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RATIFICHE ED ALCHIMIE

di RANX (12/04/2009 - 10:28) |



La crisi mondiale è soltanto al suo inizio: dopo aver investito la finanza ora sta destabilizzando anche la cosiddetta economia reale, con conseguenze severe sulle condizioni di centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo che già vivono da decenni una realtà di estrema precarietà. 

In questo panorama cambia in Italia, come in molti altri Paesi, il rapporto tra lavoratore e sindacato e tra sindacato e azienda. Flessibilità della manodopera e salario, utilizzati come variabile dipendente dall’aumento della produttività – dello sfruttamento si sarebbe detto in altri tempi - sono i fondamentali su cui padroni e governo vogliono costruire un sistema di relazioni industriali/sindacali del tutto asservito alle necessità/compatibilità aziendali.

Una prospettiva a cui Cisl, Uil e Ugl hanno già dato il loro assenso e che la Cgil, per ragioni contingenti, oggi dichiara di voler contrastare. Un verbalismo senza progetto, la strumentalità evidente di chi, dopo aver contribuito a smantellare pezzo dopo pezzo conquiste, tutele e strumenti di contrattazione esigibili, oggi vede messo in discussione il ruolo del suo stesso apparato. Un apparato che freme dalla voglia di tornare al tavolo con Governo e Confindustria perché le regole sulla rappresentanza che la Cgil stessa ha contribuito a definire negli anni, negano fondamentali diritti sindacali a chi non firma i contratti.

Al “sindacato dei servizi” si accompagna ora il “sindacato notaio” chiamato semplicemente a ratificare contratti ritagliati sulle esigenze delle aziende.

Il conflitto non è compatibile con il consociativismo cui fanno appello le imprese: le esigenze di chi lavora devono sottostare a quelle dell’impresa e del mercato. Al sindacato viene offerto al massimo di entrare con il suo apparato nel business degli enti bilaterali e dei gestori di fondi pensione. 

E’ in questo contesto che anche noi dobbiamo ripensare strumenti della rappresentanza che non siano fini a se stessi, che non prevedano semplicemente l’estrema difesa di un indifendibile esistente.

Lo strumento principe in mano ai lavoratori è ancora il Sindacato nella sua più nobile accezione. Ma la conquista di condizioni di vita dignitose necessita di un sindacato in grado di costruire conflitto reale e non proclami velleitari. 

E’ indispensabile mettere da parte le alchimie “organizzative” e ragionare con estrema concretezza a partire dal fatto che le nuove generazioni entrate nel mondo del lavoro a partire dagli anni ‘80, hanno conosciuto solo il lato arrendevole, burocratico e concertativo dei grandi apparati sindacali e ne hanno giustamente disgusto. La mutata composizione sociale del lavoro dipendente, la frantumazione/contrapposizione alimentata ad arte tra i vari segmenti del mondo del lavoro (stabili e precari, nativi e migranti, operai e impiegati, pubblici e privati …) non può non  costringerci a sperimentare nuove forme organizzative e nuovi strumenti informativi che partano dal denominatore comune che a noi piace definire come “intercategorialità”.  

Per questo motivo crediamo sia indispensabile cogliere l’occasione, forse l’ultima in questo Paese per i prossimi anni, per accelerare il processo unitario tra SdL intercategoriale, Cub e Confederazione Cobas, a partire da un lavoro comune nei territori, per arrivare ad una nuova grande Assemblea nazionale che coinvolga nuovi settori di lavoratori, anche al di là delle aree già organizzate nei tre sindacati di base.  

E’ necessario farlo rapidamente: è indispensabile farlo con il rigore necessario ma senza riserve mentali, perseguendo con determinazione l’obiettivo, pena la distruzione certa di qualsiasi ipotesi di alternativa sindacale per i prossimi anni! Proviamoci qui ed ora! 

Fabrizio Tomaselli (Coordinatore nazionale SdL intercategoriale)

FUORITUTTI!

di RANX (17/02/2009 - 23:53) |




di Massimo Franchi-l'Unita'

 

La storia di oggi ha due Bartali. Il terzo protagonista giudicatelo voi.

 Ecco la storia. Surreale. Dicono ci sia un ex sindacalista che ha fatto carriera. Quando era sindacalista i lavoratori li difendeva. Adesso li licenzia. A ferragosto è toccato (per la seconda volta) a quello che aveva denunciato gli incidenti ai treni. (Per comodità lo chiameremo Dante). Sotto il sole d'agosto a Dante è arrivata una lettera: falsità e procurato allarme, a casa. Peccato che fosse il suo mestiere denunciare i rischi perché Dante è un Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. La vicenda si trascina e, nella sua magnanimità, l'ex sindacalista si è anche detto disponibile a revocare il licenziamento in cambio dell'abiura più totale. Dante ha deciso: niente da fare, la mia dignità non ha prezzo. E intanto un'inchiesta che conferma le denunce va verso la conclusione rischiando di ribaltare le certezze dell'ex sindacalista.

 Ma la notizia succosa è un'altra. Dicono sia accaduto qualche giorno fa. Dicono che un altro Rls, visto l'ennesimo treno spezzato, abbia denunciato la scarsa manutenzione. Si tratta di un "gran rompicoglioni", uno che sta lì (pensate un po') a contare i morti sul lavoro, a chiedere che i giornali ne parlino almeno quanto del Grande Fratello.

 Lo chiameremo Marco. Ebbene, Marco ultimamente ha scoperto le agenzie di stampa. Le tempesta di comunicati e ogni tanto riesce a farseli pubblicare. Bene. Accade che per un errore l'agenzia lo definisca Rls delle Ferrovie.

 Appena letto il lancio l'ex sindacalista va su tutte le furie. Ne chiede subito la testa. Lo fa cercare dagli stessi sindacati: "Dove lavora questo Marco? Lo voglio subito licenziare". Fa chiamare tutti, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Ma niente, nessuno lo conosce.

 Finalmente qualcuno lo informa. "C'è stato un errore, Marco non lavora nei treni. Non lo possiamo licenziare". Dicono che l'ex sindacalista si sia messo a piangere....

I FATTI VOSTRI

di RANX (17/02/2009 - 23:23) |




di Raffaele Sardo-   Articolo 21

Cinque colpi in rapida successione, sparati con una pistola 7,65 da un killer del clan dei casalesi, sette anni fa, misero fine alla vita di Federico del Prete, il sindacalista degli ambulanti.  Era il 18 febbraio del 2002. E anche allora c'era una temperatura molto rigida. Si consumò tutto in pochi istanti, alle 19,30, mentre Federico stava parlando al telefono con una persona nella sede del suo sindacato, in via Baracca a Casal di Principe. Pochi attimi. Entro un killer, sparò cinque colpi. Mirò allo stomaco e al torace. E per Federico non ci fu nulla da fare. Fuori lo aspettava una macchina. C'erano i suoi complici dentro. Tenevano il motore accesso. "Andiamo. E' fatta". Una sgommata e via. Nel giro di qualche minuto l'auto venne inghiottita dai vicoli. Probabilmente fatta sparire da qualche parte, smontata pezzo per pezzo o bruciata nella sterminata campagna che circonda Casal di Principe. L'obiettivo della camorra era raggiunto. Il segnale, per tutti quelli che avevano deciso di seguire Federico, era chiaro: fatevi i fatti vostri. Il giorno dopo sarebbe cominciato il processo contro il vigile urbano di Mondragone, Mattia Sorrentino, arrestato perché accusato di  riscuotere il pizzo nella fiera settimanale per conto del clan La Torre. L'aveva denunciato proprio Federico del Prete. Sorrentino, come ogni anno, a dicembre,  riscuoteva 500mila lire di "pizzo" da tutti gli ambulanti che frequentavano la fiera settimanale. Una "usanza" che i commercianti subivano da tempo, ma non avevano mai pensato di dover denunciare l'estorsione  per paura di ritorsioni.  Ora per quel delitto c'è anche un colpevole. Si chiama Antonio Corvino. E' un pentito.  Il 23 gennaio scorso è stato condannato a quattordici anni  di reclusione. La sentenza è stata pronunciata dalla seconda sezione della corte di assise del Tribunale di Santa Maria  Capua Vetere. Corvino, che ha beneficiato degli sconti di pena per i collaboratori di giustizia, è stato anche condannato al  risarcimento dei danni alle parti civili, ovvero ai figli e alla moglie di Federico del Prete e alle due associazioni dei commercianti (FAI ed Alilacco). Il pentito ha confermato che Federico del Prete venne ucciso perché si era messo contro il clan La Torre di Mondragone, ma non ha ancora chiarito chi sono i mandanti veri di quell'omicidio. In una delle prime udienze del processo, Antonio Corvino, tramite il suo legale, ha chiesto alla famiglia di Del Prete di voler essere perdonato per  l'assassinio di Federico. "Era uno che faceva delle cose giuste". "Ma io e la mia famiglia non intendiamo perdonare proprio nessuno". Ha risposto  a stretto giro Vincenzo del Prete, il primo dei dodici fratelli di Federico, che non si lascia intenerire dal pentimento, vero o presunto del killer. "Vogliamo solo che la giustizia debba fare il proprio corso. E accertare fino in fondo la verità. Chi sono i mandanti e quanti sono gli esecutori. Perché pare che fossero almeno in quattro. Quello che hanno fatto a Federico nessuno può dimenticarlo. Era un ragazzo d'oro e lottava per il bene degli altri. Ricordo che una settimana prima che venisse ucciso, ebbi occasione di parlare con mio fratello. Mi raccontò delle minacce. Gli chiesi di lasciare tutto e andare via. "Vattene in Venezuela -  gli dissi -  Mettiamo insieme qualcosa di soldi noi della famiglia e lì ci sono tante opportunità per ricominciare. "Non posso farlo" mi rispose "Non avrei più la forza di guardare in faccia le persone che hanno creduto in me". Ma mentre mi diceva queste parole, i suoi occhi  si riempirono di lacrime. Si alzò e se ne andò. Da allora l'ho rivisto solo a terra, morto, quella sera del 18 febbraio del 2002."     Ma le tragedie per la famiglia del Prete, sembrano non avere fine. L'11 febbraio scorso a Casoria è succiso Salvatore Del Prete, 22 anni, Nipote di Federico, il figlio della sorella che Vincenzo del Prete aveva adottato circa 18 anni fa, quando il convivente la uccise insieme alla madre che tentava di farle da scudo. Era insieme ad un pregiudicato orbitante nel clan Moccia di Afragola, Rocco Perfetto, 49 anni, sorvegliato speciale. Vincenzo del prete spiega la tragedia: "Salvatore non c'entra niente, non c'entra niente con la camorra. Hanno detto e scritto un sacco di bugie. Mio nipote era un bravo ragazzo. Aveva solo dato un passaggio all'altra persona che hanno ucciso. Sembra una maledizione quella della nostra famiglia  - dice Vincenzo mentre si strofina gli occhi per liberare il suo pianto -  Eppure noi siamo persone miti e tutti gran lavoratori. Con la morte del mio ragazzo ho rivissuto gli stessi momenti di dolore di quando fu ucciso mio fratello Federico, il 18 febbraio del 2002, a Casal di Principe. Salvatore – ricorda Vincenzo del Prete -  aveva preso il diploma all'alberghiero di Formia e lavorava in un bar in Piazza Carlo III. Voleva crescere in fretta. Avrebbe dovuto sposarsi in municipio. La sua fidanzata aspetta un bambino. Erano felici di questa scelta. E ora, invece…" Non ce la fa a continuare. Vincenzo abbassa gli occhi e ricomincia a piangere. "Ho nominato un avvocato difensore per  difendere la memoria di mio nipote. Non voglio che venga infangato il suo nome. Quello che abbiamo passato con mio fratello Federico, non si deve più ripetere. So come vanno queste cose. E anche dopo  la sua morte, abbiamo dovuto lottare per difendere la sua memoria. Spero solo che mi facciano fare i funerali in fretta." Ma il questore gli ha vietato i funerali pubblici e la famiglia del Prete ha fatto ricorso al Tar proprio per difendere l'onorabilità del ragazzo. Che nel momento in cui scriviamo è ancora all'obitorio in attesa di riposare in pace.

RI-COSTITUENTE

di RANX (31/12/2008 - 00:19) |




Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è l'ultima trovata di  Confindustria e dintorni: insistere ancora con la flessibilità del lavoro inserendola nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro



Un fantasma si aggira per il nostro paese. È la bassa produttività del lavoro, la bassa crescita, inferiore a quella degli altri, il declino economico e quindi sociale e civile. Si scopre che non solo siamo spesso in coda alle classifiche internazionali relative ai vari indicatori, anche a quelli di tipo qualitativi, ma come se non bastasse, tendiamo a scendere in queste classifiche.
Per la verità la questione non è di oggi e molti si sono accorti che questa realtà dura ormai da parecchi anni.
Fatto sta che ora leggiamo in autorevoli documenti che la spesa delle famiglie è bassa e tende a scendere, che la gente fa fatica ad arrivare a fine mese, perché sono basse le corrispondenti entrate, le retribuzioni, le pensioni, ecc.; una analisi di rara acutezza.

Ma ormai la vera questione non è più la constatazione dell'esistenza della crisi. C'è voluto un po' di tempo ma finalmente anche i soloni - che evidentemente stanno altrove - se ne sono accorti.
C'è qualcuno tuttavia - Confindustria e dintorni - che insiste ancora con la flessibilità del lavoro inserendola questa volta nella trattativa per la revisione del sistema delle relazioni sindacali, in definitiva con l'intento di ridurre le capacità del lavoratore di essere un interlocutore collettivo e come tale protetto da norme non dettate solo dal datore di lavoro.
Sull'onda di questo desiderio di Confindustria si muovono in soccorso anche autorevoli, o presunti tali, commentatori ed economisti con una serie di proposte.

In questa nobile gara c'è anche chi chiama in causa la nostra Costituzione. Secondo questi autori l'esistenza di persone con contratto a tempo indeterminato e persone variamente precarie configura uno squilibrio e una offesa a questa Costituzione. La soluzione non starebbe, come sembrerebbe ovvio, nella eliminazione delle condizioni peggiorative ma nella equa distribuzione degli svantaggi: in sostanza incominciamo tutti a lavorare come precari, poi con il tempo si vedrà.....
E questa dovrebbe essere, secondo questi autori, la posizione della sinistra se è vero - come è vero - che la sinistra ha un rispetto non rituale della nostra Costituzione.

Naturalmente si tratta di una ipotesi di cui non solo è dubbia la consiste logica ( l'ineguaglianza apparentemente eliminata con questa partenza precaria equo-distribuita, si ripresenterebbe l'anno successivo...) ma che crea stupore per la capacità di chiamare in causa testi come la nostra Costituzione che, come è noto, recita al'art. 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.". E che all'art. 3 ricorda che: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà, l'eguaglianza dei cittadini, ..." .
Riuscire a rendere "costituzionale" il precariato diffuso è una operazione che non ci sembra possa avere nemmeno il merito dell'arditezza intellettuale. Ci sembra che lo spirito di servizio dovrebbe avere nel decoro culturale un proprio limite e, se questo non è possibile, trovare il modo di evitare di offendere pensando che gli altri siano tutti imbecilli.

Tag: lavoro,diritti,contratto,sindacato,confindustria

L'ODORE DEL SANGUE

di RANX (18/05/2008 - 11:57) |



I padroni hanno sentito l'odore del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e «rituali d'altri tempi» come la contrattazione collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro del welfare (definizione a questo punto orwelliana), Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta padronale («relazioni industriali improntate all'identificazione con gli obiettivi di impresa») forza la retorica fino ad auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.

PORCPUTTN::::CHE CASINO....

di RANX (17/05/2008 - 00:36) |




«Se questa è la realtà, quella di un pesante arretramento, peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, non possiamo non interrogarci su cosa sta succedendo, quali sono i processi sociali, politici, istituzionali che tutto mettono in discussione con questa profondità, processi che hanno una dimensione planetaria. Non credo proprio che si possa dire che la salute del sindacato è buona se la salute di chi vogliamo rappresentare non è affatto buona». E' la frantumazione della solidarietà al centro dell'analisi, la contrapposizione tra lavoratore e lavoratore che scatena l'istinto famelico degli imprenditori. Altrimenti non si spiegherebbe la pervicacia con la quale Confindustria vuole arrivare a tutti i costi a un rapporto "individuale" con i dipendenti. Un modello che salta a piè pari la funzione del sindacato. L'interrogativo è se l'intesa unitaria argina questo processo oppure lo favorisce in tutto e per tutto indicando nella dimensione aziendale l'unico terreno dove il lavoratore può ricostruire l'unità del lavoro a cominciare dal salario.

FUORI BIS

di RANX (08/05/2008 - 00:17) |



C'è da augurarsi che altri non seguano la strada senza uscita imboccata alla Pirelli (fuoriuscita di delegati confluiti nell'UGL) e scelgano l'ingaggio in una battaglia dentro e per la Cgil. Ma nessuno può cavarsela con un sermoncino. Il fatto è che la rivendicazione di una soggettività del lavoro, diretta emanazione dei lavoratori, lungi dall'essere vissuta come una benedizione, è da troppi considerata un fastidioso impaccio a una gestione sindacale sempre più burocratizzata e autoreferenziale.
Non tutti sanno che il 30 gennaio scorso, su proposta del segretario generale della Filcem-Cgil, il Comitato direttivo di quella categoria licenziò una bozza di regolamento unitario per l'elezione delle Rsu, riformulandone prerogative e doveri. Il documento - approvato con 12 voti contrari e un astenuto - imprimeva una svolta radicale che, onde evitare il sospetto di interpretazioni di parte, merita una citazione letterale: «La Rsu, in quanto struttura unitaria del sindacato, lo rappresenta in tutti i posti di lavoro (...), attua le linee rivendicative e di gestione di Filcem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, promuovendo azioni conformi agli indirizzi deliberati dagli organismi di categoria (...), sostiene e promuove le iniziative del sindacato confederale». Secondo la nuova dottrina, dunque, la Rsu, eletta da tutti i lavoratori e legata a un mandato che da essi emana viene trasformata in una cinghia di trasmissione del sindacato confederale. La rappresentanza diretta dei lavoratori è cancellata e le si sostituisce il primato del sindacato esterno, depositario del potere decisionale, anche su materie contrattuali inerenti al luogo di lavoro. La Rsu dovrà solo adeguarsi. Sino al punto che «comportamenti difformi da questi principi possono costituire motivo per la decadenza della struttura». Quest'ultima, stupefacente ma quanto mai rivelatrice clausola sanzionatoria verrà poi cassata dal testo unitario, approvato il 12 febbraio scorso: persino ai «riformatori» dev'essere apparso di essersi spinti troppo oltre! Resta, immacolata, la prima parte, più sopra citata.
Quasi 40 anni di storia sindacale - quelli che dalla fine degli anni '60 hanno, sia pure fra contrasti e alterne vicende, salvaguardato un ruolo autonomo delle rappresentanze dei lavoratori - vengono triturati dentro un dispositivo che liquida ogni forma di democrazia di base, fondata sul riconoscimento che ai lavoratori appartiene una qualche forma di sovranità. Il sindacato torna a essere, con formale deliberazione, un'entità sovraordinata, giustapposta ai luoghi di lavoro. I delegati sono suoi commissari, perché solo in quanto tali è loro concesso di esercitare quella funzione. Siamo fuori da una concezione del sindacalismo che malgrado tutto continuava a considerare vitale la dialettica fra organismi esterni, fondati sull'adesione libera e volontaria e organi della rappresentanza universale dentro i luoghi di lavoro. Eppure, per quanto paradossale, questo radicale capovolgimento di linea (come altri agiti sul campo: si pensi alla possibilità di deroghe al contratto nazionale contemplata, guarda caso, proprio nel recente contratto dei chimici) non è mai divenuto oggetto di una qualsivoglia discussione nell'organismo dirigente confederale, occupato con tenacia a mettere all'indice il dissenso interno.
Non sono bei giorni, questi. Buon senso vorrebbe che li si affrontasse con grande apertura mentale e con la voglia di riaprire il circuito ostruito della comunicazione con i lavoratori. Chi si ostina a credere che la crisi della rappresentanza politica del lavoro non parli anche al sindacato commette un grave errore di presunzione. Non so se lo pagheranno i sindacalisti. Di certo lo pagheranno i lavoratori.

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