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CATEGORIA: UTOPIA

di RANX (03/03/2009 - 00:03) |



Ciò che distingue oggi un’inchiesta reazionaria da una non-reazionaria non è solo la capacità di restituire le contraddizioni, ma anche la capacità di leggere e raccontare il principale produttore delle iniquità sociali: il mondo del lavoro, la divisione del mondo del lavoro. Ad alcuni suonerà troppo retró, troppo marxiano... (…) C’è stata una letteratura italiana – specie negli anni sessanta e settanta – che ha saputo narrare la fabbrica, il lavoro di fabbrica, e soprattutto le ambizioni, i desideri, le frustrazioni, i sogni, le sconfitte individuali e collettive di donne e uomini alla catena di montaggio. Penso, come tutti, a Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, alle inchieste di Danilo Montaldi, a tanto buon giornalismo che un tempo si sarebbe detto “borghese” (ad esempio i reportage dell’Europeo) eccetera. Oggi raccontare il lavoro è diventato tremendamente difficile. A una radicale divisione e parcellizzazione delle esperienze di lavoro ha fatto seguito una radicale divisione e parcellizzazione delle esperienze di vita. (…) Ma questa grande diversità non è solo un impaccio o un ostacolo, può essere anche una risorsa. (…)

Dobbiamo riappropriarci della categoria dell’utopia. (…) Spesso ci si ferma troppo alla ricognizione del presente, una ricognizione psicologica più che antropologica e sociologica, delle nevrosi così come sono più che della loro esplosione.

Il fatto è che quelle esplosioni ci sono – in Italia, in Europa, nel mondo… – e andrebbero raccontate. Non si tratta di raccontare semplicemente delle vertenze, ma di provare a immergersi in quelli scatti di utopia – anche quando sono abortiti, anche quando non ci sono e dovrebbero esserci. Prendo ad esempio un libro molto bello, Una paga da fame. Come (non) si arriva alla fine del mese nel paese più ricco del mondo di Barbara Ehrenreich che riprende le forme migliori di inchiesta letteraria (o di metasociologia o di reportage narrativo) statunitense da Sia lode ora a uomini di fama di James Agee in poi. Il libro della Ehrenreich descrive i lavori più precari negli Usa, ma lo fa da una prospettiva particolare.

Si fa assumere come cameriera, donna delle pulizie, commessa in un grande magazzino… e prova a raccontare quel lavoro (e precisamente come non si arriva alla fine del mese con un salario da fame) dall’interno. (…) Per tutto il libro si è portati a pensare che in quelle condizioni di estrema precarietà nessuno possa mai ribellarsi, e infatti quando l’autrice prova a difendere una lavoratrice che si è fatta male a un piede e che rallenta tutto il lavoro di una squadra di pulizie, tutte le altre non si dimostrano affatto solidali ma le si rivoltano contro… Eppure verso la fine dell’ultimo capitolo – quando descrive il lavoro presso la Wal Mart nel Minnesota – c’è una pagina che rovescia il piano del libro. In città è stato indetto uno sciopero di lavoratori alberghieri cui i dipendenti Wal Mart non possono portare la loro solidarietà, scioperando a loro volta, perché ciò vorrebbe dire essere immediatamente licenziati. Lo sciopero alla Wal Mart fallisce, ma la sera – dopo molte ore di lavoro – quando Barbara è in pausa per dieci minuti in un piccolo spogliatoio accade qualcosa.

Nello spogliatoio c’è un’altra dipendente e c’è un televisore acceso che manda le immagini dello sciopero e le interviste ad altri operai scesi a manifestare con i figli. «Porco giuda, facciamolo anche noi!», dice saltando in piedi l’altra donna, dopo aver alzato il pugno verso il televisore. E allora, in quel preciso momento, la tensione accumulata per tutte le pagine del libro esplode: per la prima volta si passa dall’io o dal tu al noi. Le due donne, Barbara e l’altra dipendente, si riconoscono. Parlano del loro turno, delle angherie dei capi, dell’impossibilità di stare dietro ai figli se si lavora così tanto guadagnando così poco… Non citerò per intero la pagina che ovviamente è scritta molto meglio di come io la racconti, eppure vorrei fermare l’attenzione su quel mutuo riconoscimento e sul modo, minimale, in cui viene narrato. Leggendolo, si avverte uno scatto che spesso manca in molte inchieste nostrane sul precariato.

Tag: lavoro,sciopero,diritti,solidarieta'

BUROCRATI MALATI

di RANX (14/02/2009 - 12:01) |





Un genitore ogni quindici di bambini malati di tumore perde il lavoro a causa delle prolungate assenze fatte per assistere il figlio. Un dato sconcertante che emerge dall’indagine su 52 famiglie con un piccolo paziente oncologico realizzata dall’associazione Peter Pan in occasione della VII Giornata Mondiale contro il cancro infantile che si celebra il 15 febbraio. Il dramma, così, non è solo affettivo, psicologico, familiare (spesso i genitori devono separarsi: uno in ospedale, l’altro a casa fra lavoro, altri figli e «ordinaria amministrazione»), ma anche economico. E la famiglia colpita si ritrova ad affrontare spese di viaggio e di trasferta, o persino il licenziamento.

LE LEGGI DI RIFERIMENTO - Conteggi alla mano, considerando le varie fasi della malattia (diagnosi e, a seconda del tipo di tumore, chemioterapia, chirurgia, radioterapia, seguite dai controlli del follow up), le giornate dedicate all’assistenza di un piccolo paziente sono circa 150 all’anno. Per le persone affette da patologie onco-ematologiche esiste un realtà un ben preciso riferimento normativo in materia di assistenza, integrazione sociale e diritti delle persone handicappate: la Legge 104/1992 e le sue successive integrazioni e modificazioni, introdotte dalla Legge 53/2000 e dal Decreto Legislativo 151/2001. Il problema però, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, è duplice. Primo, essere informati dei propri diritti (e doveri). Secondo, districarsi nella burocrazia.

SCOPRIRE I PROPRI DIRITTI - «I problemi sono stati tanti – racconta Giuseppe, ex caporeparto in una fabbrica di Benevento, che ha perso il posto di lavoro per seguire il figlio con un tumore e che oggi tira faticosamente avanti con impieghi saltuari nell’edilizia -. L’Inps di zona non sapeva dei due anni di aspettativa retribuita. Si è incaricato un commercialista di scaricare la legge da Internet e dimostrare all’Inps che ne avevo diritto. Poi, però, nascevano questioni se chiedevo i giorni frazionati. Volevano sempre che prendessi i mesi interi perché altrimenti dovevano riempire un mucchio di carte e facevano tante storie. I due problemi fondamentali sono il tempo che passa dalla richiesta al riconoscimento e la durata dei permessi…». La legge 104/1992 concede congedi parentali e un assegno di accompagnamento, ma si tratta di un provvedimento «insufficiente e inadeguato» secondo Maria Teresa Barracano Fasannelli, presidente onorario di Peter Pan «perché garantisce tutele solo ai lavoratori dipendenti, lasciando fuori artigiani, lavoratori autonomi e i lavoratori precari».

PASSAPAROLA IN REPARTO - Secondo l’indagine promossa dall’associazione romana (con il contributo progettuale e realizzativo offerto da SGS Italia – Ricerche di Mercato), due genitori su tre dichiarano di venire a conoscenza della legge dopo la diagnosi e quando le terapie sono già iniziate e ben uno su cinque lo scopre al termine delle cure. Altro nodo cruciale: il 60 per cento degli interessati dichiara di esserne informato da altri genitori (in reparto) e sostiene che la legge è poco o per nulla chiara. Ma i medici non vi hanno informato? «Dopo la notizia della diagnosi, vedevo il medico che parlava ma non capivo più cosa mi dicesse» è la risposta pressoché univoca dei genitori. Forse sarebbe utile – come suggeriscono dalla Federazione Nazionale delle Associazioni di Genitori dei bambini/adolescenti con tumore – fornire in prima istanza un supporto psicologico e un sostegno pratico per affrontare lo shock emotivo iniziale. E, subito dopo, dare ai genitori le informazioni necessarie a gestire la malattia nel concreto, sia dal punto di vista terapeutico sia per il mondo esterno all’ospedale.

SOLI FRA LE SCARTOFFIE – La strada burocratica, poi, è tutta in salita: l’80 per cento dei genitori racconta di essersi occupato personalmente della pratica, ma se il 35 per cento riesce a ottenere il riconoscimento dopo sei mesi, otto intervistati su 38 dichiarano di aver dovuto attendere oltre un anno. Fra code negli appositi uffici e l’assistenza in ospedale, un genitore su cinque perde il lavoro. Bisogna anche ricordare che i centri specializzati in oncologia pediatrica sono relativamente pochi in Italia (del resto sono solo 1600 all’anno i nuovi casi di tumore infantile), per cui spesso la famiglia si trasferisce o si divide: solitamente la mamma vive in clinica, papà a casa fra lavoro ed eventuali altri figli.

MOLTI I DISAGI - Fortunatamente, un intervistato su otto riceve aiuto da colleghi o datori di lavoro comprensivi, ma in ogni caso l’80 per cento consuma tutto ciò che può (ferie, permessi e persino «malattia»). E quasi tutti i genitori hanno evidenziato motivi di disagio: disinformazione, burocrazia e tempi lunghi, trattamenti difformi fra le varie regioni, mancanza di comunicazione fra Inps e Asl (che spesso ignorano del tutto le norme di riferimento per questi casi), disagi psicologici ed economici. Così c’è chi, in attesa di delibera, non ha avuto l’esenzione per i farmaci, chi ha dovuto chiedere un prestito, chi - dopo due anni – si è ritrovato con un debito da 3600 euro perchè non aveva inoltrato la pratica all’Inps.

«NON PENSAVO CHE SUO FIGLIO VIVESSE UN ALTRO ANNO» - «Noi siamo alla quarta recidiva ed abbiamo già usufruito dei due anni che ci spettano per legge – continua Giuseppe -. Alla seconda recidiva sono stato licenziato dalla fabbrica, ero un caporeparto, e ora ho trovato, ma con grande difficoltà, un’occupazione in una ditta edile. La prima volta mi hanno riconosciuto i benefici per un solo anno. La visita per la revisione, dodici mesi dopo, l’ho chiesta domiciliare perché mio figlio stava male e ho domandato perché mi costringessero a tutta quella trafila ogni anno. La risposta? “Non pensavo che suo figlio sopravvivesse, molti se ne approfittano e continuano a usufruirne anche se il bambino è morto”. Da quel momento però mi hanno concesso il riconoscimento per tre anni. Pochi giorni fa, all’ultima visita di revisione, subito dopo la quarta recidiva, ho chiesto di poter portare solo i certificati perché il bimbo sta di nuovo male e fatica a uscire. All’Inps mi hanno detto che devono vedere il bambino per verificare personalmente che non sia morto…»

MEGLIO A CASA CHE IN OSPEDALE - Il luogo di cura per i bambini malati di tumore non deve essere solo l’ospedale, ma anche le strutture day hospital e la propria casa. Questo è l'obiettivo da raggiungere nel prossimo futuro secondo l’Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica ). «Oggi, grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, due bambini malati di tumore su tre guariscono – sottolinea Giorgio Dini, presidente Aieop e direttore del Dipartimento di oncologia pediatrica all’Ospedale Gaslini di Genova. Ora è importante migliorare la qualità dell’assistenza, sia in reparto, con personale medico e infermieristico disponibile e preparato, sia a casa». Un’adeguata assistenza domiciliare, diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, risolverebbe infatti molti problemi. Prima di tutto, com’è ovvio, i bambini vivono meglio in famiglia e, più in generale, la qualità di vita dell’interno nucleo familiare sarebbe migliore. Minori, invece, sarebbero le spese e i costi anche per il Servizio sanitario nazionale.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

RI-COSTITUENTE

di RANX (31/12/2008 - 00:19) |




Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è l'ultima trovata di  Confindustria e dintorni: insistere ancora con la flessibilità del lavoro inserendola nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro



Un fantasma si aggira per il nostro paese. È la bassa produttività del lavoro, la bassa crescita, inferiore a quella degli altri, il declino economico e quindi sociale e civile. Si scopre che non solo siamo spesso in coda alle classifiche internazionali relative ai vari indicatori, anche a quelli di tipo qualitativi, ma come se non bastasse, tendiamo a scendere in queste classifiche.
Per la verità la questione non è di oggi e molti si sono accorti che questa realtà dura ormai da parecchi anni.
Fatto sta che ora leggiamo in autorevoli documenti che la spesa delle famiglie è bassa e tende a scendere, che la gente fa fatica ad arrivare a fine mese, perché sono basse le corrispondenti entrate, le retribuzioni, le pensioni, ecc.; una analisi di rara acutezza.

Ma ormai la vera questione non è più la constatazione dell'esistenza della crisi. C'è voluto un po' di tempo ma finalmente anche i soloni - che evidentemente stanno altrove - se ne sono accorti.
C'è qualcuno tuttavia - Confindustria e dintorni - che insiste ancora con la flessibilità del lavoro inserendola questa volta nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva con l'intento di ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro.
Sull'onda di questo desiderio di Confindustria si muovono in soccorso anche autorevoli, o presunti tali, commentatori ed economisti con una serie di proposte.

In questa nobile gara c'è anche chi chiama in causa la nostra Costituzione. Secondo questi autori l'esistenza di persone con contratto a tempo indeterminato e persone variamente precarie configura uno squilibrio e una offesa a questa Costituzione. La soluzione non starebbe, come sembrerebbe ovvio, nella eliminazione delle condizioni peggiorative ma nella equa distribuzione degli svantaggi: in sostanza incominciamo tutti a lavorare come precari, poi con il tempo si vedrà.....
E questa dovrebbe essere, secondo questi autori, la posizione della sinistra se è vero - come è vero - che la sinistra ha un rispetto non rituale della nostra Costituzione.

Naturalmente si tratta di una ipotesi di cui non solo è dubbia la consiste logica ( l'ineguaglianza apparentemente eliminata con questa partenza precaria equo-distribuita, si ripresenterebbe l'anno successivo...) ma che crea stupore per la capacità di chiamare in causa testi come la nostra Costituzione che, come è noto, recita al'art. 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.". E che all'art. 3 ricorda che: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà, l'eguaglianza dei cittadini, ..." .
Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è una operazione che non ci sembra possa avere nemmeno il merito dell'arditezza intellettuale. Ci sembra che lo spirito di servizio dovrebbe avere nel decoro culturale un proprio limite e, se questo non è possibile, trovare il modo di evitare di offendere pensando che gli altri siano tutti imbecilli.

Tag: lavoro,diritti,contratto,sindacato,confindustria

FAVORI

di RANX (16/12/2008 - 23:02) |




Piero Sansonetti

Il ministro Brunetta ha proposto di rinviare la pensione alle donne che lavorano. Attualmente possono smettere di lavorare a sessant'anni, Brunetta propone che sia tutto rinviato fino a 65. Perché? Perché, come ha già detto anche l'Europa, è una ingiustizia questa delle donne che hanno un trattamento più favorevole rispetto ai maschi. Brunetta ha trovato sostegno dal Pd. La ministra ombra Vittoria Franco ha offerto la collaborazione dell'opposizione in cambio dell'approvazione, da parte della maggioranza, della proposta di legge del Pd sul lavoro delle donne.
Naturalmente nella proposta dell'on. Franco c'è un elemento di provocazione. Tuttavia a me sembra una offerta inopportuna. Perché? Semplicemente perché trovo davvero - me la passate, per una volta, questa parola? - «intollerabile» che un governo decida di affrontare una questione di ingiustizia e di diseguaglianza sul lavoro, e decida che la prima cosa da fare è togliere un «vantaggio» alle donne. Non vi sembra una enorme bestialità? C'è qualcuno forse che ha dubbi sul fatto che le donne, non solo sul lavoro ma in ogni momento di organizzazione di vita della nostra società, siano svantaggiate? Non è vero che se dovessimo trovare il modo di calcolare una specie di «Pis» (prodotto interno sociale, che comprenda l'insieme delle attività lavorative che sorreggono l'impianto della comunità civile) scopriremmo che quasi la metà di questo «Pis» viene dal lavoro offerto «gratuitamente» - lo scrivo due volte: gra-tui-ta-men-te) dalle donne in famiglia e fuori, nell'allevamento dei figli, nell'aiuto agli anziani, nello sfruttamento subito dai maschi?
E allora, di fronte a questa enorme ingiustizia, che si fa? Si dice loro: fannullone e privilegiate, la pensione a 60 anni ve la dimenticate! A me sembra che ci sia pochissimo da discutere. Bisogna solo mandare Brunetta a quel paese.

Tag: donne,pensione,diritti,uguaglianza,lavoro

IL LAVORO AL TEMPO DELLA CRISI

di RANX (12/12/2008 - 00:16) |



Giorgio Cremaschi-Liberazione-11/12/08
E’ durante questa proroga che Sergio
Riva, sotto l’evidente pressione del rischio
di disoccupazione, è stato ucciso
dal lavoro. La macchina infernale che
ha distrutto sette vite un anno fa alla
ThyssenKrupp è ancora pienamente in
funzione. Anzi la crisi ne olia i meccanismi,
il ricatto del posto di lavoro, la
precarietà che si diffonde, la paura insomma
fanno sì che il lavoratore vada
allo sbaraglio nell’organizzazione del
lavoro. Ma la responsabilità è sempre
delle aziende, è sempre di chi guida e
alimenta un meccanismo di sfruttamento
feroce che con la crisi, invece
che attenuarsi, si rafforza. Anche la strage
della ThyssenKrupp è avvenuta in
un’azienda che stava per chiudere tra lavoratori
incerti del proprio futuro. La
precarietà, l’incertezza del posto di lavoro
uccidono. Sentiamo continuamente
discorsi sul fatto che bisognerebbe
rispettare di più il lavoro che è finita
l’epoca dell’economia virtuale e che
torna quella dell’economia reale. Tutte
chiacchiere. La sostanza è che nella crisi
le aziende stanno ricorrendo ai metodi
più brutali per far lavorare di più e far
costare di meno le persone. E’ proprio
nella crisi che il legame estremo tra salario
e produttività e la flessibilità e la
precarietà spinti al massimo, mostrano
un profilo criminale. Le imprese italiane
e il governo che le sostiene, vogliono
uscire dalla crisi con la più brutale
competizione sulla riduzione dei costi.
Di quello del lavoro, di quello della sicurezza,
di quello dell’ambiente. E’ catastrofico
per la nostra salute il messaggio
che il governo italiano ha mandato
in Europa dicendo assieme alla Confindustria:
«C’è la crisi lasciateci inquinare
in pace». Ambiente e persone devono
essere sfruttate di più se vogliamo
competere. Pochi giorni fa in un’assemblea
in un’altra azienda siderurgica la
Arvedi di Cremona, un operaio ha così
riassunto la situazione. In fondo dobbiamo
scegliere, ha detto, se lavorare
come i cinesi o ribellarci come i greci.
Questo è la sostanza che abbiamo difronte
alla vigilia dello sciopero generale.
Il segretario della Cisl sul Corriere della
Sera lancia un inno alla rassegnazione
sindacale, naturalmente condito da
quantità industriali della parola modernità.
Per Bonanni durante la crisi non
bisogna scioperare, ma accettare quello
che c’è e collaborare con le aziende e
con il governo. E’ una proposta indecente,
ma se vogliamo respingerla sul
serio dobbiamo attrezzarci, oltre lo
sciopero generale, per un lungo e articolato
movimento di lotta. Combattere
la precarietà, i bassi salari, il supersfruttamento
è il primo modo per fermare
la carneficina nei luoghi di lavoro.

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Volevate trovare un senso allo sciopero generale? Eccovi serviti. Nel più antico dei modi: "giù le mani dagli operai". Una stufa di ghisa, sedie e un fornello di fortuna, le calze ad asciugare sul filo, le tute appese. Fuori nevica e la classe operaia è finita qua. Baraccata come i "senza casa". Presa a calci nel culo come i rom. Innse Presse. Da ieri 49 persone non credono più a nessuno. Non vogliono sentire più niente. Fanno anche fatica a parlare. «I problemi del lavoro in Italia li risolvono o gli operai o la polizia. La polizia o gli operai. Cosa dobbiamo fare? Piangere davanti alle telecamere? Dobbiamo farvi pena?». Si diceva "solitudine" della classe operaia. Qui siamo andati molto oltre se vale più un metro quadrato edificabile di un operaio in carne ed ossa.
La vigilia dello sciopero generale regala a Milano un'operazione di polizia contro i lavoratori. Uno sciopero dal sapore antico. Solitario. Testone. Che chiede più Stato e ragione di fronte alla recessione senza pari. E regala una storia ancora più antica. Quella di chi resiste da 7 mesi contro la dismissione dell'ultima fabbrica pesante di Milano. Sette mesi di lotta, tra occupazione, autogestione, pezzi prodotti senza stipendio, presidi, blocchi, tavoli di trattative che non si aprono mai, un compratore piovuto dal cielo come non capita nemmeno nei film e un padrone che non vuole vendere a nessun costo. Ma c'era un tavolo. Proprio venerdì, il giorno dello sciopero. Un tavolo convocato dal ministero dello Sviluppo in Prefettura (finalmente!) con proprietà e sindacati. Invece ieri, alle 7.30, arrivano in forza polizia e carabinieri. Tolgono i sigilli all'area già sequestrata dalla magistratura. Loro si occupano degli operai.


Mentre il padrone entra con una
ventina di uomini da un’area adiacente.
Gli operai provano a passare
lo stesso. Momenti di tensione. Ma
non ce la fanno. Presidiano finché
possono. E guardano il padrone che
si barrica dentro. «Hanno cominciato
a montare telecamere e dispositivi
di sicurezza... Il signor Genta
ha speso più oggi per la fabbrica
che in tutto l’anno», dicono gli operai.
Perché gli uomini del padrone
non sono venuti per produrre ma
per tenerli lontani e forse smontare
i macchinari. Si sbaracca. La proprietà
è sacra. Costituzionalmente.
E la polizia è lì a testimoniarlo. E
poco importa che abbiano preso
per il culo questi lavoratori per sei
mesi (e anche per degli anni, a ben
guardare). Poco importa che il signor
Genta si sia preso la fabbrica
con l’aiuto pubblico, soldi nostri, e
ora decida di smettere, realizzare e
arrivederci a tutti. Nonostante ci sia
lavoro. Nonostante ci sia un compratore
che promette rilancio e altri
100 posti di lavoro. Altri 100 posti
di lavoro, non 49 altri disoccupati.
Oltre la porta di cartone con appesi
i turni di guardia ai cancelli, giorno
e notte, c’è più che rabbia. «E se
adesso smontano i macchinari a cosa
serve il compratore? Noi cosa
facciamo?». Licenziati lo sono già.
Tempi e procedure sono saltati perché
hanno voluto provare a resistere.
«Come degli scemi, dei fessi...
gli abbiamo finito le commesse, le
abbiamo consegnate... siamo pure
andati a chiedere alla proprietà dell’area
di non revocare l’affitto... siamo
proprio dei fessi, gli ultimi di
questo paese di merda». Il funzionario
della Fiom riassume: «Non è
possibile perdere così, a queste condizioni...
con la fabbrica lì, a trenta
metri, funzionante, con un compratore,
con gli operai che hanno
rinunciato alla loro vita da mesi...
non si può perdere così». Roberto
Giudici ha ragione. Dovrebbe essere
una domanda di tutti. Invece
non c’è nessuno. I lavoratori lo sanno
da tempo: «La società se ne fotte
della chiusura di una fabbrica. A
Bellinzona, in Svizzera, le officine
delle ferrovie sono state sostenute
da tutta la città. Le hanno salvate. E
Milano dov’è?». C’è la solidarietà
della cooperativa Chico Mendes
che promuove una sorta di cassa
natalizia di resistenza. Ma non è
questo il punto. «Milano non si
vergogna che ci mandino la polizia?
Non sanno che chiunque non vale
niente nelle mani a questi farabutti?
».
La fabbrica non rientra nei piani
della città che da vent’anni vive nell’illusione
del terziario avanzato
(quanti lavoratori di cooperative
fanno in realtà gli operai?) e nella
realtà della speculazione immobiliare.
E l’area della ex-Innocenti di
via Rubattino vale. Tanto. E da
quando il Comune si è messo in testa
di riportare a Milano 700mila
abitanti fuggiti in Provincia negli
ultimi 15 anni, è scattata la corsa al
rialzo delle aree. Ancora una volta.
Perché Milano è solo questo. Un
prezzo al metro quadrato. E Aedes,
la società proprietaria dell’area
(sempre ammesso che non l’abbia
venduta in questi giorni, come si
mormora) lo sa bene. Gonfiatasi in
borsa negli anni della supervalutazione
di aree e progetti stava morendo
di asfissia: 800 milioni di debiti
e un lungo tentativo di salvataggio
che sta approdando al tavolo
dei creditori con un compratore
(partecipa anche Fininvest, quella
dei Berlusconi) e un po’ di aiuti delle
banche. E agli operai cosa ”concederanno”
le banche?
Ieri il segretario della Camera del
lavoro di Milano, Onorio Rosati,
ha usato parole dure e insolite per il
suo stile: «E’ stata fatta una pericolosa
forzatura che rischia di compromettere
il tavolo previsto per venerdì,
speriamo che il prefetto faccia
fino in fondo la propria parte».
E non quella di ieri. L’assessore al
Lavoro della Provincia, Bruno Casati,
ha chiesto al Prefetto di «congelare
la situazione, impedire che
vincano i “rottamai” e subito dopo
i palazzinari». Ma l’assessore allo
Sviluppo del Territorio del Comune,
Carlo Masseroli (Cl), l’unico
che potrebbe fare qualcosa sull’area,
dopo qualche timida promessa,
non si è più sentito. E’ troppo
impegnato a presentare e difendere
il suo piano per ripopolare Milano,
col sacrificio delle aree dismesse
e di quelle verdi non ancora
utilizzate. E dove le mettiamo le famiglie
della Innse signor assessore?
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«Siamo andati incontro alle vacanze
estive con circa 90 aziende in chiusura.
Oggi questa cifra è arrivata a 500,
con oltre 32mila lavoratori mandati a
casa». Pietro Passarino è il segretario
pronvinciale della Fiom di Torino. La
sua è una sintesi piuttosto efficace di
quello che sta accadendo in questo
periodo in uno dei luoghi di punta
del settore metalmeccanico in Italia.
La conferma indiretta arriva dai dati
della cassa integrazione ordinaria a livello
nazionale. I metalmeccanici si
dividono con i “colletti bianchi” il
poco invidiabile primato nel mese di
novembre: +255% per i primi contro
un +266% dei secondi. Intanto, sempre
l’Istat fa sapere che l’indice della
produzione di autoveicoli ad ottobre
registra una flessione del 34,3% rispetto
ad ottobre 2007. «Un altro dato
importante che si evince mettendo
in relazione la crisi attuale con quella
di quattro anni fa, è quello dell’effetto
di questa cassa integrazione», prosegue
Passarino. «Nel 2004, infatti, a
fronte di una forte emorragia di lavoratori,
questi vennero rimpiazzati dal
lavoro precario. Oggi sono quegli
stessi lavoratori con contratto atipico
a dover lasciare il proprio posto, ovviamente
senza alcun tipo di tutela».
Nel profondo Sud, in Calabria, non è
che la situazione sia sostanzialmente
diversa. Secondo i dati forniti dalla
Banca d’Italia, nei primi otto mesi del
2008, hanno perso il proprio posto di
lavoro oltre 12mila persone. «Senza
considerare il lavoro nero - sottolinea
Mario Sinopoli, segretario regionale
della Fiom della Calabria - che qui
rappresenta un terzo dell’occupazio-
ne. Duemila aziende hanno chiuso i
battenti, soprattutto quelle del comparto
informatico e della produzione
dei piccoli elettrodomestici».
Poco più a Nord, la Campania vanta
la peggiore performance di tutto il
Sud. Spiega Maurizio Mascoli, segretario
generale della Fiom regionale:
«La crisi è arrivata già dai primi del
2008, quando ancora lo tsunami della
finanza internazionale doveva produrre
i suoi effetti verso l’economia
reale». In pratica, nonostante i fondi
comunitari del 2000-2006, finiti per
lo più al commercio, al turismo e nei
mille rivoli dell’economia retta dalla
criminalità organizzata e dalla speculazione
edilizia, la forbice rispetto alle
altre regioni italiane si è allargata. Il
risultato, oggi, è che non si trova più
un’area libera per la manifattura. La
situazione di Pomigliano d’Arco, regno
incontrastato della Fiat, è piuttosto
emblematica. E’ proprio il settore
auto, infatti, a pesare di più con circa
diecimila lavoratori in cassa integrazione
ordinaria nel bilancio della recessione.
«La verità è che gli imprenditori
non fanno il loro mestiere»,
sottolinea Mascoli. E si capisce anche
perché. Proprio a Pomigliano, prima
è stato annunciato un grande piano
di ristrutturazione - peraltro molto
contrastato dai lavoraotri - che aveva
il suo fulcro nella cosiddetta qualità e
poi le tute blu si sono ritrovati senza
nuovi modelli da produrre. A Pomigliano
si lavorerà solo nella prima settimana
di dicembre, dopo una fermata
per tutto il mese di novembre, con
il rientro previsto il 12 gennaio dell’anno
prossimo. Sono interessati circa
4.900 lavoratori. Alla Fiat motori
di Pratola Serra, in provincia di Avellino,
l’attività rimarrà ferma fino al 12
gennaio. Qui i lavoratori interessati
sono circa 2.000. Effetti della crisi sono
previsti anche nel settore degli
elettrodomestici. In cassa integrazione
ordinaria andranno la Indesit e la
Whirpool, che ha pure annunciato
un piano di esuberi. Nella crisi è coinvolto
anche il tessuto delle piccole e
medie aziende. Le procedure di cassa
integrazione si sono letteralmente
moltiplicate, con chiusure di stabilimenti
come la Cablato di Avellino
(105 dipendenti), la Sls di Caserta
(80), la O.i. di Napoli (50). Alla Cab
di Pozzuoli, proprio pochi giorni fa,
l’azienda ha tentato, usando strumentalmente
la motivazione della crisi, di
dimezzare gli organici anche attraverso
alcune “liste nere”.
Le proposte del sindacato di categoria,
qui formulate unitariamente, vanno
dal rilancio degli investimenti
pubblici in modo selettivo e non a
pioggia a un protagonismo più marcato
degli imprenditori che non solo
hanno fatto naufragare la tanto invocata
privatizzazione di molte imprese
pubbliche ma non sono stati in grado
di innovare.
Un delle crisi che fa più paura è quella
del settore metalmeccanico a Roma,
dove a trainare la debacle sono
proprio i settori dell’Itc, ovvero informatica
e dintorni. Ci si sta preparando
a ciò che la seconda tranche di
esuberi in Telecom produrrà nelle
aziende dell’indotto, dopo aver assistito
alla chiusura del settore ricerca
della Ericsson, che ha prodotto circa
300 esuberi. I numeri delle ultime settimane
sono abbanstanza inusuali
per la Capitale: più di 500 posti bruciati
alla Ediesse e circa la metà alla
Engineering, entrambi del settore informatico.
«La crisi dei settori innovativi,
che dovrebbero portare l’aumento
del prodotto interno lordo - spiega
Roberta Turi, della segreteria della
Fiom - sono i settori più colpiti. E
questo è molto preoccupante. Vengono
espulse persone molto qualificate
e intorno ai quaranta anni, che hanno
un’alta probabilità di non ritrovare
più una nuova collocazione». Con
il nuovo anno, poi, si comincerà a fare
i conti con un’altro tsunami, quello
dell’Alitalia, dove l’indotto delle
piccole e medie aziende che vanno
dalla manutenzione all’informatica
rischia di perdere diverse centinaia di
posti di lavoro.
In Veneto, infine, la situazione non è
così drammatica, ma gli indici che
tendono alla crescita zero fanno un
po’ paura. Un dato così non si registrava
dal 2005. Nei primi otto mesi
dell’anno le ore di cassa integrazione
sono state oltre 3.880.000 contro
2.500.000 nello stesso periodo del
2007. Per ora forti ripercussione sull’occupazione,
spiegano i sindacalisti,
non se ne vedono, ma solo per il fatto
che si va erodendo tutta la fascia
del lavoro precario legato alle imprese
che lavorano in subappalto.

ULTIME CHIAMATE

di RANX (27/09/2008 - 15:17) |





Le possibilità di resistere a quest'offensiva "fascistoide"  trincerandoci dietro le vecchie e rassicuranti certezze, sventolando le antiche e lise bandiere, sono pari a zero. Dobbiamo saperlo. Dobbiamo dirlo forte e chiaro.
Occorre mettere in campo, qui e ora, subito, una nuova soggettività sociale, politica e culturale, capace di interpretare e veicolare gli innumerevoli conflitti che si agitano sullo sfondo di una società che tutto è tranne che pacificata.
E' urgente l'avvio di un processo partecipativo quanto più largo e quanto più democratico possibile, il solo capace di restituire senso all'impegno politico della nostra gente, fiducia nella politica al nostro stesso popolo, speranza a chi la ha persa, o la perderà presto se qualcosa di nuovo non arriverà a ridargliela.
Dovremo contrastare ovunque un attacco ai diritti civili e sociali, alle libertà di tutte e tutti, alle condizioni di vita dei lavoratori tutti di portata storica.
Ma dovremo con altrettanta urgenza ribaltare l'egemonia culturale che la destra ha conquistato negli ultimi quindici anni. Senza scalzare quel sistema di valori diffuso che la destra ha imposto non riusciremo neppure a conquistare un palmo di terreno sul piano dei conflitti materiale.
Fino a che le nostre parole e i nostri valori - giustizia, antiautoritarismo, rifiuto delle gerarchie, diritti - saranno messe in scacco da una cultura diffusa che le nega e le disprezza, non riusciremo a strappare neppure un accordo sindacale vincente, o a concludere con successo una lotta.
Con questa realtà dobbiamo fare i conti, sapendo che non si tratta di un eclisse o di una nuvola scura ma che stavolta si tratta di ricominciare, nel senso più pieno e complessivo del termine.
E' questo il terreno che ci aspetta, questi gli obiettivi che dobbiamo darci.
 Essere meno ambiziosi stavolta non è proprio possibile.
Perché abbassare il tiro anche di un millimetro significherebbe non sacrificare qualche particolare, ma darsi definitivamente per vinti.
Non possiamo farlo.

Tag: sinistra,diritti,opposizione,dittatura

ANTI-DEPRESSIVI

di RANX (24/09/2008 - 22:44) |



Una giornata di mobilitazione contro la politica economica "depressiva" del governo, con oltre 150 iniziative in tutta Italia. È la protesta - chiamata 'Diritti in piazza' - che la Cgil ha lanciato per sabato 27 settembre con l'obiettivo di "cambiare le scelte sbagliate del governo, che cancellano i diritti e e impoveriscono salari e pensioni". Ci saranno cortei, presidi, comizi, volantinaggi e altri tipi di iniziative "in tutte le piazze d'Italia", con il segretario generale Guglielmo Epifani che interverrà in piazza Farnese a Roma.
Una protesta, ha sottolineato Epifani, "che non è contro Cisl e Uil, ma per contrastare le scelte del governo e difendere i diritti specie dei piú deboli".

"Lo scopo della mobilitazione - secondo il numero uno del sindacato di Corso Italia - è dire che ci sono due grandi problemi da affrontare subito: la grave emergenza occupazionale, che noi denunciamo da tempo e che con la ripresa autunnale sta diventando sempre piú grave, e la condizione sempre piú pesante dei redditi di lavoratori dipendenti e pensionati, a causa dell'inflazione, della mancanza di interventi sui prezzi e dell'assenza di un alleggerimento fiscale. Sono problemi seri - ha spiegato - che rischiano di aggravarsi sempre piú", anche perchè "con l'inflazione al 4% il fiscal drag toglie circa 400 euro all'anno ai lavoratori, riducendone fortemente il potere d'acquisto".

Tra le iniziative già programmate (a cui se ne aggiungeranno altre nei prossimi giorni), sono previste 45 manifestazioni con corteo e comizio, 59 presidi e 7 sit-in. I segretari confederali della Cgil interverranno in diverse città: Susanna Camusso a Ravenna, Fabrizio Solari a Napoli, Fulvio Fammoni a Milano e Carlo Podda a Palermo, mentre il numero uno della Fiom, Gianni Rinaldini, sarà a Reggio Emilia. A Torino - evidenzia la Cgil - il corteo sarà aperto da un grande drago verde e rosso, simbolo del fiscal-drag che 'brucia' i redditi dei lavoratori, mentre sul sito internet del sindacato ci saranno filmati, foto e resoconti per seguire le iniziative in tempo reale.

"È un governo che - ha continuato Epifani - davanti al peggioramento della crisi finanziaria globale, non ha fatto ancora nulla: tutti gli altri governi europei sono intervenuti durante l'estate, mentre il nostro è fermo all'impostazione di politica economica decisa a giugno". E questo giudizio negativo "non è di parte, perchè perfino l'ultimo bollettino del centro studi di Confindustria afferma che la manovra avrà per la crescita un effetto di correzione al ribasso dello 0,3%: anzichè sostenere lo sviluppo, lo porta vicino allo zero. E questo - ha evidenziato il segretario generale - è esattamente il cuore della protesta di sabato".

Una mobilitazione decisa solo dalla Cgil, senza gli altri due sindacati confederali. "Con Cisl e Uil - ha concluso Epifani - abbiamo un fronte di iniziative comuni su molti problemi: dove il filo unitario regge, lo conserviamo con grande forza. Continuiamo a lavorare a ogni livello per un'iniziativa che coinvolga la Cisl e la Uil, ma finora non è stato possibile".

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