"Gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono al pari di tutti, l'offensiva conservatrice che è in atto in tutto l'Occidente. Votano secondo l'utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutori chi governa, l'unico che a loro pare conta qualcosa". Lo afferma Fausto Bertinotti in un'intervista su Panorama in edicola da venerdì 22 maggio, nella quale l'ex leader di Rifondazione fornisce la sua interpretazione al dato di un recente sondaggio che indica fra gli operai una propensione di voto a favore del Pdl quasi doppia rispetto a quella a favore del Pd.
Tra gli altri motivi che ora spingono a destra il voto operaio, Bertinotti indica i governi Prodi e la televisione: "Non c'è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c'è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali".
E quanto alla tv, osserva Bertinotti: "Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come 'Il grande fratello' e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è "la mia vittoria coincide con la tua sconfitta", ossia quanto di più devastante possa esistere per l'idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano sopratutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa".
RED-Aprile on Line
Oggi lo sciopero generale inonda il Paese . Ci si può azzardare a pensare che non si ritirerà così presto e così facilmente, almeno in questo vecchio continente che non riesce nemmeno a guardare di là dall'oceano, e in questo paese dove il governo dopo aver salvato per ora le banche ora è preoccupato soltanto di quanto spenderemo in regali di Natale. L'ampiezza del conflitto sociale può espandersi nella crisi di sistema: non è più all'ordine del giorno la denuncia delle conseguenze a venire delle politiche neoliberiste, esse sono già materialmente in atto nella quotidianità di milioni di persone. Licenziamenti, cassa integrazione, distruzione del sistema formativo pubblico, clandestinità per tutti i migranti che perderanno il lavoro . Tutti i nodi vengono al pettine e non più soltanto nella forma di una parzialità che alludeva ad una condizione più generale: è per questo che lo sciopero generale di oggi è il terreno di un conflitto che eccede se stesso. Migranti, operai, precari, impiegati, partite iva, studenti e ricercatori e così via: oggi in piazza va anche una necessità di mettere a critica e ripensare ogni forma della rappresentanza, politica e sindacale. E' possibile anche grazie all'Onda , che per prima in quest'autunno ha impostato le parole d'ordine di un'opposizione più generale, e che per questo non conosce recinti generazionali e argini corporativi: quando parla di sé parla sa di pronunciare parole capaci di rispondenze e consonanze più ampie tra chi vuole guadagnare l'autonomia e la libertà delle esistenze e contemporaneamente sa di essere il centro del processo produttivo del capitalismo cognitivo.
Che differenza fa quale contratto hai in tasca se l'impresa in cui lavori può chiudere da un momento all'altro, se la totale insufficienza del welfare è talmente evidente da travolgere le sfumature di un mezzo diritto in più o in meno, se la questione è di fondo, e ciò che conta, è che in nessun modo ti viene restituita la ricchezza che hai prodotto e che produci? Nella recessione economica alla precarietà non c'è più riparo possibile : il suo carattere esistenziale non è più, come d'altronde non lo era già da un pezzo, semplicemente una tendenza, ma è percepita dall'intero mondo della produzione sociale. " Generalizzazione " ha detto l'Onda, sapendo di poterla rendere possibile , e non soltanto per capacità di relazione e di riconoscimento, non solo per una mera pratica dell'obiettivo, ma anche in virtù di una diffusa complicità. Complicità non è lo schema di un'alleanza , e nemmeno la scrittura di un patto, complicità non è neanche programma comune. Complicità è il sentimento di un percorso collettivo in cui ognuno può cercare la propria liberazione . L'indipendenza di tanti può così non essere separazione. Complicità è la condizione per la creazione di un alfabeto dell'alternativa che ancora non c'è, una ricerca, come quella che in ogni facoltà italiana si sta sviluppando intorno all'autoriforma come processo per riguadagnare la libertà e il diritto al sapere qui ed ora. Quando c'è questa complicità non solo non c'è pacificazione sociale che regga, ma non c'è nemmeno morte e fine della politica. E' a questa complicità che questo inserto di oggi vuole dedicare qualche pagina e dare un po' di spazio . Siamo qui. InOnda per l'appunto. Rimane un'unica avvertenza: per ascoltare bisogna sintonizzarsi sulle stesse frequenze
Giorgio Cremaschi-Liberazione-11/12/08
E’ durante questa proroga che Sergio
Riva, sotto l’evidente pressione del rischio
di disoccupazione, è stato ucciso
dal lavoro. La macchina infernale che
ha distrutto sette vite un anno fa alla
ThyssenKrupp è ancora pienamente in
funzione. Anzi la crisi ne olia i meccanismi,
il ricatto del posto di lavoro, la
precarietà che si diffonde, la paura insomma
fanno sì che il lavoratore vada
allo sbaraglio nell’organizzazione del
lavoro. Ma la responsabilità è sempre
delle aziende, è sempre di chi guida e
alimenta un meccanismo di sfruttamento
feroce che con la crisi, invece
che attenuarsi, si rafforza. Anche la strage
della ThyssenKrupp è avvenuta in
un’azienda che stava per chiudere tra lavoratori
incerti del proprio futuro. La
precarietà, l’incertezza del posto di lavoro
uccidono. Sentiamo continuamente
discorsi sul fatto che bisognerebbe
rispettare di più il lavoro che è finita
l’epoca dell’economia virtuale e che
torna quella dell’economia reale. Tutte
chiacchiere. La sostanza è che nella crisi
le aziende stanno ricorrendo ai metodi
più brutali per far lavorare di più e far
costare di meno le persone. E’ proprio
nella crisi che il legame estremo tra salario
e produttività e la flessibilità e la
precarietà spinti al massimo, mostrano
un profilo criminale. Le imprese italiane
e il governo che le sostiene, vogliono
uscire dalla crisi con la più brutale
competizione sulla riduzione dei costi.
Di quello del lavoro, di quello della sicurezza,
di quello dell’ambiente. E’ catastrofico
per la nostra salute il messaggio
che il governo italiano ha mandato
in Europa dicendo assieme alla Confindustria:
«C’è la crisi lasciateci inquinare
in pace». Ambiente e persone devono
essere sfruttate di più se vogliamo
competere. Pochi giorni fa in un’assemblea
in un’altra azienda siderurgica la
Arvedi di Cremona, un operaio ha così
riassunto la situazione. In fondo dobbiamo
scegliere, ha detto, se lavorare
come i cinesi o ribellarci come i greci.
Questo è la sostanza che abbiamo difronte
alla vigilia dello sciopero generale.
Il segretario della Cisl sul Corriere della
Sera lancia un inno alla rassegnazione
sindacale, naturalmente condito da
quantità industriali della parola modernità.
Per Bonanni durante la crisi non
bisogna scioperare, ma accettare quello
che c’è e collaborare con le aziende e
con il governo. E’ una proposta indecente,
ma se vogliamo respingerla sul
serio dobbiamo attrezzarci, oltre lo
sciopero generale, per un lungo e articolato
movimento di lotta. Combattere
la precarietà, i bassi salari, il supersfruttamento
è il primo modo per fermare
la carneficina nei luoghi di lavoro.
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Volevate trovare un senso allo sciopero generale? Eccovi serviti. Nel più antico dei modi: "giù le mani dagli operai". Una stufa di ghisa, sedie e un fornello di fortuna, le calze ad asciugare sul filo, le tute appese. Fuori nevica e la classe operaia è finita qua. Baraccata come i "senza casa". Presa a calci nel culo come i rom. Innse Presse. Da ieri 49 persone non credono più a nessuno. Non vogliono sentire più niente. Fanno anche fatica a parlare. «I problemi del lavoro in Italia li risolvono o gli operai o la polizia. La polizia o gli operai. Cosa dobbiamo fare? Piangere davanti alle telecamere? Dobbiamo farvi pena?». Si diceva "solitudine" della classe operaia. Qui siamo andati molto oltre se vale più un metro quadrato edificabile di un operaio in carne ed ossa.
La vigilia dello sciopero generale regala a Milano un'operazione di polizia contro i lavoratori. Uno sciopero dal sapore antico. Solitario. Testone. Che chiede più Stato e ragione di fronte alla recessione senza pari. E regala una storia ancora più antica. Quella di chi resiste da 7 mesi contro la dismissione dell'ultima fabbrica pesante di Milano. Sette mesi di lotta, tra occupazione, autogestione, pezzi prodotti senza stipendio, presidi, blocchi, tavoli di trattative che non si aprono mai, un compratore piovuto dal cielo come non capita nemmeno nei film e un padrone che non vuole vendere a nessun costo. Ma c'era un tavolo. Proprio venerdì, il giorno dello sciopero. Un tavolo convocato dal ministero dello Sviluppo in Prefettura (finalmente!) con proprietà e sindacati. Invece ieri, alle 7.30, arrivano in forza polizia e carabinieri. Tolgono i sigilli all'area già sequestrata dalla magistratura. Loro si occupano degli operai.
Mentre il padrone entra con una
ventina di uomini da un’area adiacente.
Gli operai provano a passare
lo stesso. Momenti di tensione. Ma
non ce la fanno. Presidiano finché
possono. E guardano il padrone che
si barrica dentro. «Hanno cominciato
a montare telecamere e dispositivi
di sicurezza... Il signor Genta
ha speso più oggi per la fabbrica
che in tutto l’anno», dicono gli operai.
Perché gli uomini del padrone
non sono venuti per produrre ma
per tenerli lontani e forse smontare
i macchinari. Si sbaracca. La proprietà
è sacra. Costituzionalmente.
E la polizia è lì a testimoniarlo. E
poco importa che abbiano preso
per il culo questi lavoratori per sei
mesi (e anche per degli anni, a ben
guardare). Poco importa che il signor
Genta si sia preso la fabbrica
con l’aiuto pubblico, soldi nostri, e
ora decida di smettere, realizzare e
arrivederci a tutti. Nonostante ci sia
lavoro. Nonostante ci sia un compratore
che promette rilancio e altri
100 posti di lavoro. Altri 100 posti
di lavoro, non 49 altri disoccupati.
Oltre la porta di cartone con appesi
i turni di guardia ai cancelli, giorno
e notte, c’è più che rabbia. «E se
adesso smontano i macchinari a cosa
serve il compratore? Noi cosa
facciamo?». Licenziati lo sono già.
Tempi e procedure sono saltati perché
hanno voluto provare a resistere.
«Come degli scemi, dei fessi...
gli abbiamo finito le commesse, le
abbiamo consegnate... siamo pure
andati a chiedere alla proprietà dell’area
di non revocare l’affitto... siamo
proprio dei fessi, gli ultimi di
questo paese di merda». Il funzionario
della Fiom riassume: «Non è
possibile perdere così, a queste condizioni...
con la fabbrica lì, a trenta
metri, funzionante, con un compratore,
con gli operai che hanno
rinunciato alla loro vita da mesi...
non si può perdere così». Roberto
Giudici ha ragione. Dovrebbe essere
una domanda di tutti. Invece
non c’è nessuno. I lavoratori lo sanno
da tempo: «La società se ne fotte
della chiusura di una fabbrica. A
Bellinzona, in Svizzera, le officine
delle ferrovie sono state sostenute
da tutta la città. Le hanno salvate. E
Milano dov’è?». C’è la solidarietà
della cooperativa Chico Mendes
che promuove una sorta di cassa
natalizia di resistenza. Ma non è
questo il punto. «Milano non si
vergogna che ci mandino la polizia?
Non sanno che chiunque non vale
niente nelle mani a questi farabutti?
».
La fabbrica non rientra nei piani
della città che da vent’anni vive nell’illusione
del terziario avanzato
(quanti lavoratori di cooperative
fanno in realtà gli operai?) e nella
realtà della speculazione immobiliare.
E l’area della ex-Innocenti di
via Rubattino vale. Tanto. E da
quando il Comune si è messo in testa
di riportare a Milano 700mila
abitanti fuggiti in Provincia negli
ultimi 15 anni, è scattata la corsa al
rialzo delle aree. Ancora una volta.
Perché Milano è solo questo. Un
prezzo al metro quadrato. E Aedes,
la società proprietaria dell’area
(sempre ammesso che non l’abbia
venduta in questi giorni, come si
mormora) lo sa bene. Gonfiatasi in
borsa negli anni della supervalutazione
di aree e progetti stava morendo
di asfissia: 800 milioni di debiti
e un lungo tentativo di salvataggio
che sta approdando al tavolo
dei creditori con un compratore
(partecipa anche Fininvest, quella
dei Berlusconi) e un po’ di aiuti delle
banche. E agli operai cosa ”concederanno”
le banche?
Ieri il segretario della Camera del
lavoro di Milano, Onorio Rosati,
ha usato parole dure e insolite per il
suo stile: «E’ stata fatta una pericolosa
forzatura che rischia di compromettere
il tavolo previsto per venerdì,
speriamo che il prefetto faccia
fino in fondo la propria parte».
E non quella di ieri. L’assessore al
Lavoro della Provincia, Bruno Casati,
ha chiesto al Prefetto di «congelare
la situazione, impedire che
vincano i “rottamai” e subito dopo
i palazzinari». Ma l’assessore allo
Sviluppo del Territorio del Comune,
Carlo Masseroli (Cl), l’unico
che potrebbe fare qualcosa sull’area,
dopo qualche timida promessa,
non si è più sentito. E’ troppo
impegnato a presentare e difendere
il suo piano per ripopolare Milano,
col sacrificio delle aree dismesse
e di quelle verdi non ancora
utilizzate. E dove le mettiamo le famiglie
della Innse signor assessore?
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«Siamo andati incontro alle vacanze
estive con circa 90 aziende in chiusura.
Oggi questa cifra è arrivata a 500,
con oltre 32mila lavoratori mandati a
casa». Pietro Passarino è il segretario
pronvinciale della Fiom di Torino. La
sua è una sintesi piuttosto efficace di
quello che sta accadendo in questo
periodo in uno dei luoghi di punta
del settore metalmeccanico in Italia.
La conferma indiretta arriva dai dati
della cassa integrazione ordinaria a livello
nazionale. I metalmeccanici si
dividono con i “colletti bianchi” il
poco invidiabile primato nel mese di
novembre: +255% per i primi contro
un +266% dei secondi. Intanto, sempre
l’Istat fa sapere che l’indice della
produzione di autoveicoli ad ottobre
registra una flessione del 34,3% rispetto
ad ottobre 2007. «Un altro dato
importante che si evince mettendo
in relazione la crisi attuale con quella
di quattro anni fa, è quello dell’effetto
di questa cassa integrazione», prosegue
Passarino. «Nel 2004, infatti, a
fronte di una forte emorragia di lavoratori,
questi vennero rimpiazzati dal
lavoro precario. Oggi sono quegli
stessi lavoratori con contratto atipico
a dover lasciare il proprio posto, ovviamente
senza alcun tipo di tutela».
Nel profondo Sud, in Calabria, non è
che la situazione sia sostanzialmente
diversa. Secondo i dati forniti dalla
Banca d’Italia, nei primi otto mesi del
2008, hanno perso il proprio posto di
lavoro oltre 12mila persone. «Senza
considerare il lavoro nero - sottolinea
Mario Sinopoli, segretario regionale
della Fiom della Calabria - che qui
rappresenta un terzo dell’occupazio-
ne. Duemila aziende hanno chiuso i
battenti, soprattutto quelle del comparto
informatico e della produzione
dei piccoli elettrodomestici».
Poco più a Nord, la Campania vanta
la peggiore performance di tutto il
Sud. Spiega Maurizio Mascoli, segretario
generale della Fiom regionale:
«La crisi è arrivata già dai primi del
2008, quando ancora lo tsunami della
finanza internazionale doveva produrre
i suoi effetti verso l’economia
reale». In pratica, nonostante i fondi
comunitari del 2000-2006, finiti per
lo più al commercio, al turismo e nei
mille rivoli dell’economia retta dalla
criminalità organizzata e dalla speculazione
edilizia, la forbice rispetto alle
altre regioni italiane si è allargata. Il
risultato, oggi, è che non si trova più
un’area libera per la manifattura. La
situazione di Pomigliano d’Arco, regno
incontrastato della Fiat, è piuttosto
emblematica. E’ proprio il settore
auto, infatti, a pesare di più con circa
diecimila lavoratori in cassa integrazione
ordinaria nel bilancio della recessione.
«La verità è che gli imprenditori
non fanno il loro mestiere»,
sottolinea Mascoli. E si capisce anche
perché. Proprio a Pomigliano, prima
è stato annunciato un grande piano
di ristrutturazione - peraltro molto
contrastato dai lavoraotri - che aveva
il suo fulcro nella cosiddetta qualità e
poi le tute blu si sono ritrovati senza
nuovi modelli da produrre. A Pomigliano
si lavorerà solo nella prima settimana
di dicembre, dopo una fermata
per tutto il mese di novembre, con
il rientro previsto il 12 gennaio dell’anno
prossimo. Sono interessati circa
4.900 lavoratori. Alla Fiat motori
di Pratola Serra, in provincia di Avellino,
l’attività rimarrà ferma fino al 12
gennaio. Qui i lavoratori interessati
sono circa 2.000. Effetti della crisi sono
previsti anche nel settore degli
elettrodomestici. In cassa integrazione
ordinaria andranno la Indesit e la
Whirpool, che ha pure annunciato
un piano di esuberi. Nella crisi è coinvolto
anche il tessuto delle piccole e
medie aziende. Le procedure di cassa
integrazione si sono letteralmente
moltiplicate, con chiusure di stabilimenti
come la Cablato di Avellino
(105 dipendenti), la Sls di Caserta
(80), la O.i. di Napoli (50). Alla Cab
di Pozzuoli, proprio pochi giorni fa,
l’azienda ha tentato, usando strumentalmente
la motivazione della crisi, di
dimezzare gli organici anche attraverso
alcune “liste nere”.
Le proposte del sindacato di categoria,
qui formulate unitariamente, vanno
dal rilancio degli investimenti
pubblici in modo selettivo e non a
pioggia a un protagonismo più marcato
degli imprenditori che non solo
hanno fatto naufragare la tanto invocata
privatizzazione di molte imprese
pubbliche ma non sono stati in grado
di innovare.
Un delle crisi che fa più paura è quella
del settore metalmeccanico a Roma,
dove a trainare la debacle sono
proprio i settori dell’Itc, ovvero informatica
e dintorni. Ci si sta preparando
a ciò che la seconda tranche di
esuberi in Telecom produrrà nelle
aziende dell’indotto, dopo aver assistito
alla chiusura del settore ricerca
della Ericsson, che ha prodotto circa
300 esuberi. I numeri delle ultime settimane
sono abbanstanza inusuali
per la Capitale: più di 500 posti bruciati
alla Ediesse e circa la metà alla
Engineering, entrambi del settore informatico.
«La crisi dei settori innovativi,
che dovrebbero portare l’aumento
del prodotto interno lordo - spiega
Roberta Turi, della segreteria della
Fiom - sono i settori più colpiti. E
questo è molto preoccupante. Vengono
espulse persone molto qualificate
e intorno ai quaranta anni, che hanno
un’alta probabilità di non ritrovare
più una nuova collocazione». Con
il nuovo anno, poi, si comincerà a fare
i conti con un’altro tsunami, quello
dell’Alitalia, dove l’indotto delle
piccole e medie aziende che vanno
dalla manutenzione all’informatica
rischia di perdere diverse centinaia di
posti di lavoro.
In Veneto, infine, la situazione non è
così drammatica, ma gli indici che
tendono alla crescita zero fanno un
po’ paura. Un dato così non si registrava
dal 2005. Nei primi otto mesi
dell’anno le ore di cassa integrazione
sono state oltre 3.880.000 contro
2.500.000 nello stesso periodo del
2007. Per ora forti ripercussione sull’occupazione,
spiegano i sindacalisti,
non se ne vedono, ma solo per il fatto
che si va erodendo tutta la fascia
del lavoro precario legato alle imprese
che lavorano in subappalto.

«Secondo me le affermazioni del ministro Castelli sulle morti bianche sono una messinscena. Come se tutti quelli che fanno politica oggi dovessero per forza dire qualcosa, nel bene o nel male, come se ci fosse un copione da rispettare: abbiamo il potere e dunque parliamo. Il paradosso è che, almeno al Nord, molti operai un tempo legati alla sinistra hanno votato Lega», dice Pietro Bolla, autore con Monica Repetto di ThyssenKrupp Blues, il film che il 5 settembre sarà presentato a Venezia nella giornata dedicata alle morti bianche, insieme al film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi. Più indignata la reazione della Repetto: «Non sono un' esperta, non so se la cifra delle morti bianche sia a due, tre o quattro zeri, ma per me anche un solo numero è una vita perduta e morire in quel modo, morire per lavorare, è un oltraggio alla dignità dell' uomo». ThyssenKrupp Blues racconta la storia di Carlo Marrapodi che, ricorda la Repetto, «avrebbe dovuto far parte di un film corale di RaiTre sugli operai negli anni 2000. Nel montaggio è rimasta fuori, insieme ad altre storie: pensavamo di farne un altro film così abbiamo continuato a seguire Carlo. Per il rapporto che abbiamo stabilito con lui, per la sua potenza sulla scena, l' energia, l' onestà e la forza vitale, lo abbiamo raggiunto dopo la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. Pur raccontando la vicenda privata di Carlo, ThyssenKrupp Blues è diventato anche un film di denuncia». Il film racconta l' inizio del declino della fabbrica, la manifestazione del giugno 2007, l' incontro con il sindaco Chiamparino, fino alla decisione della cassa integrazione per 150 operai, Carlo compreso, che non riuscendo a vivere a Torino con lo stipendio dimezzato, torna in Calabria, al suo paese. è impressionante la consapevolezza che c' era già allora, sulle condizioni ad alto rischio in cui gli operai erano costretti a lavorare. E le condizioni erano ancora peggiori quando, pur essendo la fabbrica in fase di smantellamento, la ThyssenKrupp decise di continuare la produzione. A ottobre 2007, Carlo è tra quanti rientrano a Corso Regina 400. «La storia di Carlo è la storia di una solitudine che va oltre la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. è la storia di una classe lasciata sola nel silenzio della sinistra, persino Chiamparino non dice più niente. I professionisti della politica non sono più capaci di parlare e, quando parlano, sembrano tutti fuori sincrono», dice Bolla che vive nella provincia di Torino dove fa il capostazione. «Non sono un cittadino, sono figlio di un panettiere, vengo dalla cultura contadina, la fabbrica l' ho osservata sempre dal di fuori come la osservavano i torinesi, andavo a scuola a due passi dal Lingotto, vedevo i treni e i pullman carichi di operai addormentati in viaggio verso il turno del mattino. Adesso non ci sono più». All' inizio degli anni Ottanta, dopo la marcia dei 40 mila - «C' erano Lama e Carniti ma vinse la Fiat» - cominciò l' interesse di Bolla per le storie degli operai. Il primo film era "Ai confini della realtà" e raccontava «da una parte la dura ristrutturazione della Fiat in termini tecnologici e un processo di automazione che tendeva all' eliminazione degli operai, dall' altra quelli che la subivano, che, gettati fuori dal processo produttivo, si dovevano riciclare. Fu un momento molto duro, fu l' inizio della fine di un' appartenenza e della disgregazione dell' orgoglio della classe operaia. Quello che è accaduto alla ThyssenKrupp è una delle conseguenze». Carlo Marrapodi ha una spalla coperta di tatuaggi, ha un piercing, porta un orecchino. «è un trentenne come tanti, non somiglia all' immagine tradizionale, anche ideale dell' operaio», dice la Repetto. «E come tutti i giovani aspirava a un rapporto equilibrato tra il tempo per il lavoro e quello per la vita. Oggi per lui c' è solo il tempo dell' incertezza, del dubbio sul futuro. Abbiamo volutamente raccontato la storia di un operaio che non è morto solo perché quel giorno di dicembre faceva un altro turno, eppure, attraverso la sua storia, credo che si possa capire esattamente il rischio che i lavoratori corrono in questa società». Una società in cui, dice Bolla, «la legislazione contro le morti bianche c' è ed è precisa. La prevenzione viene vissuta dall' industria come un obbligo, bisogna appendere i cartelli di pericolo, bisogna controllare le scarpe e l' abbigliamento, ma è solo una serie di pratiche burocratiche, di scadenze di controlli, di avvisi e comunicati da firmare. Ma non c' è e non si è mai sviluppata una cultura della prevenzione, e cioè una vera attenzione quotidiana alle condizioni di lavoro. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Per questo si continua a rischiare la vita ogni giorno». -
Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il «vecchio» spacciato a buon mercato come «nuovo»: l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società («la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo»). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate («uno, nessuno, centomila» contratti) e la riduzione della aliquote fiscali («che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa»).
Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la «domanda scomoda» il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. «No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni», dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, «la distinzione tra destra e sinistra non c'è più»). L'unico a raccogliere il «salto quantico» proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi.
Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare «una doppia parte in commedia». «Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte», e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo «shopping contrattuale». Ridisegna poi il conflitto di classe, «non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia». Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.

Serafino Murri
Le micidiali polemiche che seguirono l'uscita nel 1971 de "La classe operaia va in paradiso", inizio del percorso di Elio Petri verso la scomunica ufficiale da parte del PCI arrivata nel 1976 con Todo Modo (film tratto da Sciascia, che metteva esplicitamente i bastoni tra le ruote al compromesso storico), a guardarle oggi, fanno lo stesso effetto della nebbia del sogno finale del protagonista Lulù-Volonté: una volta abbattuto il muro che separava la classe operaia da uno smunto Paradiso fatto di pseudo-integrazione nel modello borghese di vita, diradata la nebbia di un'ideologia del riscatto di classe che non accettava deroghe dalla mitologia operista né serie né facete, quel che si presenta agli occhi degli operai sono sempre gli operai, uguali a se stessi, abbrutiti dal lavoro, lasciati soli, sbandati, senza una meta. Da allora, infatti, qualcosa è cambiato: e in peggio. Quel tasso a volte alcolico di pregiudiziale fiducia nel riscatto imminente che portava a non comprendere il film di Petri, considerato "pericolosamente reazionario" dal Movimento perché non vi si ritrovava nessun sincero odio nei confronti del lavoro, della macchina, della catena di montaggio, che portò il più marxista di tutti i registi, Jean Marie Straub, a invocare il rogo per questa pellicola "infame", è stato sostituito dal suo contrario. Gli operai di oggi sono ridotti a nebbia, resi fantasmi residuali di un discorso politico che li ignora, tende perfino a negarne l'esistenza, mentre le loro condizioni si avvicinano sempre di più a quelle selvatiche e senza speranza descritte dal film di Petri. Il protagonista Lulù Massa, nome emblematico in cui il regista e lo sceneggiatore Pirro condensavano tutto quel che l'operaio non doveva essere, e cioè una bestia da soma semianalfabeta dalle ambizioni meschine e senza un briciolo di coscienza di classe, riusciva a cogliere in anticipo, e senza disfattismo, il germe della disperazione che nasceva allora in seno alla Sinistra, il senso di fine della colossale sbornia, della festa, della gioia del '68.
Lulù Massa, fanatico del cottimo, neanche crumiro, solo qualunquista, che prende coscienza in maniera egoista e individuale, solo di fronte al licenziamento, a cui faceva da contraltare il vecchio comunista rivoluzionario impazzito Militina (Salvo Randone), agitavano lo spettro insopportabile di una classe operaia contraddittoria e spiazzata, o per usare le parole di Petri: «Degli schiavi, si potrebbe dire delle scimmie che ripetono lo stesso gesto in maniera ossessionale».
L'ostinazione di Lulù Massa nel negare l'insopportabilità della condizione operaia, che fece gridare allo scandalo la sinistra dell'epoca, invece, sarebbe diventata di dominio comune, se è vero come è vero che trentasette anni dopo si continua a morire di lavoro in condizioni contrattuali ancora meno garantite di quelle di un tempo.
Vale la pena rileggere quel che scriveva Goffredo Fofi sui "Quaderni Piacentini" del film di Petri: «Non è sufficientemente sociologico né sufficientemente psicologico, né commedia né dramma, e soprattutto assolutamente non politico se non a lontanissimi livelli, La classe operaia va in paradiso dimostra che il vecchio adagio revisionista si addice ancora ai registi del revisionismo cinematografico che "per troppo volere nulla stringono", se non in fatto di incassi. Il film sulla classe operaia resta ancora da fare. Di questo ricorderemo soltanto il suo valore di primo sbandatissimo e strombazzato sopralluogo; e la sua impossibilità e impotenza a parlarci seriamente della classe operaia, delle sue lotte, del suo presente e del suo futuro». C'è qualcosa di strano, un accanimento che, anche al di là del contesto massimale della lotta dell'epoca, prosegue a tutt'oggi in un malcelato divieto di fare della classe operaia in tutte le sue difficoltà e contraddizioni la protagonista di un film. Ancora oggi, si può solo essere celebrativi delle vittorie e del glorioso cammino operaio, continuando a perpetrare l'illusione mistificante che la classe operaia sia già in Paradiso (nel senso di defunta, ridotta a anima, santino, icona del passato). Rimettere le dita nel marasma mai chiarito della sconfitta del progetto rivoluzionario di classe, punto cruciale da cui è partita la nostra epoca di rimozione e superficializzazione sistematica delle coscienze, non è concesso. Gli operai sono ancora una cosa troppo alta per la loro storia, troppo irrappresentabili nella loro fragilità. Lo dimostra il caso di "SignorinaEffe" di Wilma Labate, altro film fatto a pezzi soprattutto dalla critica di sinistra, perché mescolerebbe il sacro delle lotte operaie col profano della storia privata, quando si propone di raccontare, oltre ad una versione più verosimile di quella passata alla storia della marcia dei 40mila, l'esatto momento in cui finisce il Sessantotto, il passaggio da quello che si allora si chiamava il "personale nel politico" (la propria vita come forma di partecipazione sociale) al "politico nel personale" (le scelte politiche come riflesso opportunistico delle esigenze personali di carriera e inserimento sociale): la malattia qualunquista in cui langue tutt'oggi l'Italia della moribonda Seconda Repubblica.
Liberazione-09.02.08-





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