Ciao sono RANX
Vedi il mio profilo


Dicembre 2008

DLMMGVS
1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Dicembre 2008

GOODYEAR

di RANX (31/12/2008 - 00:22) |




"...and so happy Christmas
for black and for white
for yellow and red ones
let's stop all the fight ..."

Trentasette anni dopo "Happy Christmas (War is Over)" di John Lennon la guerra è tutt'altro che finita. Il mondo è ancora sotto le bombe e nella Striscia di Gaza i raid degli aerei israeliani mietono centinaia di vittime, mentre l'embargo inasprisce le sofferenze e aiuta gli estremisti.
I luoghi sacri di islamici, giudei e cristiani sono per l'ennesimo Natale il teatro del disincanto e della disperazione in diretta tv; la faccia più truce della crisi della nostra civiltà irrompe nei cenoni e nei pranzi sotto l'albero. Le parole "pace" e "dialogo" suonano come fiacche gag di chi la guerra in casa non ce l'ha e affida alle agenzie di stampa il consueto menù di buoni propositi per non ammettere esplicitamente la propria irrilevanza.
L'Occidente, il mondo, assiste all'ennesima tragedia con terrorizzata impotenza.

Quest'anno la disperazione sembra il nulla della Storia Infinita: guadagna terreno intorno a noi. Prima della nuova ondata di guerra, al precipizio delle borse si era già aggiunta la recessione che ora sta cominciando a mostrare i muscoli a suon di licenziamenti di massa e del crollo verticale dei consumi.
Le promesse si sgonfiano e le persone si attaccano la crisi come l'influenza, la diffidenza verso la politica o la paura degli zingari, con l'aiuto dei "media" e degli "esperti".

Il Natale in quanto tale risulta un messaggio dissonante, poco credibile. Speranza e serenità stonano, in questo fosco fine 2008 in cui la crisi regna sovrana.
Un po' come il Papa, che lo stesso giorno chiede "un sussulto di umanità" per fermare la violenza e esprime "preoccupazione per l'aumento di forme di lavoro precario".
Niente meno.

Ma se - come sempre - la crisi la pagano più cara i più poveri, i deboli, gli emarginati peché allora "buona crisi"?
Intanto per la speranza di un "happy new deal" che sembra la strada obbligata di una civiltà che aveva smarrito così tanto la direzione da dimenticarsi di promettere ai figli un futuro migliore del presente, creato dai loro genitori.
Poi la speranza di un "happy new deal" in cui "risorse" torni a significare "risorse", non solo quattrini, alberi da abbattere, terra da traforare e cervelli o braccia da spremere, finché ce n'è.
Infine la certezza che senza un "happy new deal" vero e proprio, prima di diventare tutti poveri ci saremmo comunque intossicati, ammazzati, ammalati, disumanizzati del tutto.

"Don't waste the crisis" dunque: la crisi non va sprecata.
Ma "non chiedere che cosa il tuo paese può fare per te, chiediti invece che cosa puoi fare tu per il tuo paese". L'unica speranza che il New Deal tecnoambientale di Obama arrivi anche da queste parti - e che sia davvero il cambio di passo di cui ha bisogno la nostra civiltà - è che venga messo in pratica da subito in ogni comune, impresa, famiglia.
L'Italia ha bisogno - più di chiunque - di alfabetizzazione tecnologica, tecnica e ambientale. Questo significa lavoro, business e la rivoluzione delle priorità, delle abitudini e degli stili di vita. L'abolizione di ogni pigrizia.

RI-COSTITUENTE

di RANX (31/12/2008 - 00:19) |




Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è l'ultima trovata di  Confindustria e dintorni: insistere ancora con la flessibilità del lavoro inserendola nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro



Un fantasma si aggira per il nostro paese. È la bassa produttività del lavoro, la bassa crescita, inferiore a quella degli altri, il declino economico e quindi sociale e civile. Si scopre che non solo siamo spesso in coda alle classifiche internazionali relative ai vari indicatori, anche a quelli di tipo qualitativi, ma come se non bastasse, tendiamo a scendere in queste classifiche.
Per la verità la questione non è di oggi e molti si sono accorti che questa realtà dura ormai da parecchi anni.
Fatto sta che ora leggiamo in autorevoli documenti che la spesa delle famiglie è bassa e tende a scendere, che la gente fa fatica ad arrivare a fine mese, perché sono basse le corrispondenti entrate, le retribuzioni, le pensioni, ecc.; una analisi di rara acutezza.

Ma ormai la vera questione non è più la constatazione dell'esistenza della crisi. C'è voluto un po' di tempo ma finalmente anche i soloni - che evidentemente stanno altrove - se ne sono accorti.
C'è qualcuno tuttavia - Confindustria e dintorni - che insiste ancora con la flessibilità del lavoro inserendola questa volta nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva con l'intento di ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro.
Sull'onda di questo desiderio di Confindustria si muovono in soccorso anche autorevoli, o presunti tali, commentatori ed economisti con una serie di proposte.

In questa nobile gara c'è anche chi chiama in causa la nostra Costituzione. Secondo questi autori l'esistenza di persone con contratto a tempo indeterminato e persone variamente precarie configura uno squilibrio e una offesa a questa Costituzione. La soluzione non starebbe, come sembrerebbe ovvio, nella eliminazione delle condizioni peggiorative ma nella equa distribuzione degli svantaggi: in sostanza incominciamo tutti a lavorare come precari, poi con il tempo si vedrà.....
E questa dovrebbe essere, secondo questi autori, la posizione della sinistra se è vero - come è vero - che la sinistra ha un rispetto non rituale della nostra Costituzione.

Naturalmente si tratta di una ipotesi di cui non solo è dubbia la consiste logica ( l'ineguaglianza apparentemente eliminata con questa partenza precaria equo-distribuita, si ripresenterebbe l'anno successivo...) ma che crea stupore per la capacità di chiamare in causa testi come la nostra Costituzione che, come è noto, recita al'art. 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.". E che all'art. 3 ricorda che: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà, l'eguaglianza dei cittadini, ..." .
Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è una operazione che non ci sembra possa avere nemmeno il merito dell'arditezza intellettuale. Ci sembra che lo spirito di servizio dovrebbe avere nel decoro culturale un proprio limite e, se questo non è possibile, trovare il modo di evitare di offendere pensando che gli altri siano tutti imbecilli.

Tag: lavoro,diritti,contratto,sindacato,confindustria

PORC******PUTT@@@@@@

di RANX (20/12/2008 - 15:04) |


Quando Laura chiama, cade subito la linea. Il telefono fa un solo squillo, il tempo di un'unica vibrazione. Poi torna silenzioso. Allora Giuseppe sorride e chiama Laura. Così la ricarica di lei dura di più: "Capita - dice lui - che metto nel suo telefono dieci euro ad agosto. Poi può succedere a giugno dell'anno successivo. Perché non devi mai far passare dodici mesi senza mettere almeno dieci euro. Se no il numero si blocca". Laura osserva il marito che racconta i trucchi del povero. È pensierosa. Parla poco: "Non mi piace che gli altri sappiano".

Come si vive con 600 euro al mese? Si vive in una casa con pochi mobili e i muri che un tempo sono stati bianchi: "Per ritinteggiarli, togliere quelle macchie nere sopra i termosifoni, bisogna aspettare tempi migliori". Il tempo presente è fatto di calcoli che non tornano. Prendiamo l'affitto: 425 euro per due camere e cucina in una zona non periferica. Non molto. Troppo per la famiglia di Giuseppe. Perché con le spese si arriva a 475 euro medi al mese e già a questo punto ne resterebbero solo 125 per vivere in tre trenta giorni. Ma siamo solo all'inizio del calcolo.

Le bollette si portano via un'altra fetta: 55-60 euro per luce e gas. Si tira sui consumi: "Abbiamo il boiler elettrico. Lo accendiamo solo di notte perché dicono che così si spende meno". Ma il vero spauracchio è il riscaldamento: "Eh, su quello c'è poco da fare. Quando vedo la bolletta nella buca mi prende l'ansia. Non dipende da noi. C'è il teleriscaldamento, non possiamo risparmiare. Ci sono mesi che arrivano bollette enormi, anche 180 euro. Per fortuna non è sempre così. A ottobre, ad esempio, è arrivata da 35 euro". Con le bollette se ne vanno in tutto 95 euro. Ne restano trenta per dar da mangiare e per vestire tre persone.


A questo punto lasci cadere la penna e guardi Giuseppe negli occhi: "Diciamolo, è impossibile". Certo che è impossibile. Laura annuisce, la piccola Simona nasconde la testa tra le braccia abbandonate sul tavolo. E si spera che lo faccia perché ha sonno. Chi fa quadrare i conti in questa famiglia? "Mia madre. È vedova, ha 61 anni e la pensione di reversibilità di mio padre. È vero che si tiene in casa mio fratello ma ogni mese le arrivano 1.000 euro. Così certe volte ci troviamo al supermercato. Mettiamo le cose nel carrello. Poi, arrivati alla cassa, lei mi dice: ?Passa, faccio io'".

Non bisogna immaginare che il carrello della mamma, la signora Teresa, sia stracolmo come quelli della pubblicità. Per Giuseppe e Laura la spesa la fa un particolare personal shopper: "Il volantino, quello che ti mettono nelle buche. È fondamentale. Serve per approfittare dell'offerta del momento e anche per scegliere il supermercato. Che non è sempre lo stesso. In certe settimane conviene comperare la pasta da una parte e la bottiglia di pomodoro dall'altra". Non c'è volantino che riesca a superare certi vincoli del mercato: "La pasta è sempre l'alimento più conveniente. Certe volte con un euro riesci a portarne a casa due pacchi da mezzo chilo". E la carne? "Beh, quella non possiamo permettercela". È un lusso, come dare il bianco alle pareti. Come fate con la bambina? "Ci pensa mia mamma. Prepara la bistecca quando andiamo a mangiare da lei o ce la compera quando ci incontriamo al supermercato".

I cassintegrati italiani sono in pauroso aumento. Il 20 per cento in più nel quarto trimestre 2008, secondo le stime della Cgil. Nelle tabelle non compaiono le persone ma i milioni di ore di cassa. Dietro quelle cifre ci sono 1.300 aziende in cassa integrazione straordinaria e centinaia di migliaia di italiani che fanno la vita di Giuseppe. Solo in Fiat i cassintegrati sono 50 mila. La differenza, si spera, è nella durata. Perché a 700-800 euro puoi sopravvivere per due-tre mesi al massimo. Poi devi sperare nella pensione della nonna. Precipitare da una vita di dignitosi sacrifici alla disperazione è un attimo.

Quando lavorava in fabbrica Giuseppe guadagnava 1.200 euro. A questi si dovevano aggiungere i 135 di assegni familiari perché Laura, sua moglie, è disoccupata. In tutto 1.335 euro. Ma con la cassa, anche quando l'Inps si deciderà a pagare, il salario scenderà a 750 euro, che con gli assegni diventeranno 885. Nel passaggio dal lavoro alla cassa la perdita netta è di 450 euro, un terzo della busta paga complessiva.

In queste condizioni per Giuseppe e chi vive come lui l'unica alternativa alla paghetta della mamma pensionata è il lavoro clandestino. Chi è in cassa integrazione non può svolgere altre attività: "Rischiamo il licenziamento". Finora i tentativi di Laura sono andati a vuoto: "Una mattina - dice il marito - l'ho accompagnata a un colloquio al Bennet qui sotto casa. Cercavano commesse. Ci speravamo. Nelle nostre condizioni 5-600 euro in più al mese avrebbero fatto comodo. Quando è uscita ha raccontato: ?Mi hanno fatto un po' di domande e poi mi hanno detto: ?Le faremo sapere'. Allora io le ho risposto di mettersi l'anima in pace. Quando dicono così è perché non ti prenderanno mai". Trovare lavoro, anche in nero non è semplice: "La crisi c'è per tutti, anche per i clandestini". E accettare un impiego provvisorio può essere rischioso: "Ho risposto all'annuncio di un'agenzia interinale. Mi offrivano uno stipendio dignitoso ma ho rifiutato perché era un lavoro precario. Per accettare avrei dovuto rinunciare al posto alla Bertone. Non posso permettermi il lusso di rimanere senza busta paga".

Così l'unico introito extra sono i sussidi straordinari. Vanno bene tutti: quelli della Regione, che in Piemonte è in mano al centrosinistra, e quelli del governo di Berlusconi. Si partecipa ai bandi e si spera di vincere la lotteria: "Certe volte ti dicono che hai i requisiti ma che siccome hai già preso l'assegno l'anno precedente finisci in coda agli altri quello successivo". Se fosse per i requisiti, Giuseppe vincerebbe sempre: "Ho un reddito Isee di 9.800 euro. La soglia per partecipare è di 17.000. Straccio tutti". Si ride per non piangere nell'alloggio del quartiere di Santa Rita. Impressiona il fatto che la povertà abiti qui, in una zona di media borghesia e non solo nei palazzoni delle periferie. Impressiona il fatto che tra queste mura si sia dovuto aspettare il bonus della Regione (3.100 euro) per regalare a Simona la cameretta nuova. Nel discorso finale, quella specie di confessione che Giuseppe fa, solo, in fondo alle scale del condominio, c'è posto per l'ultima rivelazione: "Oggi sono contento. Ho sentito mia sorella al telefono. Ha promesso che mi passa 100 euro per i regali alla bambina. Così Babbo Natale arriverà anche per Simona. Le porterà una bella Barbie e il cd di Kung Fu Panda".



(20 dicembre 2008)

FAVORI

di RANX (16/12/2008 - 23:02) |




Piero Sansonetti

Il ministro Brunetta ha proposto di rinviare la pensione alle donne che lavorano. Attualmente possono smettere di lavorare a sessant'anni, Brunetta propone che sia tutto rinviato fino a 65. Perché? Perché, come ha già detto anche l'Europa, è una ingiustizia questa delle donne che hanno un trattamento più favorevole rispetto ai maschi. Brunetta ha trovato sostegno dal Pd. La ministra ombra Vittoria Franco ha offerto la collaborazione dell'opposizione in cambio dell'approvazione, da parte della maggioranza, della proposta di legge del Pd sul lavoro delle donne.
Naturalmente nella proposta dell'on. Franco c'è un elemento di provocazione. Tuttavia a me sembra una offerta inopportuna. Perché? Semplicemente perché trovo davvero - me la passate, per una volta, questa parola? - «intollerabile» che un governo decida di affrontare una questione di ingiustizia e di diseguaglianza sul lavoro, e decida che la prima cosa da fare è togliere un «vantaggio» alle donne. Non vi sembra una enorme bestialità? C'è qualcuno forse che ha dubbi sul fatto che le donne, non solo sul lavoro ma in ogni momento di organizzazione di vita della nostra società, siano svantaggiate? Non è vero che se dovessimo trovare il modo di calcolare una specie di «Pis» (prodotto interno sociale, che comprenda l'insieme delle attività lavorative che sorreggono l'impianto della comunità civile) scopriremmo che quasi la metà di questo «Pis» viene dal lavoro offerto «gratuitamente» - lo scrivo due volte: gra-tui-ta-men-te) dalle donne in famiglia e fuori, nell'allevamento dei figli, nell'aiuto agli anziani, nello sfruttamento subito dai maschi?
E allora, di fronte a questa enorme ingiustizia, che si fa? Si dice loro: fannullone e privilegiate, la pensione a 60 anni ve la dimenticate! A me sembra che ci sia pochissimo da discutere. Bisogna solo mandare Brunetta a quel paese.

Tag: donne,pensione,diritti,uguaglianza,lavoro

SGANCIAMENTI

di RANX (15/12/2008 - 23:41) |



Non vi può più essere nessun rapporto diretto tra reddito e lavoro.
La frammentazione della giornata lavorativa sociale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno reso obsoleto il principio stesso del salario. Nell'epoca classica delle relazioni industriali il salario pagava la disponibilità di una persona a prestare il suo tempo a un imprenditore. Quella persona era portatrice di diritti, bisogni, forza contrattuale. Ma oggi non è più così: ora il sistema d'impresa paga frammenti di tempo separati dalla persona, frammenti di tempo precario e cellulare, e il committente non è più un imprenditore ma un'agenzia che fornisce lavoro a imprenditori diversi.
Sempre meno si può identificare il lavoratore come persona, perché esso diviene sempre più un pulviscolo di frammenti di tempo cellulare. In questo condizioni si determina una situazione di sottosalario che produce effetti di sottoconsumo, o piuttosto di sovrapproduzione. La debolezza dei salariati è diventato un problema per lo stesso capitale. Il capitalismo si è inceppato perché ha avuto mano libera al punto da distruggere le condizioni del consumo di massa, e quindi della sua propria riproduzione.
Perciò il reddito di cittadinanza diventa oggi un terreno di contrattazione realistica tra capitale e lavoro. Perciò il tema del reddito di cittadinanza esce dalla sfera dell'utopia per divenire oggetto della discussione economica ufficiale. Fin dai licenziamenti Fiat del 1980 i sindacati si opposero alla rivendicazione di reddito sganciato dal lavoro, perché, comprensibilmente, temevano che il reddito garantito potesse permettere agli industriali di licenziare masse di operai e di ristrutturare gli impianti in modo da attaccare la composizione del lavoro. Ma la battaglia in difesa dell'occupazione è stata persa in maniera sistematica: gli industriali hanno licenziato, il salario operaio si è immiserito, la ristrutturazione ha precarizzato il lavoro.
Si può accettare che ancora oggi, come negli anni 80, il sindacato si limiti a difendere l'occupazione in settori in cui l'occupazione non ha più ragione di esserci? Non sarebbe meglio far crescere l'idea che in certi settori non c'è più bisogno di lavoro, e dunque la giornata lavorativa deve complessivamente essere ridistribuita e ridotta? Non sarebbe forse meglio far crescere la consapevolezza del fatto che il reddito va separato dal lavoro?
Non si tratta di ammortizzatori, come si dice in giro. Qua non c'è niente da ammortizzare.
Il tempo di vita dei lavoratori è stato spremuto per tre decenni, ora è necessario ridistribuire il reddito attraverso l'imposizione fiscale. Si tratta di garantire reddito a ogni cittadino e cittadina che abbia compiuto diciotto anni di età. Al tempo stesso è necessario modificare il sistema delle attese sociali, ridimensionare le attese di consumo, de-privatizzare il consumo, creare strutture di consumo collettivo. Il mondo che ci attende può essere un mondo povero e miserabile e aggressivo, ma potrebbe essere invece un mondo ricco allegro e creativo. Dipende da come predisponiamo il sistema delle attese, dipende dalla capacità di riattivare il circuito della solidarietà sociale. Dipende dalla nostra disponibilità a rinunciare al pregiudizio della crescita e del consumo crescente. Dipende dalla nostra capacità di intendere la ricchezza secondo criteri diversi da quelli proprietari.

Tag: salario,reddito,lavoro,capitale

CENERENTOLO

di RANX (14/12/2008 - 01:06) |



Chi (come me) aveva criticato il nuovo Papa, vedendo in lui una reincarnazione del Concilio di Trento, dovrebbe fare oggi un passo indietro, e riconoscere che Joseph Ratzinger, se non proprio un “innovatore”, è almeno un raffinato pensatore, che si sta rapidamente armonizzando con le esigenze del nuovo millennio.

In occasione della Giornata Mondiale per la Pace, ieri Benedetto 16 ha dichiarato che «la "attuale crisi alimentare che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base" nasce "non tanto da insufficienza di cibo" quanto da "fenomeni speculativi" e da "carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze"».

In altre parole, il Papa sembra suggerire che vi sia cibo sufficiente per tutti, nel mondo, ma che qualcuno speculi sul mercato dei prodotti alimentari, arricchendosi alle spalle degli altri. E’ una curiosa interpretazione della realtà, peraltro anticipata in qualche modo dallo stesso Vangelo cristiano, quando parlava dei cosiddetti Peccati Capitali (lussuria, gola, avarizia…).

Nella sua pubblica denuncia, il Papa si è addirittura spinto a suggerire una certa correlazione fra la mancanza di cibo e lo stato miserevole in cui si trova chi ne risente, quando ha detto che «la "malnutrizione provoca gravi danni psicofisi[ci] alle popolazioni", privando molti delle "energie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà"»

In altre parole, se non mangi, non riesci nemmeno a lavorare per guadagnarti un pezzo di pane.

Erano anni che aspettavamo un papa del genere, …

… tanto coraggioso nella sua denuncia quanto lucido e impietoso nella sua analisi.

Ma la parte davvero rivoluzionaria del discorso di Ratzinger sta nella conclusione, del tutto imprevista, a cui giunge quando dice: «quindi si "allarga la forbice delle diseguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente".»

Ovvero, la gente che non mangia rischia di incazzarsi.

Per essere sicuro di non essere frainteso, su un concetto così ambiguo e delicato, il Papa ha anche aggiunto: «Aumenta "il divario tra ricchi e poveri". »

Dopodichè è passato a spiegare lo stesso concetto in termini macroeconomici: «I Paesi poveri, osserva papa Ratzinger, soffrono di una "doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti", visto che il cambiamento tecnologico concentra i suoi benefici "nella fascia più alta della distribuzione del reddito" mentre i "prezzi dei prodotti industriali" crescono "molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri". »

Per avere chiarimenti in proposito, abbiamo interpellato alcuni specialisti della scuola economica austriaca, i quali ci spiegano quanto segue:

“Il papa intende dire che il cambiamento tecnologico è operato dai ricchi, i quali astutamente introducono solo innovazioni che vanno a proprio favore. Ad esempio, il proprietario terriero inventa la macchina per trebbiare il grano, che gli permette di risparmiare sui lavoratori e di guadagnare ancora di più, diventando ancora più ricco.”

Ma ora che il Papa li ha sgamati, ciò non accadrà più.

Da oggi i ricchi faranno solo innovazioni tecnologiche che favoriscono i poveri, come ad esempio delle macchine che mettono a nanna i bambini da sole (per le coppie obbligate al doppio lavoro), oppure delle macchine che generano vento e spruzzi di mare nel proprio salotto (per quelli che non possono permettersi di andare in vacanza).

Ma la vera qualità che distingue Ratzinger dai normali pensatori di oggi è la sua grande capacità di combinare l’analisi sociale con la filosofia più raffinata. Ecco un esempio che dovrebbe bastare per tutti: "Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani".

Ovvero, ammazzi i poveri per avere meno poveri. Geniale.

Un pò come Bush, che ha suggerito di tagliare tutti gli alberi, in modo da evitare gli incendi.

Dopo questo discorso il Papa ha sentito il bisogno di dare il buon esempio, ed ha ordinato di vendere qualche centinaio di diamanti di proprietà del Vaticano, una dozzina di terreni che rendono miliardi al medesimo, e una manciata di banche che fanno capo alla stessa proprietà.

Non contento, Ratzinger ha voluto fare il sacrificio supremo, e ha deciso di vendere anche le sue adorate scarpine di Prada. Le trovate all’asta su E-bay, con scadenza a mezzanotte del giorno di Natale.

Massimo Mazzucco

INONDAZIONE!

di RANX (12/12/2008 - 23:47) |





Oggi lo sciopero generale inonda il Paese . Ci si può azzardare a pensare che non si ritirerà così presto e così facilmente, almeno in questo vecchio continente che non riesce nemmeno a guardare di là dall'oceano, e in questo paese dove il governo dopo aver salvato per ora le banche ora è preoccupato soltanto di quanto spenderemo in regali di Natale. L'ampiezza del conflitto sociale può espandersi nella crisi di sistema: non è più all'ordine del giorno la denuncia delle conseguenze a venire delle politiche neoliberiste, esse sono già materialmente in atto nella quotidianità di milioni di persone. Licenziamenti, cassa integrazione, distruzione del sistema formativo pubblico, clandestinità per tutti i migranti che perderanno il lavoro . Tutti i nodi vengono al pettine e non più soltanto nella forma di una parzialità che alludeva ad una condizione più generale: è per questo che lo sciopero generale di oggi è il terreno di un conflitto che eccede se stesso. Migranti, operai, precari, impiegati, partite iva, studenti e ricercatori e così via: oggi in piazza va anche una necessità di mettere a critica e ripensare ogni forma della rappresentanza, politica e sindacale. E' possibile anche grazie all'Onda , che per prima in quest'autunno ha impostato le parole d'ordine di un'opposizione più generale, e che per questo non conosce recinti generazionali e argini corporativi: quando parla di sé parla sa di pronunciare parole capaci di rispondenze e consonanze più ampie tra chi vuole guadagnare l'autonomia e la libertà delle esistenze e contemporaneamente sa di essere il centro del processo produttivo del capitalismo cognitivo.
Che differenza fa quale contratto hai in tasca se l'impresa in cui lavori può chiudere da un momento all'altro, se la totale insufficienza del welfare è talmente evidente da travolgere le sfumature di un mezzo diritto in più o in meno, se la questione è di fondo, e ciò che conta, è che in nessun modo ti viene restituita la ricchezza che hai prodotto e che produci? Nella recessione economica alla precarietà non c'è più riparo possibile : il suo carattere esistenziale non è più, come d'altronde non lo era già da un pezzo, semplicemente una tendenza, ma è percepita dall'intero mondo della produzione sociale. " Generalizzazione " ha detto l'Onda, sapendo di poterla rendere possibile , e non soltanto per capacità di relazione e di riconoscimento, non solo per una mera pratica dell'obiettivo, ma anche in virtù di una diffusa complicità. Complicità non è lo schema di un'alleanza , e nemmeno la scrittura di un patto, complicità non è neanche programma comune. Complicità è il sentimento di un percorso collettivo in cui ognuno può cercare la propria liberazione . L'indipendenza di tanti può così non essere separazione. Complicità è la condizione per la creazione di un alfabeto dell'alternativa che ancora non c'è, una ricerca, come quella che in ogni facoltà italiana si sta sviluppando intorno all'autoriforma come processo per riguadagnare la libertà e il diritto al sapere qui ed ora. Quando c'è questa complicità non solo non c'è pacificazione sociale che regga, ma non c'è nemmeno morte e fine della politica. E' a questa complicità che questo inserto di oggi vuole dedicare qualche pagina e dare un po' di spazio . Siamo qui. InOnda per l'appunto. Rimane un'unica avvertenza: per ascoltare bisogna sintonizzarsi sulle stesse frequenze

Archivio Dicembre 2008