
La Nokia ha recentemente deciso di spostare la sua produzione tedesca di cellulari in Romania, sebbene la produttività tedesca sia quasi cinque volte quella romena, quasi 50 dollari all'ora contro circa 12. E' evidente la contraddizione tra questi fatti e la richiesta che Ichino, con un ampio fronte confindustriale, porta avanti, dalle pagine dei maggiori quotidiani, di legare la retribuzione alla produttività, allo scopo di risolvere i problemi dell'economia e dei lavoratori italiani. Infatti, alla luce delle sue argomentazioni, la decisione della Nokia risulterebbe irrazionale. Ma così non è e, invece, il caso della Nokia dice molto sui meccanismi reali di funzionamento delle imprese.
Ma andiamo per ordine. Innanzi tutto, l'obiettivo del capitale non è la produttività in sé, ma l'aumento dei profitti. Infatti, la produttività non è altro che il valore monetario prodotto in un'ora dal singolo lavoratore. Il profitto, invece, essendo la differenza tra tutti i costi di produzione - compreso il salario dei lavoratori - ed il prezzo di vendita del prodotto, è quello che veramente importa ai fini del bilancio aziendale. Se la Nokia, quindi, sposta la produzione in Romania è perché lì i profitti risultano più alti, dal momento che i salari orari sono più bassi, per l'esattezza 4 euro contro i 28 della Germania, compensando così ampiamente la minore produttività oraria. Ciò che interessa veramente alle aziende non è la produttività oraria del lavoratore, bensì il rapporto tra salario e valore del lavoro complessivo erogato. Inoltre, esiste una produttività oraria ed una produttività assoluta, che deriva dalla lunghezza della giornata lavorativa, che, per l'appunto, è in Italia, anche per il ricorso massiccio agli straordinari, più lunga che nel Nord Europa: 225 ore l'anno più dei tedeschi. Invece, la produttività oraria dipende da due fattori: l'intensità (i ritmi) e la forza produttiva del lavoro. L'aumento della prima è più facile da ottenere, in tempi di facile ricattabilità dei lavoratori. La seconda richiede elevati investimenti in ricerca e sviluppo, che si traducono in processi lavorativi più efficienti, ma anche in prodotti migliori o innovativi. Cose che costano, e per questo in Italia si è preferito fare maggiore affidamento su salari bassi, straordinari e aumento dei ritmi di lavoro. In questo modo, le quote di mercato delle imprese italiane sui mercati internazionali si sono ridotte, ma, in compenso, i profitti sono cresciuti, visto che i salari relativi si sono ridotti, ampliandosi il divario relativo tra i salari ed i profitti.
La reintroduzione, propugnata da Ichino, del salario a "cottimo", proporzionale alla quantità di beni prodotti si inserisce in questa radicata tendenza. Il cottimo, infatti, non è altro che la forma di salario più adeguata agli interessi dell'impresa, adeguata cioè ad aumentare l'intensità del lavoro ed il suo sfruttamento, rendendo, in sovrappiù, superfluo il controllo sul lavoro operaio da parte dell'impresa. Sarebbe il lavoratore a stesso a controllarsi da solo, nel tentativo di raggiungere un livello adeguato di salario, che comunque tenderebbe a crollare, perché la moltiplicazione della tensione lavorativa applicata alla produzione renderebbe superfluo l'ingresso di nuovi lavoratori e, quindi, aumenterebbe i disoccupati ed i sottoccupati, con il conseguente aumento della pressione sul mercato del lavoro e sui livelli salariali. Legare il salario alla produzione vuol dire aumentare la produttività diminuendo i salari, anziché innovando prodotti e metodi di produzione. Inoltre, per molte mansioni, non manifatturiere e legate ai servizi, specie quelli alla persona, non è possibile definire "quantitativamente" la produttività. Il "merito" risulta così definibile solo "soggettivamente", cioè secondo il punto di vista dell'azienda.
La polemica di Ichino (che non dimentichiamolo ha appena sicolto positivamente il nodo della sua candidatura nelle liste del partito democratico), negando che il rapporto tra salario e profitto deriva da rapporti di forza tra classi sociali, si inserisce nell'attacco alla contrattazione collettiva nazionale. Non a caso, il presidente di Federmeccanica, Calearo, ha rivendicato, insieme all'aumento della produttività, il fatto che "Il contratto nazionale deve essere solo una salvaguardia minima". Una risposta adeguata ai tempi sarebbe l'estensione della contrattazione salariale all'ambito europeo, che potrebbe essere favorita anche dalla recente tendenza all'aumento dei salari nominali e reali nell'Europa dell'est.
*questo articolo è stato pubblicato dal settimanale la Rinascita della Sinistra

La mattinata di sabato ha offerto la notizia di uno scandalo di quelli con la "s" maiuscola, ma per una volta non su territorio italiano, bensì nella (non tanto) irreprensibile Germania. Ci possiamo allora distrarre per un attimo dalle tormentate vicende di casa nostra, non con lo spirito illusorio del ‘mal comune mezzo gaudio', quanto per cercare di capire qualcosa di più su di noi e sugli altri.
Le dimissioni dell'amministratore delegato del gruppo Deutsche Post, Klaus Zumwinkel (64 anni) potrebbero aprire la strada a uno scandalo inedito in Germania. Sembra che Zumwinkel, che sedeva anche nei consigli di amministrazione di Deutsche Telekom e Postbank, non sia stato l'unico a trasferire fondi ingenti verso il principato di Liechtenstein, sottraendoli dalle casse del fisco tedesco. Risultato: dimissioni immediate da tutti i ruoli ricoperti, accompagnate dalla soddisfazione del ministro delle Finanze, Peer Steinbrueck e dallo stupore del cancelliere Angela Merkel. Di sicuro sentiremo parlare ancora di questo eclatante caso giudiziario, che per ora vede indagati settecento dirigenti di medie e grandi imprese a livello regionale. Insomma, non è roba da poco, bensì una ferita profonda del sistema economico-sociale tedesco che sta venendo alla luce.
Leggendo questa notizia mi sono scoperto a fare considerazioni contrastanti. Da una parte, mi sono detto, se in Germania scoppia uno scandalo la persona che ne è toccata si dimette e questo contrasta con l'arrogante impunità dei pluri-indagati nostrani, sempre pronti, all'occorrenza, ad abbracciare la tesi della magistratura cattiva. Qui gioca un ruolo decisivo, prima ancora del sistema politico e giuridico e in modo più originario e radicale, la stessa opinione pubblica, meno assuefatta e rassegnata a tollerare il marciume.
Ma per quanto sia possibile che l'opinione pubblica sia altrove un po' meno inerte che da noi, questa vicenda potrebbe servire, per converso, a mostrare che scandali succedono anche altrove e di conseguenza a imparare a non flagellarci troppo da soli, un'abitudine, questa, piuttosto consolidata che sortisce l'effetto di rafforzare stereotipi. È quasi uno sport nazionale quello di adagiarsi sulla cattiva reputazione di cui godremmo all'estero, ma è molto più vero che noi stessi spesso viviamo di questo pregiudizio e coltiviamo una cattiva opinione del nostro Paese. A volte, con un pizzico di orgoglio in più (possibilmente non becero-nazionalista), sarebbe il caso di rispedire alcune critiche al mittente e invitare gli altri a guardare in casa propria. Dagli altri, invece, forse dovremmo trarre spunto per ritrovare la capacità di indignarci e la volontà di non tollerare corruzione e impunità quasi fossero piaghe genetiche insanabili.

Fazwa Falih, donna araba, rischia di andare al patibolo. Non ha commesso nessun reato, ma dopo essere stata denunciata da un uomo che ha dichiarato di essere diventato impotente per colpa dei suoi poteri occulti, Fazwa non ha resistito alle percosse e ai maltrattamenti che le ha riservato la polizia religiosa nei 35 giorni in cui è stata in sua balìa e ha "confessato" la sua colpa.
"Stregoneria", di questo è stata accusata nel 2005 dalle autorità wahabite, che l'hanno tenuta prigioniera finché non è stata ricoverata per le violenze subite. Poi nel 2006 ha subito un processo che dire iniquo è poco: ha ritrattato in aula la sua colpevolezza rivelando di essere stata costretta a firmare delle carte di cui lei stessa non conosceva il contenuto perché analfabeta, ma non ha avuto la possibilità di provare la sua innocenza di fronte ai testimoni che continuavano ad accusarla di essere una strega, dunque contro dio.
Infine, la sentenza di morte è stata pronunciata dalla corte saudita della città di Quraiyat nell'aprile del 2006.
La notizia ha sconvolto il mondo occidentale e fatto scattare la mobilitazione della ong Human Rights Watch che ha rivolto un appello al re saudita Abdullah affinché le conceda la grazia: sotto la lente di ingrandimento di chi monitora il rispetto della vita umana nel mondo sono ora le accuse mosse dalla Human Rights Watch alla magistratura wahabita, che ha dimostrato incapacità e disinteresse nel perseguire la giustizia. "Il fatto che i giudici sauditi portino ancora avanti processi per crimini che non possono esere provati come la ‘stregoneria', mette in evidenza la loro incapacità di condurre indagini penali obiettive" commenta Joe Stork, direttore per il Medio Oriente di HRW, "il caso di Fawza Falih è un esempio dell'impossibilità dei magistrati di fare il loro dovere, nonostante le tutele del quadro giuridico saudita".
Stando a quanto affermato dalla ong, i magistrati avrebbero infranto varie volte la legge ignorando le regole fondamentali del giusto processo. Ma c'è un fatto che rende ancor più perversa questa condanna: è stata pronunciata su base discrezionale per tutelare l'interesse collettivo. Infatti in Arabia Saudita non esiste un codice penale scritto in cui la stregoneria sia definita un crimine. E in questo caso la giustizia non ha mai indagato sull'attendibilità della confessione di Fazwa né sui suoi presunti poteri, ma ha espresso quello che ha definito un verdetto atto a proteggere i principi, l'anima e l'identità nazionale. Contrastamdo la sentenza della corte d'appello che nel 2006 aveva stabilito che Fazwa non era condannabile a morte per "stregoneria" perché aveva ritirato la sua confessione.
La caccia alle streghe, di antica memoria, è dunque ancora una terribile realtà in alcuni angoli del globo. Purtroppo il caso di Fazwa non è isolato: solo il 2 novembre scorso Mustafa Ibrahim, di origini egiziane, è stato condannato a morte, sempre in Arabia Saudita, per lo stesso reato di "stregoneria". Aveva spinto una coppia sposata a separarsi.
AFFINCHE' MAI PIU' ACCADA DI FARE INCONTRI VIGLIACCHI UNA NOTTE TORNANDO A CASA PER MAI PIU' RIVEDERLA....
CIAO FEDERICO!
http://it.youtube.com/watch?v=dCk2i4h0GS0

"Ieri era una splendida domenica di sole, uno di quei giorni che ti viene voglia di uscire, di vedere tutto sotto quella luce brillante.
Ma non può (si sa) andare tutto come uno lo immagina. Così vedi che tua moglie è strana, la vedi pensierosa, e con gli occhi lucidi. Ti avvicini titubante e timoroso e le chiedi cosa è successo. E qui crolla la serenità. Incominci a rinfacciarti che non è più possibile andare avanti cosi; che non è giusto che lei sia costretta ad andare anche la domenica al lavoro e i lunedì a pulire i negozi per pochi euro. Non trova mai il tempo per staccare la spina, non la porto mai fuori, non le faccio mai una sorpresa, che con la mia misera busta paga non si campa più.
Ha ragione. E' amaro, duro, avvilente, a trentasei anni sono un fallito non arrivo a 1500 euro.Con un mutuo da 700 euro mensili bollette, auto, tasse e mense scolastiche (sì, ho due splendidi bambini), rate dell’auto, benzina, condominio, ecc. non riusciamo neanche a fare la spesa regolarmente.
Così, “incavolato” prendo i due bimbi ed esco con loro, li porto al parco poi alle giostre li faccio divertire come non facevano da qualche tempo. Verso la via del ritorno li guardavo dallo specchietto retrovisore della macchina, li sentivo chiacchierare e ridere, ed ho iniziato a piangere, sì a trentasei anni piangevo come un bambino. Quando ad un tratto mio figlio più piccolo, accortosi che piangevo, mi chiede: “cosa c’è papa?”. Gli rispondo: “Nulla sono felice perché vi vedo felici”. Sono un bugiardo, avrei dovuto rispondere che ero triste perché avevo speso gli ultimi 16 euro per le giostre, che mi scusavo con loro perché Babbo Natale non si è potuto permettere la playstation; che non sapevo come pagare due bollette, che il frigo è vuoto, che la mamma ha ragione, non le faccio mai una sorpresa.
Caro Beppe il mio è uno sfogo che avrai ricevuto migliaia di volte, ma oggi ho deciso di scriverti perché mentre ero davanti alla pressa, mi sono ricordato che circa 10 anni fa mi capitò un piccolo incidente. Una molla di un carrello porta fusti si staccò di colpo e mi colpi di striscio la fronte, mi misero 1 punto di sutura, è pochi mesi più tardi arrivò per posta un assegno di 250 mila lire. Mi è balenata l’idea per un attimo di mettere una mano sotto, la pressa, così potevo pagare le bollette arretrate. Ma ho avuto paura." Alessio
B.Grillo_blog-

Quattro poliziotti e un ragazzo che muore, i polsi costretti dietro la schiena dalle manette. No. Non si può accettare. E se poi fosse vero, come apparirebbe da queste immagini finora inedite, che attorno al cadavere di Federico vi erano altri poliziotti oltre a quelli imputati (una piccola folla di agenti radunatisi prima che arrivasse un'ambulanza), la solitudine di questo povero ragazzo, da vivo e da morto, si mostrerebbe ancora più tragica e definitiva. Non sono un esperto di diritto penale, ma in certi casi le circostanze aggravanti penso siano più onerose del reato stesso.
Non sappiamo cosa possa aggiungere a quanto si sa già sulla morte di Federico Aldrovandi questo video (a quanto pare scioccante, al punto che la madre di Federico ne ha dovuto interrompere la visione). Non lo sappiamo e forse, a pensarci bene, non è neanche indispensabile al fine di una completa ancorché impossibile ricostruzione della verità. Quella mattina, a Ferrara (era l'alba del 25 settembre 2005), il diciottenne Federico morì, ammanettato, mentre quattro poliziotti tentavano — questa la loro versione — di calmarlo, per evitargli gravi atti di autolesionismo. Non c'era nessun altro con Federico. Solo lui e quei poliziotti: prima due, poi altri due chiamati in rinforzo. Quattro agenti (uno dei quali donna) armati e alle prese con un ragazzo disarmato.
Ma una verità c'è già; c'è sempre stata da quell'alba tragica. Ed è la morte di Federico Aldrovandi.
Avvenuta durante un controllo di polizia effettuato da una pattuglia chiamata in un'appartata via di Ferrara, per calmare — così dice il rapporto della polizia — un tale che si comportava in modo strano, che urlava e scalciava senza apparente motivo. Può morire così e per questo un ragazzo di diciotto anni?
Non ci sono manganelli nelle vicinanze, neppure il portafoglio di Federico. Poi niente sangue accanto al volto adagiato sulla strada. Fotogrammi che sembrano cozzare, secondo i legali della famiglia, con le fotografie scattate dal medico legale: qui il ragazzo è ritratto con una macchia di sangue del diametro di 20 centimetri alla sinistra del capo, il suo portafoglio compare nella tasca del giubbotto, i jeans sono slacciati. Quanto ai manganelli, rotti durante la colluttazione tra gli agenti e il ragazzo, si materializzano in questura solo nel pomeriggio. E poi ci sono i dialoghi del video, elemento nuovo dell'indagine, per i quali il pm ha ordinato la trascrizione: frasi mescolate a rumori di fondo, pronunciate da chi forse non immaginava di essere registrato. Subito, all'inizio delle riprese, si sente una gran risata, proveniente da qualcuno, non immortalato dalla telecamera, ma chiaramente vicino al cadavere.
Ma ci sono anche i singhiozzi di un agente che piange: «Sono un genitore anche io» sembra dire. Altre parole, collegate a una telefonata, sembrerebbero riferire di un colloquio con un magistrato. Se fossero verificate, potrebbero spiegare come mai il pm di turno quella mattina non è mai arrivato sul luogo del delitto. «Si è ammazzato da solo». «Qui ci vuole la benzina». Altri dialoghi da verificare, parole apparentemente senza senso, che forse, nel processo, potrebbero trovare una spiegazione. Grande attesa dunque per l'udienza di mercoledì 13 febbraio: saranno in aula alcuni dei protagonisti del video, come Marco Pirani e Paolo Marino, entrambi indagati in un'inchiesta bis per falso e abuso.

[Ignacio Solares è uno dei maggiori scrittori messicani contemporanei, di forte impronta cristiana. Il presente articolo è tratto dal settimanale Proceso n. 1590, 22 aprile 2007. La traduzione è di V.E.]
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Per San Tommaso d’Aquino, ogni atto sessuale deve essere atto coniugale, e ogni atto coniugale deve essere atto procreativo. Qualsiasi trasgressione contro i comandamenti sessuali è per lui la lesione di un bene “divino”, poiché nel seme maschile è contenuta tutta la potenzialità della persona umana. Ne consegue che “dopo il peccato di omicidio occupa il secondo posto il peccato di impedire, in qualsiasi maniera, la procreazione” (Summa contra gent., III, 122).
Senza dubbio, il problema più grave che affronta oggi la Chiesa cattolica è che non può cambiare – non può muoversi – di fronte all’infallibilità dei suoi papi (e dei suoi santi, è chiaro) per quanto aberranti siano state le loro pronunce. L’eredità si trasforma in una zavorra fatale per la Chiesa. I papi ereditano tutti i peccati dei loro predecessori – a partire da San Pietro – perché “non possono sbagliare”. Quale altro peccato di superbia potrebbe essere paragonato a questo? Così, per esempio, c’è una linea diretta di pensiero da San Tommaso (metà del secolo XIII) a Paolo VI (metà del secolo XX), che nella sua enciclica contro la pillola afferma che la contraccezione è “tanto condannabile” quanto l’aborto. Con ciò, di un buon numero di aborti deve essere fatto carico ai papi, dato che costoro, nell’equiparare contraccezione e aborto, finiscono con l’asserire la banalità dell’aborto. Se, secondo Paolo VI, la contraccezione ha un peso pari a quello dell’aborto, se ne deve concludere che l’aborto ha tanto poco peso quanto la contraccezione. Può una qualsiasi donna sana di mente equiparare l’atto di abortire con quello di prendere una pillola, o di chiedere a suo marito di mettere un preservativo?
Una sola identica Chiesa, dal Medioevo a oggi. Basta ricordare una famosa udienza generale che tenne Giovanni Paolo II a Roma nel 1980, nella quale parlò dell’adulterio che “si perpetra in umbito coniugale con la propria moglie”, sulla stessa linea dell’agostinismo, tomismo, stoicismo, filonismo – vale a dire, dalla prospettiva dell’ostilità nei confronti del piacere.
Di Sant’Agostino è la dottrina relativa al modo e alla maniera in cui il peccato originale si trasmette ai bambini, vale a dire, a tutti gli uomini. Dice che quando i primi uomini disobbedirono a Dio e mangiarono il frutto proibito, “si vergognarono di se stessi e coprirono le loro parti sessuali con foglie di fico” (Serm., 151, 8). Se non fosse per la tragedia che ne è derivata, questa dottrina dovrebbe indurci alle risa. Perché il peccato originale sarebbe allora una forma di stupro, con tutto ciò che questo comporta. L’unico che si salva è Cristo: “Cristo fu concepito e generato senza piacere carnale alcuno e, per questo motivo, resta libero da ogni macchia proveniente dal peccato originale”.
Però il problema in relazione all’aborto non si limita a questo, poiché secondo Sant’Agostino, a causa del peccato originale, Dio condanna all’inferno i bambini non battezzati, per cui una madre dovrà sempre preferire la vita di suo figlio alla propria, davanti alla semplice possibilità di mandarlo diritto all’inferno. Davanti a una sola e remota possibilità che il figlio possa sopravvivere alla madre per poter essere battezzato, questa deve sacrificarsi per salvare il bambino “dalla morte eterna”. Come si vedrà, il Dio crudele di Sant’Agostino, il persecutore e il giudice spietato dei neonati, di quelli che non ottengono di essere battezzati prima di morire, è anche un persecutore e tormentatore delle madri stesse. Soprattutto se si parte, come fa la Chiesa, dal concetto di “animazione simultanea” – vale a dire, l’animazione dell’embrione nell’ istante stesso del concepimento. Per questo la scomunica si applica all’aborto nello stadio più precoce. La distinzione tra fetus inanimatus – ossia, che l’anima entri nell’embrione fino alle prime otto settimane dal concepimento – e fetus animatus è soppressa nel 1869 da Pio IX e, a partire da quel momento per arrivare a oggi, si parlerà solo di feto.
Nel romanzo Il cardinale, di Henry Morton, un medico sottopone al cardinale un’alternativa terribile: “Se lei non mi dà il permesso di uccidere l’embrione, nulla salverà sua sorella”. Il cardinale “si afferrò alla poltrona e recitò: Gesù, Maria e Giuseppe, aiutatemi a decidere!”. E con l’aiuto di Gesù, Maria e Giuseppe decise per la morte della sorella. Soprattutto, a lei non venne nemmeno chiesto cosa avrebbe preferito.
La morte della madre può essere il prezzo necessario per il battesimo del figlio. Senza il battesimo il bambino sarebbe condannato, poiché per il Padre celeste quel bambino non è così innocente come si potrebbe supporre. Dal suo concepimento, lo stesso Padre lo dichiarò colpevole a causa del peccato originale. In quest’ordine di idee – pienamente maschile – cosa possono importare l’opinione, e persino la vita stessa della donna insignificante che lo metterà al mondo?
Questa è la Chiesa di oggi, impegnata, in virtù della “infallibilità” dei suoi papi, contro la pillola, i preservativi e l’aborto, affannata nella difesa della vita non ancora nata più che nella protezione della vita già esistente. Una lunga storia, che ha trasformato il vero cristianesimo – vale a dire, il luogo privilegiato dell’esperienza personale e intima dell’amore di Dio, e nel quale tutto ciò che concerne la sfera corporale trova espressione naturale, amata dallo stesso Dio – nell’imperio di una casta di (presunti) celibi che domina un’immensa maggioranza di credenti, da essa considerati minori di età o quantomeno ritardati mentali. Con ciò è stata sfigurata l’opera di Colui dal quale i cristiani prendono nome. Per la “sua” Chiesa, un simile Signore è incapace di esprimere misericordia verso gli uomini e il loro corpo, poiché lo hanno trasformato in un Cristo asessuato, ostile al piacere, promotore del dolore e della morte, un poliziotto che vigila sulle stanze da letto e i ventri delle donne. Davanti a questo Gesù, l’essere umano non può sentirsi amato da Dio, bensì impuro e degno di essere condannato.
Nelle sue Memorie intime, Georges Simenon racconta che, nell’imminenza della nascita del suo primo figlio, si recò con sua moglie, in avanzato stato di gravidanza, in una clinica ginecologica dello Stato dell’Arkansas, negli Stati Uniti, dove teneva un corso di letteratura. Nel giungere, videro all’ingresso un piccolo cartello che diceva: “Questo è un ospedale cattolico, per cui la vita del figlio prevarrà sempre sulla vita della madre”. Narra Simenon: “Un sudore freddo ci scese per la schiena. Cercammo subito la porta di uscita in strada e, soprattutto, un ospedale meno cattolico”.





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