vista autonomo, cioè parziale, di parte, il lavoro salariato potrà iniziare, lentamente, a riacquistare peso specifico nel conflitto tra le componenti della società. In questo senso appaiono vuoti i discorsi sulla "rappresentanza" del mondo del lavoro, stante l'autonomia (quella sì) del politico rispetto alla questione e al conflitto sociale: sull'altare del "governo" dell'intera società (cioè della continuità del ceto politico-sindacale dominante) in questi mesi (l'esempio è eclatante e se ne farebbe volentieri a meno) sono stati ancora una volta sacrificati gli interessi materiali di coloro che lavorano e vivono del loro salario. Ora, con le manovre di inizio anno ed il protagonismo mediatico della questione salariale, si mistifica la realtà di sfruttamento che resta intatta, puntando sul bisogno di maggior reddito delle famiglie, promovendo piuttosto maggior sfruttamento (più straordinari) a fronte di nominali aumenti retributivi (il risparmio fiscale sarà "pagato" con meno servizi). Rifiutare questo approccio significa rifiutare di restare ingabbiati nelle maglie di chi cerca di occultare ancora una volta il radicale conflitto tra capitale e lavoro. La battaglia inizia dall'articolare una progettualità diversa, dal lottare per essa quotidianamente, dal rifiuto di snervare il lavoro salariato nella finta prospettiva della "democrazia reale" in cui siamo immersi.
W.B.Umanita' Nova

Il mondo gira al contrario e non ci sarebbe neanche bisogno di essere svegli per accorgersene. Occorre quindi recuperare il buon senso e tirare il freno, guardarsi negli occhi e riprendere fiato. Le emergenze ci sono, ma non sono quelle che vorrebbero imporci i potenti che predicano male e razzolano peggio. È di vitale importanza tornare a prenderci cura di noi stessi e delle nostre vite, uniti e in piedi, senza paura. Gli stati, i governi, le classi dirigenti, i poteri economici hanno demolito a poco a poco le esistenze di tutti, violentando l'ambiente e facendo della vita di ciascuno un calvario di privazioni e rinunce, una giungla in cui scannarci gli uni con gli altri, una pattumiera sociale in cui nessuno parla più con nessuno e la mercificazione è quotidiana palestra di gerarchia e oppressione. Anche se siamo convinti che sara' sempre piu' difficile salvarci da questi tempi terribili, ci basta che - nel frattempo - le donne e gli uomini comincino almeno a rimboccarsi le maniche per tornare a riprendersi il mondo, insieme e contro ogni potere e ogni ingiustizia. La strada è in salita ma è senz'altro migliore della ripida discesa in cui ci stanno spingendo.





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