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COMPAGNI DI RANDELLO

di RANX (04/03/2009 - 22:38) |








Questo e' un prete LEFEBVRIANO che in piena coerenza con quanto affermano da sempre,possiamo dire, sfila e fa' il saluto fascista a gaudenti giovanotti(qualcuno mica tanto)che sfilano a mo' di parata circense per le vie di Bergamo insieme alle inseparabili spranghe,svastiche croci celtiche, caschi e occhialoni neri...(certo che quando sfilano gli "altri" sono dei terroristi e giu' mazzate come se piovesse dai celerini in anti-sommossa....) Ordunque bravo il ns. Razzing. che ha prontamente riaccolto all'ovile le pecorelle nazistelle rimaste fuori dal recinto, ma anche qui cosa diamine abbiamo da stupirci? Ancora 4 secoli dopo neanche un sommesso scusa al povero Galileo Galiei di cui celebrano un anniversario...e poi che forse non ci eravamo accorti della nube NERISSIMA che si e' stabilmente accasata su p.zza S. Pietro? Boia, dhe!!!

...CE NE SCAMPI E LIBERI!

di RANX (09/02/2008 - 21:20) |




[Ignacio Solares è uno dei maggiori scrittori messicani contemporanei, di forte impronta cristiana. Il presente articolo è tratto dal settimanale Proceso n. 1590, 22 aprile 2007. La traduzione è di V.E.]

CARMILLAONLINE


Per San Tommaso d’Aquino, ogni atto sessuale deve essere atto coniugale, e ogni atto coniugale deve essere atto procreativo. Qualsiasi trasgressione contro i comandamenti sessuali è per lui la lesione di un bene “divino”, poiché nel seme maschile è contenuta tutta la potenzialità della persona umana. Ne consegue che “dopo il peccato di omicidio occupa il secondo posto il peccato di impedire, in qualsiasi maniera, la procreazione” (Summa contra gent., III, 122).


Senza dubbio, il problema più grave che affronta oggi la Chiesa cattolica è che non può cambiare – non può muoversi – di fronte all’infallibilità dei suoi papi (e dei suoi santi, è chiaro) per quanto aberranti siano state le loro pronunce. L’eredità si trasforma in una zavorra fatale per la Chiesa. I papi ereditano tutti i peccati dei loro predecessori – a partire da San Pietro – perché “non possono sbagliare”. Quale altro peccato di superbia potrebbe essere paragonato a questo? Così, per esempio, c’è una linea diretta di pensiero da San Tommaso (metà del secolo XIII) a Paolo VI (metà del secolo XX), che nella sua enciclica contro la pillola afferma che la contraccezione è “tanto condannabile” quanto l’aborto. Con ciò, di un buon numero di aborti deve essere fatto carico ai papi, dato che costoro, nell’equiparare contraccezione e aborto, finiscono con l’asserire la banalità dell’aborto. Se, secondo Paolo VI, la contraccezione ha un peso pari a quello dell’aborto, se ne deve concludere che l’aborto ha tanto poco peso quanto la contraccezione. Può una qualsiasi donna sana di mente equiparare l’atto di abortire con quello di prendere una pillola, o di chiedere a suo marito di mettere un preservativo?


Una sola identica Chiesa, dal Medioevo a oggi. Basta ricordare una famosa udienza generale che tenne Giovanni Paolo II a Roma nel 1980, nella quale parlò dell’adulterio che “si perpetra in umbito coniugale con la propria moglie”, sulla stessa linea dell’agostinismo, tomismo, stoicismo, filonismo – vale a dire, dalla prospettiva dell’ostilità nei confronti del piacere.
Di Sant’Agostino è la dottrina relativa al modo e alla maniera in cui il peccato originale si trasmette ai bambini, vale a dire, a tutti gli uomini. Dice che quando i primi uomini disobbedirono a Dio e mangiarono il frutto proibito, “si vergognarono di se stessi e coprirono le loro parti sessuali con foglie di fico” (Serm., 151, 8). Se non fosse per la tragedia che ne è derivata, questa dottrina dovrebbe indurci alle risa. Perché il peccato originale sarebbe allora una forma di stupro, con tutto ciò che questo comporta. L’unico che si salva è Cristo: “Cristo fu concepito e generato senza piacere carnale alcuno e, per questo motivo, resta libero da ogni macchia proveniente dal peccato originale”.
Però il problema in relazione all’aborto non si limita a questo, poiché secondo Sant’Agostino, a causa del peccato originale, Dio condanna all’inferno i bambini non battezzati, per cui una madre dovrà sempre preferire la vita di suo figlio alla propria, davanti alla semplice possibilità di mandarlo diritto all’inferno. Davanti a una sola e remota possibilità che il figlio possa sopravvivere alla madre per poter essere battezzato, questa deve sacrificarsi per salvare il bambino “dalla morte eterna”. Come si vedrà, il Dio crudele di Sant’Agostino, il persecutore e il giudice spietato dei neonati, di quelli che non ottengono di essere battezzati prima di morire, è anche un persecutore e tormentatore delle madri stesse. Soprattutto se si parte, come fa la Chiesa, dal concetto di “animazione simultanea” – vale a dire, l’animazione dell’embrione nell’ istante stesso del concepimento. Per questo la scomunica si applica all’aborto nello stadio più precoce. La distinzione tra fetus inanimatus – ossia, che l’anima entri nell’embrione fino alle prime otto settimane dal concepimento – e fetus animatus è soppressa nel 1869 da Pio IX e, a partire da quel momento per arrivare a oggi, si parlerà solo di feto.
Nel romanzo Il cardinale, di Henry Morton, un medico sottopone al cardinale un’alternativa terribile: “Se lei non mi dà il permesso di uccidere l’embrione, nulla salverà sua sorella”. Il cardinale “si afferrò alla poltrona e recitò: Gesù, Maria e Giuseppe, aiutatemi a decidere!”. E con l’aiuto di Gesù, Maria e Giuseppe decise per la morte della sorella. Soprattutto, a lei non venne nemmeno chiesto cosa avrebbe preferito.
La morte della madre può essere il prezzo necessario per il battesimo del figlio. Senza il battesimo il bambino sarebbe condannato, poiché per il Padre celeste quel bambino non è così innocente come si potrebbe supporre. Dal suo concepimento, lo stesso Padre lo dichiarò colpevole a causa del peccato originale. In quest’ordine di idee – pienamente maschile – cosa possono importare l’opinione, e persino la vita stessa della donna insignificante che lo metterà al mondo?
Questa è la Chiesa di oggi, impegnata, in virtù della “infallibilità” dei suoi papi, contro la pillola, i preservativi e l’aborto, affannata nella difesa della vita non ancora nata più che nella protezione della vita già esistente. Una lunga storia, che ha trasformato il vero cristianesimo – vale a dire, il luogo privilegiato dell’esperienza personale e intima dell’amore di Dio, e nel quale tutto ciò che concerne la sfera corporale trova espressione naturale, amata dallo stesso Dio – nell’imperio di una casta di (presunti) celibi che domina un’immensa maggioranza di credenti, da essa considerati minori di età o quantomeno ritardati mentali. Con ciò è stata sfigurata l’opera di Colui dal quale i cristiani prendono nome. Per la “sua” Chiesa, un simile Signore è incapace di esprimere misericordia verso gli uomini e il loro corpo, poiché lo hanno trasformato in un Cristo asessuato, ostile al piacere, promotore del dolore e della morte, un poliziotto che vigila sulle stanze da letto e i ventri delle donne. Davanti a questo Gesù, l’essere umano non può sentirsi amato da Dio, bensì impuro e degno di essere condannato.
Nelle sue Memorie intime, Georges Simenon racconta che, nell’imminenza della nascita del suo primo figlio, si recò con sua moglie, in avanzato stato di gravidanza, in una clinica ginecologica dello Stato dell’Arkansas, negli Stati Uniti, dove teneva un corso di letteratura. Nel giungere, videro all’ingresso un piccolo cartello che diceva: “Questo è un ospedale cattolico, per cui la vita del figlio prevarrà sempre sulla vita della madre”. Narra Simenon: “Un sudore freddo ci scese per la schiena. Cercammo subito la porta di uscita in strada e, soprattutto, un ospedale meno cattolico”.

L'ITALIA CHE INCIAMPA

di RANX (03/02/2008 - 14:26) |






Correva l'anno 2007: i mass media s'interrogano intere settimane sul gabinetto più consono per un transessuale; di P.A.C.S. o di D.I.C.O., dopo tante promesse, neppure l'ombra. Al contrario, il centrosinistra si spacca sul Family day mentre la controffensiva laica stenta a riempire piazza Navona; si scrivono leggi speciali contro gli immigrati violenti mentre le donne subiscono violenza da mariti e compagni al motto "i panni sporchi si lavano in famiglia!"; il Pd inciampa a Roma sul registro delle coppie di fatto dopo l'appello vaticano ai consiglieri comunali cattolici: "sarebbe un offesa al carattere sacro della città".

Corre l'anno 2008, anno importante in quanto segna il quarantennale del '68: i diritti civili vengono bollati come temi "eticamente sensibili", una sorta di "politically correct" che provoca, nel migliore dei casi, l'immobilismo e, nel peggiore, una regressione integralista che appare in tutto il suo "peso" quando il papa si scaglia contro l'aborto, e il suo fedele scudiero Ferrara orrendamente equipara la pena di morte con l'interruzione volontaria di gravidanza.

Voi che ne dite: noi laici, dove abbiamo sbagliato?

INCONSUETA NORMALITA'

di RANX (03/02/2008 - 14:16) |

 




Da dove cominciare, mia Italia delusa, svillaneggiata, opulenta e crudele, falsamente indifferente, falsamente sensibile? La crisi governativa, la crisi della politica in sé, la società in crisi, le "emergenze" razzismo, bullismo, rifiuti, violenza di genere?
Io parto da me, come le mie buone maestre mi hanno insegnato. E guardo. Ho una famiglia mia da ventinove anni, piccola e coesa, amorevole. Di "inconsueto" ha il non essere unita da un matrimonio qualsiasi, ma è una famiglia che paga le bollette e le tasse, fa la raccolta differenziata dei rifiuti, cerca di non inquinare né terra né cuori, si sostiene nelle difficoltà e i suoi membri sono impegnati a vario titolo in movimenti, gruppi, associazioni di volontariato, eccetera.

Non occorre che il mio sguardo ruoti molto distante da casa: solo nella mia scala condominiale di famiglie simili ce ne sono altre tre. E già mi sento un po' meno "inconsueta". Le altre famiglie, le "tradizionali", non mostrano il minimo disagio per la vicinanza. A volte, scambiando quattro chiacchiere, i loro membri parlano di figli e nipoti conviventi, senza nessuno scandalo.

Non è da ieri che la chiesa cattolica non approva unioni come la mia e quelle dei miei vicini, ma la cosa non mi ha mai disturbata più di tanto: può sconsigliare questo tipo di famiglia umana ai suoi fedeli, ne ha il diritto, e la cosa non mi riguarda. E soprattutto non riguarda le leggi della Repubblica.
Da un paio d'anni, però, sono venuta a sapere che vivendo semplicemente la mia esistenza, e chiedendo per essa allo Stato, non alla chiesa, un minimo di riconoscimento, io "mino alla base la stabilità della nostra società". Questa non è un'opinione rispettabile di cui io posso discutere: è miope odio, e lo respingo come tale.
Se chi reiteratamente fa questa affermazione ha le prove (ho seri dubbi) che la sottoscritta stia compiendo atti eversivi tramite una semplice, personale e non sindacabile scelta di vita, è pregato di denunciarli alle autorità competenti; ma se, come sono orgogliosa e certa di poter affermare, non ne ha alcuna, non posso che attenderne le scuse: pubbliche come sono pubbliche le dichiarazioni al proposito.
*
Parto da me, ma non è il ballo del mattone, tutte le inchieste demografiche hanno fotografato negli ultimi anni questa realtà, che le famiglie italiane non "tradizionali", oltre ad essere socialmente accettate, sono la maggioranza: convivenze, unioni che si ricostruiscono dopo separazioni o divorzi, genitori single, e via dicendo. Non mi interessa che l'attuale gerarchia ecclesiastica ne prenda atto, ma mi scandalizza al sommo grado che per acquiescenza ad essa rifiuti di prenderne atto la classe politica italiana.
Come può tale classe politica pretendere non dico di dare inizio a riforme, ma solamente di governare l'esistente? Per governare l'esistente bisogna almeno non rifiutarsi di vederlo. Lo spettacolo umiliante fornito in questi giorni dal Senato, fra sputi mortadelle aggressioni e insulti, fotografa infine ciò che l'Italia si sta avviando ad essere, mortificata da anni di menzogne e di "grandi fratelli".
Mi sorprende che qualcuno ancora ululi se al compagno di classe intelligente e onesto gli altri ragazzini ficcano la testa nel water: cosa abbiamo insegnato a bambini e giovani in tutti questi anni? Cosa gli abbiamo mostrato in tv, cosa gli abbiamo suggerito sui giornali, al cinema, per strada e in casa? Che essere violenti, prepotenti, arroganti, è "fico". Che fregare il prossimo è il massimo a cui puoi aspirare.
La mia generazione ha avuto due ambigue ma benedette fortune: la prima,
nella nostra infanzia, era il comandamento n. 11 per le marachelle: "almeno non farti beccare", perché sapevi senz'ombra di dubbio che certe azioni erano sbagliate, mentre adesso non solo non lo sono, ma vanno anche spettacolarizzate con foto dei cellulari e filmati su You Tube. Perché infine cosa succede ai "grandi" quando li condannano per truffe e malversazioni varie? Li invitano ai talk show o li candidano al Parlamento.
Non mi direte che si tratta di riprovazione sociale. Nell'adolescenza della mia generazione vi fu questa seconda fortuna: una grande stagione di lotta politica e sociale, in cui per quanto utopici e sconsiderati e velleitari potessero essere alcuni dei nostri sogni, noi abbiamo almeno sognato, e sognato di nostro. Forse, per cominciare a riparare i danni nel nostro paese, dovremmo fare lo sforzo di restituire questo, ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze: la possibilità di sognare, e di lavorare, per qualcosa che non sia il posto da "velina" o la macchina che fa i 300 all'ora.

*Maria G. Di Rienzo è una prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Università di Sydney (Australia); è impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarietà e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni IntraMoenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005.

CIAK,SI RI-GIRA!

di RANX (30/01/2008 - 00:59) |






Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell'invito rivolto al Papa a presiedere l'apertura dell'anno accademico all'Università La Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può rifare e si rimane attoniti spettatori dell'ennesimo colpo inferto, da ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese. Le critiche all'iniziativa del rettore vengono -da destra e sinistra, da cattolici militanti e da chierichetti atei- stigmatizzate come violazione della libertà di parola. Tutti -compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi delle culture non liberali- diventano profeti di liberalismo.
Ritenere non opportuno un invito a tenere un discorso è cosa diversa dall'impedire a qualcuno di esprimere le proprie opinioni.

Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l'ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità "post-cristiana" come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all'insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista.
Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava. Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire dall'invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l'avrei invitato a presiedere l'apertura dell'anno accademico. Lo inviterei però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad un dies academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una università libera e laica e veramente plurale. Perché -sebbene gli italiani, in primis gli atei devoti, di destra come di sinistra, non lo sappiano- qualunque "capo religioso", persino il Papa, nella democrazia discorsiva è "uno dei relatori". Nulla di meno -e va detto con forza e io lo faccio con assoluta convinzione - ma neanche nulla di più.

Una volta che l'invito -inopportuno a mio avviso- era stato rivolto, il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso poneva problemi di ordine pubblico -in una università il dissenso si esprime con il dibattito delle idee e con un po' di humour- essi dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico. Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si manifesta nelle forme legittime. Tra l'altro, giova ricordare che Gesù si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con l'autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso.
Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di "comunicare" del suo predecessore, ha oggi una bella smentita. Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell'intolleranza laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui.
Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne sapevano qualcosa: quando c'è l'inquisizione non si tratta di qualche sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e persino adorante.
Per giorni non si parlerà d'altro. E anche senza questo incidente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane (l'Europa e il mondo sono un'altra cosa) parlano del Papa e dei suoi moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire "non dovete". Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per far vedere che -per quanto atei- si sa dare alla Chiesa e al Papa il dovuto riconoscimento. Per fortuna le occasioni non mancheranno: c'è una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere neppure in considerazione; la vita da tutelare. Forse si potrebbe anche porre qualche limite alla diffusione dei contraccettivi. E poi siamo italiani, la fantasia non ci manca, sapremo come farci perdonare. D'altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson non è colpa nostra.

IL BUIO OLTRE IL FIUME

di RANX (01/11/2007 - 01:07) |




Invasivo, brutale, violento, oscurantista, come altro definire l'intervento di Benedetto XVI rivolto ai farmacisti cattolici convenuti a Roma per il loro Congresso mondiale? Per il Papa l'obiezione di coscienza é "un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione, permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali come per esempio l'aborto e l'eutanasia".

Subito gli risponde solerte, raggiante, deliziata, Isabella Bertolini, Vice presidente di Forza Italia, che sferra un violento attacco contro la pillola RU486 perché "contiene in sé un potere di illimitata autodeterminazione (delle donne) che rischia di fare enormi danni dal punto di vista sociale". Ma lo sa che la RU486 viene somministrata in ospedale e non venduta in farmacia?

E il Presidente dell'Ordine dei farmacisti interviene per chiedere una legge che consenta anche ai farmacisti, oltre che ai medici, l'obiezione di coscienza.

Di fronte alla sofferenza provocata da scelte terribili, perché di questo si tratta, il Papa parla di scelte immorali. Ma dove sta la sua moralità? Dove sta la moralità della Chiesa? Sta nel giudicare le persone sulla base delle loro scelte di vita a seconda che siano dentro o fuori i dettami della fede cristiana che, come è noto, la Chiesa vorrebbe invece imporre a tutti.

Sta nel ritenere che la colpa dell'aborto debba essere pesantemente pagata, oltre che con il dolore psicologico, con la sofferenza del corpo. Sta nell'idea che le donne non abbiano moralità e che le leggi servano apposta per tenerle costantemente sotto controllo.

Sta nell'idea che i diritti dell'embrione e del feto sono prevalenti su quelli della donna che per questo è privata della possibilità di scelta su ciò che è giusto fare in una determinata situazione.

La Chiesa sa di certo che nella farmacie si vende la pillola cosiddetta del giorno dopo, che altro non è che un anticoncezionale d'emergenza, e non una pillola abortiva, visto che nessuno ha mai dimostrato che tale essa sia. Piuttosto serve ad evitare gravidanze in quel momento non desiderate o non possibili.

Altra cosa è la RSU486 che viene somministrata in ospedale e sotto strettissimo controllo medico.

Come si fa a mandar giù questa storia della pillola RU486 che renderebbe l'aborto una specie di capriccio, di scelta lieve e di ordinaria quotidianità?

Già da tempo le tecniche adottate per l'interruzione di gravidanza tendono ad essere meno dolorose e invasive: la pillola RU486 è un altro passo avanti in questa direzione. Non risulta che il ricorso all'aborto sia più facile o meno drammatico. Insomma, non ci può essere un diverso valore morale riferito ai diversi metodi abortivi.

Il problema vero è che la Chiesa vorrebbe sollevare il problema della 194 per cambiarla, ma sa che vorrebbe dire rischiare di perdere milioni di consensi e di questo la Chiesa è ben avvertita.
E' diventata consapevolezza diffusa che la legge 194 non è una legge come tutte le altre e che se ha retto nel corso del tempo agli attacchi ripetuti e mai sopiti cui è stata sottoposta, è perché nella pratica essa non ha incentivato l'aborto, al contrario ne ha diminuito in modo assai significativo il numero affidandosi al senso di responsabilità delle donne che hanno saputo far valere la loro autonomia.
E allora ci si rivolge ai farmacisti che svolgono un servizio pubblico, sono presenze significative nelle piccole realtà territoriali, costruiscono relazioni spesso di supporto ai loro clienti, e si chiede loro di praticare l'obiezione di coscienza sui prodotti farmaceutici che hanno per scopo scelte immorali.
Si aggira l'ostacolo grande, la legge 194 in questo caso, perché di questo ho scelto di parlare e non anche dell'eutanasia, per attaccare ai fianchi i principi in essa sanciti e fare violenza ancora una volta alle donne e al loro corpo.
Si rischia che il prossimo invito ai farmacisti sia di praticare l'obiezione di coscienza nella vendita degli anticoncezionali.
Forse, dentro questo precipizio oscurantista, ci siamo più vicini di
quel che pensiamo.

SPIRAGLI...

di RANX (29/09/2007 - 14:39) |





I RACCONTI
: «Se penso al seminario o alla mia diocesi credo che gli omosessuali siano una buona parte». Le confessioni a cuore aperto: «Sono stato insieme con un ragazzo siciliano per un anno. Se due uomini si vogliono bene, non conta se porti la tonaca oppure no». Anche le avance, certo: «Portando il colletto si attira tanto. Tu faresti l'amore con me?». E le critiche alla Chiesa: «Con noi fa come l'esercito americano: io non ti chiedo niente, ma tu non devi dire niente. Copre, insabbia, ma così non cresce». Sono preti quelli che parlano. Preti gay, ripresi con una telecamera nascosta durante i loro incontri clandestini con un ragazzo conosciuto sulle chat line per omosessuali.

I FILMATIMezz'ora di filmati che andranno in onda lunedì prossimo durante Exit, il programma condotto da Ilaria D'Amico che riparte in prima serata su La7. Un'inchiesta su un mondo sommerso: nessun giudizio, solo la voglia di togliere il velo che copre un pezzo di realtà. Un lavoro partito con una mail arrivata in redazione. A scrivere era un ragazzo gay. Diceva di frequentare abitualmente le chat per omosessuali, di aver conosciuto così tanti preti, e poi anche di averli incontrati di persona. Quelli di Exit hanno documentato le fasi dell'aggancio sulla chat, registrato le telefonate fatte per mettersi d'accordo, e ripreso (con una telecamerina nascosta) gli appuntamenti clandestini.

IN UFFICIOVolti non riconoscibili, voci camuffate, le immagini si fermano ad un certo punto perché l'obiettivo è raccontare non choccare. Non si nascondono i preti, anzi. Protetti dal nickname (il nome in codice che si utilizza per chattare) dicono subito di essere sacerdoti e non hanno problemi ad organizzare un appuntamento. Gli incontri filmati sono tre. Il primo prete è il più dolce: «Se ritornassi indietro, il sacerdote lo rifarei. Hai tante soddisfazioni, aiuti gli altri. (...) La prima esperienza con un uomo l'ho avuta dopo, 10 anni fa. Ma io sto bene con questa mia, tra virgolette, omosessualità». Il secondo è il più spavaldo: racconta di aver avuto un «centinaio» di incontri: «In seminario mi trattenevo per la paura di essere beccato, ma poi non mi sono più controllato». Dice anche che sui gay la «Chiesa è ipocrita perché pure in Vaticano ce ne sono tanti». Il terzo incontro è quello più duro. Appuntamento in Piazza San Pietro, si capisce che dall'altra parte non c'è un semplice parroco. Nell'aggancio sulla chat ha detto di avere tendenze sadomaso. I due si spostano in un ufficio lussuoso. Il ragazzo è un po' preoccupato e lui lo tranquillizza: «Se vuoi andare via non c'è problema». Poi il discorso finisce sull'atteggiamento della Chiesa: «Non ce l'ha con i gay ma — dice il prete — è contro il sesso prima del matrimonio. I gay non si possono sposare e quindi non devono avere rapporti». Nervosismo, nessuna traccia di quella serena voglia di intimità degli altri incontri. I due si avvicinano. «Stai per commettere un peccato davanti agli occhi di Dio», dice il ragazzo. «Io non lo sento come un peccato», risponde l'altro. E ancora. «Non ha senso che tu sia prete », «Qui finisce la nostra storia — risponde il sacerdote — hai troppe preclusioni. Ti metto sull'ascensore e se qualcuno ti ferma non dire nulla ».

LA CONFESSIONE Dopo i tre filmati «rubati» c'è un prete gay che (anche lui volto oscurato e voce camuffata) accetta di raccontare la sua storia: il compagno trovato in seminario, un ragazzo che poi dirigerà il coro durante la sua ordinazione, «il giorno più bello della mia vita, mettevo insieme i miei due amori». Il rapporto durato tanti anni con un altro uomo «anche se poi la lontananza ci ha divisi ». Don Felice — nome di fantasia — accusa la Chiesa: «Ha paura che l'omosessuale sia anche pedofilo. Un errore. Se c'è pedofilia, che non dipende dall'omosessualità, si tratta di un reato. Ma la Chiesa, invece di dire, copre». E infine racconta le difficoltà di una vita come la sua: «Ci muoviamo come gli indiani in un mondo di cow boy, attenti a non essere impallinati. Ma io sono sereno con la mia coscienza. Dio è più grande del nostro cuore».
Lorenzo Salvia

Tag: preti,vaticano,gay,confessioni
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