"Gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono al pari di tutti, l'offensiva conservatrice che è in atto in tutto l'Occidente. Votano secondo l'utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutori chi governa, l'unico che a loro pare conta qualcosa". Lo afferma Fausto Bertinotti in un'intervista su Panorama in edicola da venerdì 22 maggio, nella quale l'ex leader di Rifondazione fornisce la sua interpretazione al dato di un recente sondaggio che indica fra gli operai una propensione di voto a favore del Pdl quasi doppia rispetto a quella a favore del Pd.
Tra gli altri motivi che ora spingono a destra il voto operaio, Bertinotti indica i governi Prodi e la televisione: "Non c'è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c'è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali".
E quanto alla tv, osserva Bertinotti: "Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come 'Il grande fratello' e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è "la mia vittoria coincide con la tua sconfitta", ossia quanto di più devastante possa esistere per l'idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano sopratutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa".
RED-Aprile on Line
Il 10% delle famiglie più ricche possiede oggi in Italia il 42% della ricchezza totale (1).
A fronte delle sempre più miserevoli condizioni economiche delle lavoratrici e dei lavoratori (il salario medio mensile non supera da anni la soglia di mille euro) stanno l'immensa disponibilità di denaro, risorse e privilegi di pochi.
E su queste questioni ben poca enfasi dalla grancassa del potere.
Per proteggere con le leggi la minoranza di ricchi, il governo mette a disposizione i suoi guardiani: deputati, senatori, ministri tutti lautamente corrisposti.
Secondo i dati a disposizione (2) un deputato percepisce mensilmente un'indennità al netto di 5.500 € circa, gli sono riconosciuti una diaria di 4.000 € e un rimborso spese di 4.200 € (dato dal suo gruppo parlamentare).
L'elenco continua con l'uso completamente gratuito sul territorio nazionale di autostrade, treni, traghetti, aerei (con rimborso spese trimestrale variabile da 3.300 € a 4.000 € per gli spostamenti dal luogo di residenza all'aeroporto più vicino), un rimborso annuo pari a 3.100 € per spese telefoniche, senza tralasciare il trattamento di fine-rapporto (sic!) dato dagli assegni di fine mandato e vitalizio. Ai senatori (2) è corrisposto un trattamento economico maggiorato dell'80% circa rispetto a quello dei deputati… come si può arguire: più in alto si sale la scala, più "pecunia vocat"!
Tutte queste forse noiose cifre a testimonianza, come se non bastasse, delle profonde disuguaglianze nella popolazione sancite da questo sistema curiosamente denominato democrazia". Prendendo a prestito una frase di Noam Chomsky: anche in un mondo dominato da titanici centri di potere finanziario costruire il bene comune e accrescere la possibilità di decidere veramente delle nostre vite è ancora possibile… ma non si pensi di risolverlo mettendo una croce su una scheda!
M@rio
(1) rapporto Ocse growing unequal
(2) siti internet di camera e senato
Oggi, insomma, non siamo negli anni 60', o negli anni 70', quando le definizioni di comunista, socialista rimandavano immediatamente a progetti, a culture. A collocazioni politiche. Oggi, per intere generazioni - le ultime - quelle definizioni significano poco. Sono una parte della storia, rilevante, rilevantissima, ma della storia. Si riparte da qui, allora, si riparte senza infingimenti dal disastro sancito dalle ultime elezioni. Situazione comune a tanti altri paesi, situazione difficilissima, quasi disperata. Si riparte, si dovrebbe ripartire da qui, allora, per riprogettare un'idea anticapitalista, antipatriarcato, antirazzista. Per riprogettare una nuova sinistra. Termine - è vero - che ha i confini più ampi e perciò indefiniti di una parola come «comunista». Ma proprio perché più ampia può servire a capire e a provare a cambiare una realtà assai più complessa e articolata di quella del secolo scorso.

«Secondo me le affermazioni del ministro Castelli sulle morti bianche sono una messinscena. Come se tutti quelli che fanno politica oggi dovessero per forza dire qualcosa, nel bene o nel male, come se ci fosse un copione da rispettare: abbiamo il potere e dunque parliamo. Il paradosso è che, almeno al Nord, molti operai un tempo legati alla sinistra hanno votato Lega», dice Pietro Bolla, autore con Monica Repetto di ThyssenKrupp Blues, il film che il 5 settembre sarà presentato a Venezia nella giornata dedicata alle morti bianche, insieme al film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi. Più indignata la reazione della Repetto: «Non sono un' esperta, non so se la cifra delle morti bianche sia a due, tre o quattro zeri, ma per me anche un solo numero è una vita perduta e morire in quel modo, morire per lavorare, è un oltraggio alla dignità dell' uomo». ThyssenKrupp Blues racconta la storia di Carlo Marrapodi che, ricorda la Repetto, «avrebbe dovuto far parte di un film corale di RaiTre sugli operai negli anni 2000. Nel montaggio è rimasta fuori, insieme ad altre storie: pensavamo di farne un altro film così abbiamo continuato a seguire Carlo. Per il rapporto che abbiamo stabilito con lui, per la sua potenza sulla scena, l' energia, l' onestà e la forza vitale, lo abbiamo raggiunto dopo la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. Pur raccontando la vicenda privata di Carlo, ThyssenKrupp Blues è diventato anche un film di denuncia». Il film racconta l' inizio del declino della fabbrica, la manifestazione del giugno 2007, l' incontro con il sindaco Chiamparino, fino alla decisione della cassa integrazione per 150 operai, Carlo compreso, che non riuscendo a vivere a Torino con lo stipendio dimezzato, torna in Calabria, al suo paese. è impressionante la consapevolezza che c' era già allora, sulle condizioni ad alto rischio in cui gli operai erano costretti a lavorare. E le condizioni erano ancora peggiori quando, pur essendo la fabbrica in fase di smantellamento, la ThyssenKrupp decise di continuare la produzione. A ottobre 2007, Carlo è tra quanti rientrano a Corso Regina 400. «La storia di Carlo è la storia di una solitudine che va oltre la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. è la storia di una classe lasciata sola nel silenzio della sinistra, persino Chiamparino non dice più niente. I professionisti della politica non sono più capaci di parlare e, quando parlano, sembrano tutti fuori sincrono», dice Bolla che vive nella provincia di Torino dove fa il capostazione. «Non sono un cittadino, sono figlio di un panettiere, vengo dalla cultura contadina, la fabbrica l' ho osservata sempre dal di fuori come la osservavano i torinesi, andavo a scuola a due passi dal Lingotto, vedevo i treni e i pullman carichi di operai addormentati in viaggio verso il turno del mattino. Adesso non ci sono più». All' inizio degli anni Ottanta, dopo la marcia dei 40 mila - «C' erano Lama e Carniti ma vinse la Fiat» - cominciò l' interesse di Bolla per le storie degli operai. Il primo film era "Ai confini della realtà" e raccontava «da una parte la dura ristrutturazione della Fiat in termini tecnologici e un processo di automazione che tendeva all' eliminazione degli operai, dall' altra quelli che la subivano, che, gettati fuori dal processo produttivo, si dovevano riciclare. Fu un momento molto duro, fu l' inizio della fine di un' appartenenza e della disgregazione dell' orgoglio della classe operaia. Quello che è accaduto alla ThyssenKrupp è una delle conseguenze». Carlo Marrapodi ha una spalla coperta di tatuaggi, ha un piercing, porta un orecchino. «è un trentenne come tanti, non somiglia all' immagine tradizionale, anche ideale dell' operaio», dice la Repetto. «E come tutti i giovani aspirava a un rapporto equilibrato tra il tempo per il lavoro e quello per la vita. Oggi per lui c' è solo il tempo dell' incertezza, del dubbio sul futuro. Abbiamo volutamente raccontato la storia di un operaio che non è morto solo perché quel giorno di dicembre faceva un altro turno, eppure, attraverso la sua storia, credo che si possa capire esattamente il rischio che i lavoratori corrono in questa società». Una società in cui, dice Bolla, «la legislazione contro le morti bianche c' è ed è precisa. La prevenzione viene vissuta dall' industria come un obbligo, bisogna appendere i cartelli di pericolo, bisogna controllare le scarpe e l' abbigliamento, ma è solo una serie di pratiche burocratiche, di scadenze di controlli, di avvisi e comunicati da firmare. Ma non c' è e non si è mai sviluppata una cultura della prevenzione, e cioè una vera attenzione quotidiana alle condizioni di lavoro. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Per questo si continua a rischiare la vita ogni giorno». -
La società civile che torna in piazza ha sempre avuto, fin da Genova, diverse anime e sfumature. Un qualcosa di nuovo e multiforme che si è sempre perso di vista finita la battaglia. Bertinotti cercò di abbracciarlo, il movimento. Epiche le sue arrampicate sugli specchi televisivi a proposito del rapporto tra partiti e società civile. Fronzoli retorici che alla fine hanno prodotto giusto la candidatura di Caruso e qualcun'altro nelle file di Rifondazione.
Oggi possiamo dirlo, le tecnocrazie ex comuniste hanno avvicinato il movimento della società civile al solo scopo di racimolare qualche voto e con il solito ferreo complesso di superiorità della "cultura dominante". Una strategia fallimentare sia per i movimenti, che sono spariti dalle piazze, sia per gli ex comunisti spariti dal Parlamento.
L'errore fondamentale di Bertinotti è quello di aver creduto di ricondurre un qualcosa di nuovo ed atipico come il movimento della società civile agli schemi post ideologici del mondo comunista, alle sue logiche, alla sua burocrazia. Convinto che fosse il comunismo il comune denominatore di quel movimento, l'origine, l'essenza politica e culturale. Ed invece no, quella dell'ex tecnocrazia rossa è solo una componente e minoritaria, del movimento.
Molto più significativa invece la componente delle persone in fuga dal mondo comunista e che delusi proprio dalle tecnocrazia hanno deciso di provarci da soli a dare un significato al proprio impegno politico e sociale. Ed è proprio questo il punto, la caratteristica principale del movimento è la sua eterogeneità. Esso è composto da persone con esperienze e convinzioni diverse ma che si trovano fianco a fianco per difendere dei valori o per combattere battaglie comuni. A Genova sfilarono le suore a fianco dei centri sociali. Ed è quindi impensabile che da quel movimento frammentato sorga un'organizzazione capace di rappresentarlo tutto, cosi come è ormai evidente che i partiti politici tradizionali non hanno nessuna speranza di evolversi in tal senso.
Allo stesso tempo è ridicolo che chi partecipa al movimento della società civile in opposizione ai fallimenti della partitocrazia poi vada a votarla il giorno delle elezioni. E' tempo quindi che coloro che scenderanno in piazza l'8 o il 25 luglio a Roma e che non si riconoscono più nei partiti tradizionali o a quelli comunque attivi come Di Pietro, comincino ad organizzarsi in formazioni politiche. Non in partiti ma organizzazioni innovative che si strutturino per sfidare i partiti tradizionali alle elezioni col primo obiettivo di sbarazzarsi delle caste e della loro cultura partitocratica per rilanciare lo sviluppo del modello democratico: vera rappresentanza, legalità, trasparenza, efficacia ed efficienza delle istituzioni, regolare ricambio generazionale, scardinare ogni forma di nepotismo e clientelismo, meritocrazia, partecipazione, vietare ogni forma di lottizzazione politica, libertà d'informazione, distruzione delle caste e del parassitismo di ogni categoria, politica come arte del fare competente e non della poltrona ciarlatana.
Tutti traguardi che possono essere raggiunti solo da chi non ha appartenuto e non appartiene al sistema marcio della partitocrazia, cioè solo dal movimento della società civile. Le caste tecnocratiche, essendo le responsabili della situazione, sono al contrario il principale nemico da combattere. Sia le caste populiste che quelle rosa e sia i dinosauri stranoti che i loro allievi tenuti in caldo nelle burocrazie di partito. Una volta battuti alle elezioni scompariranno per sempre e la nuova cultura e la nuova progettualità della società civile potrà finalmente esprimersi politicamente. Insomma, basta perdersi di vista.

Sono francamente ammirato dall'impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell'emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D'Avanzo.
Non giriamo la testa dall'altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l'autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L'elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima.
Si cominciò da pulpiti altissimi con l'aggressività verbale eretta a comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo, sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il linguaggio non è solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici internazionali e si è mangiata mortadella in Senato, si continuano a disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a rappresentante della cultura nazionale.
Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha tolto all'Italia le competenze in materia di libertà, sicurezza e giustizia, si è detto che è meglio così, che è preferibile occuparsi di trasporti piuttosto che di "omosessualità". Per fortuna non si è parlato di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di nuovo, il linguaggio è rivelatore, anche perché rende palese una cultura incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei documenti.
Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da invidiare ai suoi più noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la nuova maggioranza, all'interno della quale si fa sentire sempre più forte la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall'Onu.
Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche.
Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando l'Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le responsabilità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità "predatoria" e ancor più dall'insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione può forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle cose senza riconoscerle per quello che davvero sono?
La reazione può essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida? Doppiamente suicida, anzi. Perché non si compete efficacemente quando si parte dalla premessa che la ragione di fondo sta dall'altra parte: l'imitazione servile, in politica, non rende. E, soprattutto, perché si consoliderebbe proprio il modello che, in nome della civiltà, dev'essere rifiutato e combattuto. Le possibilità di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla piena consapevolezza della necessità di una immediata messa a punto di una strategia diversa.
Aggiungo che vi è un elemento meno appariscente di quel modello che ha lavorato nel profondo, che può apparire meno insidioso e che, quindi, può non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunità chiusa, che coltiva distanza e ostilità; che spinge a chiudersi nei ghetti; che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa è una lunga storia, perché molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri".
Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza che in questi anni si è trasformata in accettazione dell'altro alla sola condizione che faccia ciò che ci serve e che i nostri concittadini rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di più, isolandosi nelle loro comunità, lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da ogni inquietudine umana e sociale.
Dobbiamo affrancarci dalle suggestioni del comunitarismo, che presero Tony Blair, solleticarono anche qualche politico della nostra sinistra e, ora, rischiano di tornare alla ribalta per chi si fa abbagliare dall'esempio leghista.
Di tutto questo non basta parlare. È questa diversa cultura, che ha tanto giocato anche nell'esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti, le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse proiezioni nella dimensione istituzionali saranno distorte. Non è solo un doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il degrado culturale lo è al massimo grado, bisogna essere chiari e necessariamente polemici.
Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione che induca a mettere tra parentesi le questioni più scottanti. Bisogna rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si può negoziare. Solo così può nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da un clima che si è fatto irrespirabile.
Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l'aeroporto e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.
Stefano Rodotà - da Repubblica del 28 aprile 2008
Ritanna Armeni
Perchè gli operai e gli strati poveri della popolazione non votano a sinistra? Perché votano in misura non trascurabile a destra? Queste sono le domande semplici e fondamentali a cui dovrebbe rispondere la sinistra sconfitta. Credo che solo dalla risposta ad esse possa iniziare la sua ricostruzione. Perché - come ha efficacemente detto Mario Tronti - una sinistra incapace di riscuotere la fiducia degli operai non è una sinistra. E lo è tanto meno se si vede rifiutata dalla parte più povera del popolo.
Cominciamo col dire che i poveri e gli operai che votano a destra non sono un fenomeno nuovo e non sono solo italiano. L'attuale presidente americano George Bush, la cui presidenza ha visto un consistente aumento del numero dei poveri, da questi è stato tuttavia votato. In un'intervista al Corriere della sera il politologo americano Michael Walzer ricordava che il voto italiano del 13 e 14 aprile fa venire in mente che nel 1980 per eleggere Reagan "decisivi furono i cosiddetti Reagan Democrats , elettori della classe operaia bianchi, spesso cattolici che avevano deciso di lasciare il loro partito e votare repubblicano". La crisi della sinistra francese è stata plasticamente evidente nel passaggio delle periferie proletarie tradizionalmente di sinistra alla destra e anche alla destra xenofoba di Le Pen. E si potrebbe continuare.
Nulla di nuovo sotto il sole quindi. Non è nuova neppure l'incapacità di rispondere a questa domanda che la sinistra finora ha dimostrato. Come lo struzzo che, di fronte al pericolo, non lo affronta ma nasconde la testa sotto la sabbia. Ma essa nelle elezioni italiane è apparsa più che mai grande. Ha portato non al suo ridimensionamento, ma alla sua scomparsa, E soprattutto, osservando il dibattito che si è aperto, è rimasta anche dopo i disastrosi risultati elettorali.
Un tentativo di rispondere a questa domanda è venuta da Barack Obama il sei aprile a San Francisco. Nelle piccole citta colpite dalla crisi - ha detto il candidato democratico - l'amarezza è tale che la persona si sente perduta ed è a quel punto che s'aggrappa non alle reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero. E lo stesso Walzer ricorda che i "Reagan Democrats" avevano cambiato schieramento perché erano diventati sensibili a questioni - aborto immigrazione , pena di morte - che fin lì erano rimaste nello sfondo.
«Sono decenni - ha scritto di recente Barbara Spinelli sulla Stampa , affrontando il problema con la consueta profondità - che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici».
Il meccanismo al quale in questi anni abbiamo assistito (anche se abbiamo evitato di affrontarlo) è pressochè identico. Di fronte alla sfiducia nella capacità di chi storicamente si è posto questo compito, cioè la sinistra, di risolvere i problemi sociali, problemi che la globalizzazione rende ancora più grandi, più gravi e più impellenti le classi popolari si rifugiano in un sistema valoriale, identità, territorio, sicurezza. E qui incontrano la destra che di quei valori o di quei disvalori è portatrice mentre la sinistra è drammaticamente assente. Insomma alla incapacità di affrontare questioni sociali che stanno modificando - e in peggio - le condizioni dei più poveri si somma l'assenza nel dibattito sui sistemi valoriali o sulle modalità etiche che dovrebbero guidare la società. Anzi la sinistra quelle questioni le teme, cerca di tenerle lontane dal dibattito politico, invocando nei casi migliori la libertà di coscienza, o rimanendo staticamente legata a vecchie discussioni e a vecchie conclusioni.
In questo rapporto fra incapacità di affrontare i temi sociali e garantire realmente la difesa del lavoro e dei salari ed assenza dai temi etici si è formata ed è cresciuta l'estraneità dei poveri nei confronti della sinistra e si è definito il nuovo comportamento elettorale. Determinante la paura di perdere, dopo essere stato privato delle conquiste e i diritti sociali, quel poco che ai poveri rimane: la famiglia, i valori della propria comunità, la propria religione, le proprie tradizioni.
Il libro di Giulio Tremonti "La paura e la speranza" racconta questo passaggio, lo teorizza, ne fa la base della cultura della destra oggi al governo del paese.
Il nemico individuato è la globalizzazione e il modo in cui essa si esprime, cioè mercatismo, il mercato senza regole e norme, lasciato a se stesso che sta distruggendo il pianeta e la vita delle donne e degli uomini che non riescono più ad avere livello di vita decente. Per Tremonti il mercatismo è un meccanismo neutro che non ha alcun rapporto con la destra anzi se mai ha un legame con il comunismo (pensiero unico e uomo a taglia unica), ma a questo occorre opporsi. Come?
La speranza non viene da un nuovo sviluppo economico, dalla lotta alla globalizzazione e al mercato senza regole in nome di una regolazione del mercato che salvaguardi nuovi livelli di giustizia sociale e di eguaglianza fra i popoli della terra ma dalla riproposizione dell'identità dell'Europa cristiana. Dalle sette parole d'ordine che Tremonti elenca: valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo.
Ecco Tremonti ha teorizzato e ha proposto ciò che la destra nel mondo ha fatto, la linea politica e culturale su cui i neocon hanno egemonizzato l'amministrazione americana.
A questo bisogna opporsi. Il modo è tutto da elaborare e su questo la sinistra che ha perso dovrebbe applicare le sue risorse e le sue energie intellettuali. Per quanto mi riguarda penso che la capacità di modificare la condizione sociale non possa essere disgiunta da un intervento altrettanto coraggioso ed energico sulla costruzione di nuovi valori. In una società fluida e disgregata, vita, lavoro, socialità sono strettamente, se pur disordinatamente, intrecciate. La destra ha vinto perché ha saputo fornire una narrazione, ha saputo offrire una esposizione di un sistema di valori e di speranze che hanno avuto più forza di qualunque singola proposta di miglioramento sociale ed economico.
Di recente Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha raccontato ad Otto e mezzo un episodio che mi ha colpito. Ha detto di essersi adoperato concretamente e con serietà amministrativa perché un gruppo di lavoratori ricevesse dei benefici che fino ad allora erano stati negati. Ha ricevuto molti ringraziamenti e una sincera gratitudine, ma - ha detto - ho avuto la netta sensazione che al momento del voto altri sarebbero stati i loro percorsi.
Insomma anche Nichi Vendola ha verificato quel divorzio fra il discorso delle pratiche e il simbolico di cui ha recentemente parlato Giacomo Marramao. Ma tutti lo verifichiamo ogni giorno nella nostra esperienza quotidiana. E allora da qui dobbiamo cominciare per avere dalla nostra parte i poveri. O meglio, per stare noi, di sinistra, dalla loro parte.





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