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RATIFICHE ED ALCHIMIE

di RANX (12/04/2009 - 10:28) |



La crisi mondiale è soltanto al suo inizio: dopo aver investito la finanza ora sta destabilizzando anche la cosiddetta economia reale, con conseguenze severe sulle condizioni di centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo che già vivono da decenni una realtà di estrema precarietà. 

In questo panorama cambia in Italia, come in molti altri Paesi, il rapporto tra lavoratore e sindacato e tra sindacato e azienda. Flessibilità della manodopera e salario, utilizzati come variabile dipendente dall’aumento della produttività – dello sfruttamento si sarebbe detto in altri tempi - sono i fondamentali su cui padroni e governo vogliono costruire un sistema di relazioni industriali/sindacali del tutto asservito alle necessità/compatibilità aziendali.

Una prospettiva a cui Cisl, Uil e Ugl hanno già dato il loro assenso e che la Cgil, per ragioni contingenti, oggi dichiara di voler contrastare. Un verbalismo senza progetto, la strumentalità evidente di chi, dopo aver contribuito a smantellare pezzo dopo pezzo conquiste, tutele e strumenti di contrattazione esigibili, oggi vede messo in discussione il ruolo del suo stesso apparato. Un apparato che freme dalla voglia di tornare al tavolo con Governo e Confindustria perché le regole sulla rappresentanza che la Cgil stessa ha contribuito a definire negli anni, negano fondamentali diritti sindacali a chi non firma i contratti.

Al “sindacato dei servizi” si accompagna ora il “sindacato notaio” chiamato semplicemente a ratificare contratti ritagliati sulle esigenze delle aziende.

Il conflitto non è compatibile con il consociativismo cui fanno appello le imprese: le esigenze di chi lavora devono sottostare a quelle dell’impresa e del mercato. Al sindacato viene offerto al massimo di entrare con il suo apparato nel business degli enti bilaterali e dei gestori di fondi pensione. 

E’ in questo contesto che anche noi dobbiamo ripensare strumenti della rappresentanza che non siano fini a se stessi, che non prevedano semplicemente l’estrema difesa di un indifendibile esistente.

Lo strumento principe in mano ai lavoratori è ancora il Sindacato nella sua più nobile accezione. Ma la conquista di condizioni di vita dignitose necessita di un sindacato in grado di costruire conflitto reale e non proclami velleitari. 

E’ indispensabile mettere da parte le alchimie “organizzative” e ragionare con estrema concretezza a partire dal fatto che le nuove generazioni entrate nel mondo del lavoro a partire dagli anni ‘80, hanno conosciuto solo il lato arrendevole, burocratico e concertativo dei grandi apparati sindacali e ne hanno giustamente disgusto. La mutata composizione sociale del lavoro dipendente, la frantumazione/contrapposizione alimentata ad arte tra i vari segmenti del mondo del lavoro (stabili e precari, nativi e migranti, operai e impiegati, pubblici e privati …) non può non  costringerci a sperimentare nuove forme organizzative e nuovi strumenti informativi che partano dal denominatore comune che a noi piace definire come “intercategorialità”.  

Per questo motivo crediamo sia indispensabile cogliere l’occasione, forse l’ultima in questo Paese per i prossimi anni, per accelerare il processo unitario tra SdL intercategoriale, Cub e Confederazione Cobas, a partire da un lavoro comune nei territori, per arrivare ad una nuova grande Assemblea nazionale che coinvolga nuovi settori di lavoratori, anche al di là delle aree già organizzate nei tre sindacati di base.  

E’ necessario farlo rapidamente: è indispensabile farlo con il rigore necessario ma senza riserve mentali, perseguendo con determinazione l’obiettivo, pena la distruzione certa di qualsiasi ipotesi di alternativa sindacale per i prossimi anni! Proviamoci qui ed ora! 

Fabrizio Tomaselli (Coordinatore nazionale SdL intercategoriale)

CROCI E SCHEDE

di RANX (06/04/2009 - 23:41) |




Il 10% delle famiglie più ricche possiede oggi in Italia il 42% della ricchezza totale (1).
A fronte delle sempre più miserevoli condizioni economiche delle lavoratrici e dei lavoratori (il salario medio mensile non supera da anni la soglia di mille euro) stanno l'immensa disponibilità di denaro, risorse e privilegi di pochi.
E su queste questioni ben poca enfasi dalla grancassa del potere.
Per proteggere con le leggi la minoranza di ricchi, il governo mette a disposizione i suoi guardiani: deputati, senatori, ministri tutti lautamente corrisposti.
Secondo i dati a disposizione (2) un deputato percepisce mensilmente un'indennità al netto di 5.500 € circa, gli sono riconosciuti una diaria di 4.000 € e un rimborso spese di 4.200 € (dato dal suo gruppo parlamentare).
L'elenco continua con l'uso completamente gratuito sul territorio nazionale di autostrade, treni, traghetti, aerei (con rimborso spese trimestrale variabile da 3.300 € a 4.000 € per gli spostamenti dal luogo di residenza all'aeroporto più vicino), un rimborso annuo pari a 3.100 € per spese telefoniche, senza  tralasciare il trattamento di fine-rapporto (sic!) dato dagli assegni di fine mandato e vitalizio. Ai senatori (2) è corrisposto un trattamento economico maggiorato dell'80% circa rispetto a quello dei  deputati… come si può arguire: più in alto si sale la scala, più "pecunia vocat"!
Tutte queste forse noiose cifre a testimonianza, come se non bastasse, delle profonde disuguaglianze nella popolazione sancite da questo sistema curiosamente denominato democrazia". Prendendo a prestito una frase di Noam Chomsky: anche in un mondo dominato da titanici centri di potere finanziario costruire il bene comune e accrescere la possibilità di decidere veramente delle nostre vite è ancora possibile…  ma non si pensi di risolverlo mettendo una croce su una scheda!


M@rio

(1)    rapporto Ocse growing unequal
(2)    siti internet di camera e senato

Tag: lavoro,economia,politica,sfruttamento,democrazia

STATI DI ALLUCINAZIONE

di RANX (05/03/2009 - 00:11) |



Qualcuno bussa alla porta. Tu apri e tutto cambia. Il licenziamento è arrivato anche per te. Non fai più parte degli Schiavi Moderni tenuti in vita da uno stipendio miserabile. E neppure dei candidati alle Morti Bianche che però hanno un lavoro. Ora sei un Morto di Fame. Hai diritto alla social card. Uno dei due, forse tre, nuovi milioni di disoccupati del 2009.
Il momento del distacco, dell'uscita dalla fabbrica o dall'azienda è uno stato di trance. Il cervello galleggia, tutto è in discussione. Chi l'ha vissuto o lo vive sa che è come un piccolo infarto. Ti senti perso nel nulla e non sai cosa fare. Il giorno prima i cancelli della fabbrica erano aperti e parlavi con i tuoi compagni di politica o di calcio. L'azienda poi chiude, senza un perchè, senza avvisare nessuno. Ti trovi alle 6 del mattino di fronte ai cancelli con i tuoi colleghi e con i celerini. Poca conversazione, molte manganellate.
Se sei precario non hai protezioni. Se sei dipendente hai la cassa integrazione per qualche mese. Sei fuori dal sistema e questo lo capisci solo adesso. La disoccupazione è contagiosa. Se chiude una società, spesso chiudono anche i suoi fornitori. Se i disoccupati in un una zona aumentano, in quella zona chiudono negozi e supermercati. Il disoccupato, il Morto di Fame moderno, è un virus. Abita in un Paese governato dall'uomo più ricco, dai parlamentari più numerosi e più pagati, dalle pensioni a senatori e deputati dopo due anni e mezzo. In città è circondato da Suv, da evasori fiscali che frodano 250 miliardi di euro all'anno allo Stato, da dipendenti della criminalità organizzata, la prima azienda del Paese per fatturato. Lui non è un politico, un evasore, un criminale, per questo è disoccupato. E' vissuto in un mondo a parte in cui la parola onestà aveva un significato.

CATEGORIA: UTOPIA

di RANX (03/03/2009 - 00:03) |



Ciò che distingue oggi un’inchiesta reazionaria da una non-reazionaria non è solo la capacità di restituire le contraddizioni, ma anche la capacità di leggere e raccontare il principale produttore delle iniquità sociali: il mondo del lavoro, la divisione del mondo del lavoro. Ad alcuni suonerà troppo retró, troppo marxiano... (…) C’è stata una letteratura italiana – specie negli anni sessanta e settanta – che ha saputo narrare la fabbrica, il lavoro di fabbrica, e soprattutto le ambizioni, i desideri, le frustrazioni, i sogni, le sconfitte individuali e collettive di donne e uomini alla catena di montaggio. Penso, come tutti, a Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, alle inchieste di Danilo Montaldi, a tanto buon giornalismo che un tempo si sarebbe detto “borghese” (ad esempio i reportage dell’Europeo) eccetera. Oggi raccontare il lavoro è diventato tremendamente difficile. A una radicale divisione e parcellizzazione delle esperienze di lavoro ha fatto seguito una radicale divisione e parcellizzazione delle esperienze di vita. (…) Ma questa grande diversità non è solo un impaccio o un ostacolo, può essere anche una risorsa. (…)

Dobbiamo riappropriarci della categoria dell’utopia. (…) Spesso ci si ferma troppo alla ricognizione del presente, una ricognizione psicologica più che antropologica e sociologica, delle nevrosi così come sono più che della loro esplosione.

Il fatto è che quelle esplosioni ci sono – in Italia, in Europa, nel mondo… – e andrebbero raccontate. Non si tratta di raccontare semplicemente delle vertenze, ma di provare a immergersi in quelli scatti di utopia – anche quando sono abortiti, anche quando non ci sono e dovrebbero esserci. Prendo ad esempio un libro molto bello, Una paga da fame. Come (non) si arriva alla fine del mese nel paese più ricco del mondo di Barbara Ehrenreich che riprende le forme migliori di inchiesta letteraria (o di metasociologia o di reportage narrativo) statunitense da Sia lode ora a uomini di fama di James Agee in poi. Il libro della Ehrenreich descrive i lavori più precari negli Usa, ma lo fa da una prospettiva particolare.

Si fa assumere come cameriera, donna delle pulizie, commessa in un grande magazzino… e prova a raccontare quel lavoro (e precisamente come non si arriva alla fine del mese con un salario da fame) dall’interno. (…) Per tutto il libro si è portati a pensare che in quelle condizioni di estrema precarietà nessuno possa mai ribellarsi, e infatti quando l’autrice prova a difendere una lavoratrice che si è fatta male a un piede e che rallenta tutto il lavoro di una squadra di pulizie, tutte le altre non si dimostrano affatto solidali ma le si rivoltano contro… Eppure verso la fine dell’ultimo capitolo – quando descrive il lavoro presso la Wal Mart nel Minnesota – c’è una pagina che rovescia il piano del libro. In città è stato indetto uno sciopero di lavoratori alberghieri cui i dipendenti Wal Mart non possono portare la loro solidarietà, scioperando a loro volta, perché ciò vorrebbe dire essere immediatamente licenziati. Lo sciopero alla Wal Mart fallisce, ma la sera – dopo molte ore di lavoro – quando Barbara è in pausa per dieci minuti in un piccolo spogliatoio accade qualcosa.

Nello spogliatoio c’è un’altra dipendente e c’è un televisore acceso che manda le immagini dello sciopero e le interviste ad altri operai scesi a manifestare con i figli. «Porco giuda, facciamolo anche noi!», dice saltando in piedi l’altra donna, dopo aver alzato il pugno verso il televisore. E allora, in quel preciso momento, la tensione accumulata per tutte le pagine del libro esplode: per la prima volta si passa dall’io o dal tu al noi. Le due donne, Barbara e l’altra dipendente, si riconoscono. Parlano del loro turno, delle angherie dei capi, dell’impossibilità di stare dietro ai figli se si lavora così tanto guadagnando così poco… Non citerò per intero la pagina che ovviamente è scritta molto meglio di come io la racconti, eppure vorrei fermare l’attenzione su quel mutuo riconoscimento e sul modo, minimale, in cui viene narrato. Leggendolo, si avverte uno scatto che spesso manca in molte inchieste nostrane sul precariato.

Tag: lavoro,sciopero,diritti,solidarieta'

IL GRANDE CROLLO

di RANX (02/03/2009 - 23:39) |




Salvo la Lanterna, a Genova tutte le luci stradali e le insegne dei negozi e dei bar verranno spente a partire da mezzanotte. Non per la paura delle bombe, ma per quella del Grande Crollo Economico che impone di risparmiare energia. Ecco il nostro nemico di oggi.

Il terrore del Grande Crollo mi viene incontro ogni giorno dalle pagine dei giornali e dai notiziari televisivi. I bollettini di guerra si susseguono implacabili. Basta un dato a proposito di un Pil in caduta negli Stati Uniti o altrove, per farmi tremare. Anzi, per farci tremare. Appena metto la testa fuori di casa, mi accorgo che quasi tutti hanno le mie stesse paure. E si pongono le medesime domande.

Ci chiediamo: che fine faranno i nostri risparmi? Reggeranno le banche alle quali li abbiamo affidati? Perderemo il lavoro e lo stipendio, grande o piccolo che sia? Ritorneremo poveri come molti di noi lo erano da bambini? Che cosa accadrà quando le strade saranno invase da cortei di gente che ha perso il posto in fabbrica e negli uffici? Quale sbocco avrà la rabbia di chi non sarà più in grado di dar da mangiare ai propri bambini? A quale santo potrà rivolgersi chi non possiederà più nulla?

Da noi, in Italia, credo che il santo non sarà di certo la classe politica nella sua interezza. Non so dire se i partiti si rendano conto di aver perso quasi del tutto la loro credibilità. E se abbiano compreso che i vecchi schieramenti non hanno più significato. Volete un esempio? Stiamo sempre discutendo di destra e di sinistra, ma vale la pena di farlo sotto la tempesta in arrivo?

Una risposta l’ho avuta da un uomo di sinistra: Maurizio Zipponi, bresciano, già leader della Fiom ed ex deputato di Rifondazione comunista.

Zipponi diceva: basta con questa storia della sinistra e della destra, dobbiamo fare tutti insieme un Piano nazionale per il lavoro. Perché le fabbriche italiane stanno chiudendo o si trovano in un mare di guai. E si rischia una crisi sociale di dimensioni spaventose.

Zipponi si rivolgeva al protagonista della trasmissione: Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia di cui ho apprezzato l' affermazione, per niente paradossale, che a causare il Grande Crollo abbia contribuito la televisione. Penso volesse dire che il primo nemico è la sfiducia che le notizie insinuano anche in quanti potrebbero comportarsi come hanno sempre fatto. Senza ridurre i propri consumi. E quindi senza appesantire i nostri guai.

Il faccia a faccia fra Tremonti e Zipponi mi ha ricordato un vecchio motto post-maoista. Recitava così: non importa quale sia il colore del gatto, quello che conta è che prenda il topo; dunque il mio atteggiamento di oggi è il seguente: al diavolo gli schieramenti, non chiedetemi più di stare con l’uno o con l’altro, voglio capire chi sia in grado di fare qualcosa nel caos odierno, senza curarmi della maglia che indossa.

I politici devono stare attenti alla questione del gatto. E devono rendersi conto che prossimamente sarà il Grande Crollo a decidere la loro sorte.

BUROCRATI MALATI

di RANX (14/02/2009 - 12:01) |





Un genitore ogni quindici di bambini malati di tumore perde il lavoro a causa delle prolungate assenze fatte per assistere il figlio. Un dato sconcertante che emerge dall’indagine su 52 famiglie con un piccolo paziente oncologico realizzata dall’associazione Peter Pan in occasione della VII Giornata Mondiale contro il cancro infantile che si celebra il 15 febbraio. Il dramma, così, non è solo affettivo, psicologico, familiare (spesso i genitori devono separarsi: uno in ospedale, l’altro a casa fra lavoro, altri figli e «ordinaria amministrazione»), ma anche economico. E la famiglia colpita si ritrova ad affrontare spese di viaggio e di trasferta, o persino il licenziamento.

LE LEGGI DI RIFERIMENTO - Conteggi alla mano, considerando le varie fasi della malattia (diagnosi e, a seconda del tipo di tumore, chemioterapia, chirurgia, radioterapia, seguite dai controlli del follow up), le giornate dedicate all’assistenza di un piccolo paziente sono circa 150 all’anno. Per le persone affette da patologie onco-ematologiche esiste un realtà un ben preciso riferimento normativo in materia di assistenza, integrazione sociale e diritti delle persone handicappate: la Legge 104/1992 e le sue successive integrazioni e modificazioni, introdotte dalla Legge 53/2000 e dal Decreto Legislativo 151/2001. Il problema però, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, è duplice. Primo, essere informati dei propri diritti (e doveri). Secondo, districarsi nella burocrazia.

SCOPRIRE I PROPRI DIRITTI - «I problemi sono stati tanti – racconta Giuseppe, ex caporeparto in una fabbrica di Benevento, che ha perso il posto di lavoro per seguire il figlio con un tumore e che oggi tira faticosamente avanti con impieghi saltuari nell’edilizia -. L’Inps di zona non sapeva dei due anni di aspettativa retribuita. Si è incaricato un commercialista di scaricare la legge da Internet e dimostrare all’Inps che ne avevo diritto. Poi, però, nascevano questioni se chiedevo i giorni frazionati. Volevano sempre che prendessi i mesi interi perché altrimenti dovevano riempire un mucchio di carte e facevano tante storie. I due problemi fondamentali sono il tempo che passa dalla richiesta al riconoscimento e la durata dei permessi…». La legge 104/1992 concede congedi parentali e un assegno di accompagnamento, ma si tratta di un provvedimento «insufficiente e inadeguato» secondo Maria Teresa Barracano Fasannelli, presidente onorario di Peter Pan «perché garantisce tutele solo ai lavoratori dipendenti, lasciando fuori artigiani, lavoratori autonomi e i lavoratori precari».

PASSAPAROLA IN REPARTO - Secondo l’indagine promossa dall’associazione romana (con il contributo progettuale e realizzativo offerto da SGS Italia – Ricerche di Mercato), due genitori su tre dichiarano di venire a conoscenza della legge dopo la diagnosi e quando le terapie sono già iniziate e ben uno su cinque lo scopre al termine delle cure. Altro nodo cruciale: il 60 per cento degli interessati dichiara di esserne informato da altri genitori (in reparto) e sostiene che la legge è poco o per nulla chiara. Ma i medici non vi hanno informato? «Dopo la notizia della diagnosi, vedevo il medico che parlava ma non capivo più cosa mi dicesse» è la risposta pressoché univoca dei genitori. Forse sarebbe utile – come suggeriscono dalla Federazione Nazionale delle Associazioni di Genitori dei bambini/adolescenti con tumore – fornire in prima istanza un supporto psicologico e un sostegno pratico per affrontare lo shock emotivo iniziale. E, subito dopo, dare ai genitori le informazioni necessarie a gestire la malattia nel concreto, sia dal punto di vista terapeutico sia per il mondo esterno all’ospedale.

SOLI FRA LE SCARTOFFIE – La strada burocratica, poi, è tutta in salita: l’80 per cento dei genitori racconta di essersi occupato personalmente della pratica, ma se il 35 per cento riesce a ottenere il riconoscimento dopo sei mesi, otto intervistati su 38 dichiarano di aver dovuto attendere oltre un anno. Fra code negli appositi uffici e l’assistenza in ospedale, un genitore su cinque perde il lavoro. Bisogna anche ricordare che i centri specializzati in oncologia pediatrica sono relativamente pochi in Italia (del resto sono solo 1600 all’anno i nuovi casi di tumore infantile), per cui spesso la famiglia si trasferisce o si divide: solitamente la mamma vive in clinica, papà a casa fra lavoro ed eventuali altri figli.

MOLTI I DISAGI - Fortunatamente, un intervistato su otto riceve aiuto da colleghi o datori di lavoro comprensivi, ma in ogni caso l’80 per cento consuma tutto ciò che può (ferie, permessi e persino «malattia»). E quasi tutti i genitori hanno evidenziato motivi di disagio: disinformazione, burocrazia e tempi lunghi, trattamenti difformi fra le varie regioni, mancanza di comunicazione fra Inps e Asl (che spesso ignorano del tutto le norme di riferimento per questi casi), disagi psicologici ed economici. Così c’è chi, in attesa di delibera, non ha avuto l’esenzione per i farmaci, chi ha dovuto chiedere un prestito, chi - dopo due anni – si è ritrovato con un debito da 3600 euro perchè non aveva inoltrato la pratica all’Inps.

«NON PENSAVO CHE SUO FIGLIO VIVESSE UN ALTRO ANNO» - «Noi siamo alla quarta recidiva ed abbiamo già usufruito dei due anni che ci spettano per legge – continua Giuseppe -. Alla seconda recidiva sono stato licenziato dalla fabbrica, ero un caporeparto, e ora ho trovato, ma con grande difficoltà, un’occupazione in una ditta edile. La prima volta mi hanno riconosciuto i benefici per un solo anno. La visita per la revisione, dodici mesi dopo, l’ho chiesta domiciliare perché mio figlio stava male e ho domandato perché mi costringessero a tutta quella trafila ogni anno. La risposta? “Non pensavo che suo figlio sopravvivesse, molti se ne approfittano e continuano a usufruirne anche se il bambino è morto”. Da quel momento però mi hanno concesso il riconoscimento per tre anni. Pochi giorni fa, all’ultima visita di revisione, subito dopo la quarta recidiva, ho chiesto di poter portare solo i certificati perché il bimbo sta di nuovo male e fatica a uscire. All’Inps mi hanno detto che devono vedere il bambino per verificare personalmente che non sia morto…»

MEGLIO A CASA CHE IN OSPEDALE - Il luogo di cura per i bambini malati di tumore non deve essere solo l’ospedale, ma anche le strutture day hospital e la propria casa. Questo è l'obiettivo da raggiungere nel prossimo futuro secondo l’Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica ). «Oggi, grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, due bambini malati di tumore su tre guariscono – sottolinea Giorgio Dini, presidente Aieop e direttore del Dipartimento di oncologia pediatrica all’Ospedale Gaslini di Genova. Ora è importante migliorare la qualità dell’assistenza, sia in reparto, con personale medico e infermieristico disponibile e preparato, sia a casa». Un’adeguata assistenza domiciliare, diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, risolverebbe infatti molti problemi. Prima di tutto, com’è ovvio, i bambini vivono meglio in famiglia e, più in generale, la qualità di vita dell’interno nucleo familiare sarebbe migliore. Minori, invece, sarebbero le spese e i costi anche per il Servizio sanitario nazionale.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

COLPO BASSO ALLA DEMOCRAZIA

di RANX (25/01/2009 - 22:17) |

Il Manifesto-24/01/09



Sempre più spesso capita che gli anziani si presentino alla cassa del supermercato con la mitica social card per scoprire, con un sentimento più di vergogna che di rabbia, che è vuota. E provate a chiedere a un operaio di terzo livello di Mirafiori in cassa integrazione come fa ad arrivare a fine mese. Al figlio, precario e licenziato, meglio non chiederglielo. Domandate poi a un artigiano come vanno i suoi rapporti con le banche e sentirete che risposta. Il paese reale sta precipitando in una crisi senza precedenti. E cosa fanno il governo, Marcegaglia, Bonanni, Angeletti? Loro, a differenza dei pensionati presi per i fondelli con la promessa di una mancia poi negata, non si vergognano. Anzi, siglano un accordo senza e contro la Cgil che è il sindacato più rappresentativo, dunque contro milioni di lavoratori. Un accordo che peggiora ulteriormente i salari, riducendone il potere d'acquisto. E il prossimo passo annunciato dalla stessa compagnia di giro è l'ennesimo attacco ai pensionati. Quelli umiliati e costretti a vergognarsi al supermercato da chi non prova vergogna.
Ha ragione l'incontenibile ministro Maurizio Sacconi: l'accordo di giovedì scorso che sancisce la morte del sistema contrattuale nato nel 1993 ha un carattere storico. Storico, perché le regole generali che hanno un valore erga omnes non sono condivise ma imposte. Storico, perché redistribuisce la ricchezza nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Storico, perché viene siglato dentro una crisi che travolge il paese reale e presenta ai più deboli il conto delle sciagurate scelte economiche, finanziarie e politiche dei più forti.
Le nuove regole si traducono in poche voci fondamentali: i contratti nazionali perdono di valore così come i salari, e come le categorie sindacali perché tutto passa in mano alle confederazioni; è il trionfo degli enti bilaterali, già oggi un cancro della democrazia nel lavoro, etichettabile sotto la voce consociativismo; si rimanda l'ipotetico recupero salariale ai contratti di secondo livello, quelli a cui solo una minoranza di lavoratori ha accesso. Avranno almeno la decenza di sottoporre le nuove regole al giudizio vincolante dei diretti interessati, i lavoratori dipendenti?
La Cgil non ha cercato la rottura, come recita la vulgata tifosa di politici e media. Al contrario, il segretario generale Guglielmo Epifani ha cercato in ogni modo di evitare uno scontro così duro dentro una crisi economica e sociale epocale. Il fatto è che i padroni e il governo, con qualche nostalgia per gli anni Cinquanta, volevano espellere dal gioco la Cgil sapendo che oggi, a differenza di sessant'anni fa, non solo non c'è il Partito comunista ma neanche si intravede un'opposizione di sinistra. Il lavoro non ha rappresentanza politica, e neanche una sponda. Il Partito democratico che sognava l'unificazione di Cgil, Cisl e Uil, oggi si divide più di quanto lo sia già sull'accordo separato.
A un attacco storico di questa portata si può rispondere solo con una straordinaria mobilitazione democratica. Pur conoscendo le difficoltà economiche e sociali in cui vivono i lavoratori, la Fiom e la Funzione pubblica Cgil hanno indetto uno sciopero generale per il 13 febbraio che si concluderà con una manifestazione unitaria a Roma. E' il primo appuntamento da segnare in agenda, per chiunque abbia a cuore la democrazia. Altri dovranno seguire. Non lasciamo sola la Cgil.

di Loris Campetti

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