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CARCERI 98 - LUOGHI DI LAVORO 1000...(CONTINUA...)

di RANX (24/10/2008 - 00:01) |



Dall'inizio del 2008 sono morte nelle carceri italiane 98 persone. L'ultimo censimento risale al 15 ottobre scorso (fonte Ristretti orizzonti ). Nei casi di morte recensiti sotto la voce «malattia», il dato non è in grado di dettaglaire ulteriormente i decorsi e le caratteristiche delle malattie che hanno portato alla morte e dunque non dicono tutto sulla carenza di cure che spesso accelerano irrimediabilmente gli stati patologici dei reclusi. Un episodio eclatante è stato quello di Franco Paglioni , affetto da sindrome Aids e deceduto in condizioni ignominiose lo scorso settembre nel carcere di Forlì. In realtà i dati raccolti nel dossier non riescono a dirci l'intera verità poiché si tratta d'informazioni (tutte verificate) raccolte in modo autonomo, sulla base di notizie di stampa o fornite da altri detenuti o familiari. Esiste un sommerso che il Dap tiene opportunamente sotto silenzio o dissimula all'interno di statistiche poco decifrabili. Almeno 37 sono i morti per «suicidio», una dicitura spesso di comodo sotto la quale si celano altre terribili circostanze come la vicenda di Stefano Brunetti , denunciata dall'ufficio del garante dei detenuti del Lazio. Arrestato ad Anzio l'8 settembre scorso, morì in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Ora la famiglia ha presentato querela contro ignoti per omicidio colposo. Dall'autopsia sarebbe emerso, secondo quanto riportato dal legale Carlo Serra, che Brunetti «è morto per un'emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Manifestamente è stato pestato. Anche per il caso di Marcello Lonzi , morto nel 2003 nel carcere di Livorno, la procura dopo anni di denunce da parte della madre ha finalmente deciso di riaprire un'inchiesta troppo sbrigativamente archiviata. Due agenti e l'ex compagno di cella risultano indagati. Per le molteplici morti violente in carcere e nelle questure, l'Italia è sotto accusa daparte di alcuni organismo internazionali e dalla commissione europea sulla prevenzione della tortura.

FUORISINCRO

di RANX (10/08/2008 - 10:57) |






«Secondo me le affermazioni del ministro Castelli sulle morti bianche sono una messinscena. Come se tutti quelli che fanno politica oggi dovessero per forza dire qualcosa, nel bene o nel male, come se ci fosse un copione da rispettare: abbiamo il potere e dunque parliamo. Il paradosso è che, almeno al Nord, molti operai un tempo legati alla sinistra hanno votato Lega», dice Pietro Bolla, autore con Monica Repetto di ThyssenKrupp Blues, il film che il 5 settembre sarà presentato a Venezia nella giornata dedicata alle morti bianche, insieme al film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi. Più indignata la reazione della Repetto: «Non sono un' esperta, non so se la cifra delle morti bianche sia a due, tre o quattro zeri, ma per me anche un solo numero è una vita perduta e morire in quel modo, morire per lavorare, è un oltraggio alla dignità dell' uomo». ThyssenKrupp Blues racconta la storia di Carlo Marrapodi che, ricorda la Repetto, «avrebbe dovuto far parte di un film corale di RaiTre sugli operai negli anni 2000. Nel montaggio è rimasta fuori, insieme ad altre storie: pensavamo di farne un altro film così abbiamo continuato a seguire Carlo. Per il rapporto che abbiamo stabilito con lui, per la sua potenza sulla scena, l' energia, l' onestà e la forza vitale, lo abbiamo raggiunto dopo la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. Pur raccontando la vicenda privata di Carlo, ThyssenKrupp Blues è diventato anche un film di denuncia». Il film racconta l' inizio del declino della fabbrica, la manifestazione del giugno 2007, l' incontro con il sindaco Chiamparino, fino alla decisione della cassa integrazione per 150 operai, Carlo compreso, che non riuscendo a vivere a Torino con lo stipendio dimezzato, torna in Calabria, al suo paese. è impressionante la consapevolezza che c' era già allora, sulle condizioni ad alto rischio in cui gli operai erano costretti a lavorare. E le condizioni erano ancora peggiori quando, pur essendo la fabbrica in fase di smantellamento, la ThyssenKrupp decise di continuare la produzione. A ottobre 2007, Carlo è tra quanti rientrano a Corso Regina 400. «La storia di Carlo è la storia di una solitudine che va oltre la tragedia della notte tra il 5 e il 6 dicembre a Torino. è la storia di una classe lasciata sola nel silenzio della sinistra, persino Chiamparino non dice più niente. I professionisti della politica non sono più capaci di parlare e, quando parlano, sembrano tutti fuori sincrono», dice Bolla che vive nella provincia di Torino dove fa il capostazione. «Non sono un cittadino, sono figlio di un panettiere, vengo dalla cultura contadina, la fabbrica l' ho osservata sempre dal di fuori come la osservavano i torinesi, andavo a scuola a due passi dal Lingotto, vedevo i treni e i pullman carichi di operai addormentati in viaggio verso il turno del mattino. Adesso non ci sono più». All' inizio degli anni Ottanta, dopo la marcia dei 40 mila - «C' erano Lama e Carniti ma vinse la Fiat» - cominciò l' interesse di Bolla per le storie degli operai. Il primo film era "Ai confini della realtà" e raccontava «da una parte la dura ristrutturazione della Fiat in termini tecnologici e un processo di automazione che tendeva all' eliminazione degli operai, dall' altra quelli che la subivano, che, gettati fuori dal processo produttivo, si dovevano riciclare. Fu un momento molto duro, fu l' inizio della fine di un' appartenenza e della disgregazione dell' orgoglio della classe operaia. Quello che è accaduto alla ThyssenKrupp è una delle conseguenze». Carlo Marrapodi ha una spalla coperta di tatuaggi, ha un piercing, porta un orecchino. «è un trentenne come tanti, non somiglia all' immagine tradizionale, anche ideale dell' operaio», dice la Repetto. «E come tutti i giovani aspirava a un rapporto equilibrato tra il tempo per il lavoro e quello per la vita. Oggi per lui c' è solo il tempo dell' incertezza, del dubbio sul futuro. Abbiamo volutamente raccontato la storia di un operaio che non è morto solo perché quel giorno di dicembre faceva un altro turno, eppure, attraverso la sua storia, credo che si possa capire esattamente il rischio che i lavoratori corrono in questa società». Una società in cui, dice Bolla, «la legislazione contro le morti bianche c' è ed è precisa. La prevenzione viene vissuta dall' industria come un obbligo, bisogna appendere i cartelli di pericolo, bisogna controllare le scarpe e l' abbigliamento, ma è solo una serie di pratiche burocratiche, di scadenze di controlli, di avvisi e comunicati da firmare. Ma non c' è e non si è mai sviluppata una cultura della prevenzione, e cioè una vera attenzione quotidiana alle condizioni di lavoro. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Per questo si continua a rischiare la vita ogni giorno». -

SI CAMMINA DI FRETTA

di RANX (01/05/2008 - 23:27) |




La morte sul lavoro di Angelo Galante, portiere 51enne di uno stabile romano, precipitato sul marciapiede da un’altezza di oltre 30 metri mentre stava procedendo alla pulizia dei vetri, e rimasto alcuni minuti riverso sul selciato con il cranio fracassato e lo straccio ancora stretto fra le mani, ha “fatto notizia” non tanto per la tragica dinamica dell’accaduto, quanto per il raccapricciante e surreale racconto di un gioielliere che dalla vetrina del suo negozio ha assistito alla tragedia.

Per alcuni minuti, mentre il gioielliere Paolo che conosceva bene la vittima tentava disperatamente di prestarle soccorso, la maggior parte dei passanti ha continuato a camminare frettolosamente come se nulla fosse accaduto ed alcune persone hanno scavalcato con noncuranza il corpo esanime senza mostrare alcuna attenzione per il poveretto, né palesare la minima emozione.

Racconti di questo tipo, fino a qualche tempo fa relegati nel novero delle leggende metropolitane concernenti le metropoli statunitensi, sempre più spesso stanno diventando parte di una cruda realtà anche nella schizofrenica cacofonia delle nostre città, dove la “massa” dei passanti inebetiti, sempre più schiava dell’ipercinetismo, sembra estraniarsi da tutto ciò che la circonda per rinchiudersi all’interno di migliaia di microcosmi atomizzati completamente impermeabili rispetto all’esterno.

La progressiva disumanizzazione dell’individuo che il racconto di Paolo mette a nudo nella sua dimensione più agghiacciante è parte integrante di un processo di “robotizzazione” della persona che nella società postmoderna sta raggiungendo livelli fino a qualche decennio fa inimmaginabili.

La crescita dell’individualismo di massa assurto allo status di valore universale, la perdita di qualsiasi senso di appartenenza ad una comunità, l’esasperazione della competizione divenuta l’unico strumento attraverso il quale rapportarsi con gli altri, la sempre più spinta mercificazione dell’esistente che determina la “cosificazione” dell’essere umano, sono solo alcuni dei fattori che stanno contribuendo a rendere possibili accadimenti come quello di ieri a Roma. Sempre più spesso l’uomo postmoderno è indotto a relegare la sfera dei sentimenti e delle emozioni (che lo rendono vulnerabile) in una sorta di universo virtuale, affrontando il contesto reale sotto forma di puro cinismo, funzionale ad ottenere il massimo risultato in quell’arena deputata alla competizione che costituisce la sua giornata.

Molte delle persone che hanno scavalcato il corpo di Angelo senza neppure degnarlo di uno sguardo, una volta tornate a casa saranno pronte a versare calde lacrime e valanghe di emozioni dinanzi alla rappresentazione virtuale costituita dallo schermo della TV, magari osservando la morte dell’attore di una fiction o un ricongiungimento famigliare strappalacrime costruito a tavolino. La maggior parte di loro stanno perdendo la propria umanità senza neppure accorgersi che qualcuno gliela sta rubando, per renderli sempre più efficienti e competitivi, sempre più adatti a costituire un perfetto ingranaggio della macchina che vive di produzione e consumo e gli ingranaggi non devono provare sentimenti ed emozioni, altrimenti potrebbero rompersi, come accaduto al gioielliere Paolo che al corpo esanime del portiere ha fatto caso eccome e intervistato dai giornalisti ha dichiarato sconvolto “Quella di stamattina è una tragedia, una immagine che non riuscirò a cancellare facilmente".

Marco Cedolin
ilcorrosivo.blogspot.com

Tag: lavoro,incidenti,sicurezza

EROI VS SQUALLIDI CRIMINALI

di RANX (13/01/2008 - 16:21) |








Un'analisi riservata interna sulla situazione politica italiana, sulle reazioni sindacali e sociali e sull'atteggiamento dei media all'indomani del rogo della ThyssenKrupp che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre è costato la vita a sette operai. Il documento — cui contenuti, se confermati, sembrerebbero testimoniare meglio di qualunque altro materiale l'atteggiamento assunto dalla casa madre tedesca nei confronti delle sue filiali italiane e in particolare dell'acciaieria torinese in via di dismissione — è stato sequestrato giovedì scorso a Terni nel corso delle perquisizioni sia in fabbrica sia nelle abitazioni private dei tre massimi dirigenti italiani (l'amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco Pucci) del gruppo già iscritti per omicidio e disastro colposo nel registro degli indagati. Nella nota, redatta in tedesco o forse tradotta in questa lingua proprio per renderne più rapida la lettura a tutti i manager interessati, si analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste — registrano i funzionari ThyssenKrupp — «una lunga tradizione sindacale di stampo comunista », e dove già negli anni precedenti alla tragedia le «condizioni ambientali» apparivano sfavorevoli al mantenimento dell'attività produttiva. Non mancano i cenni remoti alla storia italiana e torinese degli «anni di piombo», nei quali chi firma l'analisi ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista siano state scritte proprio a Torino ad opera dell'eversione.

Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.

Gli operai sopravvissuti al rogo e i compagni di lavoro delle vittime «passano di televisione in televisione » e vengono rappresentati «come degli eroi». Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro, dopo un'attenta analisi degli aspetti formali e delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine, nella lettera ritrovata all'interno di una valigetta nelle perquisizioni, si traccia anche un affresco della situazione politica italiana in generale, facendo notare come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che attraverserebbe comunque un periodo di «crisi», possa trarre vantaggio dall'estrema attenzione dei media sul rogo di Torino, che può esercitare, se non altro, un ruolo di calamita capace di distrarre l'attenzione dei lettori e dei telespettatori da altri e più urgenti problemi di politica interna

SOLUZIONI FISIOLOGICHE

di RANX (07/01/2008 - 23:30) |






L'ONU ha votato la moratoria contro la pena di morte ancora vigente i moltissimi Stati fuori dall'Europa. Però c'è uno Stato in questa Europa che contempla un'altra pena di morte, quella sul lavoro con il suo sistema economico e produttivo dettato dal liberismo nella parte del giudice e gli industriali di turno nella parte del boia.
Mentre il Governo e il Parlamento vestono le funzioni dell'ONU, decretando e legiferando intenti senza vincoli coercitivi contro i teorici e produttori di morte quotidiana, pensate che uno come l'industriale Emilio Riva, quello dell'acciaieria ILVA di Taranto e precedente proprietario degli impianti della Thyssen di Torino ha avuto la sfrontatezza, eversiva in uno Stato con una Costituzione fondata sul lavoro, di affermare che "Morire sul lavoro è fisiologico".

Questo "signore" (parliamo sempre di Emilio Riva) nel febbraio del 2007 è stato condannato a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto di Taranto.
Ovvio che questi "signori" non hanno usufruito dell'indulto, così odiato dai benpensanti, in quanto non si sono fatti neanche un giorno di galera. Pare, perché i media non danno nessuna notizia a quattro colonne e nei salotti di "Porta a porta" e "Matrix" su questa macrocriminalità legalizzata. Ovviamente, non si sputa nel piatto in cui ci si abbuffa!

UTILITA' SOCIALE

di RANX (15/12/2007 - 12:34) |






In Italia i morti sul lavoro sono come le ciliege, uno tira l’altro. I sindacalisti di partito e di governo, che sono più numerosi delle cavallette, stanno correndo ai ripari. Il ministro del lavoro “Damien” Damiano ha trovato una soluzione degna di Carcarlo Pravettoni. L’Inail, l’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni, ha un attivo di 12,4 miliardi di euro che vanno destinati “a scopo di utilità sociale”.
Con questo nuovo tesoretto Damiano vorrebbe premiare le aziende: “Potrebbe ritornare alle imprese come diminuzione del costo del lavoro, solo nel caso in cui fossero in grado di dimostrare che hanno diminuito o eliminato gli incidenti”.

Caro “Damien” Damiano altro che premio. Se le aziende non tutelano la sicurezza vanno chiuse. Chi ha meno assassinati sul lavoro ha uno sgravio? Se si scende da cinque a due vittime all’anno diminuisce la tassazione della società invece di mandare in galera i responsabili?
Dal sito dell’Inail:
“L'Inail persegue una pluralità di obiettivi:

- ridurre il fenomeno infortunistico
- assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio
- garantire il reinserimento nella vita lavorativa degli infortunati sul lavoro”.
L’Inail non ha come obiettivo premiare le aziende che fanno meno morti e feriti e neppure di essere una banca. Il suo bilancio dovrebbe essere in pareggio e i miliardi usati per le famiglie delle vittime e per indennità che consentano una vita decorosa agli infortunati. Quanto darà, per esempio, l’Inail alle vedove dell’inferno di Torino?
Se Robin Hood rubava ai poveri per dare ai ricchi, Damiano vorrebbe trasformare le protesi degli invalidi e gli assegni di invalidità in sgravi fiscali per le aziende. Damien sotto i capelli aveva il numero 666 della Bestia, “Damien” Damiano sotto la barba ha il numero di telefono di Confindustria.
LA RETE DEL GRILLO

SICUREZZA NAZIONALE

di RANX (25/11/2007 - 21:38) |





Tremate reazionari: crederete mica che sia senza conseguenze l'unilateralismo con il quale lo spazio stellato viene ascritto - con una certa nochalanche - a proprietà privata statunitense?
Intanto che Kant si fa paonazzo, gente di specie diversa - un po' meno barbudos, con qualche roccia scolpita dal vento a far da omaggio al José Martí del posto, e con un paio di crateri in sostituzione della Sierra Maestra - non prenderà bene la notizia.

Ma non è che quaggiù, tornando (?) seri, venga più comodo stendere un tappeto rosso al Military Commissions Act of 2006, firmato pressoché in accoppiata con l'atto d'occupazione che sancisce la "Politica nazionale dello spazio".
Dalla newsletter di Latinoamerica :una lettera dell'Associazione Statunitensi per la pace e la giustizia, in cui "ci si chiede se il Ministero degli Esteri italiano ha in programma di diramare un avviso per i cittadini italiani che intendono recarsi negli Stati Uniti [...] Tale avviso dovrebbe spiegare che la nuova legge lascia al presidente decidere, secondo una definizione vaga ed ambigua, chi è un "combattente nemico illegale" [...] Infine, l'avviso dovrebbe ricordare ai viaggiatori che nel gennaio del 2006 la Kellogg, Brown & Root, filiale del gruppo Halliburton, ha vinto un contratto per 385 milioni di dollari per costruire negli Stati Uniti centri di detenzione, le cui località non sono state rivelate, da utlizzare, come si legge in un comunicato stampa della KBR, per "lo sviluppo rapido di nuovi programmi".

Los cinquos, per dire, sarebbero tranquillamente "combattenti nemici illegali", e non c'è imbarazzo nel dire che il Military Commissions Act of 2006 legalizza la tipologia di trattamento riservata ai "cinque". O peggio: detenzione senza obbligo di fornire prove di colpevolezza, legalizzazione della tortura come strumento d'acquisizione di prove, processo militare e rifiuto del riconoscimento della protezione legale. Tra le altre cose. Mica un elenco di tutto ciò che non è la Democrazia, piuttosto un elenco di tutto ciò che la Democrazia può diventare.

È una delle leggi peggiori mai approvate nella storia americana [...] La gravità sta nel fatto che adesso il presidente può, con l'approvazione del Congresso, detenere a tempo illimitato persone a cui non è stata formulata alcuna accusa, sospendere le norme che impediscono gli abusi più terribili, consentire processi sulla base di dicerie, autorizzare giudici a emettere condanne a morte sulla base di affermazioni raccolte da detenuti picchiati e respingere petizioni formulate in base all'Habeas Corpus [...] Nulla potrebbe essere più lontano dai valori americani.
(Anthony Romero, ACLU)

Ora, il punto centrale non è la legalizzazione della tortura, per quanto già questa dovrebbe avviare ad una qualche riflessione (ricorda da vicino la dottrina fatta propria dai giudici dell'Inquisizione che - mezzo millennio fa, per il tramite delle torture - riuscivano a far confessare voli planati a cavallo di una scopa). È proprio il senso generale della legge, della dottrina che ne sta alla base, che dovrebbe quantomeno avviare ad una riflessione sul senso della Democrazia. Come funziona? Quante porte s'aprono - verso qualcosa che non saprei definire - anteponendo ad ogni proclama od infilando qua e lì, in una legge criminale, la religiosa formula che suona come "sicurezza nazionale"?

 

 

 

 

 

 

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