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LAVORI IN CORSO

di RANX (25/04/2008 - 00:51) |



Ritanna Armeni
Perchè gli operai e gli strati poveri della popolazione non votano a sinistra? Perché votano in misura non trascurabile a destra? Queste sono le domande semplici e fondamentali a cui dovrebbe rispondere la sinistra sconfitta. Credo che solo dalla risposta ad esse possa iniziare la sua ricostruzione. Perché - come ha efficacemente detto Mario Tronti - una sinistra incapace di riscuotere la fiducia degli operai non è una sinistra. E lo è tanto meno se si vede rifiutata dalla parte più povera del popolo.
Cominciamo col dire che i poveri e gli operai che votano a destra non sono un fenomeno nuovo e non sono solo italiano. L'attuale presidente americano George Bush, la cui presidenza ha visto un consistente aumento del numero dei poveri, da questi è stato tuttavia votato. In un'intervista al Corriere della sera il politologo americano Michael Walzer ricordava che il voto italiano del 13 e 14 aprile fa venire in mente che nel 1980 per eleggere Reagan "decisivi furono i cosiddetti Reagan Democrats , elettori della classe operaia bianchi, spesso cattolici che avevano deciso di lasciare il loro partito e votare repubblicano". La crisi della sinistra francese è stata plasticamente evidente nel passaggio delle periferie proletarie tradizionalmente di sinistra alla destra e anche alla destra xenofoba di Le Pen. E si potrebbe continuare.
Nulla di nuovo sotto il sole quindi. Non è nuova neppure l'incapacità di rispondere a questa domanda che la sinistra finora ha dimostrato. Come lo struzzo che, di fronte al pericolo, non lo affronta ma nasconde la testa sotto la sabbia. Ma essa nelle elezioni italiane è apparsa più che mai grande. Ha portato non al suo ridimensionamento, ma alla sua scomparsa, E soprattutto, osservando il dibattito che si è aperto, è rimasta anche dopo i disastrosi risultati elettorali.
Un tentativo di rispondere a questa domanda è venuta da Barack Obama il sei aprile a San Francisco. Nelle piccole citta colpite dalla crisi - ha detto il candidato democratico - l'amarezza è tale che la persona si sente perduta ed è a quel punto che s'aggrappa non alle reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero. E lo stesso Walzer ricorda che i "Reagan Democrats" avevano cambiato schieramento perché erano diventati sensibili a questioni - aborto immigrazione , pena di morte - che fin lì erano rimaste nello sfondo.
«Sono decenni - ha scritto di recente Barbara Spinelli sulla Stampa , affrontando il problema con la consueta profondità - che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici».
Il meccanismo al quale in questi anni abbiamo assistito (anche se abbiamo evitato di affrontarlo) è pressochè identico. Di fronte alla sfiducia nella capacità di chi storicamente si è posto questo compito, cioè la sinistra, di risolvere i problemi sociali, problemi che la globalizzazione rende ancora più grandi, più gravi e più impellenti le classi popolari si rifugiano in un sistema valoriale, identità, territorio, sicurezza. E qui incontrano la destra che di quei valori o di quei disvalori è portatrice mentre la sinistra è drammaticamente assente. Insomma alla incapacità di affrontare questioni sociali che stanno modificando - e in peggio - le condizioni dei più poveri si somma l'assenza nel dibattito sui sistemi valoriali o sulle modalità etiche che dovrebbero guidare la società. Anzi la sinistra quelle questioni le teme, cerca di tenerle lontane dal dibattito politico, invocando nei casi migliori la libertà di coscienza, o rimanendo staticamente legata a vecchie discussioni e a vecchie conclusioni.
In questo rapporto fra incapacità di affrontare i temi sociali e garantire realmente la difesa del lavoro e dei salari ed assenza dai temi etici si è formata ed è cresciuta l'estraneità dei poveri nei confronti della sinistra e si è definito il nuovo comportamento elettorale. Determinante la paura di perdere, dopo essere stato privato delle conquiste e i diritti sociali, quel poco che ai poveri rimane: la famiglia, i valori della propria comunità, la propria religione, le proprie tradizioni.
Il libro di Giulio Tremonti "La paura e la speranza" racconta questo passaggio, lo teorizza, ne fa la base della cultura della destra oggi al governo del paese.
Il nemico individuato è la globalizzazione e il modo in cui essa si esprime, cioè mercatismo, il mercato senza regole e norme, lasciato a se stesso che sta distruggendo il pianeta e la vita delle donne e degli uomini che non riescono più ad avere livello di vita decente. Per Tremonti il mercatismo è un meccanismo neutro che non ha alcun rapporto con la destra anzi se mai ha un legame con il comunismo (pensiero unico e uomo a taglia unica), ma a questo occorre opporsi. Come?
La speranza non viene da un nuovo sviluppo economico, dalla lotta alla globalizzazione e al mercato senza regole in nome di una regolazione del mercato che salvaguardi nuovi livelli di giustizia sociale e di eguaglianza fra i popoli della terra ma dalla riproposizione dell'identità dell'Europa cristiana. Dalle sette parole d'ordine che Tremonti elenca: valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo.
Ecco Tremonti ha teorizzato e ha proposto ciò che la destra nel mondo ha fatto, la linea politica e culturale su cui i neocon hanno egemonizzato l'amministrazione americana.
A questo bisogna opporsi. Il modo è tutto da elaborare e su questo la sinistra che ha perso dovrebbe applicare le sue risorse e le sue energie intellettuali. Per quanto mi riguarda penso che la capacità di modificare la condizione sociale non possa essere disgiunta da un intervento altrettanto coraggioso ed energico sulla costruzione di nuovi valori. In una società fluida e disgregata, vita, lavoro, socialità sono strettamente, se pur disordinatamente, intrecciate. La destra ha vinto perché ha saputo fornire una narrazione, ha saputo offrire una esposizione di un sistema di valori e di speranze che hanno avuto più forza di qualunque singola proposta di miglioramento sociale ed economico.
Di recente Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha raccontato ad Otto e mezzo un episodio che mi ha colpito. Ha detto di essersi adoperato concretamente e con serietà amministrativa perché un gruppo di lavoratori ricevesse dei benefici che fino ad allora erano stati negati. Ha ricevuto molti ringraziamenti e una sincera gratitudine, ma - ha detto - ho avuto la netta sensazione che al momento del voto altri sarebbero stati i loro percorsi.
Insomma anche Nichi Vendola ha verificato quel divorzio fra il discorso delle pratiche e il simbolico di cui ha recentemente parlato Giacomo Marramao. Ma tutti lo verifichiamo ogni giorno nella nostra esperienza quotidiana. E allora da qui dobbiamo cominciare per avere dalla nostra parte i poveri. O meglio, per stare noi, di sinistra, dalla loro parte.

Tag: politica,sinistra

LEFT IS LEFT

di RANX (22/04/2008 - 23:51) |


 
Piero Sansonetti
Cosa vuol dire sinistra moderna? Ce lo spiegava ieri il Riformista . Soprattutto ci spiegava cosa è una sinistra non-moderna, dunque antica, dunque da buttare. Scriveva così, nell'editoriale di prima pagina: «Finché la sinistra sarà moscia col crimine, che colpisce le donne, i deboli, i poveri... finché odierà i Suv, che sono il sogno di ogni artigiano del nord; finché dirà che l'unico pasto civile è lo slow food... mentre i nostri ragazzi affollano McDonald; finché proporrà di tornare ad appendere i panni sulla strada invece di asciugarli nelle centrifughe per non consumare troppo; finché sarà così, sarà una sinistra nella migliore delle ipotesi californiana, fatta cioè per un mondo che - ahinoi - non è l'Italia» .
Capite qual è la proposta del Riformista ? Che la sinistra si allinei alle idee della destra, e in questo modo recuperi consensi e modernità. Consumo, competizione, repressione. Sono queste le parole di una sinistra vincente.
A me fa impressione soprattutto l'idea di modernità che sta dietro questo ragionamento. Cos'è la modernità? Affrontare i grandi fenomeni delle migrazioni di massa con le armi in pugno. Far vedere chi ce l'ha più duro, come diceva una volta Bossi. Fare in modo che i poveri schiaccino i più poveri. Spingere i consumi e l'inquinamento, perché consumi e inquinamento incrociano il sogno del ceto medio. Adeguarsi allo statu quo del proprio paese, senza più sognare California, come facevano i Dik Dik tanti anni fa (« cielo grigio su, foglie gialle giù... »).Diciamo che l'idea di modernità coincide perfettamente con quella di restaurazione, persino con una sfumatura antiamericana, perché in fondo questa America talvolta è pericolosa, ha strane idee, le sue città sono prive di identità razziale e di pensiero, donne e negri aspirano alla Presidenza...
La modernità è da una parte il rifiuto di tutte le idee emerse negli ultimi 40 anni, dal '68 in poi, sull'onda delle spinte libertarie, o innovative, o egualitarie, o femministe, o ambientaliste. E dall'altra parte è rifiuto dell'incubo del futuro. Gli scienziati ci dicono che l'uso eccessivo di energia dell'ultimo mezzo secolo mette a rischio la sopravvivenza della specie umana tra cento o duecento anni?
Modernità è rispondere, come facevano i millenaristi gaudenti: tanto più incerto è l'avvenire tanto meno occorre un progetto per il domani, tanto più chi è moderno deve ridurre l'orizzonte della politica (e anche dell'impegno culturale) all'oggi e ai propri privilegi individuali, o di gruppo, o di classe, o di genere.
In questo modo si mette la sinistra di fronte a un bivio: o accetta di essere moderna, e dunque riempie il suo sistema di valori coi valori della destra (appunto: consumo, competizione, repressione), oppure si mette fuori dalla storia.
Naturalmente questo non è un discorso che attribuiamo solo al Riformista . E' un ragionamento diffusissimo, che, specialmente dopo la sconfitta elettorale, ci sentiamo ripetere ogni cinque minuti, dai più diversi interlocutori. Perché è diventato così forte questo ragionamento (che, seppure in termini più sfumati, è stato la base di nascita del Partito democratico)? Perché qualunque risposta noi diamo, ci ribattono: «seguendo i tuoi ragionamenti estremisti ed elitari vi siete ridotti al 3 per cento...» Argomento, naturalmente, rispettabilissimo.
E tuttavia io credo che quell'argomento vada respinto e rovesciato. Una sinistra che si propone di ripartire dal 3 per cento, e di riconquistare una porzione significativa di consenso nella società, e di tornare a pesare nella politica, nelle scelte, nelle tendenze di governo del proprio paese (e dell'Europa) non può concentrarsi nella contemplazione del 3 per cento e studiare quali vie di conquista del consenso gli possano permettere la riscossa. Deve innanzitutto affermare la necessità della propria sopravvivenza. E la propria sopravvivenza può essere garantita solo da una cosa: dall'autonomia. Autonomia di pensiero, di giudizio, di progetto, di azione. Autonomia significa rifiuto della possibilità di diventare una parte del «pensiero unico», cioè di quella modernità restauratrice alla quale accennavamo, e scelta di porsi ad osservare la società dal proprio punto di vista, e da qui ritessere i legami di massa, il dialogo col popolo, la costruzione di alleanze personali, ideali e sociali. Se non teniamo fermo questo presupposto, credo, soccombiamo. Non si parte dalla correzione dei sistemi di consenso ma dei sistemi di idee.
A questo punto, penso, diventa decisivo fissare i paletti che delimitano la sinistra. Cioè dire cos'è sinistra. Quali sono le idee-forza, che alludono a una possibile società riformata, e non solo a un sogno, e che dunque implicano un progetto di governo (che non vuol dire una scalata al potere). E dire quali sono i punti irrinunciabili, che non si barattano, e sui quali si è pronti a pagare dei prezzi.
Personalmente vedo quattro punti fermi. Li elenco in forma massimamente sintetica. Primo, il recupero del valore del lavoro, come elemento essenziale di una società produttiva, e quindi la lotta aspra contro l'idea che il lavoro sia solo una variabile dipendente del profitto e della competizione. Secondo, il sostegno alle lotte per rovesciare lo strapotere maschile, e dunque una idea di società non più dominata dal patriarca, e quindi dalla gerarchia, e quindi dai simboli essenziali del pensiero maschile (potere, gerarchia, dominio, ordine, autorità, eterosessualità, tradizione). Terzo, la mobilitazione per imporre uno stile di vita, in occidente, che riduca drasticamente i consumi e impedisca lo smantellamento degli equilibri della natura. Quarto, l'affermazione del principio di uguaglianza, e cioè quell'idea che gli esseri umani hanno tutti la stessa dignità e gli stessi diritti (idea che io, personalmente, prima ancora di leggere Marx avevo imparato al catechismo, e che ormai, invece, è considerata una bestemmia estremista...). E quindi che il problema - ad esempio - delle grandi migrazioni, va affrontato dal punto di vista dei diritti dei migranti e non da quello dell'ordine pubblico.
Provo a riassumere: difesa della propria radicalità, cioè del carattere alternativo delle proprie proposte. Con enormi dosi di realismo e di apertura a tutti settori della società, agli intellettuali, alle alleanze. Cioè l'esatto opposto dell'estremismo e della testimonianza. L'estremismo e la testimonianza sono subalterni al pensiero unico. Ne diventano la "particella di sinistra", cioè una variante. Difesa dell'autonomia è il contrario, è rifiuto della subalternità, è aspirazione alla trasformazione reale, alla conquista.
Naturalmente è molto difficile svolgere questi compiti. Perché ci troviamo di fronte a un Parlamento dove si confrontano due forze moderate. Lo ha confermato ieri Veltroni, nel suo discorso di Milano. Ha giurato moderazione, trattativa aperta con la destra. E' il primo Parlamento della Storia della Repubblica, privo di opposizione. Non solo privo di sinistra: privo di opposizione. Ma è il Parlamento, cioè è il cuore della democrazia parlamentare. E noi non possiamo neanche sognarci l'idea di fare politica ignorando il Parlamento, o sottovalutandolo.

......

di RANX (17/04/2008 - 01:10) |



LUI «Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere»
LEI (guarda dalla finestra) «Ma sta piovendo»
LUI «Be’, potrebbe piovere merda»
LEI (allunga il braccio fuori, lo ritrae, annusa) «È merda»

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CI RISIAMO

di RANX (17/04/2008 - 00:15) |



"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo. (...) Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere. (...) È strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile".
(Indro Montanelli, intervista a Repubblica, 26 marzo 2001)

SENZACONFINI

di RANX (08/04/2008 - 00:43) |



Oggi, 8 aprile, si celebra in tutto il mondo il “Romano Dives”, la Giornata internazionale della nazione Rom, in ricordo di quell’8 aprile del 1971 quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si costituì la Romani Union, la prima organizzazione mondiale dei Rom riconosciuta dall’Onu nel ‘79.
“Vogliamo ricordare quest’anniversario – afferma Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci–denunciando ancora una volta le discriminazioni di cui sono vittime queste popolazioni e avanzando alcune proposte che garantiscano loro alcuni essenziali diritti. Innanzitutto crediamo che vadano messe in campo iniziative concrete per il superamento dei campi. Le soluzioni non possono che essere flessibili e graduali, ma devono garantire in tempi certi il superamento delle logiche segreganti e ghettizzanti dei "campi nomadi”. In un rapporto dell’Errc (European Roma Rights Center) se ne denuncia il carattere di vero e proprio apartheid, con condizioni abitative, ambientali e sanitarie fortemente lesive dei più elementari diritti umani. Il nostro paese è stato condannato dal Comitato europeo per i diritti sociali per aver sistematicamente violato, con politiche e prassi, il diritto di Rom e Sinti ad un alloggio adeguato".

“Chiediamo per questi cittadini – aggiunge–la possibilità di accedere alle procedure per l’assegnazione delle case popolari; l’attivazione di progetti sociali partecipativi; la concessione di mutui a condizioni speciali; la realizzazione di aree di transito attrezzate per la sosta temporanea, per svolgere attività lavorative tradizionali e per consentire manifestazioni religiose, culturali e sociali. Chiediamo inoltre il riconoscimento dello status di minoranza, con l’estensione delle disposizioni di tutela delle minoranze etniche e linguistiche e l’attuazione di piani d’azione a livello nazionale, regionale e locale”.

Per Miraglia a Rom e Sinti va riconosciuta parità di trattamento di fronte alla legge, cancellando norme punitive e/o discriminanti e ribadendo che la responsabilità nel nostro ordinamento giuridico è personale. Vanno promosse politiche di accoglienza che governino i fenomeni migratori e che sappiano monitorare le presenze, senza creare falsi allarmismi sociali che deformano i problemi e li riducono a pura questione di ordine pubblico".

“Proponiamo l’introduzione del diritto di suolo (jus soli, chi nasce in Italia ne è per ciò stesso cittadino),–è la proposta avanzata dal responsabile immigrazione Arci–anche per Rom balcanici genitori di minori nati in Italia, per i figli e per gli altri rom balcanici presenti in Italia da anni e mai riusciti a regolarizzarsi. In attesa della legge sulla cittadinanza, chiediamo una sanatoria per questi cittadini”.

“Crediamo che la promozione delle culture rom e sinti,–spiega–patrimonio dell’umanità, sia la premessa indispensabile per superare pregiudizi e stereotipi. Solo la conoscenza, le iniziative interculturali, una comunicazione che non alimenti sentimenti xenofobi possono favorire il superamento dei pregiudizi e una vera integrazione, così come richiesto anche dal Parlamento europeo e dalle istituzioni internazionali”.
“Chiediamo che in tutti le decisioni – conclude Miraglia–che riguardano la vita e il futuro di gruppi rom e sinti siano consultati obbligatoriamente i diretti interessati e che più in generale vengano promosse e sostenute tutte le forme di auto organizzazione a partire dal Comitato rom e sinti in Italia, prima importante forma di auto organizzazione italiana delle minoranze rom e sinti”.

Tag: rom,diritti,minoranze,integrazione

SOLE,VENTO & C.

di RANX (06/04/2008 - 11:10) |





Ci sono state in Italia due grandi culture - disse Prodi - quella del Movimento operaio e quella dei Cattolici democratici: esse hanno scritto pagine nobili, fondate come sono su principi nobili. Esse sono nate, tuttavia, 150 anni fa e la società ha subito trasformazioni profonde. E' necessario, a partire da quei valori, pervenire ad una sintesi nuova, per leggere questo tempo. Quella sfida intellettuale, culturale e politica richiedeva un lavoro impegnativo e gli scenari drammatici del cambiamento climatico o della geopolitica sanguinosa dell'energia suggerivano la prospettiva della Sostenibilità, come il quadro in cui dare significato attuale alle parole della solidarietà e dell'egualitarismo.
Insieme a tanti altri, ho condiviso quella prospettiva negli anni dell'Ulivo, anche se progressivamente la spinta riformatrice subiva arresti: ma sapevo che, nella società pluralistica, per far avanzare la condizione delle forze sociali più deboli è necessario costruire alleanze, trovare punti di convergenza con altri interessi, purché si regga con mano solida la barra del timone nella direzione della società da realizzare.
Solidarietà sociale e sostenibilità sono strettamente legate: se l'innovazione tecnologica è prioritariamente finalizzata allo sviluppo quantitativo, alla competizione, essa genera distruzione di risorse e di lavoro, aggressione ambientale sul pianeta, ma anche nella città. Questa contraddizione è ben visibile oggi nel nostro mondo di società industriali avanzate: le imprese fuggono dagli investimenti produttivi verso la finanziarizzazione.
E' in questo scenario, tutt'altro che in buona salute, che piomba lo sconvolgimento climatico. Certo che ci sono le alternative ai combustibili fossili, scientificamente note e fisicamente disponibili: Rubbia non si stanca di ricordarci che in un quadrato di 50 km di lato arriva tutta l'energia solare necessaria per i consumi italiani di elettricità. Ma trasformare un sistema energetico mondiale basato su fonti energetiche concentrate - carbone, petrolio, gas - in un sistema di generazione di energia diffusa sul territorio richiede una vera rivoluzione amministrativa, ingegneristica, economica. E il tempo non c'è. Non basta dire che è necessario cambiare il fuoco che brucia sotto la pentola, sostituire il fossile col sole o col vento: bisogna cambiare anche quel che si brucia dentro la pentola. Fuor di metafora: bisogna cambiare, e subito, stili di vita.

Tag: ambiente,clima,energia

SEPOLTI FRA I SEPOLTI....SOLI FRA I DIMENTICATI...

di RANX (05/04/2008 - 12:39) |


Il carcere è luogo di sofferenza, non solo per chi vi è costretto dall'autorità giudiziaria, ma spesso anche per chi sceglie, per vocazione o per necessità, di lavorarvi.....


La notizia dei suicidi di due agenti di polizia penitenziaria in pochi giorni apre uno squarcio su una faccia del carcere frequentemente in ombra.
Non sappiamo, né chi scrive né le organizzazioni sindacali che hanno lanciato l'allarme sulla rapida successione di questi tragici eventi, quale ne sia stata la causa, cosa possa aver spinto queste due persone a togliersi la vita, l'uno a Biella, l'altro a Matera. Non sappiamo, soprattutto, se l'associazione a noi evidente - tra il suicidio e la divisa che portavano - possa essere stata causa, motivo, consapevole o inconscio della scelta di uccidersi. O se non sia, piuttosto, una singolare coincidenza, questa ripetuta scelta di morte nei ranghi della polizia penitenziaria, le cui ragioni soggettive andrebbero viceversa cercate altrove, nell'intimo della sofferenza esistenziale di chi vi ha dato corso. Se possiamo dunque dire che si sono uccisi due agenti di polizia penitenziaria, non possiamo certo dire che si sono uccisi perché agenti di polizia penitenziaria.

Ma se quella associazione, fortuita o motivata che sia, tra la scelta suicidaria e la divisa del Corpo ci aiuta a guardare dove altrimenti il nostro sguardo non si poggerebbe, vale la pena di seguirla, per alzare il velo su un mestiere difficile e sulle frustrazioni e la sofferenza che può portare con sé.
Il Corpo della polizia penitenziaria è molto cambiato negli ultimi vent'anni. Ha assunto la dignità e la rilevanza di una delle cinque forze di polizia di questo Paese. I suoi appartenenti hanno acquisito la professionalità e le competenze di una polizia specializzata. Nulla a che vedere con la scalcinata e romantica figura dei vecchi agenti di custodia, i "secondini" di cui i poliziotti penitenziari non vorrebbero più sentir parlare. Non mancano i dirigenti nel Corpo e molti tra loro sono ormai selezionati tra giovani laureati, anche con pratica delle professioni legali, formati e sensibili ai diritti delle persone detenute. Tante donne ormai, come ovunque la selezione pubblica sia basata sul merito, dirigono i reparti di polizia penitenziaria di stanza negli Istituti. Eppure, se quella associazione tra la divisa del Corpo e la tragica morte di due agenti è stata possibile, non tutto evidentemente va nel migliore dei modi.

Nonostante il Ministero della Giustizia in questi anni abbia fatto il possibile, restano le carenze d'organico lamentate dalle organizzazioni sindacali e manca ancora la compiuta parificazione giuridica con le altre forze di polizia. I pesantissimi vincoli di bilancio che hanno condizionato l'azione del Governo Prodi (e che condizioneranno ancora i governi a venire) non hanno consentito di raggiungere quegli obiettivi di equità e di potenziamento del Corpo che sarebbero stati necessari. Anche la polizia penitenziaria, dunque, soffre delle difficili condizioni finanziarie del Paese.

Ma, è chiaro, nell'associazione da cui siamo partiti c'è anche altro, e l'altro è il carcere. Il carcere è luogo di sofferenza, non solo per chi vi è costretto dall'autorità giudiziaria, ma spesso anche per chi sceglie, per vocazione o per necessità, di lavorarvi. Il carcere non piace a chi vi è costretto, ma anche a chi ne sta fuori. Lo si vorrebbe lontano, con tutte le sue sofferenze e i suoi fantasmi. Chi vi lavora soffre di questa (scarsa) considerazione sociale dell'istituzione penitenziaria e, dunque, della propria professionalità.
Di fronte a questa frustrazione, c'è chi cerca una via di fuga, in un lavoro d'ufficio o in mansioni eterogenee, prive della qualificazione propria di un Corpo di polizia specializzato nel trattamento penitenziario. C'è anche chi, un po' miseramente, si mette a fare confronti, tra le attenzioni prestate ai detenuti e quelle prestate ai poliziotti, come a rinverdire l'opposizione tra Totò e Aldo Fabrizi.

Al contrario, questa frustrazione potrà essere vinta (e gli operatori del penitenziario ottenere i giusti riconoscimenti giuridici ed economici) solo se l'intero mondo dell'esecuzione penale riuscirà a uscire dal cono d'ombra in cui è costretto e a conquistare la considerazione che questa delicatissima funzione sociale merita.

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