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MONOCOLORE

di RANX (20/04/2009 - 22:33) |



autore:
vittoria oliva
lo Stato li fa e poi...li accoppia

Che vi dobbiamo dire? grazie a tutti !grazie alla casa della libertà e al governo ombra?
grazie alla proposta di legge che istituisce l'ordine del tricolore che sarà attribuito tanto ai partigiani come ai repubblichini di Salò.
Pari dignità fra chi fu deportato e chi deportò, fra chi fu torturato e i torturatori.
Bene avete fatto bene per me a dimostrare cosa è in effetti la democrazia borghese!
testo integrale qui, come primo firmatario un socialista.
Più chiaro di così cosa è la democrazia borghese!

http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriT...

Ma poi un ORDINE tricolore è solo e sempre un ORDINE.. I disordinati non portano il tricolore è stato un cammino lungo cosparso non di violette ma di... Violante ed affini, alla faccia della Volante Rossa.
un cammino lungo proprio

E nei giorni della lotta
rosso era il mio colore
ma nell'ora del ricordo
oggi porto il tricolore.

Tricolore è la piazza
tricolori i partigiani
«Siamo tutti italiani»
«Viva viva la nuova unità».

E che festa e che canti
e che grida e che botti
e c'è Longo e c'è Parri
e c'è anche Andreotti.

E c'è il mio principale
quello che mi ha licenziato
quello sporco liberale
anche lui tricolorato.

Mi son tolto il fazzoletto
quello bianco verde e rosso
ed al collo mi son messo
quello che è solo rosso.

E mi hanno dato del cinese
mi hanno detto "disfattista"
ho risposto secco secco
«Ero e sono comunista».

Ieri ho fatto la guerra
contro il fascio e l'invasore
oggi lotto contro il padrone
per la stessa libertà.

E se vi va bene il liberale
con Andreotti e il tricolore
io vi dico «Siete fottuti
vi siete fatti incastrar».

E mi hanno dato del cinese
mi hanno detto "disfattista"
ho risposto secco secco
«Ero e sono comunista».

La lotta la memoria non si cancella non si mette in Ordine tricolorato.

http://www.youtube.com/watch?v=ceCDSH_cyps&feature=rel...
La vostra repubblica di Salò sarà sconfitta definitivamente alla fine.
buon matrimonio!

http://www.youtube.com/watch?v=K58f0zEvmjk

vittoria
L'avamposto degli incompatibili
www.controappunto.org

RATIFICHE ED ALCHIMIE

di RANX (12/04/2009 - 10:28) |



La crisi mondiale è soltanto al suo inizio: dopo aver investito la finanza ora sta destabilizzando anche la cosiddetta economia reale, con conseguenze severe sulle condizioni di centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo che già vivono da decenni una realtà di estrema precarietà. 

In questo panorama cambia in Italia, come in molti altri Paesi, il rapporto tra lavoratore e sindacato e tra sindacato e azienda. Flessibilità della manodopera e salario, utilizzati come variabile dipendente dall’aumento della produttività – dello sfruttamento si sarebbe detto in altri tempi - sono i fondamentali su cui padroni e governo vogliono costruire un sistema di relazioni industriali/sindacali del tutto asservito alle necessità/compatibilità aziendali.

Una prospettiva a cui Cisl, Uil e Ugl hanno già dato il loro assenso e che la Cgil, per ragioni contingenti, oggi dichiara di voler contrastare. Un verbalismo senza progetto, la strumentalità evidente di chi, dopo aver contribuito a smantellare pezzo dopo pezzo conquiste, tutele e strumenti di contrattazione esigibili, oggi vede messo in discussione il ruolo del suo stesso apparato. Un apparato che freme dalla voglia di tornare al tavolo con Governo e Confindustria perché le regole sulla rappresentanza che la Cgil stessa ha contribuito a definire negli anni, negano fondamentali diritti sindacali a chi non firma i contratti.

Al “sindacato dei servizi” si accompagna ora il “sindacato notaio” chiamato semplicemente a ratificare contratti ritagliati sulle esigenze delle aziende.

Il conflitto non è compatibile con il consociativismo cui fanno appello le imprese: le esigenze di chi lavora devono sottostare a quelle dell’impresa e del mercato. Al sindacato viene offerto al massimo di entrare con il suo apparato nel business degli enti bilaterali e dei gestori di fondi pensione. 

E’ in questo contesto che anche noi dobbiamo ripensare strumenti della rappresentanza che non siano fini a se stessi, che non prevedano semplicemente l’estrema difesa di un indifendibile esistente.

Lo strumento principe in mano ai lavoratori è ancora il Sindacato nella sua più nobile accezione. Ma la conquista di condizioni di vita dignitose necessita di un sindacato in grado di costruire conflitto reale e non proclami velleitari. 

E’ indispensabile mettere da parte le alchimie “organizzative” e ragionare con estrema concretezza a partire dal fatto che le nuove generazioni entrate nel mondo del lavoro a partire dagli anni ‘80, hanno conosciuto solo il lato arrendevole, burocratico e concertativo dei grandi apparati sindacali e ne hanno giustamente disgusto. La mutata composizione sociale del lavoro dipendente, la frantumazione/contrapposizione alimentata ad arte tra i vari segmenti del mondo del lavoro (stabili e precari, nativi e migranti, operai e impiegati, pubblici e privati …) non può non  costringerci a sperimentare nuove forme organizzative e nuovi strumenti informativi che partano dal denominatore comune che a noi piace definire come “intercategorialità”.  

Per questo motivo crediamo sia indispensabile cogliere l’occasione, forse l’ultima in questo Paese per i prossimi anni, per accelerare il processo unitario tra SdL intercategoriale, Cub e Confederazione Cobas, a partire da un lavoro comune nei territori, per arrivare ad una nuova grande Assemblea nazionale che coinvolga nuovi settori di lavoratori, anche al di là delle aree già organizzate nei tre sindacati di base.  

E’ necessario farlo rapidamente: è indispensabile farlo con il rigore necessario ma senza riserve mentali, perseguendo con determinazione l’obiettivo, pena la distruzione certa di qualsiasi ipotesi di alternativa sindacale per i prossimi anni! Proviamoci qui ed ora! 

Fabrizio Tomaselli (Coordinatore nazionale SdL intercategoriale)

L'ODORE DEL SANGUE

di RANX (18/05/2008 - 11:57) |



I padroni hanno sentito l'odore del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e «rituali d'altri tempi» come la contrattazione collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro del welfare (definizione a questo punto orwelliana), Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta padronale («relazioni industriali improntate all'identificazione con gli obiettivi di impresa») forza la retorica fino ad auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.

PORCPUTTN::::CHE CASINO....

di RANX (17/05/2008 - 00:36) |




«Se questa è la realtà, quella di un pesante arretramento, peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, non possiamo non interrogarci su cosa sta succedendo, quali sono i processi sociali, politici, istituzionali che tutto mettono in discussione con questa profondità, processi che hanno una dimensione planetaria. Non credo proprio che si possa dire che la salute del sindacato è buona se la salute di chi vogliamo rappresentare non è affatto buona». E' la frantumazione della solidarietà al centro dell'analisi, la contrapposizione tra lavoratore e lavoratore che scatena l'istinto famelico degli imprenditori. Altrimenti non si spiegherebbe la pervicacia con la quale Confindustria vuole arrivare a tutti i costi a un rapporto "individuale" con i dipendenti. Un modello che salta a piè pari la funzione del sindacato. L'interrogativo è se l'intesa unitaria argina questo processo oppure lo favorisce in tutto e per tutto indicando nella dimensione aziendale l'unico terreno dove il lavoratore può ricostruire l'unità del lavoro a cominciare dal salario.

EROI VS SQUALLIDI CRIMINALI

di RANX (13/01/2008 - 16:21) |








Un'analisi riservata interna sulla situazione politica italiana, sulle reazioni sindacali e sociali e sull'atteggiamento dei media all'indomani del rogo della ThyssenKrupp che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre è costato la vita a sette operai. Il documento — cui contenuti, se confermati, sembrerebbero testimoniare meglio di qualunque altro materiale l'atteggiamento assunto dalla casa madre tedesca nei confronti delle sue filiali italiane e in particolare dell'acciaieria torinese in via di dismissione — è stato sequestrato giovedì scorso a Terni nel corso delle perquisizioni sia in fabbrica sia nelle abitazioni private dei tre massimi dirigenti italiani (l'amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco Pucci) del gruppo già iscritti per omicidio e disastro colposo nel registro degli indagati. Nella nota, redatta in tedesco o forse tradotta in questa lingua proprio per renderne più rapida la lettura a tutti i manager interessati, si analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste — registrano i funzionari ThyssenKrupp — «una lunga tradizione sindacale di stampo comunista », e dove già negli anni precedenti alla tragedia le «condizioni ambientali» apparivano sfavorevoli al mantenimento dell'attività produttiva. Non mancano i cenni remoti alla storia italiana e torinese degli «anni di piombo», nei quali chi firma l'analisi ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista siano state scritte proprio a Torino ad opera dell'eversione.

Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.

Gli operai sopravvissuti al rogo e i compagni di lavoro delle vittime «passano di televisione in televisione » e vengono rappresentati «come degli eroi». Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro, dopo un'attenta analisi degli aspetti formali e delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine, nella lettera ritrovata all'interno di una valigetta nelle perquisizioni, si traccia anche un affresco della situazione politica italiana in generale, facendo notare come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che attraverserebbe comunque un periodo di «crisi», possa trarre vantaggio dall'estrema attenzione dei media sul rogo di Torino, che può esercitare, se non altro, un ruolo di calamita capace di distrarre l'attenzione dei lettori e dei telespettatori da altri e più urgenti problemi di politica interna

VITA FATTA A SCALE?

di RANX (07/01/2008 - 23:54) |






Antonello Tiddia*

Riguardo agli aumenti salariali di cui si parla in questi giorni io propongo il ripristino di un meccanismo di scala mobile, ma ogni volta che viene formulata tale proposta, il mondo politico si unisce in un coro di no un po' sdegnato e la Confindustria intona un pianto greco tirando in ballo i destini della patria. La verità è che in questi anni sono diminuiti i salari e sono aumentati i profitti, cioè è aumentato lo sfruttamento e il "plusvalore relativo".

Il taglio dei salari e del suo potere d'acquisto ha provocato un rallentamento dell'economia alimentando una spirale recessiva, mentre dall'altra parte i maggiori profitti sono andati a gonfiare la rendita finanziaria e non hanno determinato un aumento degli investimenti. Da questi elementi occorre trarre due insegnamenti politici:
1) La reintroduzione della scala mobile è assolutamente necessaria per evitare che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Senza scala mobile non c'è meccanismo contrattuale che tenga e i salari sono destinati a scendere ancora;
2) La reintroduzione della scala mobile non è solo indispensabile per difendere i redditi da lavoro dipendente, ma è obbligatoria per evitare che l'economia italiana entri in una spirale ancora più recessiva e pesante in cui tutta la società si impoverisce.

In tutti questi anni ci hanno troppe volte spiegato che la classe operaia doveva fare gli interessi generali del paese e quindi accettare i sacrifici. Era ed è sbagliato e falso. Perchè gli interessi di tutta la società coincidono con gli interessi dei lavoratori e solo aumentando i redditi da lavoro dipendente è possibile avere uno sviluppo civile del paese. Reintrodurre la scala mobile è quindi una misura indispensabile per l'interesse generale, contro gli interessi particolari del padronato.Occorre quindi ripartire da una forte battaglia per il recupero salariale contro il ricatto delle imprese. Perchè dopo lo "scippo" della scala mobile non esiste più un sistema automatico di difesa dei salari.

*RSU Carbosulcis

SOLUZIONI FISIOLOGICHE

di RANX (07/01/2008 - 23:30) |






L'ONU ha votato la moratoria contro la pena di morte ancora vigente i moltissimi Stati fuori dall'Europa. Però c'è uno Stato in questa Europa che contempla un'altra pena di morte, quella sul lavoro con il suo sistema economico e produttivo dettato dal liberismo nella parte del giudice e gli industriali di turno nella parte del boia.
Mentre il Governo e il Parlamento vestono le funzioni dell'ONU, decretando e legiferando intenti senza vincoli coercitivi contro i teorici e produttori di morte quotidiana, pensate che uno come l'industriale Emilio Riva, quello dell'acciaieria ILVA di Taranto e precedente proprietario degli impianti della Thyssen di Torino ha avuto la sfrontatezza, eversiva in uno Stato con una Costituzione fondata sul lavoro, di affermare che "Morire sul lavoro è fisiologico".

Questo "signore" (parliamo sempre di Emilio Riva) nel febbraio del 2007 è stato condannato a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto di Taranto.
Ovvio che questi "signori" non hanno usufruito dell'indulto, così odiato dai benpensanti, in quanto non si sono fatti neanche un giorno di galera. Pare, perché i media non danno nessuna notizia a quattro colonne e nei salotti di "Porta a porta" e "Matrix" su questa macrocriminalità legalizzata. Ovviamente, non si sputa nel piatto in cui ci si abbuffa!

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