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L'ODORE DEL SANGUE

di RANX (18/05/2008 - 11:57) |



I padroni hanno sentito l'odore del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e «rituali d'altri tempi» come la contrattazione collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro del welfare (definizione a questo punto orwelliana), Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta padronale («relazioni industriali improntate all'identificazione con gli obiettivi di impresa») forza la retorica fino ad auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.

PORCPUTTN::::CHE CASINO....

di RANX (17/05/2008 - 00:36) |




«Se questa è la realtà, quella di un pesante arretramento, peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, non possiamo non interrogarci su cosa sta succedendo, quali sono i processi sociali, politici, istituzionali che tutto mettono in discussione con questa profondità, processi che hanno una dimensione planetaria. Non credo proprio che si possa dire che la salute del sindacato è buona se la salute di chi vogliamo rappresentare non è affatto buona». E' la frantumazione della solidarietà al centro dell'analisi, la contrapposizione tra lavoratore e lavoratore che scatena l'istinto famelico degli imprenditori. Altrimenti non si spiegherebbe la pervicacia con la quale Confindustria vuole arrivare a tutti i costi a un rapporto "individuale" con i dipendenti. Un modello che salta a piè pari la funzione del sindacato. L'interrogativo è se l'intesa unitaria argina questo processo oppure lo favorisce in tutto e per tutto indicando nella dimensione aziendale l'unico terreno dove il lavoratore può ricostruire l'unità del lavoro a cominciare dal salario.

FUNZIONA!!!

di RANX (07/05/2008 - 00:33) |

Gli straordinari? In Francia è stato un flop
La detassazione voluta da Sarkozy è costata allo stato più di quanto non sia andato in tasca ai lavoratori. E il monte ore totale non è cresciuto
a.m.m.
Parigi

 
Avrebbe dovuto essere il punto centrale della realizzazione dello slogan elettorale che ha portato Nicolas Sarkozy all'Eliseo: «lavorare di più per guadagnare di più». Così, nella legge «Tepa» (norme sul lavoro, l'occupazione e il potere d'acquisto), prima grande legge fatta votare dal presidente Sarkozy il 21 agosto scorso, oltre a sgravi fiscali per 14 miliardi di euro (a favore delle famiglie più abbienti), c'era la defiscalizzazione degli straordinari. Sgravi fiscali e defiscalizzazione degli straordinari avrebbero dovuto essere i due pilastri per rilanciare la crescita. Non è stato così, la crescita francese è in calo. Un rapporto parlamentare, uscito in questi giorni, fa il primo bilancio sulla defiscalizzazione degli straordinari: è negativo. «Complessivamente - dice il rapporto parlamentare - sono 4,1 miliardi di euro che lo stato spenderà perché una parte dei lavoratori dipendenti benefici di 3,78 miliardi di euro di potere d'acquisto supplementare». In una lettera aperta alla ministra delle finanze, Christine Lagarde, la commissione si chiede se «mantenendo lo stesso obiettivo non si poteva spendere altrimenti queste somme che vanno a vantaggio solo di una parte dei francesi».
L'obiettivo della defiscalizzazione era, difatti, quello di far aumentare le ore di straordinario. Ma non è stato così (perché non dipendono dalla volontà del dipendente di lavorare di più, ma dal lavoro che ha l'azienda, dal volume degli ordinativi). Il volume degli straordinari è rimasto così più o meno stabile: quest'anno, sarà, secondo l'Insee (l'istituto nazionale di statistica francese, analogo all'italiano Istat), di 600-670 milioni di ore, un montante molto inferiore agli obiettivi della legge Tepa, che erano di 900 ore. Per i lavoratori che hanno avuto accesso agli straordinari l'aumento del poter d'acquisto è molto relativo: 4 ore al mese significano 177 euro in più l'anno, 4-5 ore per settimana, un caso molto raro, sarebbero 1.275 euro l'anno.
Ma il ricorso agli straordinari è sbandierato adesso anche per la riforma della scuola. Ieri, liceali e insegnanti hanno manifestato per la settima volta in poco più di tre settimane, contro i tagli annunciati: 11.200 posti in meno nelle medie e nei licei per il prossimo anno scolastico. Secondo la riforma governativa, 3500 posti sarebbero compensati dal ricorso agli straordinari per gli insegnanti (che non possono fare più di un'ora alla settimana e, in genere, sono poco entusiasti all'idea).
 

 

OKKIO....

di RANX (07/05/2008 - 00:24) |



I sindacati sono pronti Il contratto è a rischio
Il 7 maggio l'ok al testo unitario, che poi passerà al direttivo Cgil: la sinistra prepara battaglia sul livello nazionale. Confindustria ribadisce: no ad accordi territoriali
Antonio Sciotto
Roma

 
Il testo sulla riforma dei contratti è pronto, e sono cattive notizie per i lavoratori: i sindacati - per quel che si sa, dato che per il momento il documento è «segreto» - sarebbero pronti a decentrare la contrattazione, lasciando al livello nazionale il mero recupero dell'«inflazione realisticamente prevedibile»: una nuova versione, se possibile peggiorata, del già pessimo Patto del luglio '93, che in quel caso si riferiva all' «inflazione programmata». Per il resto, se reali incrementi del reddito si vorranno, si dovrà andare a trattare sul territorio (ma la Confindustria ha già detto di non essere disposta a farlo), o, più prevedibilmente, in azienda, sottoforma di premi di risultato legati alla cosiddetta (quanto volatile) «produttività»: ma sappiamo bene che gli imprenditori fanno di tutto per non chiudere integrativi, e la grandissima parte delle imprese (più del 90%) sono piccole, dove il sindacato neppure esiste. In realtà, l'unico modo per avere aumenti veri, «pochi, maledetti e subito» in busta paga, sarà quello di fare straordinari - dato che saranno detassati - e l'accelerazione impressa dai confederali per trattare con la Confindustria è proprio un tentativo per non lasciare tutto il merito dei futuri incrementi di salario al nuovo governo, pronto ad agire per via legislativa nel caso non si chiudesse un accordo tra le parti sociali.
L'unico «ostacolo» che si frappone allo spianamento del contratto nazionale, è rappresentato dalla sinistra Cgil: la Fiom, guidata da Gianni Rinaldini, Lavoro e società, di Nicola Nicolosi, e la Rete 28 aprile, di Giorgio Cremaschi, che hanno chiesto al direttivo del 29 aprile di discutere la bozza prima di arrivare al sì delle tre segreterie unitarie. Ma il percorso scelto da Guglielmo Epifani è opposto: prima arriverà il sì delle segreterie, che il 7 maggio vareranno il testo (la data è stata fissata ieri), subito dopo - lo stesso giorno - è fissato il direttivo Cgil chiamato a valutarlo. Ma in questo modo, spiegano le sinistre Cgil, visto che Epifani avrà appena dato il suo «imprimatur», i componenti del direttivo non potranno far altro che esprimere un «voto di fiducia» sul segretario generale. In ogni caso, il 12 maggio sono fissati i direttivi unitari che vareranno il testo, che riceverà l'ultima ratifica dalle assemblee dei lavoratori (le ultime due settimane di maggio). Dato che Emma Marcegaglia sarà designata ufficialmente presidente di Confindustria il 22 maggio, il tavolo si dovrebbe aprire i primi di giugno.
La bozza prevede poi una durata triennale dei contratti, un meccanismo della rappresentatività dato dal mix tra numero di iscritti e elezioni Rsu, mentre si chiederà di rafforzare la contrattazione di secondo livello, anche con incentivi: i sindacati puntano anche sul piano territoriale.
Proprio su questo tema, però, ieri il direttore di Confindustria Maurizio Beretta ha ribadito la contrarietà dell'associazione: «La produttività si misura in azienda, c'è già il contratto nazionale che media tra situazioni molto diverse». Comunque Beretta ha giudicato «positiva» l'accelerazione dei sindacati, e la stessa apertura è venuta da Maurizio Sacconi, tra i candidati a guidare il ministero del Lavoro. Forti critiche alla bozza sono venute anche ieri da Nicola Nicolosi (vedi intervista sotto) e da Giorgio Cremaschi, che parla di «eutanasia del contratto»: «Il contratto nazionale è la Cgil, rimetterlo in discussione è rimettere in discussione la Cgil, la sua storia e la sua cultura»; Cremaschi si è poi detto contrario al voto dei pensionati sull'accordo che riforma i contratti.


La bozza sui contratti tende a garantire al livello nazionale solo il recupero del potere di acquisto, in base all'«inflazione realisticamente prevedibile», mentre demanda gli incrementi salariali legati alla produttività tutti all'integrativo. Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, osserva che «di un cambio così radicale non si è mai parlato all'ultimo Congresso Cgil, eppure riguarda le politiche sindacali dei prossimi 15 anni; per questo - annuncia - chiederò la consultazione straordinaria di tutti gli iscritti Cgil, così come è previsto dallo Statuto». Rinaldini, come Nicolosi - coordinatore di Lavoro e società - è convinto che debba essere «il contratto nazionale ad assicurare reali aumenti salariali, attraverso la pratica del conflitto». «Non è possibile - aggiunge Nicolosi - che mentre in Europa viene redistribuito ai salari il 50-51% del prodotto del lavoro, in Italia siamo fermi al 40-41%, e ben il 60% va a rendite e profitti. Non può essere demandato al fisco l'incremento delle retribuzioni, devono essere le imprese a cedere, attraverso il contratto nazionale, e il ruolo del sindacato è quello di rivendicare, per mezzo del conflitto. Se Confindustria ha fretta di chiudere l'accordo, non credo che sia per improvviso "buonismo redistributivo": il fatto è che si vuole decentrare tutto al secondo livello perché pochissime imprese fanno contrattazione integrativa». Giorgio Cremaschi - Rete 28 aprile - dal canto suo chiede «un nuovo Congresso della Cgil, perché discutiamo di temi chiave per il sindacato».
Quanto al voto, Epifani ha ribadito che la Cgil «non farà conflitto preventivo contro questo governo», e ha poi elencato gli errori dell'esecutivo Prodi su cui - afferma - la Cgil aveva già suonato l'allarme: dalle finanziarie ai tira e molla sui «tesoretti», fino al mancato stralcio dei reati sulla sicurezza del lavoro dall'indulto. «Siamo fuori tempo massimo - replica Cremaschi - Se la Cgil avesse fatto quelle critiche nei tempi giusti, oggi non sarebbe costretta a firmare un accordo unitario per paura di restare isolata, finendo per subire i diktat di Confindustria: la verità è che anche la Cgil ha perso le elezioni con Prodi, perché aveva firmato un "Patto di legislatura": è anche per questo che si dovrebbe riandare a Congresso». Secondo Nicolosi, il centrosinistra ha perso per la «sciagurata campagna di Veltroni sul voto "utile", mentre la Sinistra non ha saputo comunicare il proprio senso»; quanto alla Cgil, «deve ripartire dal Congresso del 2006, ricostruire una capacità sociale e non accomunare l'idea di conflitto con la pregiudiziale politica: per un sindacato è naturale fare conflitto, semplicemente per ottenere risultati».



HANNO VINTO....(?)

di RANX (05/05/2008 - 00:23) |

Stefano Bocconetti
Hanno vinto. Stravinto. Più o meno l'hanno sempre saputo tutti: gli studiosi dell'economia, certo, ma anche i sindacalisti, i dirigenti dei partiti (tranne forse qualcuno nel piddì), le persone, le semplici persone. Solo che ora quel "successo" è quantificabile nel dettaglio. Dunque, in appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha sottratto ai salari otto punti percentuali del Pil, del prodotto interno lordo. Prima, prima degli ani '80, i profitti si prendevano il 23, 12 per cento del pil. Ora si intascano quasi il 32 (31,3 per l'esattezza). Una redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza nelle mani di chi già ne possedeva tanta che fa impressione se tradotta in cifre, in euro. Per capire: otto punti di Pil - con i "numeri" del Pil odierno - significherebbero 120 miliardi di euro. Tradotto: se fosse "cancellato" l'ultimo quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese tornassero indietro nel tempo - diciamo a prima della sconfitta alla Fiat - oggi i diciassette milioni di stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in busta paga. Ogni anno.
I dati, li ha forniti la Bri, la banca dei regolamenti internazionali, una delle più attendibili fonti di "monitoraggio" delle tendenze economiche. E li ha anticipati ieri, con un'analisi approfondita, la Repubblica .
Dunque, più profitti e meno salari. Come è stato possibile? Questo lo studio non lo spiega. Ma basta accostare i passaggi più significativi di questa redistribuzione con le vicende politiche e sindacali per accorgersi dei nessi. Dei rapporti esistenti. Allora, il punto di partenza sono gli anni '60, il boom economico, la "ripartenza" dell'Italia dopo le difficoltà del dopo guerra. In quegli anni, il sistema delle imprese si "accontentava" del ventitrè per cento del Pil. Al lavoro, ai redditi da lavoro dipendente restava poco meno del settanta per cento. Più o meno come avveniva in quasi tutti i paesi dell'Occidente.
Qualche frazione di punto in più, a favore del salario, lo si registra alla fine degli anni '60, durante l'"autunno caldo". Numeri quasi impercettibili.
La scossa, quella vera, la si registra a metà degli anni '80. I "profitti" salgono, salgono. Si accaparrano una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta in Italia.
La spiegazione è semplice: gli anni nei quali i "sensori" economici hanno rilevato uno spostamento dai salari alle imprese, erano stati preceduti dai 35 giorni di occupazione a Mirafiori, nell'autunno dell'80. La più dura prova del sindacato italiano nel dopoguerra, che si è chiusa esattamente come la Fiat aveva immaginato e sperato: con i licenziamenti di massa, con l'affermazione della "legittimità" dei licenziamenti di massa. E con la repentina riduzione del ruolo, del «peso politico» si diceva, del sindacato.
E ancora: quel primo, significativo spostamento di risorse verso le imprese, era stato preceduto dal taglio dei punti di scala mobile. Quei quattro punti decisi dal governo Craxi, contro cui, inutilmente, si oppose la sinistra, prima con mesi di ostruzionismo parlamentare e poi con un referendum, nel quale fu sconfitta.
Eppure, anche elementi così rilevanti nella storia sociale di questo paese non hanno avuto il peso degli accordi siglati da sindacato, Confindustria e governo agli inizi degli anni '90. Accordi il cui risultato è leggibile benissimo nei dati forniti dalla "Banca dei regolamenti internazionali": a metà degli anni '90, i profitti sfondano il muro del trenta per cento. Superano quella soglia. Da allora in poi, le imprese si sono prese più di un terzo del prodotto interno lordo.
Anche qui, la spiegazione, forse, è più semplice di quel che si possa pensare. Certo ci si riferisce a fenomeni internazionali, a tendenze dell'economia globale che si sono affermate nel corso di decenni. Ma che pure sono "leggibili" nel nostro paese in fatti concreti. Databili con esattezza. Nell'estate del '92, la trattativa a tre, decise di eliminare la scala mobile. Quel sistema automatico di protezione dei salari che compensava le buste paga dagli effetti dell'aumento del costo della vita.
Di più, l'anno successivo, il 23 luglio - data che dà il nome all'accordo - gli stessi protagonisti (sindacato, imprese e governo) decisero, di fatto, di mettere un tetto ai salari. Si decise che gli aumenti delle buste-paga, nei rinnovi contrattuali, sarebbero stati legati solo all'inflazione programmata. E si parla di aumenti contrattuali, siglati ogni tre anni se va bene, non annuali.
A conti fatti, i salari sono così risultati l'unico "elemento" economico sotto controllo. I prezzi hanno continuato a crescere, le tariffe pure, la spesa pubblica, la spesa sociale a ridursi. Ma le buste-paga hanno dovuto fare riferimento solo all'inflazione programmata.
Per essere ancora più chiari: nel giro di poco tempo, meno di un decennio, venti milioni di persone hanno visto ridursi - e consistentemente - gli strumenti che si erano inventati a tutela dei loro redditi. Prima la contingenza - appunto, la scala mobile - poi il valore economico del contratto nazionale. Anche allora - esattamente come avviene in questi giorni - si disse, e lo dissero anche autorevoli dirigenti della Cgil, che la "perdita" su quei due versanti sarebbe stata compensata da un incremento della quota salari da redistribuire nella contrattazione articolata. Nelle vertenze di fabbrica. Non è stato vero, non è vero. La contrattazione articolata ha interessato meno del venti per cento dei lavoratori. Nulla, o quasi.
Così, i profitti si sono presi alla fine degli anni novanta un terzo del Pil. E non si sono fermati: due anni fa, nel duemila e cinque, la fetta era ulteriormente cresciuta. Era arrivata al trentuno e trentaquattro per cento. Di conseguenze le buste-paga, tutte le buste-paga, si sono dovute accontentare del sessantotto e sette per cento. Ai lavoratori va sempre meno, mettendoci dentro anche il "colpo" ricevuto col cambio della lira con l'euro. La Fiom ha calcolato che lo stipendio medio di un metalmeccanico oggi è di mille e duecento euro. In lire, sarebbe stato due milioni e trecentocinquanta mila. Non alto, ma dignitoso. Oggi mille e 200 euro non bastano. A nulla.
E non sembra finita. Non sembra proprio finita. Perché proprio in questi giorni le tre confederazioni hanno annunciato di aver raggiunto un accordo. Fra di loro, che non sarà difficile allargare anche alla Confindustria. Accordo che pomposamente chiamano di riforma della struttura contrattuale. Anche in questo caso, però, nulla di nuovo. Insomma: si va nella stessa direzione di sempre. L'idea è quella di trasferire ulteriori risorse verso la contrattazione aziendale, continuando a rendere sempre più sottile il contratto nazionale. Di più: l'idea, sostenuta da tutte e due le più grandi forze politiche che si sono "fronteggiate" in questa campagna elettorale, è quella di legare il salario alla produttività nelle aziende. Guadagni di più solo se produci di più, guadagni di più solo se l'azienda è in grado di produrre di più.
Sta per saltare, insomma, l'ultimo strumento, tenue, a difesa dei salari. E quel terzo di Pil intascato dalle imprese continuerà a crescere. Come è avvenuto in tante altre parti del mondo. Come è avvenuto nel paese del Sol Levante dove negli stessi venticinque anni, i profitti sono aumentati di nove punti, o in Spagna, dove in venticinque anni si è passati dal 27 per cento al trentatrè per cento.
Ma anche qui, forse vale la pena riflettere su un altro dato. Che lo spostamento di ricchezze verso le imprese se riguarda tutto il mondo, è meno accentuato - un po' meno accentuato - in alcune zone. In alcuni paesi. Su questo non arriva in soccorso lo studio della "Bri" ma occorre servirsi di altre fonti. La Germania, per esempio, dove la redistribuzione è un pochino meno vantaggiosa per le imprese. Vale la pena allora interrogarsi se in qualcosa, almeno in qualcosa, abbia pesato il modello contrattuale di Berlino. Quello difeso a spada tratta dal potente sindacato dei metalmeccanici tedesco. Difeso dagli assalti dei governi socialdemocratici prima e poi di Grande Coalizione. Quello che prevede il rinnovo annuale della parte salariale, quello che prevede ogni anno la definizione di un adeguamento delle buste-paga all'inflazione. Quella vera, non quella immaginata dai governi.
In Italia si sta scegliendo un'altra strada. E dire che appena poche settimane fa, in piena campagna elettorale, tanti - anche quelli che non avevano le carte in regola per farlo - mettevano l'accento sulla "questione salariale". Chi non ricorda le tante denunce sulla terza settimana? Sull'impossibilità per una famiglia su tre ad arrivare alla fine del mese? Ora è tutto dimenticato, ora si va in un'altra direzione. Lo fa anche il sindacato. Che sta trasformandosi sempre più in quello che un grande segretario della Fiom, che non c'è più, Claudio Sabattini chiamava "il sindacato di mercato". E gli indici economici si limitano a prenderne atto. Hanno vinto, insomma.


SE NON ORA QUANDO?

di RANX (30/01/2008 - 00:49) |







Il grido d'allarme lanciato ieri da Bankitalia sui salari fa breccia nel cuore dell'intera classe politica e dirigente italiana. Tanto da scatenare un vero e proprio "pressing", che si consuma nella cornice -poco rassicurante- della crisi di governo.
L'ALLARME DI PALAZZO KOCH - I dati snocciolati ieri da via Nazionale davano un'idea concreta della situazione di crisi in cui vertono i redditi delle famiglie con lavoratori dipendenti. Redditi bloccati da ben sei anni: secondo gli uffici di Draghi, infatti, dal 2000 al 2006 l'incremento dei bilanci delle famiglie con capofamiglia dipendente è stato di appena lo 0,3%, considerando l'aumento del costo della vita. Salari "sostanzialmente stabili", che danno la misura della fatica di arrivare alla fine del mese. Soprattutto se confrontati con l'incremento subìto dal reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo, che nello stesso periodo di tempo è stato del 13%.

Sempre secondo Bankitalia, il reddito familiare medio annuo del 2006 al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali ed assistenziali è stato di 31.792, pari a 2.649 euro al mese, ovvero un aumento del 2,6% in termini reali rispetto alla precedente rilevazione. Per le famiglie "dipendenti" è andata meglio nel biennio 2004-2006 segnati dal lievissimo aumento rispetto ai quattro anni di inizio millennio caratterizzati dalla riduzione dei salari, ma nessuna buona notizia, anzi.

CGIL E CONFINDUSTRIA - Redditi fermi e crisi di governo scatenano, per prime, le reazioni di sindacati e Confindustria, d'accordo sulla necessità di un governo di transizione. La ricetta degli industriali è sempre quella: salari in cambio di produttività, contratti da 2 a 3 anni. Lo affermava ieri Luca Cordero di Montezemolo, che nel ciclone della crisi -in cui il patron dei patrons ha smosso parecchie acque- tornava sulla riforma della contrattazione (la crisi "non può essere un alibi per non fare nulla"). Lo ribadisce in un'intervista sul Messaggero il vice Maurizio Beretta: "il quadro che emerge conferma ciò che andiamo dicendo da tempo, vale a dire che il Paese ha due grandi questioni, quello della bassa crescita nel suo complesso e quello della bassa produttività. La prima dipende dalla seconda". La risposta dei sindacati grida la necessità di un aumento nelle buste paga del Paese, ma segue altre formule. Per Epifani, infatti, "l'obiettivo non si ottiene solo con la produttività, perché se si opera solo su quel versante i salari medi si abbassano, mentre noi li dobbiamo alzare". E sempre dalla segreteria nazionale della Cgil, Marigia Maulucci aggiunge: "la vera emergenza nazionale è quella di ridistribuire verso il lavoro dipendente una parte consistente delle entrate aggiuntive che, secondo i dati diffusi oggi dal ministero dell`Economia si cominciano a registrare da gennaio".

REDDITI, MINISTRI E LOFT - Il tema della redistribuzione degli extragettiti sui salari è diventato il leitmotiv delle richieste che la Sinistra ha portato sul Quirinale nel weekend. Sabato Mussi e lunedì Giordano hanno dichiarato a Napolitano di voler puntare su un governo a breve termine che si ponga come obiettivo la riforma elettorale -da attuarsi sulla base della bozza Bianco- e la redistribuzione dei tesoretti provenienti dall'ottimo lavoro svolto dalla GdF. Sul tema è tornato oggi il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero: "i dati di gennaio confermano la crescita delle entrate che il governo Prodi ha ottenuto in virtù della seria lotta all'evasione fiscale. Questo risultato non deve essere mangiato dal bilancio dello Stato ma deve essere restituito ai lavoratori e ai pensionati, gli unici che in tutti questi anni hanno sempre pagato le tasse fino all'ultimo centesimo". Sostanzialmente d'accordo nel merito anche il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che ha ricordato il suo commento negativo sulla crisi di governo ("è stato doppiamente sbagliato"), ed ha assicurato le sue priorità nel caso in cui fosse l'esecutivo Prodi a traghettare l'Italia alle elezioni: redditi e sicurezza sul lavoro. Ma non i tavoli di concertazione: "rientra in un campo non consentito" dallo svolgimento delle pratiche di normale amministrazione.

La questione dei redditi dipendenti diventa così uno dei temi fondamentali della precaria agenda politica, anche nel caso di elezioni anticipate. I salari salgono sul podio insieme alla riforma elettorale, tanto ha potuto l'allarme di Draghi, su cui è tornato anche il leader del Pd Veltroni: "non c'è solo l'urgenza delle riforme, ma anche quella dei salari", ha commentato l'inquilino del Campidoglio e di piazza Sant'Anastasia, per il quale "grazie al lavoro che ha svolto il governo Prodi ci sono le risorse finanziarie per poter fare una politica di sostegno ai salari e alla produttività".
Farla si, ma quando? La risposta al Colle.

DISUGUAGLIARE ET IMPERARE

di RANX (26/01/2008 - 14:43) |








L'Italia? È il paese delle disuguaglianze e delle divisioni: quelle tra generazioni, per via della situazione difficile vissuta da tutti coloro che hanno meno di 40 anni e che sopravvivono a fatica tra lavori più o meno precari. Quelle tra Nord e Sud, tra gruppi sociali, tra chi si trincera nelle case bunker perché sente il proprio benessere minacciato dalla mancanza di sicurezza e da una sempre più evanescente legalità e tra chi considera il benessere un miraggio. Aumentano i "working poors", le famiglie che pur lavorando non riescono a garantirsi un reddito sufficiente. Aumenta il sommerso, generato dall'illegalità ma anche dal bisogno, vale a dire dalla necessità di troppi di garantirsi un reddito supplementare. Complessivamente, gli italiani hanno troppi problemi per preoccuparsi di quelli del resto del mondo: da un sondaggio sull'ambiente emerge che la questione più urgente da affrontare nel nostro Paese è quella dei rifiuti, il riscaldamento del pianeta viene dopo.
È questo il tragico ritratto del nostro paese così come emerge dal Rapporto Eurispes 2008.

La politica ostaggio dei poteri forti
Tutte situazioni che tendono a peggiorare, dalle quali non si esce, perché, osserva l'Eurispes, "l'Italia è un Paese in ostaggio". "Un Paese - dichiara Gian Maria Fara - ormai prigioniero della propria classe politica che ha steso sulla società una rete a trame sempre più fitte impedendone ogni movimento, ogni possibilità di azione, ogni desiderio di cambiamento e di modernità, riducendo progressivamente gli spazi di democrazia e mortificando le vocazioni, i talenti, i meriti, le attese, le aspirazioni di milioni di cittadini". Ma la politica per l'Eurispes è a propria volta ostaggio "dei poteri forti, della finanza, delle banche, delle assicurazioni, delle grandi agenzie di rating, del sistema della comunicazione e dell'informazione, delle mille corporazioni che caratterizzano la storia ed i percorsi del nostro Paese". "La politica di oggi - conclude l'Eurispes - sta ai poteri forti e alla finanza come i bravi a Don Rodrigo e i campieri ai baroni siciliani".

Italiani e istituzioni sempre più distanti
In un quadro così desolante non stupisce che la fiducia degli italiani verso le istituzioni sia in forte calo. E  tra le istituzioni si annoverano la Chiesa, la scuola, la pubblica amministrazione e anche i sindacati - ma sono i partiti ad essere percepiti come "extraterrestri", lontani anni luce dal rappresentare gli interessi e i bisogni dei cittadini e, dunque, assolutamente inaffidabili per oltre la metà degli italiani. Il Rapporto segnala come nell'ultimo anno ben la metà degli italiani - soprattutto di centrodestra - sia diventato meno fiducioso nei confronti delle istituzioni. Il capo dello Stato è l'unico soggetto istituzionale che nel 2008 ottiene i consensi della maggioranza dei cittadini (58,5 per cento), sebbene in calo rispetto all'anno precedente di quasi cinque punti. Al secondo posto c'è la magistratura (42,5 per cento), in lieve ripresa rispetto allo scorso anno. Neanche a dirlo, "decisamente negativi i risultati relativi al Governo: solo un cittadino su quattro vi ripone fiducia". Si tratta perlopiù di giovani (18-24 anni), abitanti del Sud (85,6 per cento) e delle isole (84,5 per cento). Di pari passo, in netto calo anche la fiducia per il Parlamento: poca per il 75,3 per cento degli italiani, nessuna per il 28,7 per cento. partiti, che riscuotono il consenso solo del 14,1 per cento degli italiani. Insomma, "la quota più alta di cittadini dichiara di non fidarsi di nessuno (41,4 per cento): né dei politici né dei personaggi esterni alla politica". E la fiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni si traduce in un allontanamento dalle urne: il 77,1 per cento dichiara di andare sempre a votare alle elezioni a fronte di un 81,5 per cento del 2006. I più assidui frequentatori delle urne sono soprattutto al Nord-Ovest (84 per cento) e fra gli elettori di sinistra e centrosinistra (84,5 per cento e 86 per cento).

L'economia: mai così tanti pessimisti
La perdita del potere d'acquisto, i salari tra i più bassi d'Europa, l'aumento vertiginoso dei prezzi dei beni, anche quelli di prima necessità, il ricorso al credito al consumo come forma di integrazione al reddito, non possono che portare gli italiani a considerazioni sempre più fosche sulla nostra economia, e infatti aumentano di 15 punti i pessimisti (erano il 51,9 per cento nel 2007, adesso sono il 69,5 per cento). Inoltre il 78,5 per cento degli italiani "nutre pessimismo e sfiducia nella situazione economica che si prospetta nei prossimi 12 mesi". Per il 47,7 per cento il quadro economico è destinato a peggiorare: si tratta del sentimento di pessimismo più alto mai registrato dai sondaggi dell'Eurispes negli ultimi 6 anni.

Solo poco più di un terzo arriva alla fine del mese
Il 32,1 per cento degli italiani, secondo un sondaggio pubblicato nel Rapporto, registra lievi segnali di peggioramento economico per il proprio nucleo familiare, mentre il 13,7 per cento ritiene che si tratti di peggioramenti di più marcata entità. Solo poco più di un terzo delle famiglie italiane (38,2 per cento) riesce ad arrivare tranquillamente alla fine del mese. Nel 2006 tale percentuale era pari al 56,4 per cento, nel 2007 al 51,6 per cento. Solo il 13,6 per cento riesce a risparmiare, contro il 25,8 per cento del 2007 e il 27,9 del 2005. "Il totale delle persone a rischio di povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante - si legge nel Rapporto - si possono stimare circa 5.100.000 nuclei familiari, all'incirca il 23 per cento delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui". Di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni.

Cresce il sommerso
Ma per tante famiglie tirare la cinghia non basta, e allora scatta il secondo lavoro, rigorosamente in nero. Gli italiani, scrive l'Eurispes, sono "stakanovisti per sopravvivere: il sommerso nel nostro Paese va ad integrare i redditi nelle famiglie". Come? Secondo le stime dell'Istituto l'economia sommersa ha generato nel 2007 almeno 549 miliardi di euro, una cifra equivalente alla somma del Pil di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria. L'Eurispes stima 6 milioni di doppiolavoristi tra i dipendenti che producono annualmente circa 91 miliardi di euro di sommerso. Mentre è altra cosa l'economia criminale (anch'essa sommersa...) che secondo l'Eurispes produrrebbe annualmente circa 175 miliardi. Raddoppiano dal 5 al 10% le famiglie che ricorrono a prestiti personali e solo il 13,6% alla fine del mese riesce a risparmiare qualcosa. In un anno la situazione economica delle famiglie "é decisamente peggiorata". Quasi la metà degli italiani registra un peggioramento del proprio budget (per il 32,1% lievi segnali e per il 13,7% calo più marcato).

E si paga tutto a rate, dal frigorifero al dentista
E' boom per il credito al consumo. "Nessun dinamismo economico, solo necessità", commenta l'Eurispes. E infatti si comprano così non solo elettrodomestici o mobili ma anche viaggi e libri scolastici. Accettano pagamenti a rate ormai anche i medici.
Il credito al consumo pro capite in Italia è pari a 1.495 euro, mentre il rapporto tra consistenza del credito e Pil è pari al 5,8 per cento (ancora inferiore a quello di altri Paesi occidentali). L'ammontare del credito al consumo nel primo semestre 2007 è aumentato del 17,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Gli italiani si indebitano soprattutto per acquistare elettrodomestici (22,2 per cento) e automobili (19,6 per cento) ma anche per cure mediche (5,1 per cento), vestiario e calzature (4,1 per cento), viaggi e vacanze (2,3 per cento) e materiali o libri per la scuola (0,9 per cento).

Lavoro, quattro morti bianche al giorno
Sono circa quattro al giorno le vittime bianche in Italia. Lo rileva l'Eurispes nel Rapporto Italia 2008 mettendo in evidenza che "il fenomeno interessa tutti i comparti economici". L'età media degli infortuni mortali si aggira sui 37 anni. Per quanto riguarda invece gli infortuni dal 2003 al 2006 il numero totale è passato da 997.194  a 927.998 con un'incidenza maggiore nel comparto dell'industria e dei servizi.

20 mln i sottopagati, 6 i doppiolavoristi.
"I salari italiani sono tra i più bassi d'Europa", rileva l'istituto spiegando che guadagnano il 10% in meno dei tedeschi, il 20% in meno degli inglesi e il 25% in meno dei francesi. "Diminuire la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e agire sulla struttura temporale della contrattazione": queste le indicazioni che arrivano dall'istituto.
Prendendo in considerazione il periodo 2000-2005, "mentre si è registrata una crescita media del salario a livello europeo del 18 per cento, nel nostro Paese i lavoratori dell'industria e dei servizi (con esclusione della Pubblica Amministrazione) hanno visto la propria busta paga crescere solo del 13,7 per cento". Nel 2004 e nel 2005 le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono state superiori solo a quelle greche ed appena inferiori a quelle dei colleghi spagnoli, mentre dal 2006 l'Italia è superiore solo al Portogallo. E' nata così da tempo una nuova categoria, quella dei "working poors", lavoratori poveri, "persone che pur avendo una occupazione professionale - spiega l'Eurispes - hanno un tenore di vita molto vicino a quello di un disoccupato".

Un milione e mezzo di lavoratori "flessibili"
I lavoratori parasubordinati attivi, cioè con almeno un contratto l'anno, sono in Italia un milione e mezzo. Di questi, oltre il 70 per cento collabora esclusivamente con un'impresa. I collaboratori e assimilati, che sono circa un milione, hanno un reddito medio imponibile di 8.334 euro l'anno, e la loro età non supera i 37 anni. Per i collaboratori a progetto il reddito scende nella maggior parte dei casi sotto i 5.000 euro annui.

Crescono gli  "usuranti": 1,5mln meriterebbe tutela
Cresce la lista dei lavori usuranti che interessava, in base al decreto Salvi del '99, sette tipologie di lavoratori. Con il Ddl sul welfare, per il 2008 la lista si arricchisce di nuove categorie, come gli operai addetti alla catena di montaggio o i turnisti a ciclo continuo con mansioni notturne.
Per quanto riguarda i turnisti, una stima che include quelli occupati nell'industria, nei servizi e nel commercio, ma non quanti lavorano nei trasporti, parla di 700mila lavoratori. Di questi, tuttavia, solo una parte lavora a ciclo continuo con turni notturni: il 14,2% degli uomini ed il 7,2% delle donne. Nel complesso, si legge nel rapporto Eurispes, "si stima che i lavoratori meritevoli di tutela potrebbero essere 1-1,5 milioni di persone, considerando, oltre alle categorie incluse nel decreto Salvi, i turnisti e i lavoratori impegnati nel ciclo continuo (anche di notte) o alla catena di montaggio.

I "bamboccioni" sono  sette milioni
A questa categoria, coniata da Padoa Schioppa, appartengono circa 7 milioni di italiani, soprattutto maschi. Secondo il rapporto Eurispes, i giovani tra i 18 e i 34 anni che nel 2006 vivevano ancora insieme ad un genitore raggiungevano i 7 milioni e 368 mila. Questo è vero soprattutto per i 25-29enni: il 59,1 per cento dei giovani inclusi in questa fascia d'età vive ancora in famiglia e sono, soprattutto, uomini. I dati sull'occupazione spiegano il presunto "mammismo" dei ragazzi italiani: solo il 40 per cento dei 20-25enni ha un lavoro, contro il 60 per cento del resto d'Europa.

Le carceri, sempre più "discarica sociale"
Le carceri? Una discarica sociale. Gli istituti di pena, rileva il Rapporto, sono "sempre più piene" e snocciola le cifre: "al 31 dicembre 1990 i detenuti, nel nostro Paese, erano 25.000 circa, al 31 luglio 2006 (prima dell'indulto) avevano raggiunto il numero di 63.000", e "in poco più di 15 anni, si è avuto un balzo da 25 a 63mila presenze".
Secondo le rilevazioni del ministero dell'Interno, c'è stato un calo dei reati commessi pari a 145.043. Il numero dei delitti rimane, tuttavia, molto elevato (2.791.279), ma sono in calo i reati cosiddetti "predatori" (scippi e furti), le rapine, le violenze sessuali, gli incendi, le estorsioni, i reati legati agli stupefacenti e gli omicidi. Sul totale delle persone detenute, si legge poi nel Rapporto Eurispes, "circa il 33% sono straniere e circa il 27% sono tossicodipendenti". Quanto ai reati commessi, i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti sono intorno al 15%, quelli per reati contro il patrimonio il 31%, quelli per delitti contro la persona il 15%.
Marginali sono le cifre riguardanti l'associazione di stampo mafioso (3% circa), addirittura infinitesimali quelle per i reati dei cosiddetti "colletti bianchi".

L'Italia armata
Ma, il senso d'insicurezza è alto, tant'è che nelle case circola un vero e proprio arsenale bellico "parallelo". Sono circa 10 milioni le armi legali presenti in Italia, con almeno quattro milioni di famiglie in possesso di almeno una pistola. Nel nostro Paese nel 2007 4,8 milioni di persone, pari all'8,4% della popolazione totale, detengono un'arma da fuoco corta o lunga, da caccia o da tiro a segno o ancora da difesa.
Sono 34mila i privati che posseggono un porto d'armi, ai quali si sommano le oltre 50mila guardie giurate, i circa 800mila cacciatori con licenza per abilitazione all'esercizio venatorio e i 178mila permessi per uso sportivo (tiro a volo o tiro a segno). Altri 3 milioni di italiani hanno denunciato, invece, la presenza di armi in casa, ereditate o inservibili.
Si stima che ogni anno in Italia si producano 629.152 armi, con una proporzione di detenzione di un'arma ogni dieci persone. Un giro d'affari con cifre che sfiorano i 2 miliardi di euro tra produzione e indotto (abbigliamento, oggettistica, accessori). Una fabbricazione che raggiunge percentuali significative: le armi lunghe prodotte coprono il 70% dell'offerta europea, per le armi corte la percentuale scende al 20%; un business, dunque, quello italiano tra tradizione e tecnologia, con un considerevole epicentro a Brescia, dove l'incidenza percentuale di produzione nazionale in quest'area - che raccoglie 143 imprese del settore armieristico - sfiora addirittura il 90%.
Si collocano in cima alla lista delle città più armate nel 2007, Torino e Milano, seguite da Roma e provincia, con circa 2 milioni di armi regolarmente detenute su un totale di 10 milioni di "pezzi" presenti sul territorio nazionale.

Il Bel paese fa acqua 
Siamo il primo paese consumatore di acqua nell'Unione europea e tra i primi al mondo (dopo Giappone, Canada, Usa e Australia). Si consuma quasi 8 volte l'acqua usata in Gran Bretagna, 10 volte quella usata dai danesi e 3 volte quella consumata in Irlanda o in Svezia. La disponibilità pro capite ammonta attualmente a 928 metri cubi annui: in media, ogni abitante consuma il doppio delle quantità di acqua rispetto all'inizio del 1900, mentre globalmente il consumo mondiale di acqua è circa decuplicato nell'arco di un secolo.
Questo accade mentre il 65% della popolazione mondiale si trova sotto il livello minimo indispensabile di acqua potabile, e in particolare il 30% circa della popolazione mondiale (almeno 1,4 miliardi di persone) si trova in condizioni di grave insufficienza o di livelli minimi di sussistenza.
Si pone, secondo l'Eurispes, una grande questione che riguarda l'uso e il consumo di acqua nel nostro Paese. Secondo i dati dell'Irsa-Cnr, in Italia, come negli altri Paesi mediterranei dell'Europa, l'uso non civile dell'acqua impiega il 49% di questo bene per il settore agricolo, seguono il settore industriale con il 21% e quello energetico con l'11%. L'uso civile giustifica il prelievo del restante 19% della disponibilità totale.
Ma l'alto consumo è correlato allo spreco: infatti il 42 per cento in media del volume d'acqua erogato in Italia viene disperso. Secondo i calcoli dell'istituto di ricerca, il volume di acqua perso corrisponde a 10.550 metri cubi al chilometro, cioè circa un terzo di litro al secondo per chilometro. I valori rilevati spaziano tra un valore minimo del 22 per cento in Piemonte a un massimo del 73 per cento nell'area abruzzese-marsicana.

La voglia atomica? Meglio nel giardino del vicino
Sostanzialmente divisi su sue fronti, da una parte, il 30,3% degli italiani si dichiarano favorevoli al nucleare come soluzione per risolvere la crisi energetica, dall'altra una percentuale quasi paritaria, il 26,8%, afferma di essere contrario per i rischi che questa scelta comporterebbe. Allo stesso modo, se c'è un 12,5% di intervistati che si dichiara favorevole, a patto che le centrali vengano installate lontano dalla zona in cui vivono. C'è anche una percentuale identica di contrari, che credono che non sia una soluzione rapida per risolvere i problemi (12,4%).

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