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FUORITUTTI!

di RANX (17/02/2009 - 23:53) |




di Massimo Franchi-l'Unita'

 

La storia di oggi ha due Bartali. Il terzo protagonista giudicatelo voi.

 Ecco la storia. Surreale. Dicono ci sia un ex sindacalista che ha fatto carriera. Quando era sindacalista i lavoratori li difendeva. Adesso li licenzia. A ferragosto è toccato (per la seconda volta) a quello che aveva denunciato gli incidenti ai treni. (Per comodità lo chiameremo Dante). Sotto il sole d'agosto a Dante è arrivata una lettera: falsità e procurato allarme, a casa. Peccato che fosse il suo mestiere denunciare i rischi perché Dante è un Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. La vicenda si trascina e, nella sua magnanimità, l'ex sindacalista si è anche detto disponibile a revocare il licenziamento in cambio dell'abiura più totale. Dante ha deciso: niente da fare, la mia dignità non ha prezzo. E intanto un'inchiesta che conferma le denunce va verso la conclusione rischiando di ribaltare le certezze dell'ex sindacalista.

 Ma la notizia succosa è un'altra. Dicono sia accaduto qualche giorno fa. Dicono che un altro Rls, visto l'ennesimo treno spezzato, abbia denunciato la scarsa manutenzione. Si tratta di un "gran rompicoglioni", uno che sta lì (pensate un po') a contare i morti sul lavoro, a chiedere che i giornali ne parlino almeno quanto del Grande Fratello.

 Lo chiameremo Marco. Ebbene, Marco ultimamente ha scoperto le agenzie di stampa. Le tempesta di comunicati e ogni tanto riesce a farseli pubblicare. Bene. Accade che per un errore l'agenzia lo definisca Rls delle Ferrovie.

 Appena letto il lancio l'ex sindacalista va su tutte le furie. Ne chiede subito la testa. Lo fa cercare dagli stessi sindacati: "Dove lavora questo Marco? Lo voglio subito licenziare". Fa chiamare tutti, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Ma niente, nessuno lo conosce.

 Finalmente qualcuno lo informa. "C'è stato un errore, Marco non lavora nei treni. Non lo possiamo licenziare". Dicono che l'ex sindacalista si sia messo a piangere....

ULTIMA TAPPA

di RANX (17/02/2009 - 23:37) |





di Lorenzo Chiavetta-art.21 liberainformazione

Manca solo il presidenzialismo: Berlusconi ha realizzato il Piano di rinascita democratica della Loggia P2
La Loggia P2 non ha mai cessato di esistere. I vari Berlusconi, Cicchitto e Costanzo, per fare qualche nome, sono tutti lì, ai loro posti. Nessuno ha pagato a pieno per l’appartenenza al piano criminale che vedeva al proprio vertice il “maestro venerabile” Licio Gelli. In un qualsiasi altro Paese del mondo, la presenza di tali signori sul palcoscenico politico-mediatico, avrebbe suscitato sull’opinione pubblica un totale disprezzo. In Italia, invece, è la normalità.
Ma c’è qualcosa di peggio che gli Italiani sembrano ignorare: la realizzazione, da parte del nostro attuale premier, dei punti cruciali del Piano di rinascita democratica previsto dall’ordinamento della loggia massonica. Ecco di seguito i punti realizzati.
Il Piano prevedeva “l’ installazione di tv via cavo capace di controllare l’opinione pubblica media del paese”. Lo stesso Licio Gelli ha più volte affermato che “il vero potere risiede nella mani dei detentori dei mass media”. Per notare come si è arrivati alla realizzazione di questo punto, basti vedere il percorso “televisivo” della tessera 1816 gelliana, ovvero il “muratore” Silvio Berlusconi. L’imprenditore lombardo, verso la fine degli anni ’70, rilevò dalle mani dal politico Giacomo Properzi “Telemilano cavo”, ribattezzata poi in “Telemilano”, “Telemilano 58” ed infine “Canale 5”. Ma non è tutto. Il controllo, secondo il Piano di rinascita, doveva estendersi anche alla carta stampata: “è necessario individuare un gruppo di giornalisti scelti, ai quali, una volta acquisiti, dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici come sopra prescelti e in un secondo tempo occorrerà acquisire alcuni settimanali di battaglia, coordinare tutta la stampa provinciale locale attraverso un’agenzia centralizzata, coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale e infine dissolvere la Rai tv in nome della libertà di antenna ex articolo 21 della Costituzione”. La sfrontatezza di Berlusconi si evince anche dal fatto che il documento massonico è stato scoperto nel 1982 ma lui ha proseguito il suo piano di attuazione senza fermarsi, fino ad arrivare ai giorni nostri. Negli anni Ottanta, il numero delle sue televisioni salì arrivando a quota 3, complice anche il decreto dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, che di fatto salvò le tv illegali del Cavaliere. Verso la fine dello stesso decennio, scoppiò inoltre la cosiddetta “Guerra di Segrate”, che vedeva contrapposti il padrone della Fininvest e Carlo De Benedetti per il controllo della Mondadori. Dopo un arbitrato extragiudiziario che dava ragione all’ingegnere torinese, Berlusconi si ribellò, impugnando l’arbitrato di fronte la Corte d’Appello di Roma. Il giudice relatore, Vittorio Metta, stavolta diede ragione al Cavaliere. Ma, come appurato dalla sentenza della Corte di Cassazione del 2007, Berlusconi otterrà il controllo del colosso editoriale italiano solamente grazie alla corruzione del sopracitato giudice Metta, avvenuta ad opera di uno dei tanti avvocati di cui dispone: Cesare Previti, futuro ministro del primo Governo Berlusconi, il quale subirà diverse condanne ma che oggi è fuori grazie all’indulto (è in affidamento ai servizi sociali). Alla sentenza di Roma, seguirà poi un ulteriore arbitrato di Giulio Andreotti, il quale troverà una sorta di accordo di transizione: “Repubblica”, “L’Espresso” e alcuni giornali e periodici tornano a De Benedetti mentre tutto il resto rimane a Berlusconi. Così “Panorama”, “Epoca” e tutto il resto della Mondadori entrano a far parte di Fininvest, insieme ovviamente alle reti Mediaset. Infine, l’uomo di Arcore, dopo la “discesa in campo”, piomba nella redazione de “Il Giornale” (di cui era il padrone da tempo), mettendo in atto la strategia mediatica della P2: scendere in politica garantendosi l’appoggio immediato dei media acquisiti. Il resto poi lo fece Montanelli, il quale con onore decise di non sottostare alle direttive del padrone e di andare via. In tutto ciò, si realizza in maniera indiretta un altro piccolo punto del Piano: “i giornalisti scomodi devono essere fatti oggetti di censura”. Per la realizzazione diretta, bisognerà aspettare ancora qualche anno con la radiazione dal piccolo schermo dei vari Santoro, Guzzanti, Luttazzi e Biagi.

Una volta divenuto Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi può finalmente proporre gli altri punti del Piano di rinascita: uno su tutti la riforma giudiziaria, con la separazione della due carriere requirente e giudicante, di cui si è parlato molto in tempi recenti. O ancora il predisporre degli esami psicoattitudinali preliminari per intraprendere la professione del magistrato (come dimenticare la definizione che diede l'arcorese dei magistrati: “persone mentalmente disturbate”).
Poi abbiamo il rilancio del nucleare, espressamente previsto dalle direttive della propaganda P2. Addirittura, anche la proposta di utilizzare l’esercito nelle strade era già scritta nell’organo gelliano: "così è evidente che le forze dell’ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle rispettive centrali direttive soltanto alla condizione che la magistratura li processi e li condanni rapidamente, inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda”.
Altra sottolineatura del Piano: convivenza di due soli grandi allineamenti politici, uno di destra e uno di sinistra. Se si analizza il cosiddetto “veltrusconismo” (termine tanto caro a Beppe Grillo) che si è venuto a formare oggi, con Pd e Pdl, l’obiettivo può considerarsi raggiunto.

Infine, l’ultimo punto, non ancora realizzato ma che rappresenterà il culmine della volontà della P2, è il presidenzialismo. A tal proposito, lo scorso 4 dicembre, intervistato da Klaus Davi, Licio Gelli affermava: “nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca". Che il Cavaliere aspiri a diventare il futuro Capo dello Stato è ormai noto a tutti. Ma egli aspira a diventarlo solo dopo che l’Italia sarà diventata una repubblica presidenziale. Ecco una sua dichiarazione del 20 dicembre scorso: “...sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L'architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier”.
E' inevitabile non concludere con una dichiarazione del “maestro venerabile”, risalente al 2003, che dovrebbe far riflettere gli Italiani: ”ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza ed è un dialogo che mi inquieta. Guardo il Paese,leggo i giornali e penso: ecco qua e tutto si realizza poco a poco, pezzo per pezzo. Forse si, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto 30 anni fa in 53 punti”. Che dire...
A 30 dalla creazione di quel piano, i risultati si stanno ottenendo.

 

CASTRAZIONI DI MASSA

di RANX (17/02/2009 - 23:30) |





di Giulia Cusumano-LIBERAINFORMAZIONE ART.21

Dalle impronte digitali alla castrazione il passo è breve. Brevissimo.
La Lega torna alla carica cavalcando l’ondata di stupri commessi da stranieri nelle strade italiane.
Anche se gli stupri avvenivano ugualmente un anno fa.
Anche se la maggior parte delle violenze sessuali si consuma tra le mura di casa. Protagonisti italiani doc. A volte perfino padani.
Si sa; quando i tiggì si impuntano su un “tormentone” conviene approfittarne.
Ieri sotto il governo Prodi, ogni giorno ci propinavano la “réclame” di quelli che non arrivavano a fine mese, o quella degli sbarchi incontrollati di clandestini a Lampedusa.
Oggi la musica è cambiata.
Prima il “tormentone” del bambino rom che ruba nelle stazioni delle grandi città, con relativa legge sulla rilevazione delle impronte digitali a tutti gli abitanti dei campi nomadi (poi bocciata dall’Unione Europea perché ritenuta discriminatoria).
Ora quello dello stupratore straniero e clandestino che si approfitta animalescamente di una giovane italiana.
Ieri la colpa era di Prodi.
Oggi la colpa è degli “intrusi”.
Niente di più appetibile, per la Lega, che invoca la castrazione chimica, se non addirittura quella chirurgica.
A Milano e in Lombardia entro marzo i gazebo del Carroccio raccoglieranno “centinaia di migliaia di firme in sostegno di questa proposta di legge”. Parola di Matteo Salvini, consigliere comunale sotto la Madonnina e deputato a Roma.
Non solo per gli stranieri, dicono.
Mica è colpa loro se i principali responsabili degli scenari barbari raccontati dai tiggì sono stranieri, quasi sempre rumeni, molto spesso extracomunitari.
Il concetto è noto: solo con una “terapia medica”, come la definisce Semplificator Calderoli, agli stupratori potrebbe essere definitivamente impedito di ripetere le loro bestialità.
Ma se la logica è quella di eliminare “l’arma del delitto”, allora perché non tagliare le mani ai ladri, cucire la bocca ai corruttori, segare le gambe ai motociclisti maldestri?
E se anche in quello che dovrebbe essere un Paese democratico e di civile vale l’”occhio per occhio, dente per dente”, perchè non introdurre la pena di morte per gli assassini?
Dalla castrazione alla sedia elettrica, il passo è breve. Brevissimo.

I FATTI VOSTRI

di RANX (17/02/2009 - 23:23) |




di Raffaele Sardo-   Articolo 21

Cinque colpi in rapida successione, sparati con una pistola 7,65 da un killer del clan dei casalesi, sette anni fa, misero fine alla vita di Federico del Prete, il sindacalista degli ambulanti.  Era il 18 febbraio del 2002. E anche allora c'era una temperatura molto rigida. Si consumò tutto in pochi istanti, alle 19,30, mentre Federico stava parlando al telefono con una persona nella sede del suo sindacato, in via Baracca a Casal di Principe. Pochi attimi. Entro un killer, sparò cinque colpi. Mirò allo stomaco e al torace. E per Federico non ci fu nulla da fare. Fuori lo aspettava una macchina. C'erano i suoi complici dentro. Tenevano il motore accesso. "Andiamo. E' fatta". Una sgommata e via. Nel giro di qualche minuto l'auto venne inghiottita dai vicoli. Probabilmente fatta sparire da qualche parte, smontata pezzo per pezzo o bruciata nella sterminata campagna che circonda Casal di Principe. L'obiettivo della camorra era raggiunto. Il segnale, per tutti quelli che avevano deciso di seguire Federico, era chiaro: fatevi i fatti vostri. Il giorno dopo sarebbe cominciato il processo contro il vigile urbano di Mondragone, Mattia Sorrentino, arrestato perché accusato di  riscuotere il pizzo nella fiera settimanale per conto del clan La Torre. L'aveva denunciato proprio Federico del Prete. Sorrentino, come ogni anno, a dicembre,  riscuoteva 500mila lire di "pizzo" da tutti gli ambulanti che frequentavano la fiera settimanale. Una "usanza" che i commercianti subivano da tempo, ma non avevano mai pensato di dover denunciare l'estorsione  per paura di ritorsioni.  Ora per quel delitto c'è anche un colpevole. Si chiama Antonio Corvino. E' un pentito.  Il 23 gennaio scorso è stato condannato a quattordici anni  di reclusione. La sentenza è stata pronunciata dalla seconda sezione della corte di assise del Tribunale di Santa Maria  Capua Vetere. Corvino, che ha beneficiato degli sconti di pena per i collaboratori di giustizia, è stato anche condannato al  risarcimento dei danni alle parti civili, ovvero ai figli e alla moglie di Federico del Prete e alle due associazioni dei commercianti (FAI ed Alilacco). Il pentito ha confermato che Federico del Prete venne ucciso perché si era messo contro il clan La Torre di Mondragone, ma non ha ancora chiarito chi sono i mandanti veri di quell'omicidio. In una delle prime udienze del processo, Antonio Corvino, tramite il suo legale, ha chiesto alla famiglia di Del Prete di voler essere perdonato per  l'assassinio di Federico. "Era uno che faceva delle cose giuste". "Ma io e la mia famiglia non intendiamo perdonare proprio nessuno". Ha risposto  a stretto giro Vincenzo del Prete, il primo dei dodici fratelli di Federico, che non si lascia intenerire dal pentimento, vero o presunto del killer. "Vogliamo solo che la giustizia debba fare il proprio corso. E accertare fino in fondo la verità. Chi sono i mandanti e quanti sono gli esecutori. Perché pare che fossero almeno in quattro. Quello che hanno fatto a Federico nessuno può dimenticarlo. Era un ragazzo d'oro e lottava per il bene degli altri. Ricordo che una settimana prima che venisse ucciso, ebbi occasione di parlare con mio fratello. Mi raccontò delle minacce. Gli chiesi di lasciare tutto e andare via. "Vattene in Venezuela -  gli dissi -  Mettiamo insieme qualcosa di soldi noi della famiglia e lì ci sono tante opportunità per ricominciare. "Non posso farlo" mi rispose "Non avrei più la forza di guardare in faccia le persone che hanno creduto in me". Ma mentre mi diceva queste parole, i suoi occhi  si riempirono di lacrime. Si alzò e se ne andò. Da allora l'ho rivisto solo a terra, morto, quella sera del 18 febbraio del 2002."     Ma le tragedie per la famiglia del Prete, sembrano non avere fine. L'11 febbraio scorso a Casoria è succiso Salvatore Del Prete, 22 anni, Nipote di Federico, il figlio della sorella che Vincenzo del Prete aveva adottato circa 18 anni fa, quando il convivente la uccise insieme alla madre che tentava di farle da scudo. Era insieme ad un pregiudicato orbitante nel clan Moccia di Afragola, Rocco Perfetto, 49 anni, sorvegliato speciale. Vincenzo del prete spiega la tragedia: "Salvatore non c'entra niente, non c'entra niente con la camorra. Hanno detto e scritto un sacco di bugie. Mio nipote era un bravo ragazzo. Aveva solo dato un passaggio all'altra persona che hanno ucciso. Sembra una maledizione quella della nostra famiglia  - dice Vincenzo mentre si strofina gli occhi per liberare il suo pianto -  Eppure noi siamo persone miti e tutti gran lavoratori. Con la morte del mio ragazzo ho rivissuto gli stessi momenti di dolore di quando fu ucciso mio fratello Federico, il 18 febbraio del 2002, a Casal di Principe. Salvatore – ricorda Vincenzo del Prete -  aveva preso il diploma all'alberghiero di Formia e lavorava in un bar in Piazza Carlo III. Voleva crescere in fretta. Avrebbe dovuto sposarsi in municipio. La sua fidanzata aspetta un bambino. Erano felici di questa scelta. E ora, invece…" Non ce la fa a continuare. Vincenzo abbassa gli occhi e ricomincia a piangere. "Ho nominato un avvocato difensore per  difendere la memoria di mio nipote. Non voglio che venga infangato il suo nome. Quello che abbiamo passato con mio fratello Federico, non si deve più ripetere. So come vanno queste cose. E anche dopo  la sua morte, abbiamo dovuto lottare per difendere la sua memoria. Spero solo che mi facciano fare i funerali in fretta." Ma il questore gli ha vietato i funerali pubblici e la famiglia del Prete ha fatto ricorso al Tar proprio per difendere l'onorabilità del ragazzo. Che nel momento in cui scriviamo è ancora all'obitorio in attesa di riposare in pace.

BUROCRATI MALATI

di RANX (14/02/2009 - 12:01) |





Un genitore ogni quindici di bambini malati di tumore perde il lavoro a causa delle prolungate assenze fatte per assistere il figlio. Un dato sconcertante che emerge dall’indagine su 52 famiglie con un piccolo paziente oncologico realizzata dall’associazione Peter Pan in occasione della VII Giornata Mondiale contro il cancro infantile che si celebra il 15 febbraio. Il dramma, così, non è solo affettivo, psicologico, familiare (spesso i genitori devono separarsi: uno in ospedale, l’altro a casa fra lavoro, altri figli e «ordinaria amministrazione»), ma anche economico. E la famiglia colpita si ritrova ad affrontare spese di viaggio e di trasferta, o persino il licenziamento.

LE LEGGI DI RIFERIMENTO - Conteggi alla mano, considerando le varie fasi della malattia (diagnosi e, a seconda del tipo di tumore, chemioterapia, chirurgia, radioterapia, seguite dai controlli del follow up), le giornate dedicate all’assistenza di un piccolo paziente sono circa 150 all’anno. Per le persone affette da patologie onco-ematologiche esiste un realtà un ben preciso riferimento normativo in materia di assistenza, integrazione sociale e diritti delle persone handicappate: la Legge 104/1992 e le sue successive integrazioni e modificazioni, introdotte dalla Legge 53/2000 e dal Decreto Legislativo 151/2001. Il problema però, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, è duplice. Primo, essere informati dei propri diritti (e doveri). Secondo, districarsi nella burocrazia.

SCOPRIRE I PROPRI DIRITTI - «I problemi sono stati tanti – racconta Giuseppe, ex caporeparto in una fabbrica di Benevento, che ha perso il posto di lavoro per seguire il figlio con un tumore e che oggi tira faticosamente avanti con impieghi saltuari nell’edilizia -. L’Inps di zona non sapeva dei due anni di aspettativa retribuita. Si è incaricato un commercialista di scaricare la legge da Internet e dimostrare all’Inps che ne avevo diritto. Poi, però, nascevano questioni se chiedevo i giorni frazionati. Volevano sempre che prendessi i mesi interi perché altrimenti dovevano riempire un mucchio di carte e facevano tante storie. I due problemi fondamentali sono il tempo che passa dalla richiesta al riconoscimento e la durata dei permessi…». La legge 104/1992 concede congedi parentali e un assegno di accompagnamento, ma si tratta di un provvedimento «insufficiente e inadeguato» secondo Maria Teresa Barracano Fasannelli, presidente onorario di Peter Pan «perché garantisce tutele solo ai lavoratori dipendenti, lasciando fuori artigiani, lavoratori autonomi e i lavoratori precari».

PASSAPAROLA IN REPARTO - Secondo l’indagine promossa dall’associazione romana (con il contributo progettuale e realizzativo offerto da SGS Italia – Ricerche di Mercato), due genitori su tre dichiarano di venire a conoscenza della legge dopo la diagnosi e quando le terapie sono già iniziate e ben uno su cinque lo scopre al termine delle cure. Altro nodo cruciale: il 60 per cento degli interessati dichiara di esserne informato da altri genitori (in reparto) e sostiene che la legge è poco o per nulla chiara. Ma i medici non vi hanno informato? «Dopo la notizia della diagnosi, vedevo il medico che parlava ma non capivo più cosa mi dicesse» è la risposta pressoché univoca dei genitori. Forse sarebbe utile – come suggeriscono dalla Federazione Nazionale delle Associazioni di Genitori dei bambini/adolescenti con tumore – fornire in prima istanza un supporto psicologico e un sostegno pratico per affrontare lo shock emotivo iniziale. E, subito dopo, dare ai genitori le informazioni necessarie a gestire la malattia nel concreto, sia dal punto di vista terapeutico sia per il mondo esterno all’ospedale.

SOLI FRA LE SCARTOFFIE – La strada burocratica, poi, è tutta in salita: l’80 per cento dei genitori racconta di essersi occupato personalmente della pratica, ma se il 35 per cento riesce a ottenere il riconoscimento dopo sei mesi, otto intervistati su 38 dichiarano di aver dovuto attendere oltre un anno. Fra code negli appositi uffici e l’assistenza in ospedale, un genitore su cinque perde il lavoro. Bisogna anche ricordare che i centri specializzati in oncologia pediatrica sono relativamente pochi in Italia (del resto sono solo 1600 all’anno i nuovi casi di tumore infantile), per cui spesso la famiglia si trasferisce o si divide: solitamente la mamma vive in clinica, papà a casa fra lavoro ed eventuali altri figli.

MOLTI I DISAGI - Fortunatamente, un intervistato su otto riceve aiuto da colleghi o datori di lavoro comprensivi, ma in ogni caso l’80 per cento consuma tutto ciò che può (ferie, permessi e persino «malattia»). E quasi tutti i genitori hanno evidenziato motivi di disagio: disinformazione, burocrazia e tempi lunghi, trattamenti difformi fra le varie regioni, mancanza di comunicazione fra Inps e Asl (che spesso ignorano del tutto le norme di riferimento per questi casi), disagi psicologici ed economici. Così c’è chi, in attesa di delibera, non ha avuto l’esenzione per i farmaci, chi ha dovuto chiedere un prestito, chi - dopo due anni – si è ritrovato con un debito da 3600 euro perchè non aveva inoltrato la pratica all’Inps.

«NON PENSAVO CHE SUO FIGLIO VIVESSE UN ALTRO ANNO» - «Noi siamo alla quarta recidiva ed abbiamo già usufruito dei due anni che ci spettano per legge – continua Giuseppe -. Alla seconda recidiva sono stato licenziato dalla fabbrica, ero un caporeparto, e ora ho trovato, ma con grande difficoltà, un’occupazione in una ditta edile. La prima volta mi hanno riconosciuto i benefici per un solo anno. La visita per la revisione, dodici mesi dopo, l’ho chiesta domiciliare perché mio figlio stava male e ho domandato perché mi costringessero a tutta quella trafila ogni anno. La risposta? “Non pensavo che suo figlio sopravvivesse, molti se ne approfittano e continuano a usufruirne anche se il bambino è morto”. Da quel momento però mi hanno concesso il riconoscimento per tre anni. Pochi giorni fa, all’ultima visita di revisione, subito dopo la quarta recidiva, ho chiesto di poter portare solo i certificati perché il bimbo sta di nuovo male e fatica a uscire. All’Inps mi hanno detto che devono vedere il bambino per verificare personalmente che non sia morto…»

MEGLIO A CASA CHE IN OSPEDALE - Il luogo di cura per i bambini malati di tumore non deve essere solo l’ospedale, ma anche le strutture day hospital e la propria casa. Questo è l'obiettivo da raggiungere nel prossimo futuro secondo l’Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica ). «Oggi, grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, due bambini malati di tumore su tre guariscono – sottolinea Giorgio Dini, presidente Aieop e direttore del Dipartimento di oncologia pediatrica all’Ospedale Gaslini di Genova. Ora è importante migliorare la qualità dell’assistenza, sia in reparto, con personale medico e infermieristico disponibile e preparato, sia a casa». Un’adeguata assistenza domiciliare, diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, risolverebbe infatti molti problemi. Prima di tutto, com’è ovvio, i bambini vivono meglio in famiglia e, più in generale, la qualità di vita dell’interno nucleo familiare sarebbe migliore. Minori, invece, sarebbero le spese e i costi anche per il Servizio sanitario nazionale.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

PAESE CHE VAI....

di RANX (01/02/2009 - 10:22) |

dal blog Panni di Piombo



Un caso “Cesare Battisti” ce lo abbiamo anche in Italia. Non ha sollevato le polemiche. Anzi, è passato sottotraccia, senza creare scalpore, senza alcuna indignazione ministeriale o richieste di annullamento di amichevoli. Il “nostro Cesare Battisti” è uruguayano, anche se da qualche anno ha la nazionalità italiana. Si chiama Jorge Troccoli. Ha 64 anni, la corporatura robusta e un pizzetto bianco. È stato capitano dei Fucilieri Navali dell’Uruguay, ed è accusato di aver fatto sparire un numero imprecisato di persone nel suo paese tra il 1975 e il 1983. Tra questi sei cittadini italiani. Il governo Berlusconi, nel settembre scorso, ha respinto la sua richiesta di estradizione.

Secondo la magistratura Troccoli prese parte a quello che è conosciuto come Piano Condor. Una sorta di internazionale del terrore che, negli anni ’70, coordinò il sequestro, l'interscambio e la sparizione di migliaia di oppositori politici in Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Troccoli ammise la sua partecipazione al trasporto clandestino dei detenuti politici tra Uruguay e Argentina ma non ha mai subito un processo. Troccoli ha lasciato il Sud America da tempo per rifugiarsi proprio in Italia, dove nel 2002, nonostante si conoscesse il suo passato, ha ottenuto la cittadinanza italiana. Secondo la stampa uruguayana per lo stesso reato di cui è accusato Troccoli, «omicidio specialmente aggravato» e «violazione dei diritti umani», lo scorso ottobre la Corte d’Appello di Montevideo ha confermato l’incriminazione dell’ex dittatore Gregorio Alvarez e dell’ufficiale della Marina in pensione Juan Carlos Lacerbeau.

In Italia Troccoli è stato arrestato il 29 dicembre del 2007 a Marina di Camerota in provincia di Salerno nell’ambito dell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Giancarlo Capaldo sui deparecidos di origine italiana. Nella quale sono coinvolte circa 147 persone (14 brasiliani, 61 argentini, 32 uruguayani, 22 cileni, 7 boliviani, 7 paraguyani e 4 peruviani) accusate di crimini contro l’umanità. Ma in carcere Troccoli era rimasto poco. La Corte di Appello di Salerno lo aveva rimesso in libertà il 24 aprile scorso non essendo pervenuta nel termine previsto del 23 marzo la richiesta di estradizione dall’Uruguay. Nel paese sudamericano la cosa aveva sollevato un caso nazionale. Dopo due mesi di proteste lo scorso giugno il governo di Montevideo aveva deciso di sollevare l’ambasciatore Carlos Abin e il suo braccio destro Tabare’ Bocalandro. Ma soprattutto di proseguire la causa contro l’ex capitano, riprendendo l’iter di estradizione.

Una richiesta che lo scorso settembre ha subito un brusco stop. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha negato alle autorità uruguayane di riprendersi Troccoli. Nella risoluzione si sostiene che l’ex militare accusato di crimini contro l’umanità è nato in Italia ed è rimasto cittadino italiano, per cui per il trattato in vigore tra i due paesi, non è estradabile. Nonostante ciò, si dice sempre nella sentenza, «l’Uruguay potrà sempre chiedere all’Italia che venga sottoposto a processo per reato di sparizione forzata».

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