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Archivio Ottobre 2008

FINE DELLE TRASMISSIONI

di RANX (31/10/2008 - 22:27) |



Stasera il TG1 (TipropinoGrossecazzate)penso si sia veramente superato nel cercare di propinarci nuovamente l'ennesima stronzata, sull'aggressione squadrista di piazza Navona pilotata dai soliti cialtroni in doppiopetto e accompagnata per mano da poliziotti compiacenti, ha avuto la faccia come il culo, passando mezzo secondo di video sull'argomento, e riportando fedelmente la velina passatagli da qualche cagnolino ammaestrato di regime, riferendo di una palese provocazione di sedicenti figuri dell'estrema sinistra(!)  Neanche vi dico di passare dal primo sito che vi capita a tiro per riuscire a comprendere con un occhio solo che la verita' ovviamente e' il perfetto contrario; cosi' come capita sempre di dover interpretare le notizie del TG Ammiraglio: al perfetto contrario!
Scaricate il modulo per disdire l'abbonamento RAI e mandarli affanculo assieme alle loro infamanti bugie!

COMPLICI

di RANX (31/10/2008 - 21:50) |






Perché lo Stato non mi ha difeso?


Sono uno studente del liceo Tasso che il 29/10/08 si trovava a manifestare a piazza Navona contro la riforma Gelmini, una manifestazione pacifica con cori simpatici assolutamente non violenta quand'ecco che si avvicina un camioncino con musica a tutto volume che vuole raggiungere la testa del corteo, ma non c'è posto per avanzare gli studenti sono troppi non possono smaterializzarsi, allora ecco che la tensione cresce, inizia una discussione con questi nuovi venuti, tutti ventenni di blocco studentesco, capisco che aria tira e mi metto ad osservare la scena in una postazione più defilata anche se mi sembra assurdo che si possa arrivare ad uno scontro violento, siamo ragazzi e ragazze la maggior parte quindicenni, addirittura scolaresche accompagnate dai professori e poi questi cantano "nè rossi nè neri ma liberi pensieri". Ma alla fine di questo coro si scatena la violenza, lo squadrismo di qusto gruppo di esaltati dichiaratamente neofascisti. I ragazzi di Blocco fanno spuntare manganelli, catene, coltelli, spranghe, un vero e proprio arsenale passato magicamente inosservato alla polizia; é il panico caricano chiunque trovino di fronte, un ragazzo prova a difendersi è circondato da 10 persone e massacrato di botte, chi può si rifugia nei bar, cerca scampo a questa violenza cieca scatenatasi tutt'ad un tratto davanti all'occhio sornione degli agenti.


Con questa prima carica Blocco si assicura la postazione migliore per governare la manifestazione, noi ragazzi siamo confusi, spaventati, il morale è a terra, ci si conta per vedere se un amico è rimasto ferito. Quelle bestie di blocco intonano ironicamente un coro: "siamo tutti studenti", i più temerari rispondono;"siamo tutti anti-fascisti" e di nuovo parte un'altra carica più feroce che ci sposta ancora più lontano dal centro di piazza navona, ancora feriti, ancora manganellate, ancora quella noncuranza da parte delle forze dell'ordine che mi sconvolge, mi atterrisce, perché in un paese democratico non posso essere difeso? E' una sensazione stranissima, di smarrimento, lo Stato che avevo sempre creduto dalla mia parte se ne fotte se prendo delle manganellate.
Tutto torna alla "normalità", Blocco ha ottenuto la postazione che voleva ma veniamo a sapere che ragazzi dei centri sociali delle università stanno arrivando, capisco che qui tra poco sarà l'inferno e con i miei amici torno al Tasso dove, inoltre, ci si aspetta un raid di blocco studentesco ma questa è un'altra triste storia di un paese dove i politici fanno passare i partigiani per assassini e i fascisti come vittime.


PS. sono venuto a sapere che il governo ha dichiarato che siamo stati noi studenti di sinistra ad aggredire Blocco, bene o noi siamo dei deficienti a non esserci accorti che un gruppo che massacra di botte dei ragazzi innocenti che avevano la colpa di trovarsi lì, lo fa per legittima difesa oppure forse siete voi che tentate di vendere ancora una volta la vostra vergognosa verità al punto di difendere anche lo squadrismo fascista.
(Lettera firmata)
(31 ottobre 2008)

CARCERI 98 - LUOGHI DI LAVORO 1000...(CONTINUA...)

di RANX (24/10/2008 - 00:01) |



Dall'inizio del 2008 sono morte nelle carceri italiane 98 persone. L'ultimo censimento risale al 15 ottobre scorso (fonte Ristretti orizzonti ). Nei casi di morte recensiti sotto la voce «malattia», il dato non è in grado di dettaglaire ulteriormente i decorsi e le caratteristiche delle malattie che hanno portato alla morte e dunque non dicono tutto sulla carenza di cure che spesso accelerano irrimediabilmente gli stati patologici dei reclusi. Un episodio eclatante è stato quello di Franco Paglioni , affetto da sindrome Aids e deceduto in condizioni ignominiose lo scorso settembre nel carcere di Forlì. In realtà i dati raccolti nel dossier non riescono a dirci l'intera verità poiché si tratta d'informazioni (tutte verificate) raccolte in modo autonomo, sulla base di notizie di stampa o fornite da altri detenuti o familiari. Esiste un sommerso che il Dap tiene opportunamente sotto silenzio o dissimula all'interno di statistiche poco decifrabili. Almeno 37 sono i morti per «suicidio», una dicitura spesso di comodo sotto la quale si celano altre terribili circostanze come la vicenda di Stefano Brunetti , denunciata dall'ufficio del garante dei detenuti del Lazio. Arrestato ad Anzio l'8 settembre scorso, morì in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Ora la famiglia ha presentato querela contro ignoti per omicidio colposo. Dall'autopsia sarebbe emerso, secondo quanto riportato dal legale Carlo Serra, che Brunetti «è morto per un'emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Manifestamente è stato pestato. Anche per il caso di Marcello Lonzi , morto nel 2003 nel carcere di Livorno, la procura dopo anni di denunce da parte della madre ha finalmente deciso di riaprire un'inchiesta troppo sbrigativamente archiviata. Due agenti e l'ex compagno di cella risultano indagati. Per le molteplici morti violente in carcere e nelle questure, l'Italia è sotto accusa daparte di alcuni organismo internazionali e dalla commissione europea sulla prevenzione della tortura.

22 anni CONTRO...contro i vostri porci manganelli

di RANX (23/10/2008 - 23:54) |




Manuel Eliantonio aveva appena compiuto 22 anni il giorno che è stato dichiarato morto, nel carcere di Marassi a Genova,per «dinamica non definita e patologia non identificata» dal medico del carcere. Dal giorno dopo la stampa nazionale racconta di un tossicodipendente deceduto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza spesso usata dai detenuti per stordirsi, in assenza di altre droghe.

La sera del 23 dicembre dello scorso anno una macchina con a bordo 5 ragazzi, di ritorno da una nottata in una discoteca di provincia, viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della A6 Torino-Savona. I fermati vengono obbligati alle analisi, che risultano positive: hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico dei cinque a reagire al fermo, fino al momento in cui tenta di fuggire dalla presa della polizia con la scusa di dover andare al bagno. Secondo la versione ufficiale è qui che compie l’ingenuità che lo porterà alla morte: Manuel si illude di poter fuggire, scavalca una rete metallica e si mette a correre tra i rovi che si trovano lungo l’autostrada. Viene ripreso immediatamente e a causa di quel tentativo di fuga è l’unico dei 5 a finire nella caserma di Savona.
Da lì l’immediata traduzione in carcere, con una denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Il 16 gennaio riesce ad ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. L’istanza di scarcerazione si è mossa a rilento per una serie di piccoli precedenti penali: il ragazzo era stato precedentemente condannato  per qualche piccolo furto e per ricettazione, reati connessi alla sua dipendenza dalla cocaina.

Il corpo di Manuel Eliantonio

Il corpo di Manuel Eliantonio

Dipendenza che stava cercando di combattere con tutte le sue forze, tanto che da qualche mese era in cura al SERT, una cura che lo rendeva nervoso, depresso e spesso fiacco, ma che continuava per poter tornare ad una vita normale.
Rimane in carcere fino al 16 gennaio, quando gli vengono finalmente concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio.
Il 25 marzo è nuovamente arrestato per non aver rispettato gli obblighi di dimora e a quel punto inizia il suo calvario. Nei 4 mesi di carcerazione che passano dal secondo arresto alla sua morte viene trasferito 4 volte. Dal carcere di Savona viene tradotto a Chiavari, poi a Torino per un’udienza (dove riesce a vedere i suoi familiari), poi di nuovo di passaggio a Savona, per finire , i primi di giugno, nelle celle del carcere genovese di Marassi dove morirà.
La condanna arriva il 4 giugno, durante la sua detenzione: 5 mesi e 10 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Si inizia a fare i conti dei giorni, programma una vacanza di una settimana con la sua fidanzata per la metà d’agosto, quando sarebbe dovuto uscire.
Il 20 luglio però, telefona dal carcere alla nonna: durante la telefonata denuncia di essere stato violentemente picchiato, di avere un occhio gonfio e totalmente nero e segni di botte su tutto il corpo. A quel punto la telefonata viene bruscamente interrotta dal centralino del carcere e la sua famiglia inizia a cercare l’avvocato per presentare un’immediata istanza di scarcerazione.Appena 4 giorni dopo la mamma riceve una lettera con un timbro postale di due settimane prima, le parole di Manuel sono strozzate e sofferenti, quello che scrive è più che chiaro: «Carissime bamboline mie, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie, ma anche io ho i miei problemi: mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano. Sono in isolamento almeno 4 giorni alla settimana, è già tanto che ricevo le lettere. Sto mangiando poco.Ho fatto il processo il 4 giugno, mi hanno condannato a 5 mesi e 10 giorni. Facendo i calcoli, con la galera che ho già fatto da dicembre, dovrei essere fuori i primi d’agosto, se Dio vuole.» La mamma, Maria gli scrive subite un telegramma «Resisti, manca poco. Ti aspettiamo» ma Manuel non lo leggerà mai.

«Avevo un brutto presentimento» racconta Maria, «avevo qualcosa dentro che non andava e la sua lettera confermava le mie sensazioni. Ho provato a chiedere un colloquio straordinario per vederlo prima della fine della settimana ma non me l’hanno concesso.Comunque non avrei fatto in tempo: moriva la mattina dopo.Infatti, il 25 luglio alle 9.25 mi arriva quella maledetta telefonata da Marassi “abbiamo una brutta notizia da darle, suo figlio è deceduto ma lei inutile che viene qui che non c’è più”.
Ho chiuso la comunicazione e sono partita subito per Genova, diretta verso l’obitorio del San Martino. Nel mio cuore speravo in uno sbaglio di persona, pregavo non fosse lui. Non me l’hanno fatto vedere subito, poi sono riuscita ad entrare. Ho trovato mio figlio con una maglietta non sua, che gli stava molto piccola, completamente coperto di lividi su tutto il corpo, con delle chiare tracce di sangue che dal naso salivano verso la fronte e i capelli.
Ho riscontrato diversi segni di percosse sul suo corpo e non mi sono mai stati restituiti i vestiti che indossava mentre moriva.
La pecca di mio figlio era la cannabis e la cocaina, ma era un buono, non faceva male a nessuno. Doveva essere curato e invece me l’hanno ammazzato. I giornali hanno scritto che si è ammazzato da solo col butano, ma lui aveva il terrore del gas da quando aveva 6 anni. E’ l’unica cosa che lo terrorizzava»
Ma forse non serve questo a capire che il butano è stata una scusa di comodo usata per la stampa: perché il butano non uccide lasciando il corpo martoriato, il butano non  fa venire emorragie interne, il butano non sfigura il corpo pieno di vita di un ragazzo di appena 22 anni.

PRIMA DI TUTTO...

di RANX (19/10/2008 - 11:03) |


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c'era rimasto nessuno a protestare

(Bertolt Brecht)




NaziSCHIANTI

di RANX (19/10/2008 - 10:31) |



Dopo cinque giorni dall'incidente, il portavoce del gauleiter carinziano trasferitosi a più definitiva carica a mezzo di stianto colla macchina ha pensato bene di troncare le illazioni e di dichiarare che Jörg Haider aveva alzato il gomito alla grande, invece che tutto il braccio come si fa di solito in certe forme di saluto. Non c'è male per uno che sul lungo braccio della legge, sulla tolleranzazzèro e su tutto il resto del ciarpame destronzo che va tanto di moda oggi aveva costruito una carriera di tutto rispetto. Complimenti per la coerenza.

Di seguito canzoncina (senza voler ferire ne' infierire) su aria di "Heidi":


Haider

Holaila, Holaila...

Haider, Haider, un nazista sui monti
Haider, Haider, eri triste laggiù in città
Accipicchia, c'è una curva fantastica
Haider, Haider, chi è briaco come te?

Holalaider, Holalaider, Holalaider, Holalaider
Holalaider, Holalaider, Holalaider, Holalaider
Ho-la-lai-der, Lai-der, Lai-do, Lai-do, Ha-ho

Haider, Haider, tenero, piccolo, con un Mein Kampf così!

Gli amici di montagna, Galan, Bossi e Borghe'
ti dicono sei un màrtire, ti spiegano il perché
Saresti indi uno strònzolo che in cielo sta a volar,
centoquaranta all'ora, ma non sai più piano andar?

Haider, Haider, ti tradirono i freni,
Haider, Haider, la Phaeton t'ha fatto "ciao"
Neve bianca, forse hai preso anche quella,
Haider, Haider, law & order ma per gli altri, ja!

Holalaider, Holalaider, Holalaider, Holalaider
Holalaider, Holalaider, Holalaider, Holalaider
Ho-la-lai-der, Lai-der, Lai-do, Lai-do, Ha-ho

Haider, Haider, tenero, piccolo, con un Mein Kampf così!


da: C.P.A. Firenze Sud



ETICHETTE

di RANX (05/10/2008 - 00:03) |



Oggi, insomma, non siamo negli anni 60', o negli anni 70', quando le definizioni di comunista, socialista rimandavano immediatamente a progetti, a culture. A collocazioni politiche. Oggi, per intere generazioni - le ultime - quelle definizioni significano poco. Sono una parte della storia, rilevante, rilevantissima, ma della storia. Si riparte da qui, allora, si riparte senza infingimenti dal disastro sancito dalle ultime elezioni. Situazione comune a tanti altri paesi, situazione difficilissima, quasi disperata. Si riparte, si dovrebbe ripartire da qui, allora, per riprogettare un'idea anticapitalista, antipatriarcato, antirazzista. Per riprogettare una nuova sinistra. Termine - è vero - che ha i confini più ampi e perciò indefiniti di una parola come «comunista». Ma proprio perché più ampia può servire a capire e a provare a cambiare una realtà assai più complessa e articolata di quella del secolo scorso.

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