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ALLARMI SON CRETINI

di RANX (24/11/2008 - 23:12) |

...eppoi noi siamo sempre gli stessi eh? Sempre la' a vedere NERONERO che ritorna...
Aprire gli occhi e vigilare, che ogni giorno che passa sprofondiamo sempre piu' in un NERO MARE DI MERDA.



1500 euro per ogni bambino o bambina che porterà il nome di Benito o Rachele, in onore di Mussolini. L'operazione nostalgia è firmata dal Movimento sociale-Fiamma Tricolore della Basilicata. Un modo, dicono dal partito di estrema destra, per "affrontare il problema dello spopolamento della Regione".

Le condizioni per la concessione di questo contributo una tantum, da parte dello stesso partito, sono state fissate dal segretario regionale del partito, Vincenzo Mancusi, e sono rigide: Benito per i maschietti, Rachele per le femminucce; il parto deve essere avvenuto nel 2009, nei cinque paesi dell'area sud della regione (Calvera, Carbone, Cersosimo, Fardella e S. Paolo Albanese); i soldi devono tassativamente essere usati per il nascituro (per comprare culla, vestiti o alimenti). La stessa cifra, garantiscono, sarà destinata anche ai bambini nati da genitori extracomunitari. I paesi sono stati scelti perché, a causa dello spopolamento e del bassissimo tasso di natalità, sono a rischio cancellazione.

Per Mancusi questo è anche un modo per "onorare le radici profonde del partito" di cui è segretario regionale: "Noi rappresentiamo la destra vera, e non dimentichiamo la storia". Definisce i nomi "simpatici", e ci tiene a prendere le distanze da quanti hanno rinnegato il loro passato, Gianni Alemanno incluso: "Prima ha detto che il fascismo non era da tutto condannare, poi ha fatto marcia indietro. Ovviamente non sono d'accordo, perché sono tra quanti, a Fiuggi, dopo la vergognosa svolta di Gianfranco Fini, se ne andarono da quella carognata".


Mancusi non ha problemi a sottolineare che "il fascismo non è tutto da condannare" e che, anzi, ha fatto "anche" del bene all'Italia: "Penso al nostro patrimonio urbanistico, tutto merito di quel periodo storico".

MODELLI

di RANX (23/11/2008 - 22:49) |




«La Chiesa sta ribadendo una dottrina consolidata per la scelta dei suoi pastori. Del resto...». Del resto cosa? «Non dimentichiamo che proprio recentemente si è verificata la situazione drammatica dei preti pedofili». E la pedofilia ha a che fare con la omosessualità? «Stiamo attenti. Il documento della Congregazione per l' Educazione cattolica parla di "tendenze omosessuali fortemente radicate"». Quindi? «Quindi queste tendenze omosessuali fortemente radicate presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco: da qui scaturisce il rischio pedofilia. Siamo davanti ad un' emergenza educativa». Educativa? «Ma sì. Il compito dei pastori della Chiesa si esplica al massimo proprio con i giovani, giovanissimi. Non mi stupisce che il Santo Padre abbia voglia di avere sacerdoti sani, sportivi, vissuti come modelli potenziali. Per questo ha ribadito anche l' importanza della castità. Perché...». Perché?

TORNELLO NANO

di RANX (20/11/2008 - 23:55) |



Sig. Brunetta, (non quella dei Ricchi&Poveri..ma il nano-deforme ministro italiano)

Lei, uomo di sinistra riformista -attributo che fa torto sia alla categoria politica della sinistra, sia agli uomini come Nenni, Lombardi, Berlinguer, che ne hanno a pieno titolo fatto parte-, appena salito sullo scranno governativo, folgorato dall'immagine salvifica dell'arcangelo Gabriele, ha dismesso i modesti abiti di un professore di provincia per assumere le sembianze di Don Chisciotte alle prese con i mulini della spesa pubblica. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Così Lei, professore, dopo Bassanini (che ha avviato nel ‘97 la complessa ristrutturazione della P.A., senza per questo criminalizzare coloro che vi lavorano), convinto che i pubblici dipendenti rappresentino il nodo di tutti i problemi, preso da fervore misto a livore, ha ingaggiato contro di essi, marea di fannulloni avvezzi a rubare lauti stipendi alla scadenza del mese, la sua crociata e battaglia ideologica non priva di qualche risvolto psicoanalitico. Vorrà concordare con me che simile atteggiamento pregiudiziale sa tanto di ideologia da quattro soldi in un periodo storico in cui i partiti si affannano nella ricerca di un surrogato delle ideologie del ‘900 ritenute ormai decadute se non scomparse.

Non ha saputo far altro che riproporre, in versione aggiornata, la medioevale caccia alle streghe: humus ideale per emanare semplici e rozzi provvedimenti di tipo fiscale e poliziesco come se si trattasse di affrontare problemi di sicurezza anziché di produttività dello Stato. Comprendo che, per uno illuminato uomo di sinistra come Lei, saltato sul carro di una destra stracciona e arrogante, la classe di riferimento ed il serbatoio elettorale da coltivare, l'esempio lavorativo e stacanovista da imitare, è quella borghesia imprenditoriale i cui fasti si celebrano ogni giorno sui grandi quotidiani: esportazione di capitali all'estero, evasione fiscale, delocalizzazione di imprese, licenziamenti, per non parlare poi delle morti bianche procurate nei loro stabilimenti altamente produttivi.

Il suo strumento preferito profondamente innovatore è stato il tornello, quell'aggeggio meccanico che svilisce l'impiegato alla caricatura fantozziana che speravamo superata, lo riduce a budge elettronico, a presenza anonima o assenza giustificata, a semplice ingranaggio della macchina spersonalizzante che è la pubblica amministrazione. Lei forse non ha compreso che la P.A. non è un'entità astratta, un monolito fatto di pietra e roccia, bensì una complessa organizzazione di mezzi ed uomini che richiede un'attenta analisi delle disfunzioni prima di attribuire erroneamente, come Lei sta facendo, responsabilità che l'impiegato condivide solo in parte. Egli è infatti soltanto uno dei tanti ingranaggi che compongono la macchina amministrativa pubblica ma, con un differenza di non poco conto rispetto ad un freddo meccanismo: per svolgere con dedizione e professionalità la propria attività ha bisogno di incentivi sia di carriera che economici, deve sentirsi parte di un progetto, condividere con i suoi superiori l'impegno giornaliero, vedere soddisfatte le proprie aspettative.

La politica non ha voluto e non ha saputo affrontare il problema con i strumenti adeguati, anzi ha contribuito ad alimentare quel clima di incertezza e precarietà che è una costante nei rapporti di lavoro pubblici. I governi, in un alternarsi di fusioni e spacchettamenti, con emanazione di direttive ministeriali in continua variazione, hanno sottoposto tutta la catena gerarchica a necessità immediate di riorganizzazione lavorativa, procurando in tal modo tali disincrasie tra organici di fatto e organici di diritto, tra necessità effettiva di lavoro e disponibilità numerica di personale, da lasciare numerosi operatori in completa inattività.

Con questo non si giustifica, badi bene, l'assenteista, ma si vuole solo far comprendere che una strategia di controllo e divieti, penalizzante all'ingrosso senza discernimento, è un modo semplicistico e rozzo per risolvere il problema; forse sarebbe opportuno che si metta mano finalmente anche alla dirigenza pubblica da cui mi pare non arrivino esempi virtuosi per cui l'accostamento con i manager privati risulta alquanto stonato.

Lei è convinto che l'impiegato pubblico è un impianto di furbizia e lassismo e che, pertanto, quando rimane a casa per non più di 10 giorni, non rinuncia a mettere in pratica le sue consustanziali doti. Da qui una disciplina sulle malattie che riduce il trattamento economico al solo trattamento fisso decurtando quello accessorio e spingendo, ahimè, qualche buon pensante al prolungamento fittizio della sua indisposizione fisica. Come se non bastasse, forte delle sue convinzioni, ha puntato la sua attenzione, dopo lunghi studi sulla psicologia umana, sul secondo evento di malattia nell'anno solare e, considerandolo come una falla nel disegno organico di repressione, ha ritenuto di coinvolgere, nel tentativo fraudolento del dipendente pubblico, anche il medico libero professionista non convenzionato, che infatti propone di rimpiazzare con struttura sanitaria pubblica nel compito di rilasciare la certificazione di malattia.

Come si può ben capire da quanto detto, la sua manovra è stata dettata esclusivamente da una visione del problema minimalista, che non ha richiesto sofisticati strumenti di indagine bensì la convinzione che tutto ciò che è pubblico, compresa la forza lavoro, sia da smantellare in nome di una produttività lavorativa tante volte erroneamente assimilata al privato.

Lei, se predilige la forma selettiva del concorso, non tiene conto, nel suo impianto riformista, della formazione professionale che l'impiegato acquisisce nella pratica quotidiana, dimostrando in tal modo completa ignoranza sulle modalità e procedure concorsuali svolte per lo più da commissioni compiacenti, organismi buoni per legittimazione di idoneità pre-rilasciate per figli, nipoti e pronipoti vari. In nome del concorso si è addirittura posto fine alla stabilizzazione che il governo Prodi aveva iniziato a mettere in atto, consentendo a tanti giovani precari e con contratti a tempo determinato, che si erano fatti un'esperienza sul campo lavorativo, di avere finalmente una certezza occupazionale, di entrare a pieno titolo nel lavoro a tempo indeterminato e poter, in tal modo, realizzare i propri sogni familiari. Lei è passato, come un buldozer, sulle aspirazioni, le illusioni, i sogni di migliaia di giovani che riponevano le proprie speranze in una Amministrazione dal volto umano.

Lei, me lo lasci dire, fa parte organicamente di un governo che, dalla politica dell' immigrazione a quella della scuola, dell'università e del pubblico impiego, sfodera armi ormai desuete che non hanno la minima possibilità di affrontare e vincere le sfide che il nuovo millennio ci pone e che richiedono fermezza, ma accompagnata da quella coscienza e responsabilità che Lei, caro professore, pare abbia smarrito. La caccia alle streghe la lasci ai monaci medievali o agli iconoclasti del XVI secolo.

RIFIUTI DA SMALTIRE

di RANX (16/11/2008 - 00:10) |




La verità - la sola verità che pessime sentenze, miopi convenienze politiche, opportunisti istituzionali non potranno cancellare - è che quella notte di luglio Canterini e i suoi "ragazzi", forse dopo essersi guardati negli occhi, si abbandonarono a un pestaggio brutale di uomini e donne indifesi e inermi. "Facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere", è l'esortazione conclusiva di Canterini.

È un'esortazione anche per noi. Se vince un poliziotto come Canterini perdiamo tutti.

Dopo aver letto il comandante dei nuclei antisommossa sappiamo di non poterci affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie. Sappiamo di aver bisogno di difendere con intransigenza le garanzie offerte dalla Costituzione e i diritti assicurati dalla legge, quelli calpestati a Genova. Sappiamo di dover ancora pretendere di sapere (nonostante la giustizia si sia mostrata timida e impotente) che cosa, come, perché sono state sospese a Genova le regole e l'umanità; con la responsabilità di chi è nato quel "vuoto di diritto" che ha consegnato la vita delle persone, spogliata di ogni dignità, alla violenza arbitraria, disumana che Canterini ha l'arroganza di rivendicare.

Una domanda, però, pretende una risposta subito. Canterini e i suoi "ragazzi" possono ancora restare nei ranghi della polizia?

ITALIA TODAY

di RANX (13/11/2008 - 22:55) |




Alcuni giovani del movimento di destra, Azione Studentesca, movimento giovanile vicino ad An, occupano la sede romana della Cgil Scuola. E’ la seconda azione dimostrativa di Azione Studentesca contro la Flc-Cgil in quindici giorni, «senza contare che un episodio analogo è avvenuto anche a Torino». «Due settimane fa siamo riusciti a chiudere i portoni prima che entrassero, questa volta una trentina di persone hanno oltrepassato le porte d'ingresso ma sono rimaste confinate nell'androne perché siamo riusciti a bloccare gli accessi agli uffici» ha raccontato Maurizio Lembo, segretario organizzativo del sindacato scuola della Cgil. I manifestanti hanno lanciato insulti contro il sindacato, il personale della scuola, gli insegnanti fannulloni. Appena iniziata l'occupazione, il personale della Cgil ha chiamato la polizia. «È arrivata una pattuglia venti minuti dopo l'inizio della protesta - ha detto Lembo -. I due agenti hanno chiesto rinforzi che però sono arrivati solo a occupazione conclusa».Un'iniziativa fortemente criticata da Guglielmo Epifani, che parla di «metodi squadristi». «Non tolleriamo il ritorno a provocazioni di questo segno - ha detto il segretario generale della Cgil - e non consentiremo che forme di violenza dirette o indirette possano vincere sulla forza delle idee della ragione e della giustizia». Molto duro anche il commento dell'Unione degli Universitari: «A un giorno dalla grande manifestazione di studenti e sindacati per difendere l'università pubblica, Azione studentesca occupa la sede della Flc-Cgil a Roma. L'Unione degli Universitari condanna fortemente l'atto di stampo neofascista che dimostra l'incapacità della destra al governo di rispettare dentro e fuori dal Parlamento il valore della democrazia espresso della nostra Costituzione».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tredici condanne, per un totale di 35 anni e sette mesi, rispetto agli oltre 108 anni chiesti dall'accusa, e 16 assoluzioni. Questa è la sentenza emessa dal prima sezione penale del Tribunale di Genova sui fatti avvenuti alla scuola Diaz nella notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova. La condanna più pesante a 4 anni di reclusione è stata inflitta a Vincenzo Canterini, nel 2001 comandante del settimo nucleo sperimentale di Roma. Il suo vice, Michelangelo Fournier, è stato condannnato a 2 anni di reclusione. Pena di 3 anni, invece, per gli otto capisquadra al comando di Canterini: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Le altre condanne riguardano Pietro Troiani, all'epoca dei fatti vicequestore aggiunto di Roma, condannato a 3 anni, e Michele Burgio, suo assistente, a 2 anni e sei mesi, ritenuti i protagonisti della vicenda delle due bottiglie molotov.Assolti i vertici della polizia: Francesco Gratteri, ex capo dello Sco ora direttore dell'Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettotre Ucigos, ora all'intelligence; Gilberto Caldarozzi, ex vicedirettore Sco e ora a capo del Servizio centrale operativo della Polizia; Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos genovese. Alla lettura della sentenza, in aula si sono levate delle urla: «Vergogna! Vergogna!».

Haidi Giuliani, madre di Carlo, il giovane ucciso durante gli scontri del G8, parla di «mancanza di dignità e di coraggio». «In quest'aula - prosegue - ho visto persone coraggiose che hanno testimoniato e pm coraggiosi, ma non ho visto altri atti di coraggio e neppure rispetto per la nostra Costituzione».

Nella scuola furono malmenati e arrestati 93 giovani, poi liberati perché contro di loro non c'erano prove. I poliziotti furono accusati di falsificazione delle prove: le due molotov, i picconi e le spranghe esibiti come tali, secondo l'accusa, sarebbero stati rispettivamente trovati nelle aiuole di corso Italia e in un cantiere aperto nel complesso scolastico.

La questione centrale del processo è stata quella di accertare le responsabilità personali di ciascuno degli imputati e provare se le violenze commesse siano state il frutto di un piano di azione deciso dai superiori. Dal processo sono nate altre tre inchieste: una contro l'ex questore Francesco Colucci, accusato di falsa testimonianza, con il coinvolgimento dell'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro; la seconda per la sparizione delle bottiglie molotov, smarrite nella questura genovese; una terza per l'identificazione di un poliziotto ripreso nei filmati dell'irruzione e riconosciuto dal pm durante un'udienza tra il pubblico.

 

 

 

«Sono sotto scorta perché le Br vogliono farmi fuori». Lo ha affermato il ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, conversando con un suo interlocutore. Brunetta, al centro di una inchiesta dell'Espresso, lamenta che «si siano pubblicati indirizzi, foto e mappe delle case dove risiedo».

 

 

 

La Cassazione ha respinto il ricorso della procura di Milano e quindi l'alimentazione e l'idratazione può essere legalmente sospesa a Eluana Englaro.

Nelle 21 pagine di motivazioni con le quali confermano il diritto di Eluana Englaro, in coma da 17 anni, a non essere più tenuta in vita artificialmente, le sezioni unite civili della Cassazione sottolineano come la Corte di appello di Milano abbia valutato in maniera corretta ed esaustiva la «straordinaria tensione del carattere di Eluana verso la libertà». Ad avviso dei supremi giudici, la Corte di Milano nel valutare questa «particolare e dolorosa vicenda», ha con chiarezza evidenziato «la inconciliabilità della concezione (di Eluana) sulla dignità della vita, con la perdita totale e insuperabile delle proprie facoltà motorie e psichiche e con la sopravvivenza solo biologica del suo corpo in uno stato di assoluta soggezione all'altrui volere, tutti fattori che appaiono prevalenti su una necessità di tutela della vita biologica, in sè e per sè considerata».

 

 

«Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente - ammette candidamente Cassano - Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda». Anche perché di lavorare non voleva proprio saperne. «Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato - racconta - Anche perché non so fare nulla». «A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. - Me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».

 

 

Al termine della visita, studenti e maestre delle elementari di Burton End, paesino della campagna inglese, hanno ricevuto in regalo un libretto dalla copertina apparente innocua: «Cambia il mondo con cinque sterline», recita il titolo; a prima vista, un manuale economico (cinque sterline appunto, otto euro circa), adatto ai bambini e ricco di consigli per diminuire l’inquinamento e ridurre gli sprechi.

UN MINI KAMASUTRA – È bastato sfogliarlo, però, per capire che si trattava di una lettura decisamente inadatta a studenti delle elementari. Un capitolo è dedicato a posizioni erotiche che si possono assumere nella vasca da bagno. Vi compare una dozzina di illustrazioni esplicite. L’invito ecologista è a “risparmiare acqua facendo il bagno con un amico/a, divertendosi fino a che la pelle si raggrinzisce”

ALTRI CONSIGLI I suggerimenti erotici fanno parte del capitolo meno adatto ai bambini, ma anche alcuni degli altri consigli sono «solo per adulti». Per esempio «radetevi le parti intime», «parlate agli estranei» e «date il vostro numero di telefono a cinque persone che incontrate per strada».

E BOMBA O NON BOMBA, NOI ARRIVEREMO A...

di RANX (12/11/2008 - 23:31) |





Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta . Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global.

GUARDA Le immagini

Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé? La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.

L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano. Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento - visti gli sviluppi successivi - aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli».

Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione. «Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale" sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.
Alla storia si aggiunge oggi quest´ultima immagine. Quella dell´ispettore Digos di Napoli (?) che entra nella scuola. C´è poi un altro fotogramma che ritrae lo stesso uomo mentre esattamente cinque minuti prima entra nella scuola, un camicione blu fuori dai pantaloni di colore beige. È quello in basso a sinistra. A fianco, nel terzo riquadro, l´ispettore leaving - che la lascia - la Diaz. La visiera del casco ben calata a nascondere il volto. Sono trascorsi altri quattro minuti. Nove in tutto. Per entrare, piazzare le bottiglie e andarsene. Ma tornando al riquadro lassù in alto, quello dell´ingresso delle molotov nella scuola, vale la pena di sottolineare i due funzionari indicati dalla Bbc.

Uno è appunto Luperi, oggi ai vertici del ministero dell´Interno. Nel processo ha rifiutato di essere interrogato, preferendo le "dichiarazioni spontanee". Senza contraddittorio. Ha spiegato che quella sera lui era tutto sommato rimasto ai margini dell´operazione. Era soprattutto preoccupato di portare i colleghi a cena, ricordava. L´altro era Spartaco Mortola, adesso questore vicario a Torino, allora capo della Digos di Genova. L´ufficio cui vennero affidate per la custodia le molotov, il reperto trasformatosi in un boomerang per la Polizia di Stato. Le bottiglie furono "accidentalmente" distrutte dagli stessi agenti. Questa è un´altra storia, verrebbe da scrivere. Ma purtroppo la storia è sempre la stessa.

SETTE ANNI IN...vano?

di RANX (10/11/2008 - 23:41) |




UNO STATO che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

* * *

Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.

Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo").


Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).

* * *

Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.

Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).

Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida "Basta!". Raggiunge la ragazza. "La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un'autoambulanza". (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra).

Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".

Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".

Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).

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Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti".

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Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.

Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".

Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

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In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.

Archivio Novembre 2008