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ULTIME CHIAMATE

di RANX (27/09/2008 - 15:17) |





Le possibilità di resistere a quest'offensiva "fascistoide"  trincerandoci dietro le vecchie e rassicuranti certezze, sventolando le antiche e lise bandiere, sono pari a zero. Dobbiamo saperlo. Dobbiamo dirlo forte e chiaro.
Occorre mettere in campo, qui e ora, subito, una nuova soggettività sociale, politica e culturale, capace di interpretare e veicolare gli innumerevoli conflitti che si agitano sullo sfondo di una società che tutto è tranne che pacificata.
E' urgente l'avvio di un processo partecipativo quanto più largo e quanto più democratico possibile, il solo capace di restituire senso all'impegno politico della nostra gente, fiducia nella politica al nostro stesso popolo, speranza a chi la ha persa, o la perderà presto se qualcosa di nuovo non arriverà a ridargliela.
Dovremo contrastare ovunque un attacco ai diritti civili e sociali, alle libertà di tutte e tutti, alle condizioni di vita dei lavoratori tutti di portata storica.
Ma dovremo con altrettanta urgenza ribaltare l'egemonia culturale che la destra ha conquistato negli ultimi quindici anni. Senza scalzare quel sistema di valori diffuso che la destra ha imposto non riusciremo neppure a conquistare un palmo di terreno sul piano dei conflitti materiale.
Fino a che le nostre parole e i nostri valori - giustizia, antiautoritarismo, rifiuto delle gerarchie, diritti - saranno messe in scacco da una cultura diffusa che le nega e le disprezza, non riusciremo a strappare neppure un accordo sindacale vincente, o a concludere con successo una lotta.
Con questa realtà dobbiamo fare i conti, sapendo che non si tratta di un eclisse o di una nuvola scura ma che stavolta si tratta di ricominciare, nel senso più pieno e complessivo del termine.
E' questo il terreno che ci aspetta, questi gli obiettivi che dobbiamo darci.
 Essere meno ambiziosi stavolta non è proprio possibile.
Perché abbassare il tiro anche di un millimetro significherebbe non sacrificare qualche particolare, ma darsi definitivamente per vinti.
Non possiamo farlo.

......CHI E'??

di RANX (24/09/2008 - 22:52) |

Umanita'Nova

Pochi in Italia conoscono il poeta e romanziere tedesco Georg Weerth, in amicizia con Engels, Marx e Lassalle. Dalla sua penna nacque il Signor Preiss, protagonista degli Schizzi umoristici dalla vita dei commercianti: un personaggio senza scrupoli pronto ad adeguarsi a ogni circostanza pur di fare affari.
Oggi, sono molti i Signor Preiss che s'incontrano al mercato della politica; compresi quelli che si accreditano come oppositori del potere dominante e da questo sono riconosciuti come tali.
Il caso più clamoroso, anche se certo non l'unico, è rappresentato dall'area politica degli ex-disobbedienti, i cui più recenti contorsionismi sono già stati considerati in un articolo su Umanità Nova dello scorso 27 aprile, in cui veniva criticamente commentata un'intervista al loro eterno portavoce Luca Casarini che, con la benedizione dello sindaco-filosofo Cacciari, auspicava la nascita di "una Lega di sinistra" come alternativa allo sfacelo elettorale "della sinistra ideologica alla Bertinotti" (si veda «Il Gazzettino» del 17.04.08 ).
Auspicare l'invenzione di una "cosa di destra" orientata a sinistra sarebbe già di per se un controsenso; ma, evidentemente, per Casarini & c. nel leghismo padano o venetista c'è, aldilà delle ricorrenti accuse di razzismo, comunque qualcosa da recuperare ed imitare. Della serie: rifiuti riciclabili.
Chiunque conosce un po' le origini e la matrice culturale della Lega Nord avrebbe a riguardo molto da obiettare; ma comunque nel discorso di Casarini rimaneva implicito il suo schieramento, seppur impietoso, a fianco della sinistra parlamentare.
Cosa peraltro confermata dal fatto che, appena due anni prima, i disobbedienti (allora Senza Volto), per partecipare alle primarie del centrosinistra, avevano sottoscritto il programma dell'Unione fatto proprio dal governo Prodi.
Dal lancio dell'idea della "Lega di sinistra" sono trascorsi appena tre mesi e già scopriamo che i disobbedienti hanno di nuovo cambiato abito, con rapidità scenica petroliniana.
Su «Il Manifesto» del 10 agosto, in un articolo della fidata Orsola Casagrande, scopriamo che adesso i "centri sociali del Nordest" (definizione ripescata per non riesumare quelle ormai demodé di disobbedienti o quella sepolta di tute bianche) si dichiarano per bocca di Casarini "marxisti non di sinistra".
Chi conserva un po' di memoria ricorda che solo pochi anni fa, gli stessi soggetti entrando organicamente nel partito dei Verdi, rifiutavano con una certa supponenza di avere a che fare qualcosa non solo con il comunismo e l'anarchismo, ma neanche con l'operaismo cresciuto proprio tra Mestre e Padova, tra l'assemblea autonoma di Marghera e Radio Sherwood.
Ora, passata la moda neozapatista, recuperano la definizione di marxisti, ma rigettando il loro essere "di sinistra"; pur se non ci dicono se d'ora in poi dobbiamo collocarli a destra o al centro, forse nel tentativo di cavalcare l'antipolitica amplificata da Grillo.
Riteniamo che Marx, se fosse possibile interpellarlo in merito, ribadirebbe ancor più convintamente "Io non sono marxista"; basti dire che, dal medesimo articolo, apprendiamo che, proprio come qualsiasi altro padroncino o azienda commerciale del Nordest, pure i gli ex-disobbedienti rivendicano di aver "sempre fatto battaglia per non pagare le tasse che lo Stato impone a chiunque apra un'attività, strozzandolo".
Praticamente, un elogio della libera impresa e dell'evasione fiscale del tutto analogo a quelli che caratterizzano proprio i discorsi leghisti e liberisti; d'altra parte Spa è anche l'acronimo di Spazi Pubblici Autogestiti.
Ma quello che appare davvero inquietante è lo spettacolo offerto da tale trasformismo, davanti alla perdita di identità e prospettive di quanti si sono riconosciuti nella sinistra antagonista.
Non solo perché la guerriglia semantica diventa maschera dell'opportunismo; ma anche perché questa logica conduce ad ulteriori quanto imponderabili cortocircuiti.
Ne è riprova il fatto che di recente sul centro sociale Rivolta di Marghera si sono viste sventolare le bandiere col Leone di S.Marco, già simbolo della Serenissima Repubblica di Venezia. Gli ex-disobbedienti hanno provocatoriamente usato i vessilli rossodorati contro l'infame campagna leghista nei confronti dei "campi nomadi" e poi ci si sono affezionati. Peccato che proprio la Serenissima Repubblica di Venezia, nel 1558, emise un famigerato bando contro i Gitani che autorizzava chiunque ad ammazzarli e prometteva dieci ducati a chi ne avrebbe consegnato uno vivo alle autorità.
Ogni tanto la storia si vendica di chi se ne prende gioco.

K.A.S.

- Piccolo glossario con alcune delle definizioni utilizzate nell'ultimo decennio dalla post-autonomia veneta: Melting dei centri sociali del nordest, Autonomi padani, Indiani padani, Tribù ribelli del nordest, Tute bianche in movimento, Disobbedienti, New global, Invisibili, Senza volto, Resistenti, Pirati di global beach…

ANTI-DEPRESSIVI

di RANX (24/09/2008 - 22:44) |



Una giornata di mobilitazione contro la politica economica "depressiva" del governo, con oltre 150 iniziative in tutta Italia. È la protesta - chiamata 'Diritti in piazza' - che la Cgil ha lanciato per sabato 27 settembre con l'obiettivo di "cambiare le scelte sbagliate del governo, che cancellano i diritti e e impoveriscono salari e pensioni". Ci saranno cortei, presidi, comizi, volantinaggi e altri tipi di iniziative "in tutte le piazze d'Italia", con il segretario generale Guglielmo Epifani che interverrà in piazza Farnese a Roma.
Una protesta, ha sottolineato Epifani, "che non è contro Cisl e Uil, ma per contrastare le scelte del governo e difendere i diritti specie dei piú deboli".

"Lo scopo della mobilitazione - secondo il numero uno del sindacato di Corso Italia - è dire che ci sono due grandi problemi da affrontare subito: la grave emergenza occupazionale, che noi denunciamo da tempo e che con la ripresa autunnale sta diventando sempre piú grave, e la condizione sempre piú pesante dei redditi di lavoratori dipendenti e pensionati, a causa dell'inflazione, della mancanza di interventi sui prezzi e dell'assenza di un alleggerimento fiscale. Sono problemi seri - ha spiegato - che rischiano di aggravarsi sempre piú", anche perchè "con l'inflazione al 4% il fiscal drag toglie circa 400 euro all'anno ai lavoratori, riducendone fortemente il potere d'acquisto".

Tra le iniziative già programmate (a cui se ne aggiungeranno altre nei prossimi giorni), sono previste 45 manifestazioni con corteo e comizio, 59 presidi e 7 sit-in. I segretari confederali della Cgil interverranno in diverse città: Susanna Camusso a Ravenna, Fabrizio Solari a Napoli, Fulvio Fammoni a Milano e Carlo Podda a Palermo, mentre il numero uno della Fiom, Gianni Rinaldini, sarà a Reggio Emilia. A Torino - evidenzia la Cgil - il corteo sarà aperto da un grande drago verde e rosso, simbolo del fiscal-drag che 'brucia' i redditi dei lavoratori, mentre sul sito internet del sindacato ci saranno filmati, foto e resoconti per seguire le iniziative in tempo reale.

"È un governo che - ha continuato Epifani - davanti al peggioramento della crisi finanziaria globale, non ha fatto ancora nulla: tutti gli altri governi europei sono intervenuti durante l'estate, mentre il nostro è fermo all'impostazione di politica economica decisa a giugno". E questo giudizio negativo "non è di parte, perchè perfino l'ultimo bollettino del centro studi di Confindustria afferma che la manovra avrà per la crescita un effetto di correzione al ribasso dello 0,3%: anzichè sostenere lo sviluppo, lo porta vicino allo zero. E questo - ha evidenziato il segretario generale - è esattamente il cuore della protesta di sabato".

Una mobilitazione decisa solo dalla Cgil, senza gli altri due sindacati confederali. "Con Cisl e Uil - ha concluso Epifani - abbiamo un fronte di iniziative comuni su molti problemi: dove il filo unitario regge, lo conserviamo con grande forza. Continuiamo a lavorare a ogni livello per un'iniziativa che coinvolga la Cisl e la Uil, ma finora non è stato possibile".

LIBERI TUTTI

di RANX (24/09/2008 - 22:36) |




 Con l'introduzione della norma che consente l'elargizione unilaterale di aumenti contrattuali, il sindacato è a questo punto svincolato dall'accordo del 23 luglio e certamente non si limiterà a contattare sul 10% residuo, ma ridefinirà liberamente le sue piattaforme rivendicative



Ci stupiamo dello stupore del Ministro Brunetta, che giudica paradossale la mobilitazione annunciata dalle organizzazioni sindacali contro l'introduzione della norma che consente l'elargizione unilaterale di aumenti contrattuali.
Il principio cardine del negoziato sta nella pari dignità delle parti ai tavoli di trattati va, se qualcuno si presenta con una pistola sul tavolo, la parità di condizioni cessa evidentemente di esistere.

Se ci si presenta avendo pre-definito quantità, qualità e distribuzione del 90% delle risorse, davvero non si capisce di che contrattazione si stia parlando.
Nemmeno Confindustria si spinge a tanto, neanche i datori di lavoro che, in un recente passato, hanno dato aumenti unilaterali si arrogavano il diritto di ipotecare la contrattazione a tal punto.

Deve essere chiaro che, se il modello della proposta è questo, il sindacato è a questo punto svincolato dall'accordo del 23 luglio e certamente non si limiterà a contattare sul 10% residuo, ma ridefinirà liberamente le sue piattaforme rivendicative.
Si deve sapere anche che le forme e la durata del conflitto, salvaguardando sempre i diritti fondamenti dei cittadini, potranno presentarsi in modi nuovi e diversi del passato.

*Segretario generale funzione pubblica Cgil

 

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Risorse insufficienti, Parlamento esautorato, sindacato estromesso. Questo in sintesi il disegno contenuto nella manovra finanziaria per il 2009, approvata ieri dal governo Berlusconi, che riguarda principalmente il rinnovo del contratto del pubblico impiego.
Siamo in presenza, ed è bene dirlo con la dovuta chiarezza, di un vero e proprio colpo di mano. Tre articoli più tabelle per sancire quello che da mesi andavamo denunciando: dietro la campagna contro i pubblici dipendenti si nascondeva semplicemente la volontà di fare cassa e di annullare le riforme degli ultimi 25 anni che consentirono la privatizzazione del contratto di lavoro.

Secondo le prime stime del sindacato le risorse inserite in finanziaria porteranno ad un "aumento" dei salari di 65 euro nel biennio (compresa l'indennità di vacanza contrattuale) di fatto neanche recuperando l'inflazione programmata (1,7%) a fronte di una inflazione reale di oltre il 4 per cento, con picchi superiori al 5 per cento per i generi alimentari. Tutto ciò in un quadro grave per la tenuta economica del nostro Paese: siamo a crescita zero e questo non succedeva da oltre quindici anni, ed il governo invece di assumere iniziative che sostengano i consumi interni, intervenendo sui salari dei lavoratori e dei pensionati, utilizza l'indice dell'inflazione programmata. Un dato accantonato perfino da Confindustria.

Inoltre, il governo introduce un grave elemento di delegittimazione delle organizzazioni sindacali prevedendo che " le somme stanziate possono essere erogate anche mediante atti unilaterali..", di fatto, quindi, cancellando la sede di contrattazione. Si tratta di un atto grave che sostanzialmente inficia la presunta volontà dell'esecutivo di innalzare i livelli di efficienza e produttività dei dipendenti pubblici, in quanto dovrebbe essere la sede di trattativa contrattuale il luogo principe per definire le linee guida di un moderno sistema di servizi. Premiare le competenze, garantire l'autonomia decisionale, far emergere un management responsabile, in sostanza contrattare efficienza in cambio di incentivi economici. Purtroppo non vi sono né gli incentivi e né la contrattazione, rimangono solamente gli echi della campagna contro i fannulloni di cui il ministro Brunetta ancora non ha dato conto dei risultati ottenuti.

Ma, probabilmente, di tutto questo il Parlamento non potrà discutere, se non molto marginalmente, visto che lo stesso consiglio dei ministri che ha approvato la manovra per il 2009 ha già autorizzato il ricorso al voto di fiducia. Esautorando deputati e senatori del diritto di intervenire su questioni che riguardano non solamente i salari dei pubblici dipendenti, ma gli stessi servizi ai cittadini: asili, scuole, ospedali, luoghi che in base alla capacità di offrire servizi determinano direttamente la qualità della vita nel nostro Paese.

Siamo in presenza, purtroppo, di mix di arroganza istituzionale e incapacità di governo. Si sviliscono le sedi parlamentari, si evita il confronto con i rappresentanti dei lavoratori, si governa attraverso le conferenze stampa. Cercando si sottrarsi il più possibile dal confronto sul merito delle scelte. Merito che, nonostante le roboanti campagne medianiche, al dunque sarà compreso fino in fondo dai cittadini. Il tentativo di mettere contro maestri e genitori, infermieri e pazienti alla lunga non funzionerà, perché maestre e genitori infermieri e pazienti comprenderanno che hanno un interesse in comune: che le scuole e gli ospedali funzionino.

Le prossime mobilitazioni, sindacali e politiche, a partire dalla manifestazione promossa dal Pd per il 25 ottobre, dovranno porre al centro innanzitutto la sfida dell'unità. L'unità del mondo del lavoro, l'unità tra chi fornisce un servizio alla collettività e gli utenti di quel servizio.

*Senatore Pd, commissione lavoro

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SI PUO' CAMBIARE (e loro lo sanno benissimo)

di RANX (13/09/2008 - 15:07) |




GENOVA - L'85 per cento delle 252 vittime di Bolzaneto non andava neppure fermato. E chissà se i ragazzi torturati - che ci sia stata tortura lo dice la recente sentenza - sono stati 'solo' 252: dagli interrogatori e dalle interviste ne spuntano altri, finora sconosciuti. Arriva oggi in libreria "Bolzaneto. La mattanza della democrazia" (DeriveApprodi, pp. 256, euro 15), primo libro "vero" sul massacro nella caserma di Genova-Bolzaneto durante il G8 del 2001. Vero perché parte dalla sentenza del luglio scorso. Vero perché l'autore, Massimo Calandri di Repubblica, ha raccolto atti in gran parte inediti e ha aggiunto col suo lavoro, ricostruzioni, interviste e racconti. Una documentatissima prefazione di Giuseppe D'Avanzo rende perfettamente il clima e spiega i retroscena. Un lungo filo rosso per capire come mai, oggi, in Italia, possano esistere torturatori e torturati. (r. n.)

Ecco, di seguito, un estratto del secondo capitolo.

La torta al cioccolato
Quando mi hanno presa per un braccio. E' in quel momento che tutto ha avuto inizio. Una mano mi ha afferrata forte, poco sotto la spalla. In realtà non ho sentito vero dolore. Cioè, niente che poi abbia lasciato lividi, o graffi, un qualche arrossamento della pelle. Nessun segno, davvero. Però una sensazione precisa e strana. Qualcosa di buio. Un male profondo. Come l'alito d'una bestia crudele. Come una scossa elettrica. Come una puntura velenosa. E' cominciato esattamente allora, mi ricordo bene. Non un minuto prima. Non quando mi hanno legato le mani dietro la schiena. Neppure quando la poliziotta mi ha colpita con un pugno. Mi si è avvicinata e credevo sorridesse, ho pensato: finalmente, una donna. Lei capirà, mi porterà via. Invece le orecchie hanno cominciato a ronzare. Il sapore ferroso del sangue in bocca. Non è stato quando mi hanno portata via, in quell'auto senza sedili. La testa che sbatteva da una curva all'altra. L'aria che mancava. Ma non è stato allora. Posso giurarlo. Perché il male è arrivato dopo. Dopo, quando la macchina è arrivata a Bolzaneto. Dopo, quando mi hanno presa per un braccio.


Valérie Vie è stata la prima a violare la Zona Rossa. La prima ad essere arrestata. La prima a venire accompagnata nel carcere provvisorio genovese. Caserma Nino Bixio, Bolzaneto. Era in cucina, stava preparando una torta al cioccolato per i figli, guardava la televisione. Ha visto quelle grate assurde. E tre giorni più tardi, alle 15.30 di venerdì 20 luglio 2001, una mano l'afferra forte.

Qualcuno che mi prende, che mi trascina fuori dall'auto della polizia. Siamo arrivati, è chiaro. Attraverso i vetri ho intravisto un piazzale e quella che mi sembrava una piccola folla. Ero confusa, spaventata. Si è aperta la portiera. Quella sulla destra. E mi hanno afferrato. Era una splendida giornata di sole, il riverbero mi ha costretto a chiudere gli occhi. Non so quando sia durato, quanto dura di solito? Un paio di secondi. Uno, due. Buio. Luce. Intorno a me vedo solo uomini. Immobili. Come una folla dipinta in una piazza dipinta. In borghese, in divisa. Intorno alla macchina, sui gradini di un edificio poco lontano. Potrebbero essere cinquanta, o forse mille. Vorrei contarli ma non ci riesco. Mi guardano tutti, nessuno apre bocca. Non arrivano segnali e allora provo io a pensare, ad essere razionale. E quello che mi viene in mente è paradossale. Perché razionalmente vedo dei manichini. Quei guerrieri di terracotta cinesi, è chiaro di cosa sto parlando? Non umani. Senz'anima. E' una situazione assurda, mi dico. E la cosa più assurda è proprio quel silenzio. E' un film, è un palcoscenico, è una presa in giro? Perché quegli uomini mi guardano così? Scarto subito l'idea di essere diventata sorda.

Nelle orecchie mi è rimasta l'eco della portiera della macchina che si chiude. Vedo delle aiuole poco lontano, e con tutto quel sole per una frazione di secondo immagino di ascoltare le cicale. Magari il canto di un uccellino. Invece no. Solo il silenzio. Gli sguardi su di me. Manichini, statue. E quella mano che mi tiene stretta. Che si impadronisce di me. L'inquietudine arriva così, mi sembra di sentire addosso l'odore del pericolo. Io sento che sta per cominciare qualcosa di pericoloso.

Valérie non sa di essere il primo prigioniero del G8. Valérie non sa nulla. E' un alieno, per tutti quegli agenti che l'attendevano. E che ora la scrutano, l'annusano. Sospettosi, ancora prudenti ma avidi di capire. Ci vorrebbe un bastone, per toccarla. Meglio una lunga canna. Per irretirla, ed osservarne la reazione. Come si fa con un animale sconosciuto. Con un nemico. I tre lunghi giorni di Bolzaneto stanno per cominciare.

La poliziotta e il suo collega, quelli che mi avevano portato fino lì, sembrano spariti. Forse la macchina è già andata via, io ormai sono entrata in un'altra galassia. E c'è questo agente grande e grosso. Che mi tiene forte. Che naturalmente non parla. Mi spinge in direzione di un edificio di fronte a me. La sensazione di paura sembra salire, e allora mi ripeto di stare calma. Adesso arriverà un ufficiale, recito mentalmente. Mi chiederà i documenti e gli spiegherò tutto. Speriamo sia una persona giovane, speriamo che capisca. Lo scoprirò subito, mi dico, me ne accorgerò dalla sua espressione. Ma capirà, ne sono certa. E fra dieci minuti sarò fuori di qui. Mezz'ora, al massimo.

***************

Ecco, è entrata. Ma nessuno le rivolge la parola. Nessuno rompe quel silenzio assurdo. Valérie adesso è in cella, il volto contro il muro.

E allora aspettiamo, dico. Forse dovranno parlare con quelli che mi hanno fermato, forse stanno cercando un interprete. O magari l'ufficiale sta riposando. Con questo caldo... Sicuro, dev'essere così: stava riposando. Ora hanno bussato alla sua stanza, lui si riveste e scende. Scende fino alla cella, mi stringe la mano e mi chiede: cosa è successo, madame?
Passano i minuti. Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Sono così immersa nei miei pensieri. Così immersa, distante. Rifletto su quanto sia grottesca questa situazione. Perché la ragione ancora prevale. Sono così immersa - dico - che neppure mi accorgo che nella cella adesso c'è un'altra persona. E' una ragazza. Giovane, meno di trent'anni. Bionda, forse tedesca. Mi dà le spalle. Sembra sussultare. Ma cosa fa, piange? Piange, singhiozza. Provo a comunicare in inglese, che ti è successo? Appoggia la fronte al muro, e piange.

Non fare così, non siamo nel Medioevo. Trema. Avanti, staccati da quel muro, va tutto bene. Va tutto bene, non avere paura. No. No, mi risponde. Non va tutto bene. Lasciami così, ti supplico. Mi hanno ordinato di stare così. Faccia contro il muro, gambe divaricate, faccia contro il muro. Ti hanno ordinato? E fai attenzione, bisbiglia: mettiti così anche tu, altrimenti saranno guai. Vorrei rispondere a questa ragazza, vorrei spiegarle che non c'è motivo di preoccuparsi.

Vorrei prometterle che non siamo in pericolo, vorrei abbracciarla. Ma non muovo un muscolo. Ma non mi esce una sola parola di bocca. Anche io, adesso, sto in silenzio. Paralizzata. Perché temo di aver compreso. Perché adesso sono consapevole che la situazione è molto più grave di quanto avessi immaginato. Perché qualche minuto dopo arriva e mi prende, senza nessun motivo. Il terrore.

***********

Da dove dovrei cominciare? Dalla stretta al braccio, d'accordo. Perché quello è l'inizio di tutto. Ma dopo, dico. Devo raccontare le manganellate. Oppure gli schiaffi, i calci. L'umiliazione di spogliarsi davanti a uomini e donne che ridono di te. Che ti guardano, che scrutano ogni centimetro del tuo corpo, che ti penetrano con i loro occhi. Tu sei nuda, e ti senti così fragile. Sola. E tutto intorno a te è sporco, corrotto, nero. Appoggi i piedi sul pavimento e ti fa schifo, ti spingono da una parte all'altra e ti fa schifo, ti ticono alza braccia, e girati, e allarga le gambe, e accucciati e ti fa schifo. Vorresti solo gettarti a terra, perdere conoscenza. Dormire. E scoprire che era tutto un sogno. Forse potrei parlare di uno, che era finito lì dentro solo per essere identificato. Voleva il suo nome, tutto qui. L'hanno picchiato, l'hanno umiliato. E poi: scusa tanto, è tutto a posto. Puoi andare. Quella è l'uscita. E lui è andato fuori, e non sapeva che fare.

Era buio, non c'erano indicazioni. E' tornato indietro. Gli hanno detto: tranquillo, vai a destra e cammina per un paio di chilometri. Troverai il centro. Naturalmente, era dall'altra parte che doveva andare. O devo dire del sangue, di ragazzi grandi e grossi che piangono e tremano, che obbediscono terrorizzati - come automi - ad ogni ordine. Della notte passata abbracciati, a darci un po' di coraggio. E quei mostri che trascinano i loro caschi contro le sbarre delle celle, o s'affacciano all'improvviso alla finestra e cominciano ad urlare. A fare versi di animali. A grugnire come maiali. E a ridere.

***********

No, forse è meglio tornare ancora indietro. Scappare via con l'orologio del tempo. Facciamo che siamo ancora all'inizio del pomeriggio di venerdì. Che non mi hanno portato a Bolzaneto. Che sono in piazza Dante, insieme ai francesi di Attac e a centinaia di persone che protestano. Davanti a noi, quelle stupide grate.

L'obiettivo lo sapete. Volevamo ritrovarci, e dire che un altro mondo è possibile. Volevamo entrare, oltre la Zona Rossa, volevamo spiegare a tutti i politici che non è vero quello che dicono. Non è vero che non ci sono alternative. Perché loro si giustificano così: purtroppo non possiamo fare altro, amici, compagni, sarebbe bello cambiare - siamo tutti d'accordo, miei cari: chi non vorrebbe un mondo migliore - ma disgraziatamente non ci sono alternative. Invece no.

Si può cambiare, eccome. E loro lo sanno benissimo.
Dunque, volevamo entrare. Abbiamo cominciato a spingere, a spingere. Come è successo che sono stata la prima? Beh, è abbastanza semplice da raccontare. Avete presente un barattolo di quelli sotto vuoto? Marmellata, verdure sott'olio, conserva di pomodoro.

Fa lo stesso. Allora: c'è questo barattolo, e naturalmente non si apre. Chiami tuo marito, che prova a svitarlo. Non ce la fa, s'arrabbia. Chiede uno straccio da avvolgere, perché scivola. Ci riprova. Bestemmia. Niente da fare. Arriva un altro uomo. Il nonno. Svita, svita. Niente. Ma dove ce l'hai la forza, ma lascia fare a me, ma passami questo barattolo. Arriva il figlio maggiore, il fratello. Insomma. Uomini, uomini, uomini. Quando il più intelligente di loro - sconfitto, esasperato - propone di prendere le pinze o peggio ancora un martello, sai che tocca a te. Che ci devi riprovare tu. E il barattolo - tlac! - magicamente si apre. Bastava ancora una piccola pressione. Ecco, quel pomeriggio è andata così. Che hanno spinto in quattrocento per più di un'ora. E ad un certo mi sono trovata lì, davanti a tutti. Ho appoggiato le mani e la grata di è aperta. Tlac. Come un barattolo di marmellata.

*************

A Bolzaneto sono arrivata venerdì pomeriggio. Me ne sono andata domenica notte. Mi hanno fatto male. Male dentro. E perché? Perché avevo fatto un passo in avanti, a braccia alzate. Ho visto un ragazzo per terra in un corridoio. Privo di conoscenza. Era a faccia in giù, in una posizione così innaturale - come disarticolato - che ho pensato: questo è ubriaco fradicio. Lo so che è una sciocchezza, però ho pensato che fosse sbronzo. E poi ho scorto il sangue che gli usciva dalle orecchie. Fuori dalla cella ne ho visto pestare uno di brutto. Pugni, calci, bastonate.

Sembrava un fantoccio, ad un certo punto ha smesso persino di provare a ripararsi dai colpi con le braccia. Uno dei poliziotti ha 'sentitò che qualcuno li stava osservando. Ha alzato lo sguardo, ha incrociato il mio. E' entrato in cella come una furia, mi ha preso per il collo, mi ha sbattutto con la faccia al muro. 'Ti ho detto che devi stare ferma!', ha ringhiato. Ho pianto. Ho pianto perché avevo vergogna di me stessa. Perché quando sono entrata in quella prigione ho guardato con stupore quella ragazza che mi diceva di stare zitta e buona. L'ho giudicata. Qui non siamo nel Medioevo, tu sei un essere umano, dov'è la tua dignità? Ma mezz'ora più tardi ero come lei. Stavo zitta, e pensavo solo a sopravvivere. E questo è il male più grande che mi hanno fatto, perché quel rimorso me lo porto dentro. Ce lo portiamo dentro tutti.

************

Dove ero rimasta? La griglia che si apre di mezzo metro. Giusto lo spazio per infilarmi. Diciamo che è stato come essere a teatro. Le tende che si aprono, il palcoscenico. S'accendono le luci. Tutti hanno fatto un passo indietro, ma qualcuno doveva entrare in scena. E' toccato a me. Ho pensato che avevamo vinto. Che bastava fare ancora un piccolo passo per smascherare questa parodia. Ho capito che era l'istante da vivere. E' stato come quando vedi dei bambini che attraversano la strada. E tu fai un passo in avanti, istintivamente.

Ero a fianco di Joseph Bové, dietro di me c'era una delle madri di Plaza de Mayo. Ho fatto un passo ed ero felice. Nell'altro mondo. Nella Zona Rossa. Non so quanto tempo sia passato. Qualche secondo, credo. Sono arrivati degli uomini in divisa, con i caschi e le maschere anti-gas. Mi hanno portato lontano, io ho alzato le braccia perché tutti mi vedessero. Perché tutti mi seguissero. E' fatta, mi sono detta. Adesso anche gli altri entreranno da nuovi varchi. Adesso gli abbiamo dimostrato come erano ridicoli, con queste barriere, con le loro assurde gabbie. Adesso ci riceveranno i rappresentanti degli Otto. Parleremo, parleremo, parleremo. Capiranno l'assurdità di questo isolamento. Adesso succederà tutto questo. Invece no.

E' alta, sottile, ha modi gentili e pacati. Valérie avuto un'infanzia difficile, dice. Oggi ha quarant'anni, tre figli. Vive non lontano da Avignone, fa la giornalista. Nella sua famiglia ci sono stati molti poliziotti, conosce bene i meccanismi di chi veste la divisa.

Me ne ricordo uno, a Bolzaneto. Credo sia quello che ha avuto la condanna più pesante. Aveva una faccia da brav'uomo. Gli occhi chiari, lo sguardo fermo. Robusto, calvo. Sapeva un po' di francese. Uno con cui si potrebbe parlare a lungo. Ma lontano da quella caserma. Là dentro mi ha preso il passaporto, lo ha sfogliato. Mi ha mostrato le fotografie dei bambini. 'Li vuoi davvero rivedere? Allora firma questo verbale.

Altrimenti gli puoi dire addio'. Così mi ha detto, quel brav'uomo. Voleva farcela pagare, ecco. Non mi chiedete perché. Voleva punirci. Lui, gli altri. Dicevano: i 'rossì li trattiamo così, in Italia. Chiedevi un avvocato e si mettevano a ridere. 'Devi firmare', mi diceva. Con quegli occhi dolci. Quel sorriso paterno.

Non lo sapevo di essere la sola, dentro la Zona Rossa. Non lo sapevo che avevano subito chiuso il varco, che li avevano ricacciati indietro. Non lo sapevo che mi avrebbero portato a Bolzaneto. Non lo sapevo ed ero tranquilla. Anche se mi guardavano male, anche se mi spintonavano lontano da lì. Mi hanno consegnato a degli agenti in borghese, poi è arrivata quella strana macchina. E la poliziotta. Che mi ha tirato un bel pugno in bocca, senza motivo. Mi hanno legato le mani dietro la schiena, e sono finita in macchina, Una strana vettura, senza sedili, con dei vetri scuri. Avevo la sensazione di soffocare, ma un secondo agente, quello che si è messo al volante, mi ha fatto segno che sul pavimento c'erano dei buchi per l'aria. Abbiamo attraversato la città, ho scorto il centro storico e il porto di Genova. Mi sono commossa, mi è sembrata una città bellissima e ho pensato come sarebbe stato bello venirci per un gita. Forse era esattamente questo, che i poliziotti avrebbero voluto dirmi: qui non ci dovevi venire, per manifestare. Sei venuto, e ora ti meriti tutto ciò. La prossima volta vieni per visitare la città, sarà meglio.







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SEMPRE I SOLITI (e lo sappiamo benissimo)

GENOVA - A Genova, nel luglio del 2001, durante i giorni del G8, un contingente di militari e agenti dei servizi statunitensi era stato autorizzato all'uso delle armi sul territorio italiano, ed era pronto a sparare per fermare eventuali aggressioni ai propri rappresentanti istituzionali.

E' una novità assoluta, quella rivelata in un documento di 20 pagine depositato pochi giorni fa nell'ufficio impugnazioni del tribunale di Genova. Si tratta del ricorso con il quale il sostituto procuratore generale di Genova, Ezio Castaldi, chiede il processo d'appello per alcuni dei 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio che, nel dicembre scorso, mentre molti vennero condannati a pene pesantissime, evitarono una sentenza più dura.

Accadde perché il tribunale riconobbe ai cosiddetti "disobbedienti" coinvolti negli scontri di via Tolemaide, di essersi ritrovati in una situazione di guerriglia originata da un errore del plotone di carabinieri il quale, diretto in altra parte della città, deviò e caricò all'improvviso il corteo delle tute bianche, dando così il via agli scontri.

Castaldi, nel ricostruire quegli eventi, critica l'interpretazione del tribunale, sostiene che la maggior parte dei manifestanti presenti in via Tolemaide aveva intenzioni non pacifiche e giustifica quindi l'operato delle forze dell'ordine e dello stesso contingente dei carabinieri. Per dare forza a quest'impostazione rivela un retroscena fino ad oggi sconosciuto.
"... Le forze dell'ordine - scrive a pagina 6 - dovevano impedire che entrassero in azione, e con mezzi estremi, le forze di sicurezza degli stessi stati partecipanti al G8".

Non si parla di pochi agenti della security del presidente George W. Bush. "Dette forze di sicurezza - continua infatti l'ex procuratore di Tempio Pausania - , per lo più statunitensi, erano infatti ampiamente dislocate nella "zona rossa" a tutela ravvicinata e diretta dell'incolumità personale dei capi di Stato presenti a Genova: ed erano pronte alla reazione immediata ed armata. Su ciò nessun dubbio è possibile... ".

Novità e rivelazioni che non muteranno, comunque, il clima pacifico che si respira in queste ore nel capoluogo ligure dove sono in corso numerosi eventi in occasione del settimo anniversario delle manifestazioni contro il G8. Oggi, in particolare, verrà ricordata l'uccisione di Carlo Giuliani avvenuta in piazza Alimonda, quando i manifestanti diedero l'assalto a una jeep dei carabinieri e un militare sparò uccidendo Giuliani.

Nel pomeriggio un corteo partirà da piazza De Ferrari fino a piazza Alimonda, dove si terrà una commemorazione organizzata dal Comitato Piazza Carlo Giuliani, presentato dal comico Andrea Rivera e con la partecipazione di musicisti rom.

Prima, in mattinata, il sindaco Marta Vincenzi incontrerà alcuni dei ragazzi imprigionati e picchiati nel carcere di Bolzaneto. Nei giorni scorsi si è chiuso il processo di primo grado con 15 condannati, 30 assolti e molte polemiche. Domani sera, invece, un gruppo di reduci della scuola Diaz organizzerà una fiaccolata che si concluderà davanti all'istituto teatro della brutale irruzione della polizia, vicenda per la quale la sentenza è attesa in ottobre. Da prefettura e questura nessun segnale di preoccupazione per un appuntamento che, fin dal 2002, non ha mai fatto registrare tensione o disordini.

DAL MOLIN.... AL MANGANELL....

di RANX (08/09/2008 - 00:51) |

...Ci risiamo( ne siamo mai usciti?)
Ancora quei manganelli, quegli scudi,quei caschi....
quegli sguardi carichi di odio(non sono o perlomeno non sono solo dei semplici lavoratori, dei figli del proletariato -come del buon P.P.P. diceva a suo tempo-)
E la legittimazione per quella violenza gratuita,quell'arroganza financo... torna puntuale ancor piu' che in quel di Genova..non per la dimensione ovviamente...
Si hanno ruoli ,nella vita, diversi ma che cazzo... vedetevi queste immagini e rivedrete indietro mille altre giornate simili...
Non piegherete mai la protesta di popolo!

Archivio Settembre 2008