Archivio Giugno 2008
Un contratto sempre meno collettivo e sempre più «taylor made», tagliato e cucito attorno al singolo individuo. A tanto arriva il «salto quantico», la «prospettiva culturale», il «dubbio radicale» lanciato ieri da Federica Guidi, presidenta dei giovani industriali, in apertura del consueto meeting preestivo a Santa Margherita Ligure. Ma la platea non sembra voler raccogliere la provocazione. Pragmaticamente consapevoli che ogni cosa ha il suo tempo, gli industriali plaudono ai primi provvedimenti del governo (che in questa direzione procedono spediti), e «più realisticamente» convergono sulla necessità di una differenziazione salariale tra nord e sud del paese. Mentre da Bergamo, dove è riunito lo stato maggiore di Confindustria, Emma Marcegaglia detta le prime condizioni alla trattativa con i sindacati che si apre martedì: «Firmeremo solo con un legame stringente tra aumento dei salari e produttività (ma sia chiaro che quello aziendale non può diventare un ulteriore salario fisso) e con la previsione di sanzioni per quei contratti siglati fuori dalle regole».
Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il «vecchio» spacciato a buon mercato come «nuovo»: l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società («la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo»). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate («uno, nessuno, centomila» contratti) e la riduzione della aliquote fiscali («che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa»).
Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la «domanda scomoda» il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. «No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni», dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, «la distinzione tra destra e sinistra non c'è più»). L'unico a raccogliere il «salto quantico» proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi.
Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare «una doppia parte in commedia». «Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte», e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo «shopping contrattuale». Ridisegna poi il conflitto di classe, «non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia». Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.
Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il «vecchio» spacciato a buon mercato come «nuovo»: l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società («la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo»). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate («uno, nessuno, centomila» contratti) e la riduzione della aliquote fiscali («che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa»).
Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la «domanda scomoda» il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. «No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni», dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, «la distinzione tra destra e sinistra non c'è più»). L'unico a raccogliere il «salto quantico» proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi.
Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare «una doppia parte in commedia». «Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte», e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo «shopping contrattuale». Ridisegna poi il conflitto di classe, «non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia». Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.
Archivio Giugno 2008





Ultimi commenti
@*dtcomment*@@*titolopost*@
@*nome*@