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BOCCHE CUCITE_Thomas Kram non risponde al magistrato. L’inchiesta sulla strage di Bologna verso l’archiviazione

di RANX (26/04/2009 - 11:14) |

Carlos lo sciacallo, per la prima volta davanti a un magistrato italiano, detta la risposta in lingua francese: «La strage del 2 agosto, a Bologna, non è opera dei fascisti». Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, così come Luigi Ciavardini, i neofascisti condannati per la bomba alla stazione coi suoi 85 morti e i duecento feriti, non avrebbero nulla a che fare con la terribile esplosione al tritolo che nell'estate del 1980 sbriciolò la sala d'aspetto di seconda classe e investì il treno Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario. Ascoltato per rogatoria dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, entrato alle nove di venerdì col funzionario della Digos Marotta nell'austero Palazzo di Giustizia parigino che guarda in faccia le punte della cattedrale di Notre Dame e taglia in due la Senna, il terrorista internazionale di origini venezuelane non batte ciglio e ripete: «A mettere la bomba a Bologna non sono stati né i rivoluzionari né i fascisti...».

Allora chi è stato, insiste il magistrato aggiustandosi gli occhiali sul naso. Ma Carlos, in camicia rossa, ben sistemato nei suoi sessant'anni in arrivo il prossimo 12 ottobre, va per i fatti suoi: «Io voglio parlare davanti a una commissione ministeriale, non a un magistrato... comunque quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene. Il guaio è che l'Italia è una semicolonia degli Stati Uniti, ragion per cui nel vostro Paese non si possono risolvere i tanti misteri... L'Italia dal 1943 è metà pizzeria e metà bordello degli americani, per questo non si risolve nulla... e lo stesso vale per la Germania, semicolonia americana dal 1945».

Carlos, il cui vero nome è Ilich Ramirez Sanchez, detenuto nel carcere francese di Poissy e famoso per l'assalto al quartier generale dell'Opec nel 1975, spiega anche perché «non possono essere stati i neofascisti» a mettere la bomba alla stazione di Bologna. «In quegli anni — detta — il traffico di armi ed esplosivi attraverso l'Italia era cosa soltanto nostra. Col beneplacito dei servizi italiani, coi quali noi rivoluzionari trattavamo personalmente, i compagni potevano attraversare l'Italia, così come la Grecia, con tutte le armi in arrivo da Saddam Hussein. Per questo posso certamente dire che in quei giorni mai ci sarebbe potuto sfuggire un carico di T4 grande come quello fatto esplodere a Bologna. Non sarebbe sfuggito a noi e di certo non lo potevano avere in mano i neofascisti italiani. Quel tritolo viene dai militari... Tra i rivoluzionari palestinesi e l'Ori (l'Organizzazione dei rivoluzionari internazionali, quella di Carlos, ndr) — puntualizza il terrorista — i patti con i servizi segreti italiani erano chiari: in Italia traffico di armi sì, attentati no... E noi abbiamo mantenuto la parola». Quindi Carlos demolisce anche la tesi di Cossiga, quella dello scoppio accidentale dell'esplosivo in transito: «Conosco bene quel tritolo, non suda, non si muove... per farlo saltare serve per forza l'innesco».

A fianco di Carlos, portato in tutta sicurezza al primo piano del tribunale circondato dalla Gendarmeria, ci sono gli avvocati Sandro Clementi e Isabelle Coutant. Con loro l'interprete Sophie Blanco. Davanti al terrorista, a far domande, stanno seduti il giudice istruttore Yves Jannier (che ha sostituito Brughier) e il pm Cieri, l'ufficiale di collegamento italiano in Francia, Forcella, e il magistrato italiano di collegamento a Parigi, Camelieri. Prima di iniziare «lo sciacallo» li fissa negli occhi uno per uno, prende carta e penna e chiede a ognuno di loro nome e cognome. Non tutti rispondono. A un tratto il magistrato bolognese tira fuori un album fotografico e chiede a Carlos se conosce Abu Saleh Anzeh, rappresentante in Italia del Fronte popolare per la liberazione della palestina (Fplp). Sorride, «lo sciacallo».

Prima di diventare segretario a Damasco di George Abbash, Anzeh era il suo uomo delegato ai rapporti con i servizi segreti militari. «Del resto noi eravamo organizzati militarmente — spiega Carlos — per questo subito dopo lo scoppio a Bologna ho ricevuto un rapporto scritto. Noi, prima di tutti, volevamo capire cosa fosse accaduto». A inviarlo, dice ancora, è stata Magdalena Cecilia Kop, nel 1980 una semplice militante poi diventata sua moglie, oggi ripudiata perché starebbe collaborando con il Bka, la polizia politica tedesca. «Andate a chiederlo a lei cosa c'era scritto... I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c'era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull'eccidio... Così l'Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram (già interrogato dal pm Cieri, ndr) si è salvato e l'operazione è fallita. Thomas era braccato passo passo dagli 007... In realtà era diretto a Perugia. Perché non tutti lo sanno, ma il '68 non è nato a Parigi, è nato a Perugia nel 1967».

 

 

STORIA VECCHIA GIA' PUBBLICATA...STESSI DEPISTAGGI... STESSI INTERPRETI..CHE TRISTEZZA....














Il 1° agosto 2007, al termine del suo articolo-intervista su Thomas Kram e la strage di Bologna pubblicato sul Manifesto, Guido Ambrosino aveva rassicurato i suoi lettori: «Kram non ha nulla in contrario a essere ascoltato su Bologna». Invece, purtroppo, l’auspicio del giornalista è andato tristemente deluso. Infatti, come riportato da un dispaccio dell’Ansa dell’11 giugno 2008, l’ex terrorista tedesco presente a Bologna il 2 agosto 1980 al momento della strage, ha fatto scena muta davanti a Paolo Giovagnoli, sostituto procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, titolare del fascicolo contro ignoti aperto a seguito delle scoperte fatte da Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, due dei consulenti della Commissione parlamentare Mitrokhin, e rassegnate in una relazione depositata agli atti della stessa commissione il 23 febbraio 2006. Anche tre ex “brothers in arms” di Kram, pure loro appartenenti all’organizzazione Revolutionäre Zellen (RZ), ossia “Cellule Rivoluzionarie”, hanno optato per la stessa scelta. Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande inoltrate dalla Procura di Bologna attraverso una commissione rogatoria.

L’unico ad aver risposto alle domande del pubblico ministero italiano - andato espressamente in trasferta a Berlino nell’ambito della commissione rogatoria inoltrata presso le competenti autorità della Repubblica federale di Germania dopo aver appreso che Kram (ai primi di dicembre del 2006) si era costituito dopo 26 anni di irreperibilità, di cui 20 di latitanza e, soprattutto, dopo neanche dieci mesi dal deposito della Relazione scritta da Pelizzaro-Matassa nella quale si metteva a fuoco il ruolo di Kram nel gruppo Carlos e la sua presenza a Bologna il giorno dell’attentato - è stato Rudolph Schindler, alias Jon, del nucleo delle RZ di Berlino, vecchio amico e “collega” di Kram. Schindler si è limitato a raccontare fatti generici e già noti, ossia la divisione delle RZ in due settori: uno interno e attivo nella Germania Ovest e uno internazionale per azioni terroristiche in altri Paesi e in stretti legami con il gruppo Carlos, designato col nome in codice “Separat”: dalla sigla adottata dalla STASI, la polizia politica della Germania dell’Est, per trattare il fascicolo intestato all’organizzazione capeggiata dal venezuelano Ilich Ramirez Sanchez e dal suo vice, il tedesco Johannes Weinrich, alias Steve, anche lui ex dirigente delle RZ. Carlos, sin dai primi anni Settanta, era legato al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), di George Habbash e Wadi Haddad (alias Abu Hani) per il quale fu responsabile - fino al dicembre del 1975 - della rete militare clandestina attiva in Europa. Weinrich è uno dei tre appartenenti alle RZ che insieme a Kram si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. A Weinrich, nonostante il suo ruolo di spicco nella rete Separat gli inquirenti e i media sembrano riservare scarsissime attenzioni, l’unica agenzia di stampa che ha riportato la notizia  della sua presenza tra gli interrogati liquida il fatto dicendo che tra le persone che si sono avvalse della facoltà di non rispondere c’è «un uomo di nome Weinrich».

Prima di proseguire è opportuno fare un riepilogo delle tappe più importanti della vicenda:

25 e 26 luglio 2005 - Gian Paolo Pelizzaro, giornalista e consulente della Commissione Mitrokhin, nell’ambito delle attività istruttorie a lui delegate dall’Ufficio di presidenza della stessa Commissione, rinviene presso l’archivio della Digos della Questura di Bologna il fascicolo personale intestato al tedesco Thomas Kram, appartenente all’organizzazione terroristica Cellule Rivoluzionarie, all’interno del quale si trovano ampi riscontri non solo dei suoi legami con Christa-Margot Fröhlich (la terrorista tedesca arrestata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino con una valigia contenente esplosivo ad alto potenziale), ma soprattutto le tracce - mai rese note in precedenza - della sua presenza a Bologna (in un albergo del centro città) la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980.

 

17 novembre 2005 - Il Corriere della Sera in un articolo a firma Giovanni Bianconi dà la notizia della riapertura delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna, a seguito dei nuovi elementi raccolti da Pelizzaro e da un altro consulente della Commissione Mitrokhin, il magistrato Lorenzo Matassa.

 

23 novembre 2005 - Il Corriere della Sera pubblica un’intervista al noto terrorista Carlos, il quale, facendo esplicito riferimento alla notizia pubblicata sei giorni prima dal Corriere, rivela che «un compagno tedesco era uscito pochi istanti prima dalla stazione di Bologna quando c’è stata l’esplosione». Nel 2008, si scoprirà che l’intervista era stata pubblicata con pesanti tagli e manipolazioni del testo, in particolare avuto riguardo ai rapporti tra Abu Anzeh Saleh e i nostri servizi segreti e alle responsabilità della destra eversiva.

 

23 febbraio 2006 - I consulenti della Commissione Mitrokhin Matassa e Pelizzaro depositano al Protocollo della Commissione (prot. 4116) una relazione a firma congiunta intitolata “Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell ‘attentato del 2 agosto 1980″.

 

7 aprile 2006 - Enzo Raisi, deputato di Alleanza nazionale e componente della Commissione Mitrokhin, deposita alla Procura della Repubblica di Bologna il documento predisposto da Pelizzaro e Matassa con allegati gli atti più significativi relativi alla strage del 2 agosto 1980, acquisiti durante i lavori istruttori della Commissione Mitrokhin.

 

11 gennaio 2007 - L’agenzia di stampa Ansa riferisce che Thomas Kram, dopo venti anni di latitanza e 26 di irreperibilità, si è costituito alle autorità tedesche il 4 dicembre 2006. Lo stesso giorno, la Procura di Bologna rende noto che intende promuovere una rogatoria internazionale in Germania per ascoltare il terrorista tedesco come persona informata sui fatti del 2 agosto 1980.

 

1° agosto 2007 - Il Manifesto pubblica una intervista a Thomas Kram a firma Guido Ambrosino e intitolato “L’ultimo depistaggio”. L’articolo fornisce al terrorista tedesco fornisce il suo alibi riguardo alla sua presenza a Bologna il giorno della strage.

 

11 giugno 2008 - L’agenzia Ansa dà la notizia che nel corso dell’espletamento della commissione rogatoria promossa dalla Procura di Bologna nei confronti delle aurorità della Repubblica federale di Germania Thomas Kram e altri tre appartenenti alle Cellule Rivoluzionarie si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Dunque, scena muta davanti al magistrato italiano. Eppure l’anno scorso il berlinese Thomas Kram era stato alquanto loquace e prodigo di particolari nelle sue dichiarazioni al giornalista del manifesto: «A Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze». E ancora: «Arrivato a Chiasso il primo agosto “alle ore 12,08 legali”, secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania [sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era infatti sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, l'antiterrorismo della polizia criminale tedesca, che lo riteneva un militante di spicco delle RZ. In un rapporto del BKA sulle RZ, datato 18 luglio 2000 si legge: «Kram è da tempo sospettato di appartenere alle RZ. Secondo Mousli [si tratta di Tarek Mousli, nato il 19 marzo del 1959 a Beirut da padre saudita e madre tedesca, militante di spicco delle RZ poi dissociatosi dalla lotta armata e divenuto uno dei principali collaboratori di giustizia nelle istruttorie a carico del gruppo dirigente delle "Cellule Rivoluzionarie", nda], dovrebbe essere considerato uno dei capi delle RZ. Dovrebbe aver fatto parte della “frazione internazionale delle RZ” ed è stato impiegato in occasione degli incontri del gruppo Carlos per lo scambio di informazioni e materiale». Il rapporto del BKA sottolineava poi che in quel momento non si sapeva dove si trovasse Kram, ricercato dalle autorità tedesche e formalmente latitante dal 1986.

Proseguiva Kram: «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna». All’albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato in effetti il suo arrivo, dopo la mezzanotte del 1° agosto 1980.

E su una cartina stradale di Bologna, Kram ricostruisce con il giornalista del manifesto, il percorso (a suo dire) compiuto la mattina successiva, ovvero quella di sabato 2 agosto 1980: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave. Non mi avvicinai. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

È bene segnalare che comunque negli hotel di Firenze, non v’è nessuna traccia che attesti la presenza di Kram in quei giorni d’agosto.

A questo punto va ricordato che sia l’intero “alibi” di Kram, sia gli orari che lui stesso trae dal “Documento conclusivo” di minoranza (del 23 marzo 2006) della Commissione Mitrokhin (sui lavori della quale Kram, nell’oblio per oltre 26 anni di cui venti di latitanza, pare essere informatissimo) sono, come da noi dimostrato in alcuni articoli dello scorso anno (1 2), documentalmente falsi e, di fatto, depistanti. Con l’aiuto di una foto area di Bologna si può agevolmente vedere il percorso che Kram dichiara di aver fatto quella mattina:

Il punto 1 è piazza Maggiore, riferimento iniziale dato da Kram per descrivere il suo percorso verso la stazione ferroviaria. In effetti il suo albergo, l’Hotel Centrale (punto 2) è in via della Zecca vicinissimo alla piazza. Via dell’Indipendenza è la strada che partendo dall’angolo in alto a sinistra (guardando la foto) di piazza Maggiore, arriva quasi davanti alla stazione ferroviaria, ma soprattutto arriva a pochi metri dalla stazione delle autocorriere.

Come si comprende chiaramente, Kram per vedere «da lontano» i mezzi di soccorso sul piazzale antistante la stazione, doveva essere per forza in fondo a via dell’Indipendenza, ovvero di fronte alla stazione delle autocorriere e cioè proprio laddove si sarebbe, a suo dire, fatto accompagnare in taxi! Un’affermazione insostenibile. Un elemento, questo, di pura falsità che ben dimostra, però, la complessa montatura alla base delle sue affermazioni rilasciate a Guido Ambrosino del manifesto. Impensabile anche perché i taxi più vicini erano quelli del parcheggio davanti alla stazione ed erano coperti dalle macerie e dai detriti, dopo il crollo della sala d’aspetto. Anche due tassisti figurano tra le 85 vittime della strage. Quel sabato mattina, dopo l’esplosione, persino gli autobus scaricarono i passeggeri per prestare soccorso e trasportare i feriti e i morti. I taxi, a Bologna, quel giorno non prestarono normale servizio. Soprattutto a ridosso della stazione e soprattutto per percorsi di pochi metri.

Dall’immagine aerea si nota inoltre che nessuna delle strade che dal centro della città porta verso la stazione permette una visuale “da lontano” del piazzale che di fatto costituisce una rientranza di viale Pietramellara. Dunque, per vedere i mezzi di soccorso, Kram avrebbe dovuto trovarsi praticamente davanti alla stazione delle corriere proprio dove dice di essersi fatto accompagnare in taxi. Che vuol dire tutto questo?

Ancora più chiara è questa foto fatta dalla Scalinata del Pincio a Porta Galliera in fondo a via dell’Indipendenza, che mostra chiaramente che nemmeno dall’alto si può scorgere il piazzale della stazione, ma solo una piccolissima porzione dell’edificio

In questa foto, fatta dalla stessa posizione si vede invece la stazione delle autocorriere, che è chiaramente all’inizio di via dell’Indipendenza

Dopo la pubblicazione degli articoli dello scorso anno, siamo riusciti ad entrare in possesso di una copia delle pagine dell’orario ufficiale delle Ferrovie dello Stato dell’estate 1980, relative al treno che ha trasportato Kram da Karlsruhe fino al confine italiano: si tratta del treno n° 201 “Holland Italien Express” e quelle relative al diretto n° 307 che, dopo il controllo della Polizia di frontiera, lo portò fino a Milano. Siamo quindi oggi in grado di ricostruire dettagliatamente gli orari del suo viaggio.

Alle 3,41 della notte tra giovedì 31 luglio e venerdì 1° agosto 1980 Kram sale sul treno n° 201 a Karlsruhe, con un biglietto pagato per Milano, città che dichiara essere la sua destinazione anche alla polizia di frontiera che lo sottoporrà a perquisizione «sotto l’aspetto doganale».

Questo farà sì che le questure lungo la tratta ferroviaria oltre Milano, sapendo noi oggi dallo stesso Kram che la sua destinazione finale era Firenze, non vengano allertate, quindi anche la questura di Bologna non riceverà l’informativa. Va sottolineato che il treno n° 201 proseguiva fino a Roma e fermava anche a Firenze, alle 16.32.

Alle 10,30, come da telex della Polizia di frontiera, Kram arriva a Chiasso, in leggero ritardo rispetto all’orario del treno, che prevedeva una partenza dal versante svizzero alle 10,03 e dal versante italiano alle 10,21. A quell’ora, viene identificato, fatto scendere ["...mi fecero scendere dal treno..."] e perquisito dagli agenti della polizia di frontiera italiana operanti a Chiasso (non in territorio italiano, ma comune del Canton Ticino nella Confederazione Elvetica).

Alle 12,08, dopo la perquisizione, Kram riparte con il diretto n° 307 che arriva a Milano Centrale alle 14 esatte: un’ora e cinquanta minuti dopo l’orario in cui sarebbe arrivato con il treno n° 210, e cioè le 12,10.

In parole povere, Thomas Kram aveva un margine di tempo di ben 8 ore per arrivare a Firenze, dove quindi poteva giungere ben prima della mezzanotte, ora della sua registrazione in albergo a Bologna. La spiegazione che egli dà quindi ad Ambrosino e cioè di essersi fermato a Bologna perché sarebbe arrivato troppo tardi a Firenze non sta in piedi.

Cosa ha fatto Thomas Kram in tutto questo tempo?

Di seguito riportiamo la scansione della parte del “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin (pag. 230), che raffrontato con il testo del telex dimostra che Kram ha costruito il suo “alibi” partendo da un provvidenziale dato falso:

Evidentemente tutti questi fatti, uniti alle tre interpellanze (1 2 3) presentate dall’onorevole Raisi, che hanno fatto venire alla luce come anche, a detta del governo nelle risposte alle interpellanze, la Procura della Repubblica di Bologna si basasse sullo stesso orario (falso) contenuto nel “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin - dato trasmesso al parlamento in risposta a una precedente interpellanza dell’onorevole Ignazio La Russa - hanno fatto perdere a Thomas Kram la sua loquacità e la sua disponibilità ad essere ascoltato dagli inquirenti italiani.

Sta di fatto che tutti i militanti di un’organizzazione terroristica (le RZ le quali, almeno ufficialmente, non hanno mai compiuto atti terroristici nel nostro Paese), così come indicati nella rogatoria in Germania del pm Giovagnoli - hanno concordemente scelto di non rispondere alle domande dell’autorità giudiziaria italiana in merito alla presenza di un loro alto dirigente (Thomas Kram) proprio sul luogo dove la mattina di sabato 2 agosto 1980 esplodeva un ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna e che provocava la morte di 85 persone e il ferimento di oltre duecento.

Questo consente di trarre già alcune conclusioni, anche se diversi misteri restato ancora da chiarire, come ad esempio la distruzione del fascicolo relativo a Thomas Kram che si trovava presso il posto di frontiera di Ponte Chiasso. Tale distruzione risulta essere avvenuta, secondo quanto spiegato alla Camera dall’ex sottosegretario alla Giustizia Luigi Li Gotti, nel 1997 «in seguito all’entrata in vigore dell’accordo di Schengen», nonostante il fatto che a quella data Thomas Kram risultasse ancora latitante. La XV legislatura si è conclusa senza che l’interpellanza urgente presentata dall’on. Raisi il 18 dicembre 2007 ottenesse risposta dal governo Prodi, ma con ogni probabilità verrà ripresentata nelle prossime settimane.

Pur essendo la distruzione del fascicolo di un sospetto terrorista latitante un fatto di assoluta gravità un assordante silenzio mediatico e politico ha accompagnato questa scoperta, viene da chiedere cosa succederebbe se si scoprisse che è stato distrutto il fascicolo giacente presso un posto di polizia di frontiera di un latitante dell’estrema destra italiana sospettato di essere coinvolto in una delle tante stragi che hanno funestato gli anni di piombo.

Un altro dato certo che emerge è l’incontrovertibilità del già noto legame tra le RZ e il gruppo Carlos: evidenza, questa, che i “professionisti della negazione” di ogni ipotesi alternativa rispetto alle tesi accreditate dalla magistratura di Bologna (e che tuttavia hanno lasciato intatti gli interrogativi fondamentali di questo gravissimo attentato) hanno sempre cercato di smentire.

Rimane avvolta dal mistero anche la presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, di Christa-Margot Fröhlich, la terrorista tedesca impiegata dal gruppo Carlos come “corriere” per il trasporto degli esplosivi e legata a doppio filo a Kram tanto da averlo accompagnato clandestinamente - il 27 ottobre 1980 - in Ungheria, per incontrare proprio il capo di Separat nella sua base segreta di Budapest. Nel libro “Im Schatten des Schakals. Carlos und die Wegbereiter des internationalen Terrorismus” (traduzione: Nell’Ombra dello Sciacallo. Carlos e i pionieri del Terrorismo internazionale) scritto  dal giornalista d’inchiesta tedesco Oliver Schröm  e pubblicato nel 2002, si fa riferimento addirittura a un precedente incontro tra Thomas Kram e Carlos nel gennaio 1980 - l’unico mese del soggiorno di Kram durante il quale non risultano comunicazioni a lui riferite  tra i vari organi di polizia dai quali (era sottoposto, infatti, a “riservata vigilanza” fin dai tempi in cui frequentava l’Università di Perugia e cioè dai primi di novembre 1979 ) -, quindi sette mesi prima della strage di Bologna. Questa circostanza è di straordinaria importanza, poichè l’incontro tra Kram e Carlos al quale fa riferimento Schröm nel suo saggio sarebbe avvenuto proprio durante il periodo di presenza di Kram nel nostro paese, giustificato - a suo dire - dalla partecipazione a un corso di studi presso l’Università per stranieri di Perugia.

Il mese successivo (febbraio 1980) Kram si recherà per la prima volta a Bologna.

Il 28 giugno 1982, un cameriere del Jolly Hotel de la Gare, il grande albergo che sorge proprio sul lato opposto della piazzale, a due passi dalla stazione ferroviaria di Bologna, si presenta in Questura per riferire una serie di fatti che lo avevano visto protagonista due anni prima. Il testimone, Rodolfo Bulgini, decide di andare alla polizia dopo aver riconosciuto nella foto di una terrorista tedesca pubblicata dal Resto del Carlino il 22 giugno 1982 e arrestata quattro giorni prima a Roma, la giovane donna da lui conosciuta il 1° agosto del 1980 proprio al Jolly Hotel. La foto del giornale ritraeva la Fröhlich, detta Heidi, cittadina tedesca, con un passato da militante prima nella RAF e poi nelle RZ di Kram e Weinrich, arrestata dalla Guardia di Finanza il 18 giugno 1982 al terminal internazionale dell’aeroporto Leonardo da Vinci poiché trovata in possesso di una valigia carica di esplosivo ad alto potenziale. La Fröhlich, proveniente da Bucarest, era diretta in Francia (avrebbe dovuto raggiungere Parigi in treno, partendo dalla stazione Termini).

Questo il racconto di Bulgini alla Digos di Bologna così come riportato nel “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin: «Venivo colpito dalla fotografia di questa donna in quanto notavo una certa somiglianza tra questa fotografia e una donna che due anni fa circa era stata a mangiare all’Hotel Yolly [sic] e precisamente nel periodo precedente la strage alla stazione di Bologna. Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo hotel [...] La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° Agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...] La donna ritornò all’hotel Yolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate, rammento che la donna era particolarmente euforica [....] cercava con insistenza di conversare con me e mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Yolly quattro anni prima e che aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi figli».

Un altro passaggio estremamente rilevante della deposizione, mancante nel documento sopra citato si trova invece nel “Documento conclusivo” (del 15 marzo 2006) del Presidente della Commissione Mitrokhin (pag. 256, nota 54): «Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage».

Ma gli accertamenti svolti per riscontrare il racconto del cameriere del Jolly Hotel portarono ad un nulla di fatto. L’allora Digos di Bologna, infatti, incorrendo in un grossolano errore, rassegnò al giudice istruttore titolare dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980 l’esito negativo in ordine ai riscontri sulla versione dei fatti resa da Bulgini. Il 28 giugno 1982, infatti, durante la sua deposizione alla Digos, il cameriere del Jolly raccontò che quella giovane tedesca, nei suoi colloqui tra il 1° e il 2 agosto 1980, gli confidò di aver lavorato «quattro anni prima» (cioè nel 1976) in un locale chiamato “Jocker Jolly”. La polizia, invece, partendo dalla data della deposizione (e cioè dal 28 giugno 1982), anziché dalla data in cui era avvenuto il colloquio tra Bulgini e la presunta Fröhlich e cioè l’agosto 1980, cercò tracce della tedesca nel night-club collegato al Jolly Hotel nel 1978, scoprendo che il locale era stato chiuso due anni prima (e cioè nel dicembre del 1976).

Dal pari, nessuna indagine è stata svolta sulla valigia della donna tedesca di cui parla Bulgini e secondo il quale - da quanto emerge nella sua versione dei fatti - sarebbe stata portata in stazione il giorno prima dell’attentato, presumibilmente al deposito bagagli.

Da quanto risulta, i registri del Jolly Hotel de La Gare di Bologna (con sede in piazza XX settembre 2, proprio in fondo a via dell’Indipendenza, di fronte all’autostazione e a pochi passi dalla stazione ferroviaria), registri dai quali si poteva accertare o meno la presenza di Christa-Margot Fröhlich a Bologna il giorno della strage, sono gli unici NON a disposizione della Digos poiché formalmente “trattenuti” dall’autorità giudiziaria.

Tutti quelli degli altri hotel, invece, sono ben conservati nell’archivio dell’antiterrorismo bolognese, compreso il citato registro dell’Albergo Centrale di via della Zecca dove ebbe a soggiornare Thomas Kram la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980.

La decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere di Kram e dei suoi quattro compagni apre un nuovo interrogativo: i cinque ex appartenenti alle RZ erano infatti sentiti come persone informate sui fatti nell’ambito di un procedimento penale italiano, che concede questa facoltà solo alle persone indagate o precedentemente indagate in procedimenti connessi archiviati. Né Thomas Kram né i suoi compagni risultano essere indagati in Italia, quindi teoricamente non potevano avvalersi di tale facoltà.

Da alcune informazioni raccolte la cosa sarebbe dovuta al fatto che Kram e gli altri venivano sentiti come persone informate sui fatti ma in realtà l’inchiesta verte su un possibile coinvolgimento di Kram e delle RZ nella strage, circostanza che li rende degli “indagati di fatto”.

Essendo Kram indagato e in attesa di processo per dei reati commessi durante la sua appartenenza alle RZ, il rilascio di dichiarazioni avrebbe potuto aggravare la sua situazione processuale in Germania, da qui la decisione di non rispondere alle domande dei magistrati italiani.

Kram si sarebbe anche detto disponibile a collaborare dopo la fine del suo processo, ma a quel punto probabilmente non ci sarà più nessuna inchiesta aperta in Italia, visto che il fascicolo aperto a Bologna sembra essere destinato a una rapida archiviazione.

http://www.cielilimpidi.com/?p=362

autori: Francois de Quengo de Tonquedec Gian Paolo Pelizzaro Gabriele Paradisi

QUESTA TERRA E' LA MIA TERRA

di RANX (20/07/2007 - 00:32) |



Il Parlamento israeliano ha approvato il 18 luglio scorso, in prima lettura, una legge che autorizza la vendita delle terre demaniali solo agli ebrei. La legge è stata sostenuta dalla destra israeliana, partito nazionalista e religioso National Union, Kadima e Likud e vieta l'assegnazione delle terre del JNF (Jewish National Fund), il 13% delle terre di tutto lo Stato d'Israele, ai cittadini non ebrei.
Israele in questo modo ferisce una volta di più la democrazia, all'insegna della discriminazione e dell'Apartheid.

Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano israeliano Haaretz, la maggioranza schiacciante di 64 deputati ha votato a favore della legge, con soli 16 voti contrari, sebbene durante la discussione preliminare al voto nella Presidenza della stessa Knesset varie voci si erano levate contro tale provvedimento a causa del suo carattere discriminatorio ai danni dei cittadini arabi di Israele, e ne avevano chiesto l'annullamento, respinto però in seguito dal servizio legale del Parlamento con la giustificazione che "non c'è un esplicito riferimento razzista nella legge".

Come chiamare allora l'esclusione per i cittadini arabo-israeliani dai bandi per l'assegnazione delle terre, una politica praticata da anni dall'amministrazione israeliana e già condannata da una sentenza del 2004?

Come altro chiamare, se non razzista, questa legge definita proprio da alcuni deputati della Knesset come "abominevole", che serve solo ad istituzionalizzare la discriminazione nei confronti dei non-ebrei e legittima una democrazia su base etnica?

Questa legge è solo una delle tante espressioni di razzismo e discriminazione in atto in Israele, che continua a demolire le case dei suoi cittadini arabi, a espropriare illegalmente le loro terre, a sradicare i loro alberi.

E infatti a ragione sono insorti contro tale provvedimento i rappresentanti di Meretz-Yachad, il partito di sinistra impegnato sul fronte della giustizia sociale, che hanno visto nella legge il "vero volto del Governo" e lo spettro di uno "stato di Apartheid". Senza contare le reazioni dei partiti arabi Balad e Raam-Taal e di Hadash, arabi e ebrei di sinistra, che insieme denunciano il rischio di legalizzare "il furto di terre che dal 1948 è tuttora in corso ai danni degli arabo-israeliani". Il vero volto del Parlamento Israeliano non può essere quello di Uri Ariel, il radicale dei coloni primo sostenitore di questa legge, se non si vuole che l'aumento del livello di razzismo e la conseguente diminuzione del livello di democrazia, portino ad una seria accelerazione verso l'istituzionalizzazione dell'Apartheid e la cancellazione di ogni diritto.

Luisa Morgantini*

*Vice Presidente del Parlamento Europeo (GUE/NGL)


statte zitto...

di RANX (10/07/2007 - 00:14) |



Il 2 luglio 2007, Mordechaï Vanunu è stato condannato dalla "giustizia" israeliana a 6 mesi di prigione e 6 mesi con rinvio per avere rotto la "sua promessa di silenzio", cioè non per avere espresso opinioni illegali, ma per essersi espresso!
Liberato nel 2004, l 'ex ingegnere della base nucleare israeliana di Dimona, ha già passato 18 anni della sua vita in carcere per avere rivelato al giornale britannico Sunday Times delle informazioni nuove su quello che erano soltanto sospetti senza prove: l'esistenza del programma nucleare militare israeliano, che lo Stato ebraico aveva sempre negato.

Dopo la sua liberazione, gli era stato vietato di lasciare il territorio e parlare con stranieri senza l'accordo della censura militare, poiché quest’ultima temeva che le sue prove su fatti tuttavia vecchi di oltre 20 anni potevano rilanciare la polemica sull'arsenale israeliano costituito in stretta collaborazione con il regime di segregazione sudafricano e sulla natura del regime sionista.
Ignorando le restrizioni che gli erano state imposte, Mordechaï Vanunu ha dato 6 interviste alla stampa straniera - di cui una a voltairenet.org.

Egli ha ribadito la sue prove, quello che aveva potuto vedere a Dimona, grazie alle responsabilità che aveva. È anche ritornato sulle condizioni del suo prelievo da parte del Mossad in Italia, nel 1986, e del processo tenuto ad porte chiuse, lontano dalle macchine fotografiche.
Soprattutto, ha espresso la sua analisi in merito alla dottrina nucleare israeliana che mira, secondo lui, non a dissuadere i suoi avversari, ma a mantenere un regime di segregazione.
Mordechaï Vanunu ha annunciato che farà appello della sua condanna.

Leggi anche l'articolo approfondito su Disinformazione.it:

http://www.disinformazione.it/modechai_vanunu.htm 

RISPETTO!

di RANX (17/06/2007 - 19:12) |

 



 

Lama è rinchiusa a Gaza, fuma continuamente e piange, travolta da paura, rabbia, dolore. E' una delle donne che a Gaza è sempre andata in giro senza coprirsi il capo, impegnata nei movimenti delle donne è parte della Commissione Internazionale per una pace giusta in Palestina e Israele con palestinesi, israeliane e internazionali. Vuole andarsene, ma è tutto chiuso, il confine con Israele e con l' Egitto. Parlo con i garanti europei del valico di Rafah, anche loro costernati: "Non sappiamo se apriremo Rafah, stiamo aspettando, Bruxelles dovrebbe darci linea verde per parlare con Hamas, i miliziani sono entrati nei locali di Rafah ma non hanno toccato nulla, dovremmo riaprire ma come? Con chi?".

Come Lama, sono migliaia gli abitanti di Gaza che vogliono andarsene, un altro esodo, ancora una volta profughi e al solito sono intellettuali, professionisti, imprenditori. I poveri resteranno alla mercè della nuova Gaza sotto le bandiere di Hamas. Ciò che è stato evidente con la vittoria elettorale di questa formazione era la fine di una identità palestinese formatasi in tanti anni di occupazione militare e soprattutto nei sacrifici della prima Intifadah. Questa identità si è frantumata nello sventolio, già durante le elezioni, non della bandiera palestinese, ma della bandiera di Fatah e di Hamas. Ora nessuno sa cosa succederà, quale piano ha Hamas e quale strategia adotterà al Fatah o le altre forze politiche, minoritarie e schiacciate dalla violenza esplosa e dai crimini commessi contro i civili, con le esecuzioni sommarie, i vandalismi e i furti. "Vorrei uccidermi", mi dice un palestinese di Gaza, leader nella prima Intifadah, incarcerato e torturato dagli israeliani, sostiene che solo un intervento esterno della Comunità Internazionale potrà risolvere la situazione.

Ma proprio la Comunità internazionale dovrebbe essere messa sotto processo visto che dopo quarant'anni di occupazione militare non ha saputo costruire ciò per cui si riteneva impegnata: rispetto della legalità, fine dell'occupazione e realizzazione del principio due popoli per due stati.

I risultati sono che oggi esistono due territori palestinesi separati non solo fisicamente ma anche politicamente. Il territorio della Cisgiordania, di cui gli israeliani intendono (l'hanno già fatto con la costruzione del muro) annettersene una buona fetta, forse manterrà la diversità delle culture e religioni che caratterizzava i palestinesi, ma certamente non sarà uno stato indipendente e autonomo. Alcuni, anche tra i palestinesi stanno già riproponendo una federazione con la Giordania.

Con i palestinesi e il loro sogno spezzato di uno Stato indipendente democratico e secolare, siamo stati sconfitti anche noi che non abbiamo saputo rispondere al bisogno di giustizia della popolazione e, con la politica di due pesi e due misure abbiamo permesso ai governi che si sono succeduti in Israele, di continuare a costruire colonie, confiscare terre palestinesi, tenere in carcere più di 11 palestinesi, costringere la popolazione di Gaza a vivere in una prigione a cielo aperto. Certo l' UE ha finanziato la Palestina, anche in questi ultimi tempi ha cercato di non far morire di fame la popolazione assediata, permettendo però al governo israeliano di trattenere le tasse riscosse a nome dell'autorità palestinese; quelle stesse imposte che se versate, avrebbero risolto in gran parte il problema del bilancio palestinese. Insomma abbiamo pagato la politica dell'occupazione israeliana. Ed abbiamo, come Unione Europea, sbagliato molte volte: avremmo dovuto riconoscere il governo di Hamas e trattare subito invece di seguire la politica statunitense e israeliana.

Oggi cerchiamo di salvare il salvabile: subito una forza internazionale a Gaza e in Cisgiordania; Israele fermi le incursioni militari e gli assassini mirati, applichi qualche volta gli accordi che fa e non rispetta mai; si aprano i più di 500 check point per persone e merci. I Palestinesi hanno infatti bisogno di vedere che la loro vita quotidiana può cambiare cessando di essere un inferno. Intanto gli Usa dicono di riconoscere il nuovo governo di Mahmoud Abbas, un altro bacio della morte.

Aprile on Line-Luisa Morgantini

Tag: PALESTINA,ISRAELE,ACCORDI,PACE

esempi illuminanti...

di RANX (08/05/2007 - 01:05) |




E dopo la bufera, su Israele si abbatté la tempesta. Dopo il rapporto Winograd sugli errori della guerra in Libano dell'estate scorsa, ecco un nuovo dossier a denunciare i soprusi compiuti in un altro conflitto: quello, annoso e quotidiano, contro i palestinesi. Maltrattamenti, sevizie, pratiche "chiaramente classificate come torture dalla legge internazionale" operate dall'Isa - l'Agenzia per la sicurezza internazionale israeliana - ai danni dei prigionieri palestinesi catturati e tenuti in prigione con l'accusa di svolgere attività terroristica.

Il rapporto, compilato da due organizzazioni per la difesa dei diritti umani israeliane, B'Tselem e HaMoked, raccoglie le testimonianze di 73 palestinesi "sospettati" di partecipare ad attività armate e sottoposti a interrogatori fra luglio 2005 e marzo 2006. Ciò che emerge dai resoconti dei malcapitati è un viaggio infernale che nulla ha da invidiare alle crudeli vicende che ruotano attorno alla prigione americana di Guantanamo.

I detenuti hanno raccontato di essere stati picchiati, legati in posizioni innaturali, insultati e umiliati: tecniche consuete, a quanto si apprende dal documento, utilizzate per "ammorbidire" i sospettati prima ancora del loro trasferimento nelle mani dell'Isa. Qui, riporta il documento, i palestinesi arrestati vengono sottoposti a varie pratiche mirate a mettere alla prova la loro dignità ed integrità fisica. Si va dalla privazione del sonno all'isolamento completo - con la proibizione di incontrare anche i propri avvocati - passando per la reclusione in celle "putride e asfissianti", sputi, minacce di ripercussioni sui propri familiari. Metodi impiegati, stando a quanto riferisce il rapporto, "con la maggior parte dei testimoni riportati nel campione". Misure che "non sono gli inevitabili effetti collaterali delle necessità di detenzione e di interrogazione, ma sono piuttosto intesi a distruggere lo spirito degli interrogati" e "sono definite come tortura dalla legge internazionale".

Il rapporto, tuttavia, sottolinea anche la "collusione" con il sistema giudiziario israeliano: la ricerca, hanno fatto sapere B'Tselem e HaMoked, non è stata condotta sulla base delle denunce presentate, ma contattando i palestinesi che sono stati interrogati dai servizi israeliani per raccogliere le loro testimonianze. Negli ultimi sei anni, d'altronde, nonostante le oltre 500 denunce presentate non si è avuta alcuna indagine o inchiesta per approfondire la questione.

Per questo le due organizzazioni tornano a chiedere a gran voce che la Knesset, il parlamento israeliano, approvi una legge che vieti esplicitamente "torture e sevizie" e istituisca un'agenzia indipendente per investigare su ogni accusa di tortura o di maltrattamento. Ma il ministero della Giustizia israeliano ha già bollato il rapporto come "falsato da errori, denunce infondate e imprecisioni", dal momento che gli interrogatori "vengono condotti secondo la legge, le procedure e le istruzioni e sono regolarmente sottoposti a un esame attento".

Israele, infatti, ha più volte difeso strenuamente la propria politica inquisitoria in prigioni e centri di detenzione, definendoli uno strumento necessario contro la guerra al terrore. Nel 1987, secondo la Commissione d'inchiesta israeliana Landau, lo Stato ha stabilito che "un moderato grado di pressioni, come le pressioni fisiche, allo scopo di ottenere informazioni cruciali, è inevitabile in determinate circostanze". Pressioni "moderate" che sarebbero conformi alla Convenzione internazionale contro la tortura - redatta dalle Nazioni Unite e subito sottoscritta dallo Stato ebraico - ma che richiedono evidentemente una più stretta definizione, in modo da non lasciare agli agenti alcun margine di discrezione e negare ogni possibile impunità ai responsabili di violenze.

questa terra...

di RANX (05/05/2007 - 17:13) |


 

Difendiamo il Centro Sociale di Gerusalemme
La Torre del Fenicottero
Fermiamo i nuovi attacchi di esproprio
Impediamo la demolizione dei servizi per donne e bambini

Il Centro sociale Burj Al Luq Luq (La Torre del Fenicottero) è nuovamente a rischio, a causa dell'ordine di esproprio emesso dalla Municipalità (israeliana) di Gerusalemme, al fine di costruire nuove abitazioni per coloni israeliani. L'ordine prevede la demolizione di 6 abitazioni private, adiacenti al Centro, la confisca di una parte del terreno dove si trovano un campo giochi attrezzato per i bambini ed una tenso-struttura, adibita a palestra e spazio polivalente, frequentato soprattutto da donne e ragazze del quartiere arabo di Ben Hutta.
Il centro la Torre del Fenicottero, società promossa e governata da palestinesi attraverso un comitato di gestione composto dagli stessi abitanti del quartiere, è l'unica presenza sociale dedicata alle fasce più deboli della popolazione attraverso servizi educativi e di aggregazione: per il recupero dei giovani drop out.
Il Centro è uno spazio aperto per le ragazze. Le minacce ad esso sono un attacco ai diritti dei bambini e delle donne, una violazione dei diritti umani, prima ancora di essere un ulteriore passo verso l'inasprimento del conflitto tra la popolazione palestinese e quella israeliana.

Dobbiamo esigere il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, proprio ora che anche da parte dei paesi arabi emergono importanti segnali di dialogo e di proposte che permetterebbero di trovare una soluzione al conflitto sulla terra di Palestina, vanno fermate quelle azioni destabilizzanti e irresponsabili che fino ad ora hanno ostacolato il dialogo e la definizione ed il rispetto degli accordi.

Tag israele