
I muri parlano chiaro: il punk non è morto. Lo si legge a tutt'oggi in ogni parte del mondo e, a giudicare dal segno lasciato dal movimento, la dichiarazione non sembra mentire. Il fatto che la storia d'una parabola gridata sia finita in teatro può sembrare il frutto di un errore di calcolo immenso da parte del movimento punk: nato in antitesi alla cultura ufficiale, ha finito per conquistarsi al suo interno uno spazio che probabilmente non aveva neanche preso in considerazione. In realtà questo dato conferma l'importanza che il punk ha rivestito e l'enorme influsso che continua ad esercitare sulle nuove generazioni che, lungi da farne roba da museo, sembrano cercarne nuovi utilizzi (il grunge ne è l'ideale prosecuzione e, assieme, un atto d'amore dovuto). Così "God Save the Punk", spettacolo teatrale di M.Odino, C.Giardina e A.Vinci si propone di offrire una panoramica viva e impietosa di quello che il punk rappresenta, con gli attori Nicole de Leo, Fabio Gomiero e Enrico Salimbeni ed un allestimento scenico su tre schermi curato da Sergio Gazzo che proietta lo spettatore negli eccessi senza censure di un intero periodo.
Il punk, come movimento sub-culturale, si sviluppa nel corso degli anni settanta in Inghilterra e negli Stati Uniti. Il significato della parola stessa è un termine inglese che sta ad indicare un qualcosa di scarsa qualità. Una delle peculiarità che contraddistingue tale movimento è l'unicità sotto la quale tutti gli aspetti che esso raccoglie finiscono per ritrovarsi: il punk è, assieme, rifiuto e dichiarazione, è politica, cultura, è musica. E nessuna di queste cose, nel manifestarsi, resta separata dalle altre. Un urlo che, a quasi un decennio dalle contestazioni del '68, rifiutava qualsiasi tipo di ideologia e che portava in sé la consapevolezza di una durata breve e impetuosa, con tutte le contraddizioni del caso che il movimento rappresenta: sintomatico è il fatto che l'apparato visivo del punk nasca in un negozio d'abbigliamento i quali proprietari sono lo scaltro manager Malcolm McLaren (quello che darà vita alla più grande truffa del rock'n'roll, i Sex Pistols) e di sua moglie, la stilista Vivienne Westwood. Nella musica il suo impatto sarà fortissimo: costruito attorno ad una ossessiva ripetizione di pochi e semplici accordi, con assoli praticamente inesistenti ed un rifiuto sistematico per i tecnicismi, il genere punk (che presenta numerose analogie ideologiche con il reggae, unico genere che sembra tollerare) si dichiara ufficialmente fuori dall'albero genealogico musicale fino ad allora tracciato (altra contraddizione: ci rientrerà a pieno titolo segnando un'epoca). Stooges, Sex Pistols, Iggy Pop, New York Dolls, MC5, Ramones, Television danno inizio alle danze. Gente come Lou Reed, Nico, Talking Heads, Patti Smith, Cure e Clash porteranno il genere ai livelli più alti riuscendo a traghettarlo, una volta distrutto dalla sua stessa spinta, verso nuovi lidi (di li a poco nasceranno generi come dark, new wave e più tardi il grunge, tutti debitori nei confronti del punk).
In Italia esempi tangibili di aderenti al movimento sono gruppi come i Gaznevada, gli Skiantos (che si inventano il demenziale nel nostro paese), gli sconosciuti Sorella Maldestra, Hitler SS, Tampax e, su tutti, i CCCP (poi Consorzio Suonatori Indipendenti) che dalle ceneri del genere inventano uno stile unico ed innovativo. Soprattutto una generazione di geniali fumettisti (da Pazienza a Tamburini) che finiscono per incarnare appieno la (non) filosofia punk, sposandone la causa, divenendone vittime consapevoli. Ancora oggi, a distanza di trent'anni, le tracce del movimento sono tangibili (con l'avvento della rete nasce il Cyberpunk, uno dei primi movimenti ad intuirne le enormi potenzialità) e vive. Dimostrando che l'unica leggerezza del punk fu quella di non rendersi conto di quanto quelle ceneri, ostentate agli albori degli anni ottanta, avrebbero continuato ad ardere.
Per info e prenotazioni:
www.teatrovascello.it





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