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PIRATI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

di RANX (31/05/2008 - 11:50) |

Nuovo nato in nave pirata....
PIRATARE E' GIUSTO!!!!

http://www.giochi.fm/

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L'ODORE DEL SANGUE

di RANX (18/05/2008 - 11:57) |



I padroni hanno sentito l'odore del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e «rituali d'altri tempi» come la contrattazione collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro del welfare (definizione a questo punto orwelliana), Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta padronale («relazioni industriali improntate all'identificazione con gli obiettivi di impresa») forza la retorica fino ad auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.

L'ORDA

di RANX (18/05/2008 - 11:50) |


DANIELE LUTTAZZI- Il Manifesto

Dopo un martedì segnato dalle proteste e dalle aggressioni agli impiegati di banca, ieri è stato il giorno dei roghi. I residenti di Ponticelli hanno dato il via alle pulizie radicali del quartiere. Con il fuoco. Più alte sono le fiamme, più la folla applaude. Al battimani si alternano insulti contro i pompieri. Obbiettivo: tabula rasa delle banche e delle stazioni di benzina. Via per sempre tutti i ragionieri e i benzinai da Ponticelli. Il nemico in casa, dopo la tentata vendita di un mutuo subprime con tassi da usura a una bambina di sei mesi da parte di un bancario cinquantenne ora in carcere, e dopo l'insistenza con cui un benzinaio Agip aveva definito «consumati» i tergicristalli di una Mini appena uscita dalla concessionaria. Punire loro vuol dire punire tutta un'etnia. E i ragionieri, che non sono stupidi, colgono al volo il messaggio: organizzano l'esodo lasciando gli sportelli, mentre i benzinai in preda al panico si tolgono la divisa cercando di mimetizzarsi fra la folla.
(Subito individuati: sono quelli in mutande, canotta e pedalini. E parte il linciaggio)
Il clan camorrista che controlla la zona ha ingaggiato bande di ragazzini in motorino, cui vengono consegnati i lanciafiamme. Basta poco, per incendiare una banca piena di scartoffie e cartamoneta. Per non parlare delle stazioni di servizio, con tutta quella benzina incorporata. Ogni boato è un distributore che salta in aria: frammenti di una quotidianità ai margini che si mescolano alla pioggia e alla paura. Solo l'incendio di ogni banca e di ogni distributore di benzina garantisce, secondo le ronde, la lontananza permanente dei bancari e dei benzinai dall'abitato. Si comincia dalla Banca popolare di via Malibran, all'ombra della chiesa di San Pietro e Paolo. Una piccola filiale, il fuoco distrugge tutto in pochi minuti. Quindi il raid in motorino dalla parte opposta, sempre via Malibran ma lato via Adige. E' la banca più grande del quartiere. Poco dopo è solo un tizzone. Terzo rogo alla Cassa di risparmio in via Villa Romana, al confine fra Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. Bruciano le scrivanie, si sciolgono le penne di plastica assicurate ai banconi con una catenella. Bruciano le banche. Fuoco ovunque, tanto che gli irriducibili, affollatisi alla rotonda di via Adige decisi a non andar via, hanno dovuto cedere e sparire. Più di cinquecento ragionieri hanno già lasciato le filiali: «Botte e minacce, ormai è caccia aperta, abbiamo paura. Qua ci ammazzano tutti. Ma la responsabilità penale è personale. Questa è pulizia etnica!».
Ieri a Roma il ministro degli interni Maroni ha ricevuto l'ambasciatore svizzero Hans Goeldi. La Svizzera ha assicurato che saranno accelerate le procedure per garantire maggiori controlli contro l'emigrazione in Italia di contabili clandestini. Per i benzinai, invece, sono previste sia modifiche in senso restrittivo della legge Gozzini che misure a effetto, come i maxi-pattuglioni proposti ieri dal ministro La Russa: «Gruppi composti da un carabiniere, un poliziotto, uno scozzese e il Papa, che con la loro divisa faranno opera di deterrenza e di prevenzione, faranno vedere che c'è lo Stato». Disegnata da Dolce&Gabbana, la divisa, rassicurante, consisterà nella tunica con cappuccio a punta del Ku Klux Klan, impreziosita dal tocco leggiadro del soprabito in pelle nera delle SS di Himmler.

CARO LUIGI...

di RANX (18/05/2008 - 11:10) |


USCITO IL 25 APRILE 2003 DIMOSTRA,SE MAI CE NE FOSSE BISOGNO, ANCHE A CHI NON LO HA MAI SEGUITO, QUANTO  LUCIDO E CAPACE DI VEDERE LONTANO FOSSE IL SUO PENSIERO.....


La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa,(...)è fuori scena.Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall'89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall'altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l'opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l'unica risorsa disponibile.
Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell'Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l'anima non c'è da tempo e ora non c'è la faccia e una fisionomia politica credibile.
È una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all'attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
...Una internazionale, un'altra parola antica che andrebbe anch'essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un'organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un'area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste.

LUIGI PINTOR


Luigi Pintor
fondatore del manifesto
è morto sabato 17 maggio 2003 a Roma

                                                                                                                      
.....e questo fu l'editoriale del "il manifesto" - 28 Aprile 1971

....C'è chi ama la società in cui viviamo perché è al decimo posto nella produzione industriale mondiale. Per noi, è una società impastata di sfruttamento e di diseguaglianza, di cui sono vittime milioni di operai di fabbrica, le popolazioni meridionali prive di speranza, le giovani generazioni senza avvenire. C'è chi giudica democratico lo stato che abbiamo, solo perché non è fascista e non ha cancellato le libertà formali. Per noi, è uno stato fondato su leggi e strutture repressive dove polizia e istituzioni, scuola e cultura ufficiale, forze politiche e maggioranze al potere, sono modellate per colpire o ingannare gli sfruttati e gli esclusi. O ancora c'è chi vive a suo agio nel mondo contemporaneo, giudicandolo passabilmente pacifico. Per noi è invece un mondo odiosamente segnato dal genocidio imperialista, che solo un rilancio del processo rivoluzionario mondiale può mutare(...)
E' aperta nel nostro paese una partita dal cui esito può dipendere la sorte del movimento operaio per un intero periodo storico. Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo, ora, questo giornale.
Tutti ci accorgiamo, ogni giorno, di nuovi pericoli incombenti, di cui la ripresa del teppismo fascista è solo un sintomo. Padroni e governo(....) moltiplicano gli sforzi per chiudere in gabbia il movimento delle masse, intrecciando repressione ed elemosine. L'imperialismo americano regola il nostro destino, secondo le leggi della divisione del mondo in sfere di influenza. Il quadro europeo che ci sta attorno è oscurato, come mai nel dopoguerra(....) E sulle grandi organizzazioni del movimento operaio pesa l'antica illusione del riformismo....In questa situazione, noi pensiamo che l'orientamento delle grandi organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia, e per un altro verso i limiti e le divisioni dei gruppi della sinistra, non ridanno la forza necessaria a una prospettiva socialista, e neppure lasciano sperare in un esito vittorioso dello scontro in atto. Siamo convinti che c'è bisogno e urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra di classe, di un nuovo orientamento strategico complessivo. Pensiamo che solo per questa via sarà possibile mettere a frutto il patrimonio che le esperienze del passato e del presente hanno accumulato...Ma se questo giornale potrà favorire e accelerare un tale lavoro, offrire uno strumento di conoscenza, di intervento, di mobilitazione, segnare una presenza e stabilire un punto fermo già in questa fase cruciale dello scontro di classe, allora la sua ragione d'essere e la sua verità saranno chiare.
Questo è tutto. Ed è qualcosa che appare a noi così essenziale che nessun limite, nessun ostacolo e nessun rischio ci è sembrato proibitivo. Perciò usciamo con solo quattro pagine, senza null'altro che un notiziario politico, senza abbellimenti o manipolazioni, nella persuasione che uno sforzo di semplicità e di chiarezza può valere più di tutto il resto. Perciò usciamo senza altro denaro che quello che ci è venuto e ci verrà dai compagni e dai lettori, dai quali interamente dipende la vita o la morte di questa impresa. Perciò ci accontentiamo di forze limitate e inesperte, ma fino in fondo disinteressate e impegnate, scontando difetti e lacune certe. In fin dei conti, non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo: a una passione militante: a ciò che molti chiamano utopia estremismo e noi fiducia nelle masse e tranquilla coscienza: al sostegno di chiunque riconoscerà in queste pagine un impegno comunista e questo impegno vorrà condividere.

PORCPUTTN::::CHE CASINO....

di RANX (17/05/2008 - 00:36) |




«Se questa è la realtà, quella di un pesante arretramento, peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, non possiamo non interrogarci su cosa sta succedendo, quali sono i processi sociali, politici, istituzionali che tutto mettono in discussione con questa profondità, processi che hanno una dimensione planetaria. Non credo proprio che si possa dire che la salute del sindacato è buona se la salute di chi vogliamo rappresentare non è affatto buona». E' la frantumazione della solidarietà al centro dell'analisi, la contrapposizione tra lavoratore e lavoratore che scatena l'istinto famelico degli imprenditori. Altrimenti non si spiegherebbe la pervicacia con la quale Confindustria vuole arrivare a tutti i costi a un rapporto "individuale" con i dipendenti. Un modello che salta a piè pari la funzione del sindacato. L'interrogativo è se l'intesa unitaria argina questo processo oppure lo favorisce in tutto e per tutto indicando nella dimensione aziendale l'unico terreno dove il lavoratore può ricostruire l'unità del lavoro a cominciare dal salario.

AUTONOMO,LAICO,DEMOCRATICO E SOCIALISTA

di RANX (11/05/2008 - 23:49) |




 La questione socialista non è un problema dei socialisti, intesi nel senso di ex iscritti od elettori del PSI, ma della sinistra italiana nel suo complesso, se si condivide il punto di partenza: in Italia manca, mentre è necessario, un forte partito di sinistra a vocazione maggioritaria e pertanto autonomo, laico, democratico e socialista, come nel resto d'Europa



La sconfitta delle liste socialiste e di tutta la sinistra nelle elezioni dell'aprile 2008 ha sue radici remote, oltre che essere il prodotto di scelte politiche sbagliate in tempi recenti.
In Italia, a differenza degli altri paesi europei, compresi quelli usciti dal dissolvimento del sistema imperiale sovietico, non c'è mai stato un partito di sinistra a vocazione maggioritaria. Per vocazione maggioritaria si intende un partito che aspiri al governo del paese sulla base di un proprio programma e con un leader, che ne sia espressione. L'espressione sinistra di governo è ambigua, in quanto può designare una sinistra tendenzialmente collaboratrice con altre forze, anche in posizione subordinata: una sinistra al governo.
L'ultima ed unica volta che la sinistra si pose come alternativa di governo fu nel 1948, quando socialisti e comunisti costituirono il Fronte Popolare e furono sconfitti da una Democrazia Cristiana, che raggiunse da sola, senza leggi truffa come quella attualmente vigente, la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento.

La scelta degli italiani è stata condizionata dallo scenario internazionale: la cortina di ferro era ormai calata in Europa, determinando per oltre quarant'anni una divisione, anche geografica, del continente sconosciuta alla sua storia ed estranea alla sua cultura.
Nel febbraio del 1948 il colpo di stato di Praga emozionò l'opinione pubblica, anche perché faceva seguito alle elezioni manipolate del 1947 in Polonia e Ungheria vinte grazie alla presenza dell'Armata Rossa, con una unificazione forzata tra socialisti e comunisti che portò alla costituzione del Partito Operaio Unificato Polacco e del Partito Operaio socialista Ungherese.
L'inizio di ripresa economica grazie all'European Recovery Program, più noto come Piano Marshall, ed i dubbi sulla compatibilità tra comunismo e libertà sconfissero il Fronte Popolare, che, peraltro, aveva provocato la scissione socialista di Palazzo Barberini: un indebolimento della sinistra, comunque, e della sua componente socialista, l'unica che nella situazione internazionale data avrebbe potuto garantire, se prevalente, la costruzione di una sinistra con vocazione maggioritaria.

Nella situazione attuale si vuole semplicemente constatare un fatto, cioè l'inesistenza di un forte partito di sinistra in Italia in grado di porsi come guida di un'alternativa di governo, senza entrare nel merito di chi avesse i torti e le ragioni.
La sinistra si è lasciata sfuggire altre occasioni per ripensare se stessa dai Fatti di Ungheria del 1956, alla Primavera di Praga, dall'invasione della Cecoslovacchia del 1968 alla creazione di Solidarnosc nel 1980 per giungere, infine, al crollo del Muro di Berlino del 1989.
Proprio commentando la caduta del muro di Berlino sulla rivista della Curia bolognese Il Regno il futuro capo dell'Ulivo e primo ministro di una coalizione di centro-sinistra, Romano Prodi si era professato tra i sostenitori della tesi, che, con il crollo del muro e la disgregazione del blocco sovietico, fosse finito non solo il comunismo, ma anche il socialismo, compresa la versione socialdemocratica.
Se questa opinione di Prodi fosse stata una semplice profezia od anche un suo obiettivo politico, non possiamo saperlo con certezza, ma si sono compiuti quasi 20 anni dopo, per sfortuna nostra (e di Prodi) soltanto in Italia.
Prodi ha dato origine alla creazione del Partito Democratico, facendo liquidare i DS, i suoi accoliti sono stati tra i più attivi promotori del referendum sulla legge elettorale: un chiaro messaggio in chiave bipartitica. Il secondo governo Prodi non è stato all'altezza delle aspettative e delle speranze suscitate dalla risicatissima vittoria del 2006 e il suo peso nel PD, dopo l'investitura plebiscitaria di Veltroni alle finte primarie del 2007, non è stata tale da evitare la frattura politica con la sinistra e, persino, il rifiuto di un apparentamento ai socialisti, i suoi sostenitori più fedeli.
Prodi è uscito personalmente sconfitto e senza prestigio da una vicenda, che lui ed i suoi hanno contribuito a creare: l'unica soddisfazione è quella di aver provato sul campo che la scomparsa della sinistra, comunista o socialista che sia, è possibile.

La sinistra deve ora reagire senza sconti e giustificazioni oggettive: Veltroni ha condotto una campagna elettorale all'insegna del voto utile, anzi, contraddicendosi, del voto anti-berlusconiano, ma lo aveva chiaramente annunciato, già da Orvieto, con la parola d'ordine di correre da solo.
La legge elettorale è fatta per bi-polarizzare il sistema, ma la sua applicazione, con la creazione del PD e del PdL, è stata sostanzialmente bi-partitica e quindi i partiti maggiori hanno attratto voti nelle rispettive zone di influenza, quindi si spiega la perdita di voti per queste ragioni tecniche. Tuttavia, pur con questa legge elettorale Casini ha superato brillantemente la soglia di sbarramento alla Camera e la coppia Storace-Santanché, pur partita dopo la Costituente Socialista e la Sinistra Arcobaleno, ha preso poco di meno di SA e 500.000 voti in più dei socialisti.

La sinistra, arcobaleno e socialista, ma anche alternativa come Sinistra Critica e PCL, semplicemente non è stata politicamente credibile, più ancora di non essere stata programmaticamente attrattiva. In democrazia, l'unico sistema politico nel quale giustizia sociale e libertà individuali e collettive si possono coniugare e fecondare reciprocamente, gli elettori hanno sempre ragione: se non capiscono è perché chi doveva spiegare non lo ha fatto o non si è fatto capire.
La sconfitta di SA e del PS sono evidenti ma anche SC e PCL non possono rallegrarsi, perché non hanno raccolto che una piccola parte del dissenso di sinistra, per di più, singolarmente considerati, sono più deboli (elettoralmente) degli aborriti socialisti, come anche PdCI, Verdi, Sinistra Democratica e Rifondazione, se si dovesse dividere al Congresso prossimo venturo.

Poiché il socialismo non è un cane morto nel XX° secolo, ed anzi il fallimento delle ricette neoliberiste su scala planetaria è evidente, come anche i limiti di uno sviluppo, che deteriora l'ambiente, per non parlare della compressione dei diritti umani, civili, sindacali e politici in troppe nazioni di questo mondo, non possiamo scegliere di stare a casa.
Le ragioni non possono essere puramente ideologico-sentimentali, ma radicarsi in una analisi della società italiana.
In Italia si è accentuato il fenomeno, anche rispetto ad altri paesi europei, dell'allargamento della forbice tra i salari più bassi e le remunerazioni più alte dei manager. Sempre in Italia la ripartizione del prodotto interno lordo tra salari, stipendi e prestazioni professionali da un lato e rendite dall'altro è sempre più ineguale a danno dei proventi da lavoro, che per di più, insieme con le pensioni, hanno visto erodersi il proprio potere d'acquisto. La stessa pressione fiscale è più forte sui redditi lavorativi e professionali, che sulle rendite finanziarie o le speculazioni di borsa.
L'istruzione superiore ed universitaria è formalmente aperta a tutti, ma sempre più dequalificata: si perpetuano così le differenze, addirittura vere e proprie discriminazioni, tra giovani con le stesse capacità, ma di diversa origine sociale. Disoccupazione o precarietà colpiscono l'impiego delle donne e dei giovani. La criminalità organizzata controlla il territorio, le attività economiche ed il mercato del lavoro in troppe zone del paese; la stessa mancanza di un'autorità vicina alla popolazione fa crescere il senso di insicurezza e paura nei cittadini, che trova il suo bersaglio, in numerosi casi a ragione, nel clandestino e nello straniero, che altrettanto frequentemente è a sua volta vittima di suoi connazionali.
Nelle istituzioni e nelle scelte economiche contano lobbies, consorterie, clientele, gruppi di interesse e di potere più dei cittadini e degli utenti, nei processi di liberalizzazione/privatizzazione lo si è potuto constatare con mano. I diritti civili e le libertà sono meno tutelati, che in altri paesi europei. Il condizionamento clericale è pesante nella legislazione sociale e familiare e condiziona la stessa libertà dell'insegnamento e della ricerca, oltre che compromettere il funzionamento di servizi pubblici con un uso strumentale dell'obiezione di coscienza.
Occorre una forza di sinistra che si faccia carico di questi problemi e delle persone che ne sono colpite, una forza di sinistra consapevole che miglior antidoto all'anormalità italiana, che politicamente è uno scandalo, è riportare la discussione ad un contesto europeo ed internazionale, del quale l'Italia è parte integrante e nel quale potrebbe giocare un ruolo rilevante e non subordinato.

Riproporre, quindi, la questione socialista, che non è un problema dei socialisti, intesi nel senso di ex iscritti od elettori del PSI, ma della sinistra italiana nel suo complesso, se si condivide il punto di partenza, che in Italia manca, ma è anche necessario, un forte partito di sinistra a vocazione maggioritaria e pertanto autonomo, laico, democratico e socialista, come nel resto d'Europa.

La sconfitta della sinistra è, talmente ampia, che non c'è spazio per autoassoluzioni o per trovare capri espiatori. Non si possono chiamare fuori neppure quelli, che per tempo avevano denunciato i limiti dei processi aggregativi in corso, se sono rimasti minoranza hanno una loro parte di responsabilità. Non è tempo di regolamenti di conti all'interno di gruppi dirigenti, che da troppo tempo hanno accettato la loro degenerazione oligarchica ed autoreferenziale.
Si facciano spontaneamente da parte, veramente e sul serio, tutti quelli che hanno avuto responsabilità di vertice negli ultimi anni e non cerchino di condizionare il processo di rinnovamento collocando loro pedine negli organismi di partito. Una ripresa della sinistra può avvenire soltanto con una forte discontinuità con le pratiche organizzative del passato e con i retaggi di divisioni ideologiche, che hanno perso senso politico attuale: non è più il tempo di battaglie tra falci e martelli e garofani o rose. In tutte queste vicende si erano comunque persi, nei simboli, il libro ed il sole dell'avvenire: cioè la conoscenza e la speranza. Senza di esse non si ricostruisce nulla. Allo stato si può delineare solo un processo ed indicare alcune scelte di massima:
1) prendere atto del fallimento dei processi aggregativi intrapresi, dalla Costituente Socialista alla Sinistra Arcobaleno, come in precedenza della Rosa nel Pugno e della Sinistra Europea;
2) riaffermarsi come sinistra con soluzioni ai problemi del paese e che si candida al governo con senso di responsabilità, con competenza e con onestà;
3) riconfermare le ragioni di un'alleanza riformatrice con il PD, ritornando all'originario spirito dell'Ulivo, alleanza competitiva da risolvere democraticamente per la guida della coalizione con vere e proprie primarie all'interno del centro-sinistra per la scelta del candidato e non come legittimazione ex post di un primato, conquistato per investitura del gruppo di potere di turno;
4) regole di coalizione stringenti, la più importante delle quali è la lealtà nei confronti delle decisioni di un governo di cui si faccia parte;
5) ricentrare i rapporti con il movimento sindacale nel suo complesso, favorendone l'autonomia, l'unità e la rappresentatività dei lavoratori, in vista di obiettivi comuni quali la difesa e l'allargamento del potere d'acquisto di salari, stipendi, pensioni e compensi professionali: mai più una fase conflittuale come quella del 2007 sul pacchetto sociale e previdenziale;
6) anticipare nei propri statuti e nella loro osservanza i principi di una inevitabile riforma dello status ed ordinamento giuridico ed economico dei partiti: democrazia interna e trasparenza di gestione, oltre che piena corrispondenza delle strutture decentrate e territoriali dei partiti con il corrispondente livello istituzionale, nel quale operano. In una prospettiva federativa e federale dei partiti rafforzare le organizzazioni regionali e sopranazionali, così come la partecipazione di cittadini in forma individuale o collettiva;
7) cominciare l'elaborazione di punti prioritari per un Partito del Lavoro e del Socialismo, cominciando dall'ambiente, dalla pace e cooperazione europea ed internazionale, dalla giustizia sociale e dall'eliminazione di discriminazioni per ragioni di sesso, di lingua, di religione (compresa la libertà di non credere), di nazionalità, di condizione sociale e di orientamento sessuale, in altre parole difesa intransigente della laicità e dei diritti umani, civili, sindacali e politici;
8) riaffermare la necessità di un controllo democratico e, se necessario, di un intervento pubblico sulle scelte di politica economica e finanziaria di rilevante impatto sociale, così come dell'universalità dell'accesso ai servizi pubblici per l'istruzione e la salute ed a beni indispensabili, come l'acqua potabile.

Nelle varie organizzazioni della sinistra, chi ha punti di vista in comune o parzialmente coincidenti deve collegarsi e farsi portatore degli stessi prioritariamente nelle realtà, in cui opera. Ogni iniziativa, compresi i congressi, deve essere per principio aperta a tutti e gli organi eletti devono sentirsi come provvisori e con il compito primario di presentare una sinistra nuova, larga, unita e plurale con una comune piattaforma programmatica europea alle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell'Unione Europea nel 2009 e per l'elaborazione di una piattaforma di riforme istituzionali e legislative sulle quali misurare le reali intenzioni del PD o, quantomeno, dei suoi settori che si reclamano progressisti e riformatori.

PRIMA LA PRODUTTIVITA' POI I SALARI

di RANX (11/05/2008 - 11:45) |




La segretaria generale della Fiom, Maria Sciancati, è stata sospesa perché non ha cacciato via da una assemblea pubblica un lavoratore, peraltro delegato, espulso dalla Cgil. Il fatto non sussiste. Non c'è una norma che imponga di cacciare dalle assemblee i lavoratori che non piacciono ai sindacalisti. E' il segno di una torsione autoritaria, di intolleranza nella vita dell'organizzazione e una sorta di richiamo al serrare le file. Onestamente non scomoderei i Gulag, che rappresentano ben altre tragedie. Negli anni '60 la Cgil si aprì agli apporti di tutti i lavoratori. Se avesse invece adottato questo stile di gestione il sindacato dei consigli non sarebbe nato e al suo posto ci sarebbe stata una valanga di espulsioni.

Entriamo nel merito, alla fine il contratto nazionale anche se non viene cancellato viene parecchio ridimensionato.
Il documento parte dall'idea, profondamente sbagliata, che i guai ai salari dei lavoratori in questi anni siano venuti perché c'era troppo contratto nazionale. La verità è che ce ne è stato troppo poco,
perché il contratto nazionale doveva subire la gabbia della concertazione. Invece che liberare il contratto nazionale dalla concertazione si vuole liberare la concertazione dal contratto nazionale. Nell'Italia delle piccole aziende, del lavoro frantumato e precario, ridurrne il peso significa rompere la solidarietà tra i lavoratori a favore di un'aziendalismo che premierà solo una minoranza.

Aziendalista?
A parole tutti sostengono ora che l'intesa difende il contratto nazionale. Però scopriremo, un minuto dopo che si aprirà il tavolo, che non è così. La Logica di questo documento è la stessa che ha portato all'abolizione della scala mobile; che allora diceva "bisogna ridurre il peso dela scala mobile per avere più contrattazione". Oggi si dice, l'accrescimento del salario avviene solo sul cosiddetto salario per obiettivi. Per capirci, il contratto nazionale non può far crescere i salari. Di più, la premessa ideologica del documento dice che il miglioramento delle condizioni di reddito dei lavoratori si fa attraverso la crescita della qualità e della competitività delle imprese. Quindi, per essere chiari si accetta la politica dei due tempi, prima la produttività e poi i salari. Si accetta lo slogan bipartisan, sostenuto in campagna elettorale sia da Berlusconi sia dal Pd, per cui per distribuire la ricchezza bisogna produrla. In nessun punto del documento si dice o si parla di redistribuzione della ricchezza. Si dice che la contrattazione nazionale dà un minimo e il resto uno se lo deve guadagnare in azienda. Anche la contrattazione territoriale che viene esaltata come stumento per estendere il secondo ilviello di contrattazione a chi non ce l'ha viene stravolta in questa logica e diventa il cavallo ruffiano delle gabbie salaiali. Infatti, in questa logica essa può essere conquistata solo se assorbe da un lato spazio al contratto nazionale e dall'altro diritti e poteri alla contrattazione aziendale.

La Cgil obietta che almeno ha ottenuto regole democratiche certe.
Penso invece che si vada verso un modello centralizzato e burocratico delle relazioni sindacali e privo di reale democrazia. Perché i contratti nazionali verranno in realtà decisi dalle confederazioni che stabiliranno con le controparti, in quello che negli anni '60 la Cisl chiamava accordo quadro, quale è l'inflazione a cui riferirsi. Il contratto nazionale viene così svuotato, in alto dagli accordi centralizzati a livello confederale e in basso non dalla contrattazione aziendale ma dal salario legato alla produttività e al merito. Chiamo questo il ritorno a una forma di cottimo. Cioè ad un salario che discrimina un lavoratore dall'altro. Infine, voglio sottolineare che il tanto esaltato accordo sulla democrazia è regressivo, rispetto almeno alla cultura della Cgil. Perché si cancella anche l'ipotesi che i lavoratori votino sulle piattaforme; perché la consultazione certificata, che non è il referendum, si fa solo sugli accordi, senza forma di partecipazione al negoziato. E poi perché vengono mantenuti tutti gli inaccettabili privilegi del sindacalismo confederale a partire dalle quote riservate per le Rsu. Il modello è quello che ha portato alla ratifica del luglio 2007.

C'è un filo rosso che lega il clima bipartisan sul lavoro e l'azione che il Pd sta esercitando sulla Cgil?
Il documento è negativo, ma la trattiva che si preapara lo è ancora di più perché nasce su una campagna bipartisan a favore della flessibilità del salario e dei diritti e prefigura un accordo che è solo a perdere. Per dirla in sintesi invece che correggere i danni del '93 si preapara un accordo che li aumenta, con più concertazione e più flessibilità del salario. La Cgil subisce tutta questa impostazione perché è guidata dalla paura dell'isolamento. In questo la situazione è davvero opposta al 2002. Oggi la Cgil firmerebbe il Patto per l'italia e temo che firmi anche un accordo peggiore di quello. Il risultato elettorale è invece il motivo per cui oggi la Cgil dice sono costretta a sedermi con Sacconi e la Marceglia e devo prepararmi ad accettare quello che passa il convento. E' questa paura ciò che produce intolleranza verso la diversità dei comportamenti e il bisogno di normalizzazione. Ma anche per questo dico, questa paura va contrastata. Occorre impedire l'omologazione del sindacato e in particolare della Cgil al quadro politico. Bisogna respingere i tentativi egemonici sulla Cgil da parte del Partito democratico senza riproporre alcun collateralismo politico, neanche con la crisi della sinstra radicale. Tra l'altro, importanti dirigenti della Cgil che alle elezioni avevano scelto l'Arcobaleno ora si schierano con Epifani. Il nodo è sindacale, ovvero l'indipendenza del sindacato. Oggi la Cgil paga la mancata autonomia da Prodi. E rischia di farlo nella maniera peggiore di fonte all'attacco della Confidunstria e di Berlusconi. Per questo io vedo la battaglia che si apre prima di tutto come una grande battaglia di autonomia e indipendenza. Come diceva Di Vittorio, dai padroni, dai governi e dai partiti.

Archivio Maggio 2008