Archivio Agosto 2008

«Secondo me le affermazioni del ministro Castelli sulle morti bianche sono una messinscena. Come se tutti quelli che fanno politica oggi dovessero per forza dire qualcosa, nel bene o nel male, come se ci fosse un copione da rispettare: abbiamo il potere e dunque parliamo. Il paradosso è che, almeno al Nord, molti operai un tempo legati alla sinistra hanno votato Lega», dice Pietro Bolla, autore con Monica Repetto di ThyssenKrupp Blues, il film che il 5 settembre sarà presentato a Venezia nella giornata dedicata alle morti bianche, insieme al film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi. Più indignata la reazione della Repetto: «Non sono un' esperta, non so se la cifra delle morti bianche sia a due, tre o quattro zeri, ma per me anche un solo numero è una vita perduta e morire in quel modo, morire per lavorare, è un oltraggio alla dignità dell' uomo». ThyssenKrupp Blues racconta la storia di Carlo Marrapodi che, ricorda la Repetto, «avrebbe dovuto far parte di un film corale di RaiTre sugli operai negli anni 2000. Nel montaggio è rimasta fuori, insieme ad altre storie: pensavamo di farne un altro film così abbiamo continuato a seguire Carlo. Per il rapporto che abbiamo stabilito con lui, per la sua potenza sulla scena, l' energia, l' onestà e la forza vitale, lo abbiamo raggiunto dopo la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. Pur raccontando la vicenda privata di Carlo, ThyssenKrupp Blues è diventato anche un film di denuncia». Il film racconta l' inizio del declino della fabbrica, la manifestazione del giugno 2007, l' incontro con il sindaco Chiamparino, fino alla decisione della cassa integrazione per 150 operai, Carlo compreso, che non riuscendo a vivere a Torino con lo stipendio dimezzato, torna in Calabria, al suo paese. è impressionante la consapevolezza che c' era già allora, sulle condizioni ad alto rischio in cui gli operai erano costretti a lavorare. E le condizioni erano ancora peggiori quando, pur essendo la fabbrica in fase di smantellamento, la ThyssenKrupp decise di continuare la produzione. A ottobre 2007, Carlo è tra quanti rientrano a Corso Regina 400. «La storia di Carlo è la storia di una solitudine che va oltre la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. è la storia di una classe lasciata sola nel silenzio della sinistra, persino Chiamparino non dice più niente. I professionisti della politica non sono più capaci di parlare e, quando parlano, sembrano tutti fuori sincrono», dice Bolla che vive nella provincia di Torino dove fa il capostazione. «Non sono un cittadino, sono figlio di un panettiere, vengo dalla cultura contadina, la fabbrica l' ho osservata sempre dal di fuori come la osservavano i torinesi, andavo a scuola a due passi dal Lingotto, vedevo i treni e i pullman carichi di operai addormentati in viaggio verso il turno del mattino. Adesso non ci sono più». All' inizio degli anni Ottanta, dopo la marcia dei 40 mila - «C' erano Lama e Carniti ma vinse la Fiat» - cominciò l' interesse di Bolla per le storie degli operai. Il primo film era "Ai confini della realtà" e raccontava «da una parte la dura ristrutturazione della Fiat in termini tecnologici e un processo di automazione che tendeva all' eliminazione degli operai, dall' altra quelli che la subivano, che, gettati fuori dal processo produttivo, si dovevano riciclare. Fu un momento molto duro, fu l' inizio della fine di un' appartenenza e della disgregazione dell' orgoglio della classe operaia. Quello che è accaduto alla ThyssenKrupp è una delle conseguenze». Carlo Marrapodi ha una spalla coperta di tatuaggi, ha un piercing, porta un orecchino. «è un trentenne come tanti, non somiglia all' immagine tradizionale, anche ideale dell' operaio», dice la Repetto. «E come tutti i giovani aspirava a un rapporto equilibrato tra il tempo per il lavoro e quello per la vita. Oggi per lui c' è solo il tempo dell' incertezza, del dubbio sul futuro. Abbiamo volutamente raccontato la storia di un operaio che non è morto solo perché quel giorno di dicembre faceva un altro turno, eppure, attraverso la sua storia, credo che si possa capire esattamente il rischio che i lavoratori corrono in questa società». Una società in cui, dice Bolla, «la legislazione contro le morti bianche c' è ed è precisa. La prevenzione viene vissuta dall' industria come un obbligo, bisogna appendere i cartelli di pericolo, bisogna controllare le scarpe e l' abbigliamento, ma è solo una serie di pratiche burocratiche, di scadenze di controlli, di avvisi e comunicati da firmare. Ma non c' è e non si è mai sviluppata una cultura della prevenzione, e cioè una vera attenzione quotidiana alle condizioni di lavoro. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Per questo si continua a rischiare la vita ogni giorno». -
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