La segretaria generale della Fiom, Maria Sciancati, è stata sospesa perché non ha cacciato via da una assemblea pubblica un lavoratore, peraltro delegato, espulso dalla Cgil. Il fatto non sussiste. Non c'è una norma che imponga di cacciare dalle assemblee i lavoratori che non piacciono ai sindacalisti. E' il segno di una torsione autoritaria, di intolleranza nella vita dell'organizzazione e una sorta di richiamo al serrare le file. Onestamente non scomoderei i Gulag, che rappresentano ben altre tragedie. Negli anni '60 la Cgil si aprì agli apporti di tutti i lavoratori. Se avesse invece adottato questo stile di gestione il sindacato dei consigli non sarebbe nato e al suo posto ci sarebbe stata una valanga di espulsioni.
Entriamo nel merito, alla fine il contratto nazionale anche se non viene cancellato viene parecchio ridimensionato.
Il documento parte dall'idea, profondamente sbagliata, che i guai ai salari dei lavoratori in questi anni siano venuti perché c'era troppo contratto nazionale. La verità è che ce ne è stato troppo poco, perché il contratto nazionale doveva subire la gabbia della concertazione. Invece che liberare il contratto nazionale dalla concertazione si vuole liberare la concertazione dal contratto nazionale. Nell'Italia delle piccole aziende, del lavoro frantumato e precario, ridurrne il peso significa rompere la solidarietà tra i lavoratori a favore di un'aziendalismo che premierà solo una minoranza.
Aziendalista?
A parole tutti sostengono ora che l'intesa difende il contratto nazionale. Però scopriremo, un minuto dopo che si aprirà il tavolo, che non è così. La Logica di questo documento è la stessa che ha portato all'abolizione della scala mobile; che allora diceva "bisogna ridurre il peso dela scala mobile per avere più contrattazione". Oggi si dice, l'accrescimento del salario avviene solo sul cosiddetto salario per obiettivi. Per capirci, il contratto nazionale non può far crescere i salari. Di più, la premessa ideologica del documento dice che il miglioramento delle condizioni di reddito dei lavoratori si fa attraverso la crescita della qualità e della competitività delle imprese. Quindi, per essere chiari si accetta la politica dei due tempi, prima la produttività e poi i salari. Si accetta lo slogan bipartisan, sostenuto in campagna elettorale sia da Berlusconi sia dal Pd, per cui per distribuire la ricchezza bisogna produrla. In nessun punto del documento si dice o si parla di redistribuzione della ricchezza. Si dice che la contrattazione nazionale dà un minimo e il resto uno se lo deve guadagnare in azienda. Anche la contrattazione territoriale che viene esaltata come stumento per estendere il secondo ilviello di contrattazione a chi non ce l'ha viene stravolta in questa logica e diventa il cavallo ruffiano delle gabbie salaiali. Infatti, in questa logica essa può essere conquistata solo se assorbe da un lato spazio al contratto nazionale e dall'altro diritti e poteri alla contrattazione aziendale.
La Cgil obietta che almeno ha ottenuto regole democratiche certe.
Penso invece che si vada verso un modello centralizzato e burocratico delle relazioni sindacali e privo di reale democrazia. Perché i contratti nazionali verranno in realtà decisi dalle confederazioni che stabiliranno con le controparti, in quello che negli anni '60 la Cisl chiamava accordo quadro, quale è l'inflazione a cui riferirsi. Il contratto nazionale viene così svuotato, in alto dagli accordi centralizzati a livello confederale e in basso non dalla contrattazione aziendale ma dal salario legato alla produttività e al merito. Chiamo questo il ritorno a una forma di cottimo. Cioè ad un salario che discrimina un lavoratore dall'altro. Infine, voglio sottolineare che il tanto esaltato accordo sulla democrazia è regressivo, rispetto almeno alla cultura della Cgil. Perché si cancella anche l'ipotesi che i lavoratori votino sulle piattaforme; perché la consultazione certificata, che non è il referendum, si fa solo sugli accordi, senza forma di partecipazione al negoziato. E poi perché vengono mantenuti tutti gli inaccettabili privilegi del sindacalismo confederale a partire dalle quote riservate per le Rsu. Il modello è quello che ha portato alla ratifica del luglio 2007.
C'è un filo rosso che lega il clima bipartisan sul lavoro e l'azione che il Pd sta esercitando sulla Cgil?
Il documento è negativo, ma la trattiva che si preapara lo è ancora di più perché nasce su una campagna bipartisan a favore della flessibilità del salario e dei diritti e prefigura un accordo che è solo a perdere. Per dirla in sintesi invece che correggere i danni del '93 si preapara un accordo che li aumenta, con più concertazione e più flessibilità del salario. La Cgil subisce tutta questa impostazione perché è guidata dalla paura dell'isolamento. In questo la situazione è davvero opposta al 2002. Oggi la Cgil firmerebbe il Patto per l'italia e temo che firmi anche un accordo peggiore di quello. Il risultato elettorale è invece il motivo per cui oggi la Cgil dice sono costretta a sedermi con Sacconi e la Marceglia e devo prepararmi ad accettare quello che passa il convento. E' questa paura ciò che produce intolleranza verso la diversità dei comportamenti e il bisogno di normalizzazione. Ma anche per questo dico, questa paura va contrastata. Occorre impedire l'omologazione del sindacato e in particolare della Cgil al quadro politico. Bisogna respingere i tentativi egemonici sulla Cgil da parte del Partito democratico senza riproporre alcun collateralismo politico, neanche con la crisi della sinstra radicale. Tra l'altro, importanti dirigenti della Cgil che alle elezioni avevano scelto l'Arcobaleno ora si schierano con Epifani. Il nodo è sindacale, ovvero l'indipendenza del sindacato. Oggi la Cgil paga la mancata autonomia da Prodi. E rischia di farlo nella maniera peggiore di fonte all'attacco della Confidunstria e di Berlusconi. Per questo io vedo la battaglia che si apre prima di tutto come una grande battaglia di autonomia e indipendenza. Come diceva Di Vittorio, dai padroni, dai governi e dai partiti.

La Nokia ha recentemente deciso di spostare la sua produzione tedesca di cellulari in Romania, sebbene la produttività tedesca sia quasi cinque volte quella romena, quasi 50 dollari all'ora contro circa 12. E' evidente la contraddizione tra questi fatti e la richiesta che Ichino, con un ampio fronte confindustriale, porta avanti, dalle pagine dei maggiori quotidiani, di legare la retribuzione alla produttività, allo scopo di risolvere i problemi dell'economia e dei lavoratori italiani. Infatti, alla luce delle sue argomentazioni, la decisione della Nokia risulterebbe irrazionale. Ma così non è e, invece, il caso della Nokia dice molto sui meccanismi reali di funzionamento delle imprese.
Ma andiamo per ordine. Innanzi tutto, l'obiettivo del capitale non è la produttività in sé, ma l'aumento dei profitti. Infatti, la produttività non è altro che il valore monetario prodotto in un'ora dal singolo lavoratore. Il profitto, invece, essendo la differenza tra tutti i costi di produzione - compreso il salario dei lavoratori - ed il prezzo di vendita del prodotto, è quello che veramente importa ai fini del bilancio aziendale. Se la Nokia, quindi, sposta la produzione in Romania è perché lì i profitti risultano più alti, dal momento che i salari orari sono più bassi, per l'esattezza 4 euro contro i 28 della Germania, compensando così ampiamente la minore produttività oraria. Ciò che interessa veramente alle aziende non è la produttività oraria del lavoratore, bensì il rapporto tra salario e valore del lavoro complessivo erogato. Inoltre, esiste una produttività oraria ed una produttività assoluta, che deriva dalla lunghezza della giornata lavorativa, che, per l'appunto, è in Italia, anche per il ricorso massiccio agli straordinari, più lunga che nel Nord Europa: 225 ore l'anno più dei tedeschi. Invece, la produttività oraria dipende da due fattori: l'intensità (i ritmi) e la forza produttiva del lavoro. L'aumento della prima è più facile da ottenere, in tempi di facile ricattabilità dei lavoratori. La seconda richiede elevati investimenti in ricerca e sviluppo, che si traducono in processi lavorativi più efficienti, ma anche in prodotti migliori o innovativi. Cose che costano, e per questo in Italia si è preferito fare maggiore affidamento su salari bassi, straordinari e aumento dei ritmi di lavoro. In questo modo, le quote di mercato delle imprese italiane sui mercati internazionali si sono ridotte, ma, in compenso, i profitti sono cresciuti, visto che i salari relativi si sono ridotti, ampliandosi il divario relativo tra i salari ed i profitti.
La reintroduzione, propugnata da Ichino, del salario a "cottimo", proporzionale alla quantità di beni prodotti si inserisce in questa radicata tendenza. Il cottimo, infatti, non è altro che la forma di salario più adeguata agli interessi dell'impresa, adeguata cioè ad aumentare l'intensità del lavoro ed il suo sfruttamento, rendendo, in sovrappiù, superfluo il controllo sul lavoro operaio da parte dell'impresa. Sarebbe il lavoratore a stesso a controllarsi da solo, nel tentativo di raggiungere un livello adeguato di salario, che comunque tenderebbe a crollare, perché la moltiplicazione della tensione lavorativa applicata alla produzione renderebbe superfluo l'ingresso di nuovi lavoratori e, quindi, aumenterebbe i disoccupati ed i sottoccupati, con il conseguente aumento della pressione sul mercato del lavoro e sui livelli salariali. Legare il salario alla produzione vuol dire aumentare la produttività diminuendo i salari, anziché innovando prodotti e metodi di produzione. Inoltre, per molte mansioni, non manifatturiere e legate ai servizi, specie quelli alla persona, non è possibile definire "quantitativamente" la produttività. Il "merito" risulta così definibile solo "soggettivamente", cioè secondo il punto di vista dell'azienda.
La polemica di Ichino (che non dimentichiamolo ha appena sicolto positivamente il nodo della sua candidatura nelle liste del partito democratico), negando che il rapporto tra salario e profitto deriva da rapporti di forza tra classi sociali, si inserisce nell'attacco alla contrattazione collettiva nazionale. Non a caso, il presidente di Federmeccanica, Calearo, ha rivendicato, insieme all'aumento della produttività, il fatto che "Il contratto nazionale deve essere solo una salvaguardia minima". Una risposta adeguata ai tempi sarebbe l'estensione della contrattazione salariale all'ambito europeo, che potrebbe essere favorita anche dalla recente tendenza all'aumento dei salari nominali e reali nell'Europa dell'est.
*questo articolo è stato pubblicato dal settimanale la Rinascita della Sinistra

Il lavoro salariato torna alla ribalta della cronaca nazionale, sull'onda del caro-euro, del protocollo sul welfare, della trattativa per il contratto collettivo dei metalmeccanici, dei morti sul lavoro quotidiani, grazie (si fa per dire) alle sette torce umane della Thyssen-Krupp. Segno dei tempi, l'impoverimento progressivo dei lavoratori subordinati viene imputato a cause monetarie (euro) o fiscali (troppe tasse) o internazionali (crisi dei mutui, aumento del petrolio). Non sfiora i più, sembra, il fatto che il salario venga determinato dai rapporti di forza tra prestatori di lavoro e detentori dei mezzi di produzione; né come la fiscalità sia l'altra faccia del welfare: meno tasse, meno servizi pubblici. La politica di questi ultimi anni dei governi di destra e di sinistra è andata nel senso di finanziare guerra (le tante "missioni di pace"), apparati repressivi (aumento degli organici e degli stipendi delle tante "polizie" italiane), grandi opere (appalti dai costi incalcolabili che rendono anche se non portati a termine, già solo a livello progettuale e che se cantierati determineranno flussi di denaro senza precedenti). Il ceto politico-sindacale che governa si alimenta con il controllo della spesa pubblica e si autoperpetua attraverso le alchimie istituzionali, in primo luogo la legge elettorale, altro tema caldo. Pare evidente che la fatica a tirare avanti e l'esasperazione che di giorno in giorno aumenta deve trovare uno sfogo e la diminuzione della pressione fiscale appare come l'operazione più semplice: una quota di salario viene liberata per i consumi, il costo del lavoro per l'azienda resta invariato (basso, tra i più bassi d'Europa), la quota parte di tasse non introitate viene coperto dalle maggiori entrate (tesoretto), dalle tasse sui consumi (IVA), da tagli alle spese sociali. L'altra soluzione prospettata è "lavorare di più per guadagnare di più": quindi aumentare la produttività con miglioramenti del ciclo, del "processo", ma con un aumento dell'intensità dell'uso dei macchinari, con aumenti quantitativi e non qualitativi. Per mantenere inalterato il tenore di vita, in caso di aumento dei prezzi, per comprare la stessa cosa si deve lavorare di più. Anche qui, i prezzi, il costo della vita, paiono dati di fatto indiscutibili, "naturali", intorno ai quali non si possono porre domande. Il conflitto tra capitale e lavoro è obliato, vero capolavoro della democrazia ai tempi del Pd, partito che nasce, per sua definizione, equidistante tra capitale e lavoro: ma chi si dice equidistante da chi sta sopra e da chi sta sotto, sta sempre dalla parte di chi sta sopra, la neutralità tra due soggetti in rapporto squilibrato non esiste. Ancora una volta ci troviamo a ripetere che solo articolando un punto di vista autonomo, cioè parziale, di parte, il lavoro salariato potrà iniziare, lentamente, a riacquistare peso specifico nel conflitto tra le componenti della società. In questo senso appaiono vuoti i discorsi sulla "rappresentanza" del mondo del lavoro, stante l'autonomia (quella sì) del politico rispetto alla questione e al conflitto sociale: sull'altare del "governo" dell'intera società (cioè della continuità del ceto politico-sindacale dominante) in questi mesi (l'esempio è eclatante e se ne farebbe volentieri a meno) sono stati ancora una volta sacrificati gli interessi materiali di coloro che lavorano e vivono del loro salario. Ora, con le manovre di inizio anno ed il protagonismo mediatico della questione salariale, si mistifica la realtà di sfruttamento che resta intatta, puntando sul bisogno di maggior reddito delle famiglie, promovendo piuttosto maggior sfruttamento (più straordinari) a fronte di nominali aumenti retributivi (il risparmio fiscale sarà "pagato" con meno servizi). Rifiutare questo approccio significa rifiutare di restare ingabbiati nelle maglie di chi cerca di occultare ancora una volta il radicale conflitto tra capitale e lavoro. La battaglia inizia dall'articolare una progettualità diversa, dal lottare per essa quotidianamente, dal rifiuto di snervare il lavoro salariato nella finta prospettiva della "democrazia reale" in cui siamo immersi.
W.B.Umanita' Nova

Era ormai una specie di tormentone. Tutti a parlare di salario e di operai sull'orlo della fame. Illustri accademici impietositi, banchieri compassionevoli. Lacrime sui funerali di Torino e sui nuovi morti che hanno inaugurato il 2008. Sembrava un grido di battaglia, su imitazione di Liza Minelli: "Money Money!". Magari ignorando che non di solo pane vive l'uomo. Ha bisogno anche di diritti. A cominciare da quelli che servono a tutelare la propria vita. Senza delegare a nessuno questo compito.
Ma il tormentone salariale è cominciato subito ad affievolirsi, a rincorrere tanti "se" e tanti "ma". Ci vuole la produttività, la flessibilità. Magari bisognerebbe lavorare come alla acciaieria torinese per dodici ore al giorno. Magari bisognerebbe dire che i soldi li prenderanno solo quelli che riescono a fare la contrattazione nella propria azienda. E le risorse? Qui si suggerisce un'operazione magica. Quale? Ridurre il peso del contratto nazionale. È semplice. Tanto le piccole aziende sono l'ottanta per cento delle imprese e qui la contrattazione aziendale non si fa perché non c'è nemmeno il sindacato. Certo si potrebbe spedire in quelle imprese un piccolo esercito di delegati imposti dal governo. Oppure fare un decreto che impone la contrattazione aziendale. Oppure costringere con mezzi leciti gli imprenditori recalcitranti a concludere accordi territoriali.
Nessuno pensa di fare come in Germania dove si discute di imporre un salario massimo ai manager e un salario minimo intanto per i postini, domani per gli altri. Demagogia diranno i nostri fautori del mercato, Dio assoluto. Nell'attesa agli operai non resta che sperare nelle misure fiscali promesse da Prodi e Damiano e cantare come Liza Minelli:
I work all night,
I work all day,
to pay the bills
I have to pay.

Misurare la felicità degli individui e dei gruppi sociali sarebbe un esercizio esposto a rischi di fallimento concettuale, oltre che di capziosità. Tuttavia, rovesciando l'approccio e procedendo per esclusione, si può tracciare almeno un contorno sfumato della questione.
Mettiamo, per esempio, di escludere che si possa essere felici quando non si sa se il mese dopo i soldi disponibili basteranno a sbarcare il lunario. O chiediamoci se lo si possa essere avendo un lavoro che garantisce, almeno, il pane ma nega molta libertà e condanna a un sicuro logoramento psicofisico. Oppure, immaginiamo di appartenere alla minoranza danarosa, ma nel frattempo, dai e dai, seduti su un Suv gigante dentro città-camere a gas, si finisce in preda alla dilagante epidemia di cancro che si accompagna all'espansione sfrenata del modello consumista. Al massimo potremo curarci meglio.
In altre parole, possiamo farci un'idea sulla divergenza, ormai messa a nudo da numerosi studiosi, fra gli strumenti di quantificazione della salute economica e le reali condizioni di benessere delle società. Il Prodotto interno lordo indica una crescita che avviene, però, a danno sia della salute pubblica sia dell'ambiente naturale i cui guasti (vedi l'effetto serra), a loro volta, si abbattono con nocività variabile sul corpo sociale e in genere i primi a soccombere sono i meno abbienti. Un mercato che registra aumenti di produzioni di automobili e di carri armati, viene celebrato come un dato positivo sull'altare della crescita economica e dei suoi rigidi dogmi: ma la realtà empirica potrebbe essere un Paese coinvolto in un conflitto bellico o devastato dalle polveri sottili e altri simpatici effetti collaterali del modello neoliberista (in proposito, giusto per menzionare uno slogan che va di moda in questi giorni, verrebbe da chiedersi se la «questione settentrionale» sia data più dalle urgenti liberalizzazioni della pizza al taglio o dalla zona rossa, fra le più contaminate d'Europa, che segna larga parte del nord d'Italia, fra industrializzazione selvaggia e traffico impazzito).
Sia pure annacquata nella perdita contemporanea dell'idea di «limite» e di «senso» dell'agire umano, emerge la necessità di distinguere tra «progresso», inteso come avanzamento del benessere diffuso (in cui la soggettività non diventi negazione di quella altrui), e «sviluppo», cioè mero accoglimento dei processi mercantili (la logica per cui il nostro stare bene dipende ineluttabilmente, per esempio, da un treno ad alta velocità che sfreccia tra Lisbona e Kiev passando per la val di Susa). Qualche strumento utile alla riflessione attorno a questo tema enorme, quanto scomodo ed eluso, dovrebbe venire dal convegno internazionale «Politiche per la felicità», in corso da oggi a domenica alla Certosa di Pontignano, promosso dall'Università di Siena. Economisti, sociologi e psicologi si confronteranno, con sana declinazione interdisciplinare, su una delle grandi rimozioni della nostra epoca.
E potrebbero aiutarci a chiederci se c'è speranza che all'infido Pil, un giorno, si sostituisca la Fil: felicità interna lorda...

Il tema della qualità dell'occupazione e della qualità del lavoro attraverso una sua organizzazione più umana. Le macroscopiche contraddizioni che la politica attuale non sembra minimamente cogliere. La necessità di una sinistra di governo capace di dialogare con la società civile e interpretarne i movimenti
Ciò che contraddistingue oggi il mondo del lavoro è la cattiva qualità dell'occupazione, del mercato del lavoro, insieme con la cattiva qualità dell'organizzazione del lavoro per coloro che un'occupazione ce l'hanno. Della qualità dell'occupazione sono testimoni gli 8-9 milioni di lavoratori che hanno un'occupazione precaria, ossia incerta, instabile, revocabile a volontà del datore di lavoro. Circa 4 milioni di persone sono precarie per legge. Oltre 2 milioni di esse (dati Istat) sanno con certezza che a una certa data si troveranno senza lavoro, ma non sanno affatto se e quando ne troveranno un altro. Sono i lavoratori dipendenti con un contratto a termine. Mezzo milione lavora suo malgrado a tempo parziale, quando vorrebbe lavorare a termpo pieno. Un altro milione è formato da varie figure contrattuali atipiche: co. co. co. (che ancora esistono nel pubblico impiego, grande fabbricante di lavoro precario); collaboratori a progetto (come la legge 30 ha ri-etichettato i co. co. co.); lavoratori in affitto ovvero in somministrazione; persone che svolgono lavori occasionali, apprendisti e altre figure, incluse le partite Iva imposte dal datore di lavoro. Molti di essi hanno un reddito annuo assai inferiore alla media, perché tra una occupazione e l'altra non ricevono alcun salario, oppure percepiscono solamente la cosiddetta indennità di disponibilità, che equivale a meno di un terzo del salario medio. A parte la carenza di altre tutele e diritti (sanità, maternità, ferie), la maggior parte di questi lavoratori va incontro ad una pensione miseranda, dell'ordine del 30% o meno di un salario medio.
Altri 5 milioni di persone sono invece precari perché tenuti al di fuori della legge. Lavorano in nero nell'economia sommersa.. Per poco meno di due milioni si tratta di persone che lavorano regolarmente, a tempo pieno, in una situazione del tutto irregolare dal punto di vista fiscale e contributivo. Tre milioni sono le persone che svolgono, a tempo parziale ma sempre in nero, una massa di secondi e terzi lavori equivalenti ad oltre un milione di lavori a tempo pieno. Una parte di coloro che lavorano in nero lo fanno sicuramente per convenienza. Ma una parte rilevante lo fa perché questo è il lavoro che propongono le aziende, piccole e grandi, oppure perché dinanzi all'offerta di retribuzioni che sono sì regolate da un contratto, e però non superano i cinque euro l'ora, l'interessato preferisce riceverne dieci in nero.
Quanto ai salari, si sa da tempo che quelli italiani sono i più bassi tra i maggiori paesi della Unione europea. Inoltre, diversamente da quanto è avvenuto in Francia, Germania e Regno Unito, essi sono quasi fermi, in termini reali, da una dozzina d'anni. Alla stagnazione dei salari in Italia hanno concorso parecchi fattori, il principale dei quali è la scarsa produttività del lavoro. A sua volta ciò è dovuto sia al limitato contenuto tecnologico della produzione, sia, in misura non minore, ad un'organizzazione del lavoro che sebbene sia stata concepita decenni addietro, è tuttora dominante nelle aziende. Essa è caratterizzata dall'intento di non utilizzare qualifiche professionali elevate, e meno che mai è idonea a sollecitare o a lasciare spazi sul lavoro per forme diffuse di formazione permanente. Questo tema - sono così passato a parlare di qualità del lavoro in senso stretto - era un grande tema del dibattito sindacale, della politica, della sociologia industriale nei lontani anni '60. Da decenni tale tema pare essere scomparso da tutt'e tre gli ambiti. Mentre il suo oggetto, una qualità del lavoro povera di contenuti, inadatta a qualsiasi percorso formativo, in sostanza alienante, è più diffuso che mai.
Esistono infatti anche oggi numerosi modi di lavorare fortemente parcellari e ripetitivi. Sebbene in varie situazioni essi non siano più formalmente soggetti alla tirannia impersonale di un ufficio tempi e metodi, si configurano tuttora come lavori di tipo tayloristico. Siamo usi parlare a non finire di post-fordismo, di fine della catena di montaggio, dell'avvento dei lavoratori della conoscenza. Sta di fatto che nell'industria italiana, come in numerosi altri comparti, esistono milioni di lavori che in realtà appaiono rientrare in pieno tra quelli strutturati dai canoni del taylorismo. Magari è scomparso il cronometrista, per essere sostituito da un computer che ha la medesima funzione di controllo. Nell'industria alimentare, per dire, dalla macellazione al confezionamento, centinaia di migliaia di persone lavorano con severi vincoli di ritmo e di movimenti corporei che l'ingegner Taylor ammirerebbe. Nei servizi si incontrano lavori che in certi casi non sono soggetti ad uno studio preliminare dei metodi, dei tempi e dei movimenti, come il taylorismo prescriveva. Tuttavia in essi accade che il flusso ininterrotto della operazioni da svolgere per produrre sempre "giusto in tempo", sotto la pressione delle file di clienti in attesa (si pensi alla ristorazione rapida), delle chiamate telefoniche (si pensi ai call centers), dei dati che scorrono sullo schermo del PC (si vedano gli operatori di borsa), impone agli addetti dei tempi strettissimi, oltre che estremamente rigidi. Se non è questo il momento adatto per reinserire ai primi posti, nell'agenda della politica, le condizioni di milioni di persone male occupate, e di altri milioni che per tutta la vita svolgono lavori di povera qualità, non si vede quando esso potrà arrivare.
Il tema della qualità del lavoro, del lavoro quotidiano, rinvia inoltre ad una macroscopica contraddizione che la politica attuale non sembra minimamente cogliere. Essa dà per assodata la necessità di allungare di molto l'età della pensione. Al tempo stesso molte aziende, appena avvertono qualche difficoltà, tendono a licenziare, mettere in mobilità lunga, o avviare al pre-pensionamento, buon numero di lavoratori e lavoratrici quarantenni. Da parte loro le aziende in sviluppo preferiscono non assumerli. I giovani costano meno e sono freschi di studi. Chiunque abbia superato i 40 è oggi consapevole che ai primi segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di licenziamento sarà difficile trovarne un altro di pari livello professionale ed a parità di retribuzione. Ma perché mai, ci si dovrebbe chiedere, i quarantenni sono considerati in massa non più occupabili? Forse perché sono "tecnologicamente obsoleti"? La risposta è che l'organizzazione del lavoro dominante non riproduce le competenze professionali a mano a mano che le consuma, come si dovrebbe fare alla luce di una concezione "ecologica" del lavoro e dell'intelligenza. Le imprese non hanno alcun interesse a procedere in tale direzione; né la politica si preoccupa di ricordare loro che la contraddizione in parola è una delle più rischiose, sotto il profilo sociale e politico, tra quelle che si osservano nella società italiana.
Lo sviluppo di forme più stabili e dignitose di occupazione, della produttività, dei salari, della qualità del lavoro, nonché la risoluzione della contraddizione tra licenziamenti facili e pensioni difficili, richiederebbero una appropriata politica industriale, dotata di un forte radicamento territoriale. In Italia, anche nel centrosinistra, parlare di politica industriale fa subito gridare al ritorno dell'economia pianificata, dello stato che compra e fonda aziende, limita la libertà d'impresa, comanda e controlla, finendo per soffocare l'economia. In realtà tutti i governi dei paesi avanzati elaborano e perseguono linee di politica industriale, intesa - secondo una vecchia definizione americana - come una politica implicante la formulazione di scopi per specifici settori o industrie e sforzi coordinati per raggiungerli. Una politica per cui lo stato, non da solo bensì dialogando con le imprese, sceglie le industrie e i poli territoriali da sviluppare, concentrando su di essi le risorse disponibili anziché disperderle a pioggia come fa da decenni lo stato italiano; provvede al coordinamento tra pubblico e privato; incentiva la ricerca; promuove la formazione professionale e l'istruzione superiore. In tale direzione si muovono i governi anzitutto degli Stati Uniti, ma anche quelli di Francia e Germania, dei paesi scandinavi, perfino - per alcuni aspetti - della iperliberale Gran Bretagna. Fin qui si tratterebbe in fondo di imparare da quel che fanno gli altri. Ciò che di nuovo la sinistra dovrebbe introdurre nella politica industriale è l'obbiettivo di un sostanziale miglioramento della qualità dell'occupazione, e al medesimo tempo della qualità del lavoro attraverso una sua organizzazione più umana.
L'idea, o meglio il progetto, d'una formazione politica che punti a coinvolgere tutti i settori della sinistra riveste nell'immediato una grande importanza. E' importante anche soltanto come effetto d'annuncio, come pubblica dichiarazione. Nel momento in cui si costituisse formalmente il Partito Democratico, e la sinistra apparisse tacitamente adagiata nella sua frammentazione in quattro o cinque spezzoni, destinati magari ad aumentare con le scissioni, il risultato sarebbe certo. Vorrebbe dire che la sinistra in Italia è politicamente finita, non solo come forza potenziale di governo, ma anche come forza critica capace di dialogare con la società civile e interpretarne i movimenti. E la destra governerà per cinquant'anni.
L'impegno manifestato da Sinistra Democratica volto a costruire, con larga partecipazione collettiva, un Movimento che ambisca a riunire tutte le forze di sinistra è quindi vitale. Ed è un impegno al quale ho deciso di offrire il mio contributo.





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