Il Manifesto-24/01/09
Sempre più spesso capita che gli anziani si presentino alla cassa del supermercato con la mitica social card per scoprire, con un sentimento più di vergogna che di rabbia, che è vuota. E provate a chiedere a un operaio di terzo livello di Mirafiori in cassa integrazione come fa ad arrivare a fine mese. Al figlio, precario e licenziato, meglio non chiederglielo. Domandate poi a un artigiano come vanno i suoi rapporti con le banche e sentirete che risposta. Il paese reale sta precipitando in una crisi senza precedenti. E cosa fanno il governo, Marcegaglia, Bonanni, Angeletti? Loro, a differenza dei pensionati presi per i fondelli con la promessa di una mancia poi negata, non si vergognano. Anzi, siglano un accordo senza e contro la Cgil che è il sindacato più rappresentativo, dunque contro milioni di lavoratori. Un accordo che peggiora ulteriormente i salari, riducendone il potere d'acquisto. E il prossimo passo annunciato dalla stessa compagnia di giro è l'ennesimo attacco ai pensionati. Quelli umiliati e costretti a vergognarsi al supermercato da chi non prova vergogna.
Ha ragione l'incontenibile ministro Maurizio Sacconi: l'accordo di giovedì scorso che sancisce la morte del sistema contrattuale nato nel 1993 ha un carattere storico. Storico, perché le regole generali che hanno un valore erga omnes non sono condivise ma imposte. Storico, perché redistribuisce la ricchezza nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Storico, perché viene siglato dentro una crisi che travolge il paese reale e presenta ai più deboli il conto delle sciagurate scelte economiche, finanziarie e politiche dei più forti.
Le nuove regole si traducono in poche voci fondamentali: i contratti nazionali perdono di valore così come i salari, e come le categorie sindacali perché tutto passa in mano alle confederazioni; è il trionfo degli enti bilaterali, già oggi un cancro della democrazia nel lavoro, etichettabile sotto la voce consociativismo; si rimanda l'ipotetico recupero salariale ai contratti di secondo livello, quelli a cui solo una minoranza di lavoratori ha accesso. Avranno almeno la decenza di sottoporre le nuove regole al giudizio vincolante dei diretti interessati, i lavoratori dipendenti?
La Cgil non ha cercato la rottura, come recita la vulgata tifosa di politici e media. Al contrario, il segretario generale Guglielmo Epifani ha cercato in ogni modo di evitare uno scontro così duro dentro una crisi economica e sociale epocale. Il fatto è che i padroni e il governo, con qualche nostalgia per gli anni Cinquanta, volevano espellere dal gioco la Cgil sapendo che oggi, a differenza di sessant'anni fa, non solo non c'è il Partito comunista ma neanche si intravede un'opposizione di sinistra. Il lavoro non ha rappresentanza politica, e neanche una sponda. Il Partito democratico che sognava l'unificazione di Cgil, Cisl e Uil, oggi si divide più di quanto lo sia già sull'accordo separato.
A un attacco storico di questa portata si può rispondere solo con una straordinaria mobilitazione democratica. Pur conoscendo le difficoltà economiche e sociali in cui vivono i lavoratori, la Fiom e la Funzione pubblica Cgil hanno indetto uno sciopero generale per il 13 febbraio che si concluderà con una manifestazione unitaria a Roma. E' il primo appuntamento da segnare in agenda, per chiunque abbia a cuore la democrazia. Altri dovranno seguire. Non lasciamo sola la Cgil.
di Loris Campetti
Il Conchetta sgomberato, Pergola che restituisce le chiavi ai proprietari prima di chiudere definitivamente i battenti, il Leoncavallo che potrebbe non reggere l’urto dell’Expo 2015 e della volontà normalizzatrice del sindaco De Corato. Cosa sta accadendo al movimento milanese? E’ definitivamente tramontata quell’eccezione culturale che ne aveva fatto la città più europea d’Italia e con l’underground più vivace? Insomma, quella dove tutto arrivava prima. E i centri sociali? Come sostiene oggi sul manifesto Maysa Moroni, figlia di Primo, con lo sgombero del Cox18 è finita un’epoca? E cosa ci aspetta dopo? In un paese che non riesce a smaltire la sbornia di destra, nonostante la crisi economica e i fallimenti di un governo che non riesce a prospettare più alcun sogno, le uniche occupazioni continuano a farle, indisturbati, i fascisti. E’ accaduto nei giorni scorsi a Roma, nel quartiere Portuense, con l’ennesima occupazione nella capitale a firma Casa Pound (in uno stabile del comune che ha fatto finta di niente), ma anche a Milano con Cuore nero, e poi ancora nella “rossa” Emilia a Bologna e Parma. E a Verona, ma qui fa meno notizia se non fosse che noti esponenti dell’estrema destra e del tradizionalismo cattolico frequentano assiduamente i corridoi del comune. Intanto oggi, a caldo, la prima risposta allo sgombero del Conchetta è un corteo che partirà da piazza XXIV maggio, a Milano. A Bologna si manifesta per la Palestina (con preghiera vietata dal Comma Maroni), e forse è un’altra storia ma forse no. E a Napoli i centri sociali hanno convocato un sit-in (che la questura non ha autorizzato) per protestare contro una manifestazione (autorizzata) della Destra di Storace.
La Cgil non retrocede sul proprio no al nuovo accordo sui contratti, e ne denuncia le conseguenze devastanti per le tasche dei lavoratori. Simulando l'applicazione della riforma del modello contrattuale ai contratti nazionali degli ultimi quattro anni, tra il 2004 e il 2008, "i lavoratori avrebbero perso in media 1.352 euro, mentre per il sistema delle imprese ci sarebbe stato un guadagno di 15-16 miliardi". A calcolarlo è Agostino Megale, segretario confederale della Cgil.
"Il nostro no - ha spiegato Megale intervistato a Domenica in - parte dal presupposto che vogliamo difendere e tutelare i lavoratori". Megale ha poi confermato la richiesta di un referendum tra i lavoratori: "Se il voto sarà favorevole, noi ci adegueremo, sennò gli altri dovranno riflettere".
L'accordo-quadro per la riforma del modello contrattuale, valido sia per il settore privato che per quello pubblico , è stato firmato il 22 da Cisl e Uil. Tra le novità previste dal nuovo modello di contratto la durata triennale, tanto per la parte economica che normativa, e la scomparsa dell'inflazione programmata che verrà sostituita dall'Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l'Italia), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L'elaborazione della previsione sarà affidata ad un soggetto terzo.
"Noi non avremmo mai sottoscritto un'intesa sulle regole senza Cisl e Uil: - ha detto ancora Megale - la crisi spinge ad agire insieme. E non sembri paradossale, perché in un contesto in cui tutti firmano e noi diciamo no sembra che vogliamo assumere una posizione negativa. Invece no, il Paese ha bisogno di mettere insieme le energie migliori".
Pertanto, ha proseguito, "noi non avremmo mai sottoscritto un'intesa sulle regole senza Cisl e Uil. Come può Confindustria non immaginare la necessità della ricerca paziente di un compromesso?: giovedì per 4 ore abbiamo lanciato proposte sull'inflazione e sul diritto di sciopero, ma abbiamo trovato chiuse porte e finestre".
Megale ha poi spiegato che la Cgil "valuterà nei prossimi giorni nei propri organismi le iniziative da assumere, perché non si può produrre un fatto del genere senza che abbia delle conseguenze", ferma restando la disponibilità a riaprire il dialogo su quei punti che hanno impedito la firma da parte del sindacato di Guglielmo Epifani
Il sindacato non è più, secondo l'accordo, il rappresentante autonomo degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, organizzazione di conflitto e contrattazione. E' insieme alle imprese il gestore di servizi, di uno stato sociale che vede ritrarsi ruolo e garanzie pubbliche e viene consegnato a logiche privatistiche, a quegli enti bilaterali in cui si sostanzia il ridisegno neocorporativo dell'insieme delle relazioni sociali. Non è un caso che il governo abbia varato in agosto un taglio micidiale delle risorse per sanità, enti locali, istruzione, lavoro pubblico.
L'accordo separato è destinato ad aggravare la situazione economica e sociale complessiva, perché impoverisce ancora di più i lavoratori, in una crisi che è determinata esattamente dall'acuirsi delle disuguaglianze, da quel "mondo di bassi salari" prodotto da un trentennio di politiche neoliberiste.
La partita non è tuttavia chiusa. Non lo è come non lo fu nel 2002, sebbene sia evidente il quadro peggiore di oggi rispetto a ieri, per la sconfitta della sinistra, per la collocazione del Pd. Non lo è in virtù della tenuta decisiva che la Cgil ha avuto. Non lo è in virtù della disponibilità alla lotta che le lavoratrici e i lavoratori hanno dimostrato, aderendo il 12 dicembre allo sciopero generale della Cgil e dei sindacati di base. Diventa decisiva l'attivazione di una risposta forte nei luoghi di lavoro e nei territori. Una risposta adeguata alla gravità di quanto avvenuto, alla volontà di riscrivere le relazioni sindacali e i rapporti sociali contro la più grande organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, impoverire e dividere ulteriormente il mondo del lavoro, distruggere ruolo e autonomia del sindacato. Crediamo sia necessaria la costruzione di un nuovo sciopero generale. Crediamo sia obbligatorio il pronunciamento delle lavoratrici e dei lavoratori sull'accordo. Per parte nostra ci saremo. E' in gioco il futuro dei diritti del lavoro e della democrazia.





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